Tinker Tailor …

È abbastanza naturale che in questi giorni, in cui nelle sale italiane esce la versione cinematografica del romanzo La talpa di John le Carré (mi viene da scrivere il remake, perché tutti abbiamo in mente la versione televisiva BBC del 1979, trasmessa anche dalla tv italiana, con Alec Guinness nella parte di Smiley), si parli anche del titolo originale, Tinker, Taylor, Soldier, Spy.

Molti hanno ricordato l’origine del titolo (viene da una “conta” inglese, che individua nel libro 5 sospettati di essere la talpa), tra cui di recente il merlo canterino. Inoltre, wikipedia è (come al solito) molto esauriente.

Guinness as Smiley

guardian.co.uk

Perciò mi limiterei a riproporre la canzone degli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui e qui), in cui Jimmy Page fa delle cose interessanti e sperimentali, suonando la chitarra con l’archetto, come un violino.

La seconda cosa che vorrei dire, e che non ho proprio trovato da nessuna parte, nemmeno nella documentatìssima voce di wikipedia citata poco fa, è il riferimento che (secondo me) fa alla filastrocca James Joyce, alla fine del penultimo capitolo dell’Ulysses, quello scritto a domande e risposte come un interrogatorio di polizia o il vecchio catechismo:

[…] Narrator: reclined laterally, left, with right and left legs flexed, the index finger and thumb of the right hand resting on the bridge of the nose, in the attitude depicted in a snapshot photograph made by Percy Apjohn, the childman weary, the manchild in the womb.

Womb? Weary?

He rests. He has travelled.

With?

Sinbad the Sailor and Tinbad the Tailor and Jinbad the Jailer and Whinbad the Whaler and Ninbad the Nailer and Finbad the Failer and Binbad the Bailer and Pinbad the Pailer and Minbad the Mailer and Hinbad the Hailer and Rinbad the Railer and Dinbad the Kailer and Vinbad the Quailer and Linbad the Yailer and Xinbad the Phthailer.

When?

Going to dark bed there was a square round Sinbad the Sailor roc’s auk’s egg in the night of the bed of all the auks of the rocs of Darkinbad the Brightdayler.

Where?

A Francesco Merlo il premio giornalistico Kazzenger 2012 per l’irrilevanza

Il nuovo anno, questo 2012 insidiato dalle profezie Maya (mayavverate) e dal più tradizionale essere bisesto e dunque funesto, è iniziato da meno di 15 giorni, e Francesco Merlo – un editorialista che Corriere e Repubblica si contendono che nemmeno Inter e Milan per Tevez – ha già pesantemente ipotecato il premio per l’articolo più irrilevante e irritante dell’anno. Cui vorrei intestare un nuovo premio, di mia istituzione, il prestigioso premio Kazzenger per il giornalismo.

L’articolo è stato pubblicato su la Repubblica del 13 gennaio 2012 (riproduzione riservata), ma poiché il Merlo l’ha anche “postato” sul suo blog lo riproduco – citando beninteso la fonte – con la coscienza tranquilla. Le parti dell’articolo di Merlo, che riprodurrò per intero, sono in blu; i miei commenti intercalati e altre citazioni restano in nero.

Francesco Merlo » Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Cominciamo dal titolo.

Inchini e baciamano, la rivincita del sangue blu / QUANTI NOBILI NEL GOVERNO MONTI

Di solito quando qualcuno fa notare a un giornalista che ha pubblicato un articolo con un titolo imbarazzante, il giornalista stesso, spesso spalleggiato dal suo direttore, scarica elegantemente la colpa sul “titolista” (che immagino venga pagato dal giornale per svolgere le mansioni che Benjamin Malaussène svolgeva al grande magazzino creato da Pennac). Qui Merlo non ha scampo: il titolo è suo (a meno che non paghi un titolista per il suo blog).

Molti hanno pensato che fosse costruito ‘massone su massone’ e ora scopriamo che, ‘quarti su quarti’, girano più nobili nel governo Monti, con il suo format salva Italia, di quante patonze giravano nel governo Berlusconi, con il suo format sfascia Italia. C’è insomma un tracciato araldico che neppure negli esecutivi di sua maestà Elisabetta II. I nobili sono infatti almeno sei, tra ministri e sottosegretari, tutti di antichissime famiglie.

Permettetemi prima una piccola parentesi seria. La XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana dispone:

I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome. L’Ordine mauriziano è conservato come ente ospedaliero e funziona nei modi stabiliti dalla legge. La legge regola la soppressione della Consulta araldica.

Giusto per sottolineare che non si tratta di una questione di colore, ricordo a tutti che questa disposizione è in attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce il principio fondamentale dell’eguaglianza. Insomma: non si scherza.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Naturalmente, benché la Corte costituzionale abbia sentenziato che i titoli nobiliari “non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna rilevanza” (sentenza n. 101 del 26 giugno 1967), i “nobili” non si rassegnano. Carlo Mistruzzi di Frisinga, nel suo Trattato di diritto nobiliare italiano [Vol. I, Giuffrè, Milano, p. 23] afferma: “La Costituzione repubblicana del 1948 non ha – si noti bene – né abolito né proibito i titoli nobiliari. Si è limitata a non riconoscerli ufficialmente e a togliere di conseguenza quella protezione legale di cui essi godevano in regime monarchico. Per contro protegge in pieno i predicati nobiliari che vengono a far parte del nome con funzione ‘individuatoria’.”

Vabbè, dico io, e non da ora. Se vogliono ricordare all’universo mondo, e soprattutto ai discendenti (se ne sono sopravvissuti) delle loro vittime, che per generazioni i loro antenati si sono appropriati con l’uso della forza del frutto del lavoro dei miei e di quelli della stragrande maggioranza dei miei compatrioti, si accomodino pure. Sono tollerante persino nei confonti dei vari carnevali che si rappresenteranno in mezzo mondo nei prossimi giorni (e che pure trovo ributtanti) e considero sacra persino la libertà d’espressione di Casa Pound.

L’incipit dell’articolo di Merlo è folgorante, scoppiettante di idee fresche e originali. “Massone su massone”. Il contrasto dei “format” (ma che vuol dire esattamente?) salva-Italia e sfascia-Italia. La compiaciuta conferma che il termine “patonza” è stato sdoganato per sempre …

Una precisazione però sulle “antichissime famiglie”. Siamo tutti di antichissime famiglie. Tutti gli esseri umani che popolano il pianeta in questo momento, 7 miliardi e dispari, tutti nessuno escluso discendono da antichissime famiglie. Anzi tutti, nessuno escluso, vantano una discendenza diretta e ininterrrotta dalla famosa Lucy africana, di cui portano in ogni cellula una copia del DNA mitocondriale.

È ora di continuare con Merlo, senza infierire ulteriormente. Ma non sono capace di non attirare la vostra attenzione sul bizzarro contrasto tra i “quarti su quarti” di nobiltà del primo capoverso e il Terzi del secondo. Che ne pensa Odifreddi? c’è terreno per qualche elaborazione matematica sulle frazioni? per un’equazione diofantea?

Terzi di Santagata

iagiforum.info

E hanno lo stemma al dito come il ministro degli esteri Giulio Maria Terzi di Santagata, secco, alto, verticale che, appena nominato, fu festeggiato dal presidente del suo circolo, “evviva, uno di noi”, il circolo appunto ‘della caccia’, che è l’oasi, l’enclave, l’addio al mondo del vecchio frack [in italiano si dice “marsina”, ma se si vuole usare il termine francese, allora è frac, come Modugno sapeva ma Merlo ignora] dei vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti e tutte le maschere dell’orrendo aristocafonal di Dagospia. Oppure sono discreti ed eleganti tecnici del baciamano come Enzo Moavero Milanesi. “La qualità del baciamano” mi spiega sorridente Sergio Boschiero, il simpatico leader dei monarchici italiani, “è tutta nell’inchino”. Basta fermare un attimo l’immagine e osservare appunto l’elegante riverenza [ma sarà andato a scuola dalle Orsoline?] che il ministro Moavero Milanesi, il Gianni Letta di Monti, ha offerto in omaggio ad Angela Merkel, e paragonarla per esempio a quella, ovviamente più famosa ma “tecnicamente reboante”, di Chirac a Condoleeza Rice. Nel rapido fotogramma di Moavero c’è il lignaggio del principe mentre in quella vecchia istantanea ormai fissata nella memoria c’è la squillante esuberanza del moschettiere. Boschiero nota che Moavero Milanesi ha un cognome aragonese ma, per avventura migratoria, è signore del Lodigiano sin dal 1400 e sul quotidiano di Lodi “il Cittadino” viene celebrato come “il diretto discendente dei Bocconi, fondatori prima della Rinascente e poi dell’Università” [ma insomma, qui c’è una caduta di stile, del Merlo e dello stesso Moavero: se sei nobile non devi occuparti di imprese commerciali da vil meccanico, come direbbe il Manzoni, pena la contaminazione del famoso sangue blu]. Dice Boschiero, il quale per la verità disprezza [ma naturale! se sei monarchico, ai semplici nobili non puoi che sentirti superiore] i cacciatori di simboli araldici e gli esperti in gigli: “Capisco bene che a Bruxelles questi qui facciano tutti carriera: in fondo è la capitale di un regno”.

E qui è difficile resistere alla tentazione e astenersi dal chiedere l’opinione del leggendario capo indiano di 610.

Mario Monti però non li ha scelti sfogliando il Libro d’oro dell’Araldica, quello edito prima del 1922 quando non c’erano i ‘conti di maggio’ e neppure i tanti nomi che il fascismo plebeo poi titolò per meriti civili, come i Marzotto, i Barilla i Ciano. Adesso invece questi nobili al governo sono tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava: i nobili come rimedio al cucù, alle barzellette e alla degradazione trimalcionesca della borghesia italiana?

Domanda retorica e un po’ furbetta. Perché dovete capirlo, Francesco Merlo: deve scrivere un pezzo di colore compiaciuto sulla nobiltà per un quotidiano sedicente progressista, ma avvezzo a strizzare l’occhio ai “vari Torlonia, Borghese, Ruspoli, Aldobrandini, Colonna, Odescalchi, Boncompagni, Orsini, Pallavicini, Barberini, Theodoli, Massimo, Chigi, Grazioli, Lancellotti” (ne fanno fede le cronache mondane delle pagine dell’edizione romana). E quindi non deve irritare troppo i giacobini come me, ma neppure dispiacere agli ambienti radical-chic della capitale. Bene così, allora: “tornati fuori per via naturale, come una discreta eruzione di lava”. O come un rigurgito di subalterno provincialismo? o per altre vie naturali che non oso nemmeno suggerire?

Di sicuro la quota araldica al governo è maggiore di quella che il manuale Cencelli attribuiva ai piccoli partiti di una volta, ed in fondo è la riprova che l’Italia è in crisi visto che sia pure inconsapevolmente cerca l’antidoto persino nelle presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale. “Si tratta – dice ancora Boschiero – quasi sempre di alti burocrati dello Stato”.

No, qui siamo al delirio. Le “presunte virtù ereditarie che, come un liquore, impreziosiscono il liquido seminale”? Ma bevitelo tu! L’Italia merita antidoti migliori!

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Memoria corta

Umberto Bossi, 12 gennaio 2012: “La Lega non è mai stata forcaiola.”

16 marzo 1993, Montecitorio, Luca Leoni Orsenigo (deputato storico della Lega Nord all’epoca; dimessosi dal partito nel 1996):

Orsenigo

polisblog.it

Le possibilità economiche delle donne

Richard Florida, l’autore di The Rise of the Creative Class: And How It’s Transforming Work, Leisure, Community and Everyday Life (la traduzione italiana, La classe creativa spicca il volo. La fuga dei cervelli: chi vince e chi perde, pubblicata da Mondadori negli Oscar studio, è al momento indisponibile),  con l’aiuto di due colleghe del Martin Prosperity Institute, Charlotta Mellander and Zara Matheson, ha pubblicato alcune mappe tematiche sulle possibilità economiche delle donne nel mondo.

Guardatele anche se l’inglese non è il vostro forte, perché sono molto esplicite anche soltante le figure!

The Geography of Women’s Economic Opportunity – Jobs & Economy – The Atlantic Cities

Gender Gap

Zara Matheson, Martin Prosperity Institute

E già qui siamo i fanalini di coda d’Europa.

10 credenze scientificamente infondate ma tenaci

Se la conoscenza è potere, allora la disinformazione ci rende più deboli

Pubblicato da lifehacker: 10 Stubborn Body Myths That Just Won’t Die, Debunked by Science

  1. Capelli e peli ricrescono più folti se li tagli o li radi.
    Falso. Smentito da uno studio clinico dal lontano 1928. E peraltro si taglia soltanto la parte morta e cheratinosa del pelo. Il fatto è che i capelli corti sono più ruvidi e più duri e per questo ci sembrano più folti e forti.
  2. Tenere conto del bilancio calorico è tutto quello che serve per mantenere sotto controllo il peso.
    C’è una parte di verità. Ma le calorie sono semplicemente un modo di misurare il calore. Ma il combustibile usato dal corpo è ottenuto dal cibo e dalle bevande che digerisci. Tenere conto della loro composizione dà risultati migliori.
  3. Sono necessarie 8 ore di sonno al giorno.
    C’è un’enorme variabilità individuale, in parte legata al gene ABCC9 (chi ce l’ha ha molto meno bisogno di ore di sonno di chi non ce l’ha). Inoltre è stato scoperto un ormone (orexin A) capace di compensare la privazione di sonno.
  4. Leggere con poca luce rovina gli occhi.
    Certamente li affatica, ma non provoca danni permanenti.
  5. Pisciare su un’ustione di medusa lenisce il dolore.
    Al contrario. L’urina (come l’ammoniaca o l’alcol) potrebbero indurre i nematocisti ancora vivi a rilascaire il veleno residuo, peggiorando la gravità dell’ustione e il dolore. Invece bisognerebbe cercare di togliere tutti i tentacoli dalla pelle (con i guanti ovviamente!) e uccidere con l’aceto (o lavare via con acqua salata) i nematocisti ancora a contatto della pelle.
  6. Sono grasso perchè il mio metabolsimo è lento.
    Intanto se sei grasso sei anche più grosso, e quindi la quantità di energia che ti serve a continuare a funzionare (il metabolismo basale è semplicemente questo) è più di quello che serve a mantenere in funzione un corpo più piccolo. La cosa è molto complessa (sono in gioco anche fattori nutrizionali, come dicevamo al punto 2.) ma la singola causa più importante è sicuramente la scarsa attività fisica.
  7. Si busca il raffreddore perché si prende freddo (e umido).
    Il raffreddore è provocato da un virus e si becca per contagio. Certo, avere il sistema immunitario indebolito (poco sonno, cibo scarso o cattivo) non aiuta. Ma il contagio, soprattutto attraverso il contatto tra le mani e le mucose del viso, è la causa principale. E allora perché d’inverno? Perché si passa più tempo al chiuso e in spazi ristretti con molte persone.
  8. Quando fa freddo la maggior parte del calore si perde dalla testa, quindi è fondamentale portare il cappello.
    La leggenda nasce dal fatto che l’esercito americano fece un esperimento in clima artico con soldati coperti di tutto punto con indumenti invernali ma senza cappello. La maggior parte del calore si perdeva dalla testa perché era l’unica parte non coperta! se li avessero tenuti in costume da bagno avrebbero perduto la maggior parte del calore dal torso, dalle braccia e dalle gambe!
  9. Un elevato livello di colesterolo è il primo fattore alla base dell’insorgere di malattie cardiache.
    Apparentemente, secondo lo studio MONICA dell’OMS, non c’è correlazione tra livelli di colesterolo e di mortalità cardiaca. Mentre c’è correlazione tra mortalità cardiaca e pressione sanguigna e, soprattutto, tra vendita di statine e profitti delle case farmaceutiche.
  10. È pericoloso svegliare un sonnambulo.
    No, solo che probabilmente si spaventerà, perché non capirà dove si trova. La cosa migliore è riportarlo a letto, svegliandolo se necessario.

L’accesso a Internet è un diritto umano?

Questo articolo, scritto da Vinton G. Cerf (pioniere di Internet, membro dell’IEEE – Institute of Electrical and Electronics Engineers – e vice-presidente di Google) e pubblicato sul New York Times del 4 gennaio 2012, è stato criticatissimo senza che nessuno si sia preso la briga di leggerlo.

Anche se le argomentazioni di Cerf non mi sembrano del tutto convincenti, sono però logiche e comunque degne di rispetto. Per questo lo riproduco integralmente e ve ne raccomando la lettura.

Internet Access Is Not a Human Right – NYTimes.com

FROM the streets of Tunis to Tahrir Square and beyond, protests around the world last year were built on the Internet and the many devices that interact with it. Though the demonstrations thrived because thousands of people turned out to participate, they could never have happened as they did without the ability that the Internet offers to communicate, organize and publicize everywhere, instantaneously.

It is no surprise, then, that the protests have raised questions about whether Internet access is or should be a civil or human right. The issue is particularly acute in countries whose governments clamped down on Internet access in an attempt to quell the protesters. In June, citing the uprisings in the Middle East and North Africa, a report by the United Nations’ special rapporteur went so far as to declare that the Internet had “become an indispensable tool for realizing a range of human rights.” Over the past few years, courts and parliaments in countries like France and Estonia have pronounced Internet access a human right.

But that argument, however well meaning, misses a larger point: technology is an enabler of rights, not a right itself. There is a high bar for something to be considered a human right. Loosely put, it must be among the things we as humans need in order to lead healthy, meaningful lives, like freedom from torture or freedom of conscience. It is a mistake to place any particular technology in this exalted category, since over time we will end up valuing the wrong things. For example, at one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The best way to characterize human rights is to identify the outcomes that we are trying to ensure. These include critical freedoms like freedom of speech and freedom of access to information — and those are not necessarily bound to any particular technology at any particular time. Indeed, even the United Nations report, which was widely hailed as declaring Internet access a human right, acknowledged that the Internet was valuable as a means to an end, not as an end in itself.

What about the claim that Internet access is or should be a civil right? The same reasoning above can be applied here — Internet access is always just a tool for obtaining something else more important — though the argument that it is a civil right is, I concede, a stronger one than that it is a human right. Civil rights, after all, are different from human rights because they are conferred upon us by law, not intrinsic to us as human beings.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

While the United States has never decreed that everyone has a “right” to a telephone, we have come close to this with the notion of “universal service” — the idea that telephone service (and electricity, and now broadband Internet) must be available even in the most remote regions of the country. When we accept this idea, we are edging into the idea of Internet access as a civil right, because ensuring access is a policy made by the government.

Yet all these philosophical arguments overlook a more fundamental issue: the responsibility of technology creators themselves to support human and civil rights. The Internet has introduced an enormously accessible and egalitarian platform for creating, sharing and obtaining information on a global scale. As a result, we have new ways to allow people to exercise their human and civil rights.

In this context, engineers have not only a tremendous obligation to empower users, but also an obligation to ensure the safety of users online. That means, for example, protecting users from specific harms like viruses and worms that silently invade their computers. Technologists should work toward this end.

Il rapporto dell’ONU, pubblicato il 16 maggio 2011, lo trovate qui nella sua versione integrale.

Qui invece un’opinione opposta a quella di Cerf (che, ahimè, a me pare ancora meno convincente, fondamentalmente perché è basato su un argomento storico, e non su un argomento logico) scritta da Clay Johnson su Information Diet il 6 gennaio 2011.

Information Diet | Why Horses Are Not in the Constitution

Neither the word “gun” nor “rifle” appear in the Constitution, the Bill of Rights, or Federalist Papers nor does the word “newspaper” or “web site.” But guns, rifles, newspapers and yes, websites are vital for the health of our nation. Of course, it does mention the words “press” in the first amendment to the constitution, and the word “arms” in the second, and those are the things that give us the right to have our guns, rifles, newspapers and websites.

That, to me, seems to be the conclusion of Vint Cerf’s op-ed in the New York Times yesterday — that we shouldn’t tie a particular technology with fundamental rights. Unfortunately he used a particularly bad example to demonstrate this:

At one time if you didn’t have a horse it was hard to make a living. But the important right in that case was the right to make a living, not the right to a horse. Today, if I were granted a right to have a horse, I’m not sure where I would put it.

The reason this example is bad is because it conflates a right with an entitlement with a requirement. Cerf is also given the right to bear arms, but he is neither required to own a gun, nor is gun industry compelled to give him one. These are, of course, the differences between rights, requirements, and entitlements.

But one underlying thing that Cerf misses, is how vital universal network access is to civilization and democracy. When we look at the history of information technology, we often talk about language, stone tablets, papyrus, and the printing press, but in the middle there is the function of the Post, invented by Cyrus the Great to create the largest empire the world had ever seen, in about 500 BC. Since then, every thriving civilization has had a strong and universal network at its underpinnings.

While the word “network” in the scope of being an interconnected group of people until our grandparent’s generation, our framers were deeply committed to the idea that there should be “a network” and that everybody should have access to it. The right to assemble, of course, assures it, but it goes further than that. Look at what James Madison had to say about Article 1, Section 8 of the Constitution, giving Congress the power of the post:

“The power of establishing post roads must, in every view, be a harmless power, and may, perhaps, by judicious management, become productive of great public conveniency. Nothing which tends to facilitate the intercourse between the States can be deemed unworthy of the public care.”

Inscribed above the Postal Museum is this quote as well:

“The Post Office Department, in its ceaseless labors, pervades every channel of commerce and every theatre of human enterprise, and while visiting, as it does kindly every fireside, mingles with the throbbings of almost every heart in the land. In the amplitude of its beneficence, it ministers to all climes and creeds and pursuits with the same eager readiness and with equal fullness of fidelity. It is the delicate ear trump through which alike nations and families and isolated individuals whisper their joys and their sorrows, their convictions and their sympathies to all who listen for their coming.”

Indeed, the United States Postal Service is one of the few government agencies required by the United States Constitution. Just as our framers knew not to require every person to have a horse, but to build instead a document that could last through centuries of rapid technical advancement, I deeply suspect that if Vint Cerf — upon sailing west and deciding with his colleagues to found a new country — would not write a constitution giving Congress the authority to develop post roads without first giving it the authority to lay fiber. Who, knowing of today’s technology when starting a country, would invest in yesterday’s?

This country was founded upon the principles of universal access to a network. It’s been vital to the underpinnings of commerce and democracy, and while “access to the Internet” may not specifically be a human right, connection to the network of citizens has been a civil right that’s been vital to our democracy since the very beginning.

The New Post Office Building

By Richard E. Miller, October 23, 2011

Simon & Garfunkel – Kathy’s Song

Emerge dal pozzo della memoria una canzone bellissima e malinconica, che non riascoltavo da tempo. Chissà perché nemmeno Paul Simon si ricorda di metterla nei suoi concerti.

Per di più ha delle parole memorabili, tra cui spicca questa quartina:

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you.

C’è stato un periodo della mia vita in cui questa canzone, e in particolare questa strofa, sono stati un mantra che canticchiavo tra me e me e mi dava la forza di andare avanti, anche se la ragazza che allora amavo (e che naturalmente non ho mai smesso d’amare, poiché sono costante anche se non sempre fedele …) era lontana e la mia giovinezza era tormentata da dubbi esistenziali (ora è tormentata di dubbi esistenziali la mia età matura).

Ho già parlato in passato di canzoni che hanno avuto per me questa importanza (per esempio qui a proposito di un brano dei Pink Floyd).

Ecco il testo completo:

I hear the drizzle of the rain
Like a memory it falls
Soft and warm continuing
Tapping on my roof and walls.

And from the shelter of my mind
Through the window of my eyes
I gaze beyond the rain-drenched streets
To England where my heart lies.

My mind’s distracted and diffused
My thoughts are many miles away
They lie with you when you’re asleep
And kiss you when you start your day.

And a song I was writing is left undone
I don’t know why I spend my time
Writing songs I can’t believe
With words that tear and strain to rhyme.

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you.

And as I watch the drops of rain
Weave their weary paths and die
I know that I am like the rain
There but for the grace of you go I.

Quest’ultimo verso riprende una frase divenuta proverbiale in inglese: “There but for the grace of god go I.” Il significato è più o meno questo: quando un altro viene colpito da una disavventura o da una disgrazia, si può commentare che noi stessi potremmo esserci trovati nelle stesse condizioni se non fosse stato per la provvidenza.

Secondo i più (ma si levano anche voci scettiche) la frase sarebbe stata coniata dal predicatore inglese John Bradford (circa 1510–1555), che ne avrebbe pronunciato una variante (“There but for the grace of God, goes John Bradford”) vedendo dei criminali avviati al patibolo. La sua fede nella divina misericordia, peraltro, non era del tutto ben riposta, giacché egli stesso fu condannato al rogo come eretico nel 1555.

E dato che il vizio delle frasi memorabili non gli era passato, si racconta che le sue ultime parole, dette al suo compagno di supplizio, siano state: “We shall have a merry supper with the Lord this night.”

John Bradford

wikipedia.org

Gli individui non informati alla base del consenso democratico

Un articolo pubblicato su Science nel numero dello scorso 16 dicembre 2011 ha suscitato un enorme interesse anche tra i non addetti ai lavori.

È bene dire subito, per non cadere anche noi in un errore frequente, che abbiamo puntualmente denunciato, che la parte sperimentale della ricerca di Iain Couzin e dei suoi colleghi fa riferimento al comportamento dei pesci (anche se gli stessi autori concludono che “i loro risultati suggeriscono l’esistenza di un principio che potrebbe essere esteso alle decisioni auto-organizzate di agenti umani” – “these results suggest a principle that may extend to self-organized decisions among human agents.”)

Seguiamo il ragionamento degli autori: quando si tratta di assumere decisioni collettive, sono frequenti i conflitti d’interesse tra diversi membri del gruppo e il mancato raggiungimento del consenso può essere costoso. In queste circostanze, i singoli individui possono essere vittime della manipolazione di minoranze estremiste o comunque fortemente orientate. In passato, si è sostenuto – con riferimento tanto agli esseri umani quanto agli animali – che i gruppi sociali che comprendono individui disinformati o con preferenze deboli sono particolarmente vulnerabili alle manipolazioni. Nel loro articolo, gli autori sostengono – con argomentazioni teoriche ed evidenze sperimentali – che in molte situazioni una minoranza fortemente orientata può determinare la scelta dell’intero gruppo, ma che la presenza di individui disinformati inibisce spontaneamente questo processo e restituisce il controllo alla maggioranza numerica. I risultati presentati, in altre parole, sottolineano il ruolo degli individui disinformati nel raggiungimento del consenso democratico in contesti caratterizzati da vincoli informativi e da conflitti all’interno del gruppo.

L’articolo può essere raggiunto dal link qui sotto e (contrariamente alle abituali politiche di Science) scaricato integralmente.

Uninformed Individuals Promote Democratic Consensus in Animal Groups

Conflicting interests among group members are common when making collective decisions, yet failure to achieve consensus can be costly. Under these circumstances individuals may be susceptible to manipulation by a strongly opinionated, or extremist, minority. It has previously been argued, for humans and animals, that social groups containing individuals who are uninformed, or exhibit weak preferences, are particularly vulnerable to such manipulative agents. Here, we use theory and experiment to demonstrate that, for a wide range of conditions, a strongly opinionated minority can dictate group choice, but the presence of uninformed individuals spontaneously inhibits this process, returning control to the numerical majority. Our results emphasize the role of uninformed individuals in achieving democratic consensus amid internal group conflict and informational constraints.

Iain D. Couzin

icouzin.princeton.edu

Il CouzinLab dell’università di Princeton (eh sì, temo che Couzin, che compirà 38 anni il prossimo 11 febbraio, sia molto consapevole della sua bravura …) ha un programma di ricerca affascinante e ambizioso, che tocca corde a me molto care (chi mi conosce, soprattutto tra chi è stato mio studente, lo sa).

Animal groups such as bird flocks, fish schools and insect swarms frequently exhibit complex and coordinated behaviors that result from social interactions among individuals. A fundamental problem in a wide range of biological disciplines is understanding how functional complexity at a macroscopic scale (such as the functioning of a biological tissue) results from the actions and interactions among the individual components (such as the cells forming the tissue). Since they can be readily observed and manipulated animal groups present unrivaled opportunities to link the behavior of individuals with the functioning and efficiency of the dynamic group-level properties. The CouzinLab is a highly interdisciplinary environment with a closely integrated experimental and theoretical research program to elucidate the fundamental principles that underlie collective behavior across levels of biological organization.

Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano. Torniamo all’articolo sul ruolo degli individui disinformati nel raggiungimento del consenso democratico.

Notemigonus crysoleucas

wikipedia.org

La parte sperimentale dell’articolo è condotta su pesci appartenenti alla specie Notemigonus crysoleucas, un pesce d’acqua dolce che vive in branchi ed è naturalmente attratto dal colore giallo. I collaboratori di Couzin ne hanno addestrato la maggioranza ad andare contro i propri istinti e a nuotare verso un bersaglio blu a un’estremità dell’acquario e una minoranza a seguire la loro preferenza naturale nuotando verso il bersaglio giallo all’altra. Quando i ricercatori hanno messo insieme i due gruppi, la minoranza (chiamiamolo il “partito giallo”) ha prevalso sulla maggioranza (il “partito blu”) trascinando l’intero branco verso il bersaglio giallo nell’80% dei casi. L’attrazione naturale verso il giallo si traduce in una motivazione più forte dei singoli individui, che prevale anche quando sono una minoranza. Ma la situazione cambia radicalmente quando si aggiungono esemplari di Notemigonus crysoleucas che non sono stati sottoposti a nessun addestramento: al crescere dei pesci “disinformati” l’influenza del “partito giallo” declina rapidamente e la maggioranza del “partito blu” riprende il controllo di tutto il branco.

Ha commentato lo stesso Couzin:

Adding those individuals dramatically changes the outcome of group decision-making. They inhibit the minority and support the majority view, and this allows the majority to be heard and that view to dominate. We thought, ‘Wow, that’s kind of interesting,’ because you don’t normally think that adding uninformed individuals to decision-making processes would have that sort of democratizing effect.

Abbastanza prevedibilmente, l’articolo ha avuto una forte esposizione mediatica, soprattutto negli Stati Uniti. Un primo motivo è che, come abbiamo visto, Couzin e i suoi sono molto attenti alla loro immagine (e nel competitivo mondo dell’accademia statunitense non può essere altrimenti). In secondo luogo, il campo del modelli in cui comportamenti collettivi emergenti sono l’effetto delle decisioni di agenti singoli (ne abbiamo parlato anche noi a proposito di Thomas Schelling – qui, qui e qui – e di Mark Buchanan) è di grande interesse “ideologico” sia per chi si colloca “a destra”, nell’area dei super-liberisti fautori della supremazia del mercato come regolatore super-efficiente, sia per chi si schiera “a sinistra”, sul versante liberal e con qualche tinta anarchica dello schieramento democratico.

Peraltro il dibattito è stato stimolato da Science nello stesso numero, in un “editoriale” (Perspective) di Jevin D. West e Carl T. Bergstrom che si chiedeva se l’ignoranza può promuovere la democrazia (Can Ignorance Promote Democracy?):

Ideas are like fire, observed Thomas Jefferson in 1813 — information can be passed on without relinquishing it. Indeed, the ease and benefit of sharing information select for individuals to aggregate into groups, driving the buildup of complexity in the biological world. Once the members of some collective — whether cells of a fruit fly or citizens of a democratic society — have accumulated information, they must integrate that information and make decisions based upon it. When these members share a common interest, as do the stomata on the surface of a plant leaf, integrating distributed information may be a computational challenge. But when individuals do not have entirely coincident interests, strategic problems arise. Members of animal herds, for example, face a tension between aggregating information for the benefit of the herd as a whole, and avoiding manipulation by self-interested individuals in the herd. Which collective decision procedures are robust to manipulation by selfish players? On page 1578 of this issue, Couzin et al. show how the presence of uninformed agents can promote democratic outcomes in collective decision problems.

Lo stesso sito del CouzinLab tiene aggiornato una pagina dedicata alla reazione dei media all’articolo, completo dei link necessari a leggere gli articoli:

Media attention following our recent Science paper

Mi limito a segnalare l’articolo del Wall Street Journal, pubblicato lo scorso 7 gennaio 2012, che non mi pare sia stato incluso nella rassegna del CouzinLab ed è stato scritto da Jonah Lehrer, l’autore di How We Decide:

Why Ignorance Is Democracy’s Bliss

Le conclusioni di Lehrer mi lasciano molto perplesso:

Of course, many political scientists have criticized this extrapolation from golden shiners to democratic government, noting that not all independent voters are ignorant—some are simply moderate—and that a minority doesn’t always represent an extreme view.

Nevertheless, this research helps to explain the importance of indifference in a partisan age. If every voter was well-informed and highly opinionated, then the most passionate minority would dominate decision-making. There would be no democratic consensus—just clusters of stubborn fanatics, attempting to out-shout the other side. Hitler’s rise is the ultimate parable here: Though the Nazi party failed to receive a majority of the votes in the 1933 German election, it was able to quickly intimidate the opposition and pass tyrannical laws.

So the next time a poll reveals the ignorance of the voting public, remember those fish. It’s the people who don’t know very much who make democracy possible.

Camera dei deputati

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Charles Yu – How to Live Safely in a Science Fictional Universe

Yu, Charles (2010). How to Live Safely in a Science Fictional Universe. New York: Vintage. 2010.

How to Live Safely in a Science Fictional Universe

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Un romanzo di profonda introspezione, che ho avuto la sfortuna di leggere, sul finire dell’estate scorsa, in un momento per me piuttosto difficile. E la lettura del romanzo di Yu ha contribuito ad aumentare la mia tristezza. Sono situazioni, però, in cui senti quello che leggi più tuo, e maturi una sorta di affinità e complicità con l’autore, come se lo conoscessi da tempo.

L’autore (Charles Yu) e il protagonista del libro (Charles Yu: omonimo, l’opposto di eteronimo, naturalmente) sono molto lontani da me, in realtà, quali che siano le metriche che si intende applicare: Yu l’autore è nato nel 1976 a Los Angeles, si è laureato a Berkeley all’University of California e alla Columbia Law School e vive a Santa Monica (sempre in California, vicino a Los Angeles) con la moglie Michelle e due figli.

Charles Yu

© 2011 Larry D. Moore - wikipedia.org

Yu il protagonista del libro vive in un piccolo universo completo soltanto al 93% (MU31, Minor Universe 31) dove lavora come riparatore di macchine del tempo, autonomo ma affiliato alla Time Warner Time, proprietaria dell’universo che gestisce come un complesso spazio-temporale d’intrattenimento. Yu vive in una sorta di roulotte con un cane (per lo più ipotetico) e un computer intelligente dalla sexy voce femminile di cui è innamorato.

Ma c’è poco da ridere. O meglio, come nella vita vera, si ride, si piange e si riflette, tutto insieme. In MU31, apparentemente, la tecnologia conta poco e anche il divertimento, nonostante l’approccio della Time Warner Time, è secondario. Quello che gli umani di MU31 fanno con le macchine del tempo è soprattutto tornare nel proprio passato, soprattutto nei punti percepiti come momenti decisivi (eh sì, sempre l’ergodicità), per cercare di rimettere in carreggiata la propria vita disastrata. Ma questo non si può proprio fare. Il risultato è spesso quello di aggiungere disastro a disastro.

Lo stesso Yu non è immune da questo tipo di casini. L’anziana mamma è parcheggiata in un loop temporale, dove continua a cucinare il pranzo della domenica. Yu è alla ricerca del padre – ecco un altro novello Telemaco-Stephen Dedalus – che dopo avere scoperto i principi e le tecnologie che consentono i viaggi nel tempo, incompreso, si è perduto nel cronoverso. Yu, poi, incontra il suo sé futuro e gli spara …

* * *

Concludo la mia breve recensione, come faccio sempre, con le citazioni che mi sono appuntato durante la lettura: danno comunque un’idea dell’atmosfera e dello stile del romanzo. Come di consueto il riferimento è alla posizione sul Kindle:

Time isn’t an orderly stream. Time isn’t a placid lake recording each of our ripples. Time is viscous. Time is a massive flow. It is a self-healing substance, which is to say, almost everything will be lost. We’re too slight, too inconsequential, despite all of our thrashing and swimming and waving our arms about. Time is an ocean of inertia, drowning out the small vibrations, absorbing the slosh and churn, the foam and wash, and we’re up here, flapping and slapping and just generally spazzing out, and sure, there’s a little bit of splashing on the surface, but that doesn’t even register in the depths, in the powerful undercurrents miles below us, taking us wherever they are taking us. [225]

[…] what my mother felt, all the way right up to the end, before she stopped having new feelings and became content to have the old feelings over and over again. [271]

The workweek was a structure, a grid, a matrix that held him in place, a path through time, the shortest distance between birth and death. [471]

[…] it’s true: time does heal. It will do so whether you like it or not, and there’s nothing anyone can do about it. If you’re not careful, time will take away everything that ever hurt you, everything you have ever lost, and replace it with knowledge. Time is a machine: it will convert your pain into experience. Raw data will be compiled, will be translated into a more comprehensible language. The individual events of your life will be transmuted into another substance called memory […] [719]

As if I were an incense stick incrementally burning off, first into smoke, and then becoming a part of the room. [1444]

The present incense will become the very stuff that props itself up, and allows other, future incense to stand vertically, for a time, each current incense unable to stand alone, only able to perform its function with the help of all other past incense, like time itself, supporting the present moment, as it itself turns into past, each burning stick transmitting the prayers sent through it, releasing the prayers contained within it, nothing but a transitory vehicle for its contents, and then releasing itself into the air, leaving behind only the burnt odor, the haze and residue of uncollectible memory, and at the same time becoming part of the air itself, the very air that allows the present to burn, to combust, to slowly work itself down into nothingness. [1476]

This isn’t the past or the future tense, it’s the subjunctive. [1538]

Are you sure you’re you? Are you sure you didn’t slip out of yourself in the middle of the night, and someone else slipped into you, without you or you or any of you even noticing? [1624]

Living is a form of time travel. Time travel is a physical process. [1814]

My father had begun asking my opinion about the world. He was admitting, in his way, what he didn’t know, what confused him, what frustrated him in this country, at work, in this town, both close and far from the center of everything. He was asking me if I was ready to be part of our family, ready to help him, ready to be a numerator. [1923]

Everyone has a time machine. Everyone is a time machine. It’s just that most people’s machines are broken. The strangest and hardest kind of time travel is the unaided kind. People get stuck, people get looped. People get trapped. But we are all time machines. We are all perfectly engineered time machines, technologically equipped to allow the inside user, the traveler riding inside each of us, to experience time travel, and loss, and understanding. [1955]

This man is someone for whom the world isn’t a mystery. The world is a boulder, but it has levers and he knows when and where and how to apply just the right amount of force, and it moves for him, while my father and I, pushing up against it, don’t have any angle, any torque, no grip or traction or leverage. My father thinks success must be in direct proportion to effort exerted. He doesn’t know where or how to exert the least amount for the most gain, doesn’t know where the secret buttons are, the hidden doors, the golden keys. He thinks that, even if you have a great idea, there have to be trials and tribulations, errors and failures, a dark night of the soul, a slog, a time in the desert, a fallow period, a period of quiet, a period of silent and earnest and frustrated toiling before emerging, victorious, into the sunshine and acclaim. [2070]

[…] for a brief moment at the top of the arc, we weigh nothing and it seems like maybe the arc wasn’t an arc after all, but a straight shot, up to where we have been looking, not aiming, afraid to even admit our aim could ever be so high, but looking, secretly, at a different trajectory of life, and in that moment I think maybe we might have escaped the pull of our lives […] [2147]

Failure is easy to measure. Failure is an event. Harder to measure is insignificance. A nonevent. [2158]

Hitting the peak of your life’s trajectory is not the painful part. The painful day comes earlier, comes before things start going downhill, comes when things are still good, still pretty good, still just fine. It comes when you think you are still on your way up, but you can feel that the velocity isn’t there anymore, the push behind you is gone, it’s all inertia from here, it’s all coasting, it’s all momentum, and there will be more, there will be higher days, but for the first time, it’s in sight. The top. The best day of your life. There it is. Not as high as you thought it was going to be, and earlier in your life, and also closer to where you are now, startling in its closeness. That there’s a ceiling to this, there’s a cap, there’s a best-case scenario and you are living it right now. [2163]

At some point in your life, this statement will be true: Tomorrow you will lose everything forever. [2450]

Holy Mother of Ursula K. Le Guin. [2481: come esclamazione. Chi conosce la fantascienza e le sue divinità sa che è un’invocazione appropriata alla grande musa]

[…] Grand Unified Theory of Chronodiegetic Forces—a governing law that would serve as a common root for the disparate forces that operate in the axes of past, alternate present, and future, or more formally, the matrix operators of regret, counterfactual, and anxiety. [2611]

Eresia

Ho la sensazione di essere stato troppo “buonista” in questi giorni: ieri la maggior parte dei contatti mi è arrivata dal sito cyberteologia.it, probabilmente per l’aggiornamento al post Beati gli hacker, perché loro è il regno dei cieli. Per questo ho bisogno di un po’ di eresia e di libero pensiero.

Secondo il Vocabolario Treccani:

1. Dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa cattolica e, per estensione, alla teologia di qualsiasi chiesa o sistema religioso, considerati come ortodossi.

2. per estensione e in senso figurato:

a. Idea o affermazione contraria all’opinione comunemente accettata: eresia poetica; eresia artistica; un articolo, un discorso pieno di eresie; i suoi giudizî sul nostro Risorgimento sono grosse eresie; in riferimenti politici, atteggiamento che contrasta con i principî dottrinali e le linee direttive (di un partito, di un regime, ecc.).

b. Grosso sproposito, richiesta esagerata: stai dicendo eresie; mille euro per la riparazione? ma è un’eresia!

c. familiare: Bestemmia: non mi far dire eresie!

3. anticamente: Discordia; con questo significato anche nel proverbio: la prima è moglie, la seconda compagnia, la terza eresia.

Jan Hus al rogo

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Come spesso accade, l’etimologia ripulisce il termine dal senso “denigratorio” assunto nel tempo (ovviamente per responsabilità di chi gli eretici, potendo, li bruciava vivi) e lo nobilita riportandolo alla libertà di scelta e di pensiero.

Eresia, infatti, ci giunge – attraverso il latino haerĕsis, che ha già il significato ecclesiastico – dal greco αἵρεσις, che significa «scelta» e deriva dal verbo αἱρέω «scelgo».

Sono parenti di eresia anche aferesi (soppressione di una vocale o sillaba iniziale: la Puglia invece di Apulia), dieresi (la divisione di un gruppo vocalico nel corpo di una stessa parola, in modo che le due vocali non formino dittongo ma appartengano a due sillabe diverse – pa-ùra – e il segno diacritico con cui in determinati casi si segna tale divisione – rëale, atrïo) e la sineresi (che è il contrario della dieresi: pau-roso per pa-u-roso).