Con un piede impigliato nella storia

Negri, Anna (2009). Con un piede impigliato nella storia. Milano: Feltrinelli. 2009.

Il libro mi ha attratto, oiginariamente, per un motivo un po’ morboso. Molti anni fa, più o meno i primi di cui il libro racconta, ho sfiorato – più o meno tangenzialmente – i protagonisti della storia: Toni Negri (chi non  lo conosceva? ma io l’ho conosciuto prima di tutto come professore di Dottrina dello Stato); sua moglie Paola Meo, per qualche mese collega alle 150 ore di Santa Maria la Rossa; lo stesso Virus, figlio di un’occupazione nel mio quartiere.

Il libro è interessante e fallito. Fallito perché Anna scrive in modo molto sciatto. Come se consultasse e riproducesse pagine e pagine del suo diario di allora. La scrittura è sciatta e infantile/adolescenziale. Onesta, senz’altro. Ma mi sarei aspettato un po’ più di distanza, o di prospettiva.

Resta, affascinate e inquietante, il tema di fondo: vivendo la nostra vita (i nostri sogni o i nostri incubi, non importa), che cosa imponiamo ai nostri figli? I miei figli mi guardano con lo stesso guardo spietato con cui Anna guarda ai suoi genitori? Mi disprezzano? Mi considerano “colpevole”? Pensano che abbia anteposto la mia ricerca o le mie ossessioni ai loro bisogni? Che le colpe dei padri ricadano sui figli?

Non lo so. Quello che so è che non ho trovato una risposta nel libro di Anna Negri.

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L’obbedienza non è più una virtù

“È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”, dice uno degli esecutori del respingimento. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia – aggiunge – ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno.” [corsivo mio]

Sto citando da la Repubblica di oggi, 9 maggio 2009. Parlano i militari delle motovedette italiane della Guardia di Finanza (Gf 106) e della Capitaneria di porto (Cpp 282) appena rientrati dalla missione rimpatrio, intervistati da Francesco Viviano.

“Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti.” [corsivo mio]

Non penso di essere un persona particolarmente emotiva, ma mi si raggela il sangue. Gli ordini erano quelli. La foglia di fico dei militari da sempre. Forse basta citare Adolf Eichmann: “Non ho mai compiuto alcuna azione, grande o piccola, senza aver avuto prima esplicite istruzioni da Adolf Hitler o da qualcuno dei miei superiori.”

Questa difesa, ampiamente utilizzata dai gerarchi nazisti, è stata considerata giuridicamente non valida dal IV principio di Norimberga:

The fact that a person acted pursuant to order of his Government or of a superior does not relieve him from responsibility under international law, provided a moral choice was in fact possible to him. “I was following orders”, is not an excuse.

Mi direte che tutti, in questi giorni, stanno parlando “a sproposito” di fascismo, nazismo, razzismo eccetera. Non mi sembra un’obiezione fondata: chi ne sta parlando, è perché vede in questo affievolirsi dei principi lo stesso processo che portò alla supina acettazione di questi regimi mostruosi.

Sono certamente “vetero-” e anche un po’ “catto-” comunista, ma mi attengo alla lezione di Lorenzo Milani:

A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca.

Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.

[…]

A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.

C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico. [il testo integrale di L’obbedienza non è più una virtù lo potete trovare qui]

Sèssile

Niente a che vedere con il sesso, purtroppo. L’aggettivo deriva dal verbo latino sedere

In botanica, si dice “di organo vegetale, che si inserisce direttamente in un altro organo o in un ramo, senza il sostegno di un peduncolo o di un picciolo: fiore, foglia sessile.” [De Mauro online]

In zoologia, si dice di organismo, provvisto o meno di peduncolo, che vive fisso al substrato.” [De Mauro online]

Sono sessili gli animali, soprattutto acquatici, che vivono ancorati a un qualche substrato solido (rocce, scafi di imbarcazioni, piante, alghe o altri animali). Tra gli organismi sessili più importanti si annnoverano le spugne, i coralli (che si costruiscono essi stessi il substrato), i briozoi, i crostacei balanidi (vedi qui e qui), gli ascidiacei. in genere, questi organismi allo stadio larvale sono in grado di muoversi, per potere colonizzare nuovi ambienti.

Sull’ascidia ho letto anni fa una battuta (forse dello stesso Richard Dawkins): ci sono due soltanto due specie animali che durante la fase giovanile sono molto mobili e intellettualmente vivaci, alla ricerca del posto ottimale cui abbarbicarsi. Trovatolo, passano alla fase adulta: non si muovono più e autodistruggono tutte le loro cellule nervose. Sono l’ascidia e il professore universitario.

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Shipbuilding

Dicevo nel post precedente di Shipbuilding, una delle più belle canzoni pacifiste che siano state scritte.

Allora facciamo così, prima Wyatt (2 versioni), poi il testo con una traduzione italiana, poi Costello (2 versioni). Ne esiste anche una bellissima versione dei Mr McFall’s Chamber (la prima che ho sentito, per la verità, innamorandomene al primo ascolto), che non ho trovato su YouTube.

Is it worth it?
A new winter coat and shoes for the wife
And a bicycle on the boy’s birthday
It’s just a rumour that was spread around town
By the women and children
Soon we’ll be shipbuilding…
Well I ask you
The boy said “Dad they’re going to take me to task, but I’ll be back by Christmas”
It’s just a rumour that was spread around town
Somebody said that someone got filled in
For saying that people get killed in
The result of this shipbuilding
With all the will in the world
Diving for dear life
When we could be diving for pearls
It’s just a rumour that was spread around town
A telegram or a picture postcard
Within weeks they’ll be re-opening the shipyards
And notifying the next of kin
Once again
It’s all we’re skilled in
We will be shipbuilding…
With all the will in the world
Diving for dear life
When we could be diving for pearls.

La traduzione l’ho trovata su questo sito.

Ne vale la pena?
Un nuovo cappotto invernale e scarpe per la moglie
E una bicicletta per il compleanno del bambino
È solo una voce messa in giro in città
Dalle donne e dai bambini
Presto costruiremo navi
Te lo chiedo
Il ragazzo ha detto ‘Papà, dovrò partire in missione
ma tornerò per Natale’
È solo una voce messa in giro in città
C’è chi dice che qualcuno è stato informato
Perché dicesse che ci sono persone che vengono uccise
A causa del nostro costruir navi
Con tutta la buona volontà,
Perché tuffarci per salvare la nostra vita
Quando potremmo tuffarci per raccogliere perle?
È solo un voce messa in giro in città
Un telegramma o una cartolina
Entro poche settimane riapriremo i cantieri
E chiameremo a raccolta i nostri fratelli
Una volta ancora
Non sappiamo fare altro
Costruiremo navi
Con tutta la buona volontà,
Perché tuffarci per salvare la nostra vita
Quando potremmo tuffarci per raccogliere perle?

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Margaret Thatcher

Il 4 maggio 1979 (30 anni fa) iniziava l’era Thatcher: tre mandati consecutivi di Primo ministro, per la prima volta nella storia.

Insediandosi al n. 10 di Downing Street la signora, che non era modesta, parafrasò Francesco d’Assisi (anche se la mia citazione preferita di Margaret Thatcher l’ho già riportata qui):

Where there is discord, may we bring harmony. Where there is error, may we bring truth. Where there is doubt, may we bring faith. And where there is despair, may we bring hope.

Pochi mesi dopo i disoccupati raddoppiarono, superando i 2 milioni. Quanto all’armonia, nel 1982 la guerra delle Falkland (2 aprile-14 giugno) costò al Regno Unito 255 morti (e 649 all’Argentina, più 3 abitanti civili delle isole).

Per me, questa guerra è indissolubilmente legata a una bellissima canzone di Elvis Costello, scritta dopo una visita alla capitale della cantieristica inglese, Barrow-in-Furness. La canzone fu incisa originariamente da Robert Wyatt, e soltanto in un secondo tempo da Costello stesso.La versione di Wyatt è quella che sentite nella seconda parte del video.

Naturalmente, nel video non ci è risparmiata la consueta domanda cretina del giornalista di turno (dopo 51′ dall’inizio): “How do you feel at this moment?”. Margaret Thatcher, con un’espressione degna di Buster Keaton, risponde impeccabile: “Very excited”.

Memoria e immunità

Brian Eno (sì, lui, il musicista – anche se chiamarlo così mi pare un po’  riduttivo) ha scritto un bell’articolo sulla rubrica che tiene su Prospect, un mensile britannico di attualità e riflessione politica, indipendente (ma orientato al centro-sinistra).

The immunising memory

Brian Eno

If the gift of youth is originality and boldness, the gift of experience is what JK Galbraith called “the immunising memory”—the caution that follows from living through painful events. In a reasonable world, the boldness of youth would be balanced by the wisdom of experience, so that society neither explodes in a flurry of incompatible revolutionary ideas nor ossifies in a frozen consensus. It’s when the balance fails that things go wrong.
It failed on a truly grand scale over the last couple of decades. First there was the dotcom bubble, a modern tulipmania, followed by two young leaders, aglow with hubris, navigating confidently into a disastrous war, sure that history was on their side. As a communal blunder, the financial crisis tops either of those. So many of us were part of it, willing to swallow our incredulity at the crazy rises in asset values. We didn’t really understand it—but nobody wants to be the guy at Decca who didn’t sign the Beatles, so we all kept quiet. When you’re told by a couple of Nobel academics that they’ve finally cracked how the markets work and it looks something like this: [qui c’è una formula che non riesco a riprodurre qui, ma che non è essenziale per seguire il ragionamento] you do tend to feel a bit outclassed. Only a few old fogeys like Warren Buffett refused to jump aboard.
These failures had at their base an inflated faith in techniques and technologies, and a lack of interest in lived experience. The warmongers thought their weapons were so smart they couldn’t lose, and the financiers were reassured by the mystifying authority of those equations.
So what’s the good news? A failed experiment can be just as useful as a successful one. Lessons about free lunches, groupthink, fundamentals, realism, instinct and experience are being learned—and they won’t be forgotten for at least a generation. This will be a truly immunising memory. I therefore look forward to a good long period of better-balanced governance. And more respect for old fogeys…
La traduzione in italiano la trovate sul numero di Internazionale del 1° maggio 2009.