Oggi ho visto nel corteo

Dedicato agli studenti che stamattina erano alla stazione di Firenze.

Non lasciamoli soli!

La canzone, in realtà, si chiama “La caccia alle streghe” ed è di Alfredo Bandelli. Bandelli, pisano (nessuno è perfetto) è nato nel 1945 e morto (nemmeno cinquantenne) nel 1994. Ma non la cantava anche Paolo Pietrangeli? Forse con un titolo diverso? “La violenza”?

È cominciata di nuovo la caccia alle streghe
stampa governo padroni e la televisione
in ogni scontento si vede uno sporco cinese
“uniamoci tutti a difendere le istituzioni”

Ma oggi ho visto nel corteo
tante facce sorridenti
le compagne quindicenni
gli operai con gli studenti

“Il potere agli operai
no al sistema del padrone
tutti uniti vinceremo
viva la rivoluzione”

Quando poi le camionette
hanno fatto i caroselli
i compagni hanno impugnato
i bastoni dei cartelli

Ed ho visto le autoblindo
rovesciate e poi bruciate
tanti e tanti poliziotti
con le teste fracassate.

La violenza la violenza
la violenza la rivolta              (2 volte)
chi ha esitato questa volta
lotterà con noi domani.

Uno due dieci vent’anni di democrazia
“le pietre non sono argomenti” ci dice un borghese
siamo d’accordo con voi miei cari signori
ma gli argomenti non hanno la forza di pietre.

Ma oggi ho visto nel corteo, ecc.

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Sicurezza (1)

Ieri sera, quando sono arrivato alla stazione della metropolitana di Eur Magliana ,a Roma, sulla banchina c’erano 2 carabinieri e 4 militari, tuta mimetica, gambe divaricate, atteggiamento tronfio e vagamente minaccioso.

So che susciterò qualche polemica, ma non mi sono sentito per niente più sicuro.

Sarà che ho visto troppi film ambientati in Sudamerica…

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Neal Stephenson – Anathem

Stephenson, Neal (2008). Anathem. New York: HarperCollins. 2008.

Stephenson è relativamente poco noto in Italia. La sua fama qui è legata soprattutto a Snow Crash, e perciò è stato etichettato autore cyberpunk o al massimo post-cyberpunk. Benché Snow Crash sia un bel romanzo del genere, degno dei Gibson migliori, Stephenson dal 1992 ne ha fatta di strada. Il suo primo romanzo ambizioso è Cryptonomicon, un romanzo storico ambientato ai tempi della 2ª guerra mondiale e ai giorni nostri. Rizzoli, che l’ha pubblicato, l’ha addirittura proposto a puntate come lettura estiva sulle pagine interne de Il corriere della sera, qualche anno fa. Con scarsi risultati sulla popolarità dell’autore.

Il “ciclo barocco”, una trilogia di quasi 3.000 pagine ambientate nella Londra della seconda metà del 1600, con Newton e Leibniz tra i suoi protagonisti, non è neppure stato interamente tradotto in italiano.

Stephenson se la prende calma. Non ha paura di riempire pagine e pagine di digressioni su argomenti scientifici e filosofici che gli interessano (a volte, va da sé, sparando cazzate…). Eppure Stephenson ha i suoi fan, e io sono uno di loro.

Anathem è un ritorno alla fantascienza, ma a una fantascienza filosofica. Non ve lo racconto, e riassumerlo sarebbe difficile per un libro di oltre 900 pagine. Se vi interessa un riassunto, lo trovate nel sito che vi ho segnalato sopra, o anche su Wikipedia.

Vi trasmetterò invece le mie impressioni personali, a caldo. Il libro è molto faticoso, all’inizio. Stephenson costruisce davvero un mondo diverso dal nostro, completo di vocabolario, folklore, tecnologia, cultura. Proprio qui sta il pregio del libro, guidarti in un complicato esperimento mentale, non schematico ma spesso rigoglioso. Piano piano la storia si avvia e si fa più avventurosa, senza perdere l’attenzione alla disamina di posizioni filosofiche diverse da quelle terrestri ma non poi tanto… Un divertimento a sé è quello di scoprire sotto la maschera del nome arbriano il corrispettivo terrestre. Naturalmente, alcune delle teorie esposte, soprattutto di quelle scientifiche, sono controverse e addirittura “fuori corso”, e questo può essere irritante. Ma nessuno di noi chiede o a Wells o a Philip K. Dick di costruire le loro storie su solide basi scientifiche. Meno che mai a Verne (c’è una strizzata d’occhio nel romanzo) o a Herbert di Dune (cui Anathem a tratti fa pensare).

Il sito del libro è pieno di gadget, dalla musica, alle interviste, ai video con Stephenson che legge parti del libro, a un trailer quasi fosse un film.

Vi consiglio vivamente di guardare il trailer, che non ho trovato su YouTube.

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Precario

Dei tanti significati della parola, ormai uno è prevalente, la sostantivizzazione del “lavoratore precario”, quello che (secondo il De Mauro online) “ha un rapporto di lavoro senza garanzie di continuità o stabilità, legato solamente a contratti a termine: personale precario; anche come sostantivo: assorbire i precari del pubblico impiego“.

Il termine fa originariamente riferimento al diritto romano (mio padre ci fece la tesi di laurea, nel 1949):

Concessione di un bene, gratuitamente o con un canone simbolico, con patto di restituzione in qualsiasi momento e senza necessità di preavviso (sempre dal De Mauro).

E per estensione, nel diritto moderno:

Comodato del quale non è stato stabilito il termine di scadenza e che prevede quindi che il bene dato in godimento possa essere richiesto in restituzione in qualsiasi momento

Impropriamente: concessione del godimento di un immobile dietro pagamento di una cifra simbolica, tale però da fare del concessionario solo un detentore del bene del concedente.

Come aggettivo, oltre a quello citato in precedenza, De Mauro cita altre 3 accezioni:

  1. che non dà garanzie di stabilità, incerto: una situazione lavorativa precaria, un governo precario, versare in precarie condizioni economiche; equilibrio psicologico precario; salute precaria, cagionevole
  2. temporaneo, provvisorio: per ora ho solo una sistemazione precaria presso un’amica
  3. che riguarda la concessione di un bene, gratuita o a canone simbolico, la cui restituzione può in qualunque momento essere richiesta dal concedente al concessionario: possesso precario, a titolo precario.

Nel diritto romano, se non ricordo male, l’uso precario (more precario, ablativo assoluto) legava il cliente al suo patrizio di riferimento: ciò che aveva il cliente, lo aveva in modo precario, cioè con il permesso e la tolleranza del concedente, e per una durata non prestabilita, ma revocabile con un cenno del concedente stesso. Non a caso, l’etimologia rimanda a prex, preghiera.

Con un (piccolissimo) scarto: la condizione precaria è profondamente offensiva della dignità del lavoratore.

Il viaggiatore notturno

Maggiani, Maurizio (2005). Il viaggiatore notturno. Milano: Feltrinelli. 2005.

Di Maggiani avevo letto La regina disadorna (1998) e Il coraggio del pettirosso (1995). Entrambi mi erano molto piaciuti: il primo con qualche riserva (un fantastico e avvincente intrico di storie, ben raccontate e ben costruite, ma al prezzo di qualche perdita di compattezza), il secondo una saga compatta e di ampio respiro.

Questo, che non a caso è rimasto a lungo sullo scaffale prima che mi decidessi ad affrontarlo, mi è sembrato il libro di uno scrittore in crisi, o forse semplicemente in difficoltà. Devo dire che all’inizio ho avuto un moto di ripulsa. A cominciare dal modo come è scritto, per frasi iterate, troppo liriche, spesso sopra le righe. Per l’ambientazione nel deserto roccioso dell’Hoggar: èccone un altro, mi sono detto, che ci viene a raccontare il mito del deserto e la purezza originaria dei Tuareg (anche se qui sono i Tagil). Non ne possiamo più, da Il tè nel deserto di Paul Bowles e di Bernardo Bertolucci, di questa riproposizione novecentesca del buon selvaggio!

Poi il libro cresce, anche se forse non spicca mai il volo. Le pagine sul massacro di Tuzla sono bellissime, tragicamente bellissime.

Altrettanto bello (anche se forse inspiegabile!) il Charles de Foucauld apocrifo.

Molto, ma molto più sconcertante è che Maggiani citi, alla fine del romanzo, un racconto di Jack London che io amo tantissimo (al punto di averlo messo qui sul blog): soltanto, il riassunto che ne fa Maggiani parla di un’altra storia. Non ha proprio nulla a che fare con quel racconto. Qualcuno sa spiegarmi il mistero? Forse è tutto uno scherzo? Forse London è apocrifo e invece sono le citazioni di Foucauld a essere tutte autentiche e citate alla lettera?

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La rana scoppiata e il bue

Da Fedro (Fabulæ, Liber I, XXIV):

XXIV. Rana rupta et bos.

Inops, potentem dum vult imitari, perit.
In prato quondam rana conspexit bovem
Et tacta invidia tantae magnitudinis
Rugosam inflavit pellem: tum natos suos
Interrogavit, an bove esset latior.
Illi negarunt. Rursus intendit cutem
Maiore nisu et simili quaesivit modo,
Quis maior esset. Illi dixerunt bovem.
Novissime indignata dum vult validius
Inflare sese, rupto iacuit corpore.

La traduzione italiana di Giovanni Grisostomo Trombelli (1797):

XXIV. La rana crepata e il bue.

Chi dal destino avaro ha scarsi beni,
Se il grande imitar vuol, ruina incontra.
Da la Rana in un prato il Bue fu visto;
E punta da livor di tanta mole,
Gonfia la scabra pelle, e chiede a’ figli,
Se ancora il Bue ne la grandezza avanzi.
Rispondono, che no. Ella più gonfiasi,
E chi maggior fia, chiede: Il Bue ripetono.
Sdegnata alfin, con tal forza si gonfia,
Che rottasi la pelle, estinta giace.

Dedicatissimo, ovviamente, a tutti i palloni gonfiati che ci circondano (ognuno scelga i suoi).

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I’m Your Man

Un’altra canzone emersa dalla memoria. La canzone, come l’omonimo album, è del 1988, 20 anni fa.

If you want a lover
I’ll do anything you ask me to
And if you want another kind of love
I’ll wear a mask for you
If you want a partner
Take my hand
Or if you want to strike me down in anger
Here I stand
I’m your man

If you want a boxer
I will step into the ring for you
And if you want a doctor
I’ll examine every inch of you
If you want a driver
Climb inside
Or if you want to take me for a ride
You know you can
I’m your man

Ah, the moon’s too bright
The chain’s too tight
The beast won’t go to sleep
I’ve been running through these promises to you
That I made and I could not keep
Ah but a man never got a woman back
Not by begging on his knees
Or I’d crawl to you baby
And I’d fall at your feet
And I’d howl at your beauty
Like a dog in heat
And I’d claw at your heart
And I’d tear at your sheet
I’d say please, please
I’m your man

And if you’ve got to sleep
A moment on the road
I will steer for you
And if you want to work the street alone
I’ll disappear for you
If you want a father for your child
Or only want to walk with me a while
Across the sand
I’m your man

If you want a lover
I’ll do anything you ask me to
And if you want another kind of love
I’ll wear a mask for you

Un po’ più in là sulla destra

Vargas, Fred (1996). Un po’ più in là sulla destra (Un peu plus loin sur la droite). Torino: Einaudi. 2008.

Chi mi segue sa che quest’autrice mi piace e sul blog sono recensiti tutti i suoi romanzi tradotti in Italia (usate la funzione “cerca” nella barra sinistra). La bibliografia completa l’ho messa qui.

Questo è dunque un romanzo “vecchio”, tradotto solo ora. È quello in cui incontriamo Louis-Ludwig Kehlweiler che avevamo incontrato in Io sono il tenebroso (dell’anno successivo ma pubblicato da Einaudi un paio d’anni fa). Sappiamo qualcosa di molto importante sul suo passato, ma non perché sia caduto in disgrazia e perché conviva con il rospo Bufo.

Non mi sono ancora stancato della Vargas, anche se forse di questo si potrebbe dire che – in quanto “giallo” – è un po’ concitato nella spiegazione finale.

Ho poi un dubbio atroce: ma quanto dura la digestione e il transito intestinale di un cane. Meno di 6 ore? Ma non ci hanno raccontato che soltanto la digestione nello stomaco di un pasto normale dura (per noi umani) 4 ore, ma ne può durare molte di più per cibi grassi o pesanti (vedi qui, per esempio). E poi c’è il transito intestinale. Mi pare che per noi umani si parli di 24-36 ore. C’è qualcosa che non torna, nel romanzo.

Belli, come al solito, i dialoghi e le riflessioni.

Non amava con facilità. Di tutte le donne che aveva avuto, perché quando uno è solo in auto ha il diritto di dire «avuto», quante ne aveva amate, onestamente? Onestamente? Tre, tre e mezza. No, era poco portato. Oppure era perché non prendeva più l’iniziativa. Tentava di amare moderatamente, senza esagerare, di rifuggire gli amori densi. [p. 91]

– […] Come le dicevo, è stato fatto il necessario. È un incidente. Allora?
– Allora, l’arte comincia dove finisce il necessario. [p. 115]

– […] Uno arriva come un duca nei recessi della memoria e si fa buttare come un villano nelle segrete della quotidianità [p. 141]

– Che ne pensi, di lei? Ti piacerebbe andarci a letto se te lo proponesse?
– Sei strano. Non me lo sono mai chiesto.
– Non te lo sei mai chiesto? Ma che cavolo combini nella vita? Bisogna sempre chiederselo, Marc, per la miseria.
– Ah, bene. Non lo sapevo. E tu te lo sei chiesto? La risposta sarebbe sì o no?
– Be’, dipende. Con lei, dipende dai momenti.
– A che ti serve chiedertelo se non sai dare una risposta?

Già. Profondissima questa. Perché invece sono proprio le domande cui non sappiamo dare una risposta, quelle che vale la pena porsi. Nella vita e nella scienza. Brava Vargas.

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Potenze di dieci

Un breve film che ci fa capire con l’evidenza delle immagini che – delle dimensioni conosciute, dal cosmico al sub-atomico – siamo in grado di cogliere con i nostri sensi soltanto quelle di una gamma ristretta, “a misura d’uomo”, e poche di più con l’aiuto di strumenti.

Un punto di partenza per molte discussioni filosofiche…

C’è anche una traduzione in italiano:

E un sito dedicato all’esplorazione: http://www.powersof10.com/

La dalia nera

La dalia nera (The Black Dahlia), 2006, di Brian De Palma, con Josh Hartnett, Scarlett Johansson e Aaron Eckhart.

Un brutto film (il peggiore di Brian De Palma?) da un romanzo di James Ellroy che invece vi consiglio di leggere.

Particolarmente brutta e pretenziosa la colonna sonora di Mark Isham.