Somiglianze di famiglia o soltanto coincidenze? Donovan, Guccini e i Procol Harum

Delle somiglianze di famiglia (Familienähnlichkeiten) nell’accezione wittgensteiniana abbiamo già parlato seriosamente qui.

Adesso ne parliamo giocosamente, senza sapere se le somiglianze siano casuali, oppure implichino un plagio e semplicemente una “suggestione” più o meno inconscia, o se discendano da una radice letteraria comune …

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Cominciamo ascoltando con  attenzione.

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Wagner e la termodinamica [La decrescita felice 2]

Un’accusa frequente a chi si riconosce in una visione naturalistica dell’universo è che un approccio scientifico e razionale impoverisce la vita, privandola delle dimensioni delle emozioni e dei sentimenti. Non per sparare sulla Croce rossa, ma il primo esempio che viene in mente, qui e ora, è il Gramellini che se la prende con gli algoritmi:

La dittatura dell’algoritmo è l’ultimo rifugio di un certo tipo di persone, per lo più maschi intellettuali con il cuore a forma di granchio e gli occhi a forma di dollaro, che non riuscendo più a sentire niente si illudono di domare le loro insicurezze con una serie di algide formulette attinte dalla marea di dati personali che le nuove tecnologie mettono a disposizione. [Massimo Gramellini, “Abbasso gli algoritmi“, La Stampa del 6 novembre 2013; lo stesso Gramellini ha poi fatto una parziale marcia indietro]

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Invece, a me pare che le emozioni più profonde vengano da quella comprensione dei fenomeni che (a parer mio, va da sé) soltanto la scienza sa offrire.

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La decrescita felice e il suonatore Jones

L’altro giorno, la funzione shuffle di iTunes mi ha riproposto il brano La collina dall’album Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André (e Nicola Piovani e Fernanda Pivano e Giuseppe Bentivoglio e un po’ di Gian Piero Reverberi …). E qui è scattata tutta una catena di serendipità. Ma sarà il caso di andare con ordine.

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Luigi Siciliani – Di sera

Per anni sono stato perseguitato da una falsa memoria, o da una memoria imprecisa. Sia come sia, non cambiano i risultati.

Dovevo aver letto, su una qualche antologia della letteratura italiana del ginnasio o del liceo, una poesia che mi piaceva molto.

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Forse l’avevo anche imparata a memoria come compito a casa: alle medie l’indimenticabile e indimenticato professor Brivio e, al ginnasio, l’altrettanto indimenticabile e indimenticato Padre Egidio Edini ci facevano studiare le poesie a memoria. E, con il senno di poi naturalmente, sono loro molto grato. Il primo dei due, una volta che mi ero giustificato per non aver saputo recitare l’inno alla carità della 1ª lettera di Paolo ai Corinzi raccontando che avevo dovuto studiare il pianoforte (ma come si fa a far studiare una cosa così, mi dicevo, che non ha né rime né ritmo?), mi ammonì: «Sì, continua così, studia pure piano», provocando le risate di scherno di tutta la classe. Me l’ero cercata.

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Berlusconi e l’asino di Mr Bumble

Un personaggio di Oliver Twist, Mr Bumble, pronuncia a un certo punto del libro una frase che nei paesi di lingua e cultura anglosassone è divenuta proverbiale. Gli viene ricordato che la legge attribuisce al marito una responsabilità rispetto alle azioni della moglie, perché secondo la legge la moglie è soggetta agli ordini del marito. In tal caso, sbotta Mr Bumble, la legge è un asino.

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L’uovo di Galileo e il gesuita strapazzato

Il brano è uno dei più famosi del Saggiatore di Galileo Galilei, ma l’idea di scherzarci sopra e di cimentarmi nella parafrasi in italiano moderno dell’italiano secentesco del nostro è per me una tentazione troppo forte (come Oscar Wilde, «I can resist everything except temptation»).

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Sesso in chiesa: un precedente illustre

PARENTAL ADVISORY: QUESTO POST NON È ADATTO AI MINORI

Quando giorni fa (martedì scorso, il 16 aprile: ma sembra un’eternità, perché nel frattempo abbiamo assistito al collasso del PD e al contempo della fiducia nella democrazia italiana) ho riportato la storia della coppia di Rosignano colta a copulare in un confessionale del duomo di Cecina (certe cose non si fanno nella propria parrocchia, va da sé: è una questione di buon gusto; e il locale cronista de Il Tirreno ci tiene a farci sapere che non era gente di Cecina, che certe cosacce in chiesa non le fa, o se le fa le va a fare, che ne so, nella pieve di San Pietro in Palazzi o nella parrocchiale di Vada) …

Ma sto divagando. Dicevo: quando giorni fa ho riportato la storia accaduta nel duomo di Cecina, l’ho fatto perché leggendola è risuonato nella mia memoria un ricordo lontano, qualche cosa che avevo letto su Johann Sebastian Bach, sul suo viaggio a Lubecca per ascoltare Dietrich Buxtehude, sulla sua permanenza che era prevista in pochi giorni (nonostante il lungo viaggio a piedi) e si era invece protratta per 4 mesi, in un suo ritorno precipitoso …

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Ricordavo confusamente e in modo impreciso, come accade nel caso di letture ormai remote. Tra le varie fortune che ho avuto nella vita (ho avuto anche la mia buona dose di sfighe e disgrazie, ma non è questa la sede né per bilanci, né per recriminazioni), una è stata quella di poter seguire il ciclo di conferenze su Bach che Giulio Confalonieri tenne alla Piccola Scala di Milano (ne ho già parlato qui, ma non sono riuscito a trovare nulla sul web: qualcuno mi aiuta a ricostruire che anno fosse?). La storia di questo ragazzo poco più che ventenne (l’età di Bach in quell’autunno del 1705; io ne avevo una quindicina, forse) che si fa 400 km a piedi per andare da Arnstadt a Lubecca per ascoltare il grande organista Dietrich Buxtehude suonare quello che allora era forse il migliore e più grande organo al mondo in una favolosa cattedrale di mattoni rossi e che – con un permesso di 4 settimane – ci si ferma 4 mesi è di quelle che restano impresse. Alla narrazione originaria di Confalonieri si erano aggiunte nel tempo altre letture bachiane – dalla monumentale Frau Musika di Alberto Basso al Bach di Piero Buscaroli. Nella mia memoria, il Bach ventenne, arrivato a Lubecca, non soltanto aveva ascoltato Buxtehude, ma l’aveva incontrato, ne era stato allievo in una sorta di master class, si era visto offrire il posto di organista nella Marienkirche (Buxtehude aveva quasi 70 anni) ma a patto che Bach ne sposasse la figlia (più grande del nostro e, s’immagina, non particolarmente attraente, se anche Handel e Mattheson declinarono cortesemente l’affare).

In più ricordavo, vagamente, uno scandalo sessuale: Bach sorpreso dallo stesso Buxtehude insieme a una giovane coetanea sul panchetto dell’organo, intento a un genere d’esercizi diverso dalle scale e dagli accordi. «Ohibò,» avrebbe esclamato il vecchio organista, «sotto la cupola non si copula!» [scusate la licenza, e la citazione di una battuta – mi pare – di Roberto Benigni: la Marienkirche, come potete ben vedere, non ha cupola]

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L’invenzione di una mente lubrica come la mia? Nulla di più probabile (mi conosco abbastanza bene). Eppure …

Eppure, tanto per cominciare, Giulio Confalonieri non era estraneo allo stesso tipo di miscuglio tra sacro e profano, tra crasso ed elevato, tra nobile e popolaresco: e può dunque essere che una battuta nelle sue dotte conferenze l’abbia fatta, marcando a fuoco la memoria di un adolescente metaforicamente brufoloso com’ero all’epoca.

E poi, qualche cosa di non troppo diverso nella biografia di Bach è registrato. Pochi giorni dopo il rientro da Lubecca, il 21 febbraio 1706 il concistoro di Arnstadt chiama Bach a giustificare un’assenza protrattasi ben oltre i termini concordati. Era già il secondo richiamo, dopo un’inchiesta per rissa sfociata in un processo in 4 sedute (5, 14, 19 e 21 agosto 1705) e una severa ammonizione al giovane organista, colpevole di essere venuto alle mani con Johann Heinrich Geyersbach, un collega musicista che Bach aveva insultato pubblicamente chiamandolo Zippelfagottist, “suonatore di fagotto da strapazzo”. Ve ne fu un terzo, l’11 novembre 1706, in cui il concistoro fece osservare a Bach «che recentemente egli ha permesso che una giovane straniera facesse musica con lui nel coro.»

Piero Buscaroli non avanza esplicitamente l’ipotesi che la giovane straniera fosse la cugina di secondo grado Maria Barbara, che Bach avrebbe sposato di lì a poco. Fatto sta, però, che di lì a 20 giorni Bach avrebbe abbandonato l’impiego di Arnstadt per assumere quello di Mühlhausen (a uno stipendio inferiore, cosa decisamente inconsueta per l’oculato Bach). Lì, il 17 ottobre 1707, il nostro finalmente impalmò la cugina, che gli avrebbe dato 7 figli (di cui 3 morti in tenera età.

Lo dico per scrupolo: non si tratta della medesima Barbara Bach che – in epoca più recente – fu una Bond girl e poi sposò Ringo Starr.

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Alberto Basso non ha dubbi e ci ricama un po’ di più:

La «giovane straniera» era la cugina Maria Barbara: undici mesi dopo, la coppia protagonista dello scandaloso episodio – solo agli uomini e alle voci bianche competeva il servizio musicale nel tempio – si sarebbe unita in matrimonio. È verosimile che già da qualche tempo, forse un anno o due, Bach conoscesse la cugina sua coetanea (Maria Barbara era nata a Gehren il 20 ottobre 1684); e quella conoscenza, destinata a dare un primo saldo volto al mondo degli affetti bachiani, si era formata non occasionalmente e non superficialmente nella dimora del borgomastro di Arnstadt, Martin Feldhaus, nella cui abitazione Bach aveva preso alloggio. Maria Barbara […] doveva aver trovato nella casa del borgomastro di Arnstadt un tetto famigliare e ospitale: Feldhaus […] aveva sposato una Margarethe Wedermann, sorella della madre di Maria Barbara. Il grande passo verso la soluzione nuziale fu reso facile, forse scontato, da una coabitazione che gli offrì i mezzi più certi per valutare, attraverso i gesti e le reazioni, il pensiero e le parole, i gusti e le inclinazioni, gli atteggiamenti assunti dalla cugina davanti al vivere quotidiano.
[…] La tensione, dopo l’incivile eppur legittimo rimprovero che gli si muoveva a causa della cugina, dovette giungere a livelli insostenibili. [Basso 1979, Frau Musika, I, pp. 256-257]

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Ma chi elabora l’episodio fino a farne uno dei 10 racconti ispirati alla vita di Bach che costituiscono il suo Bravo, Sebastian è il fisico-letterato Andrea Frova. Fingendo di utilizzare come fonte le memorie di un improbabile discendente del maestro di Eisenach, Franz Ottokar Bach (recensendo il libro trovato su un banchetto, Susanna Schwarz racconta di aver chiesto all’autore se Franz Ottokar Bach fosse realmente esistito e di averne ricevuto risposta recisamente negativa), Frova trasforma l’episodio in un tour de force dell’ars amandi di un focoso Sebastian, descritto con tutti i canoni e le convenzioni della letteratura erotica.

Come gli amanti di Cecina (verosimilmente ignari di tanto illustre precedente) anche Sebastian e la cugina vengono sorpresi, ma fortunatamente non interrotti, dall’autorità costituita.

Sebastian guardava sua cugina Barbara distesa sui soffici cuscini rosso porpora del coro. Era pallida, gli occhi chiusi, le gote irrorate di lacrime. Ve l’aveva adagiata delicatamente, dopo averla tenuta abbracciata – svenuta così come appariva – per qualche minuto. Da quando si erano trovati soli nella sagrestia, Sebastian aveva avvertito una pressione crescente nella zona del basso ventre, che si irradiava su ambo i lati e gli imponeva il desiderio di uno sfogo liberatorio. Era certo stato sotto la spinta di questa carica fisiologica – rifletté Sebastian – che verso la fine del suo racconto si era lasciato trasportare dalla foga dell’improvvisazione. Era andato ben al di là di quanto si fosse mai prospettato! Però ne aveva tratto un gusto profondo, simile – benché più asciutto e concreto – alla frenesia gioiosa che gli provocavano le acrobazie virtuosistiche sulle tastiere dell’organo. Ma ora, non era il caso di negarlo, provava una certa apprensione.
Maria Barbara era sempre immobile, ma le sue guance andavano riprendendo il naturale colorito. – Com’è bella – mormorò Sebastian a fior di labbra, provando un’intensa attrazione fisica. Si rassicurò notando che Joachim non aveva ancora smesso di suonare. – Sarebbe un guaio se anche lui decidesse di venire ad ammirare le bellezze del coro – ragionò. Un pensiero l’assalì: – Ti sei cacciato in una situazione difficile, caro Johann Sebastian, illustre organista della Neue Kirche! Ma perché hai voluto ingrandire il senso di questo rapporto? –. Ripeté, questa volta ad alta voce: – Adorabile creatura, come sei bella!
Fissò per lunghi istanti il corpo interamente abbandonato di Barbara. Le carezzò con un gesto morbido una guancia e la piccola bocca carnosa. Le passò una mano sui capelli corvini, che le attraversavano il mento e si mescolavano sul collo. Notò che il volto di lei aveva assunto un aspetto sereno che ricordava quello degli angeli in certe pitture italiane. – Mia piccola deliziosa Barbara! – Esclamò. Le ripassò le dita sulle labbra, che risposero con una minuscola contrazione. La guardò di nuovo, poi si chinò su di lei, così vicino. da percepirne il fiato.
Fu allora che la mano di Sebastian si mosse. Si mosse quasi da sola. Con un gesto veloce raggiunse il corsetto di Maria Barbara, e prese a slacciare cautamente il nastro che lo stringeva. Quando il corsetto fu libero, lo divaricò in modo da mettere a nudo, una dopo l’altra, le piccole mammelle. L’armonia delle curve, l’equilibrio delle proporzioni, l’esatta simmetria, erano all’altezza dei violini più belli. Erano solide come acini d’uva e pulsavano con il ritmo del respiro, spingendo su e giù i capezzoli rosa, vellutati e appena turgidi, come per segnare il tempo di una musica silenziosa. Egli iniziò a carezzarle con il palmo delle mani, leggero leggero, e subito sentì la sua parte virile impennarsi in uno strappo deciso.
Sebastian non si era accorto che Barbara aveva avuto un fremito, ma vide molto bene il momento in cui la cugina aprì gli occhi. Guardava lontano, oltre il volto di Sebastian, come se egli non fosse presente. Spalancò le braccia e lo tirò sopra di sé, stringendolo con tutta la sua forza e lasciandosi andare a un pianto sommesso. Il bacio fremente che Sebastian le impresse sulla bocca aveva assai poco del garbo che egli aveva sempre usato nei riguardi di Maria Barbara.
– Ma come sono potuto giungere a tanto? – non aveva potuto fare a meno di chiedersi un istante più tardi. – Che azione indegna! Nella casa del Signore! Ma lei, in nome del cielo … lei … perché non mi ferma, perché mi ha seguito fino a questo punto?
Le stava sopra con tutto il peso, togliendole il fiato con i suoi movimenti convulsi, baciandole il volto, le spalle, il seno, toccandole freneticamente le altre parti del corpo. Sebastian non aveva mai raggiunto, con una donna, un simile grado di intimità fisica. E nondimeno, dopo l’ultima timorosa esitazione, aveva messo al bando ogni pensiero, agendo come se seguisse un percorso conosciuto da sempre. Con un gesto improvviso, aveva sollevato la massa voluminosa della gonna e con la mano andava carezzando la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce. Attraverso il fine tessuto, egli provava sensazioni del tutto nuove. I suoi polpastrelli, abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara. Ella appariva docile, sotto le mani di Sebastian, come se non avesse scelta. Però, quando egli cercava di vederla in viso, affondava il mento nel collo di lui e gli si stringeva addosso ancor più tenacemente.
Sebastian si rese conto che la parrucca, intrisa di sudore, gli era di grosso impiccio. Risolse di strapparsela di dosso e la fece volare al di là del leggio. Cadde proprio davanti all’organo da cappella e rimase a terra sparpagliata. Poi, con una mossa energica, afferrò presso l’ombelico le brache leggere che vestivano Barbara dalla vita in giù e le tirò verso il basso. L’indumento scese per un tratto, poi si squarciò di netto. Sebastian finì per lacerarlo del tutto, scaraventando la parte che gli era rimasta in mano nella stessa direzione della parrucca.
Il forte odore femminile che d’improvviso era giunto alle sue narici, aveva avuto l’effetto di eccitarlo ancor più, infondendogli una sorta di ebbrezza sulla quale aveva scarso controllo. Le sue dita furono attratte nella nicchia calda e umida, lasciata senza difesa. Egli le fece ondeggiare a lungo, usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello. Come un violoncello, Maria Barbara vibrava in tutta la persona. Ansimava, emettendo di quando in quando dei suoni soffocati, e si avvinghiava convulsamente al collo di Sebastian, fino a fargli male. Egli sentiva che il fondo del ventre era divenuto esplosivo e lo tirava verso il basso. Quando Barbara raggiunse il delirio, Sebastian si scoprì. Spinse con decisione, ma senza vera violenza. Ella fece un solo piccolo grido: – Mio Dio! – Sebastian era penetrato tra i lembi vivi di lei quasi all’istante.
La sensazione di subitaneo calore che aveva avvertito lo aveva spinto vicino alla soglia dell’orgasmo. Ciò lo fece tornare alla realtà: si impose di restare immobile e di prendere qualche istante per assaporare l’emozione che provava.
–  L’avrei mai creduto possibile? Barbara … mia … Barbara … e tra noi si è sempre parlato soltanto di musica, di arte, di nobili sentimenti di amicizia e di stima! Eppure tutto è stato così naturale, come se lo avessimo atteso da sempre! –. Un pensiero lo colse: – Ma lei, lei cosa prova? Saprà affrontare il domani o mi disprezzerà?
Quando prese a muoversi su e giù ritmicamente, fu subito in preda al piacere e ciò ebbe l’effetto di spazzare via d’un colpo i suoi pensieri. Si strinse a lei, e lei a lui, mentre il loro movimento diveniva sempre più sfrenato. Le loro bocche impazzite si cercavano, i loro capelli intrisi di sudore si confondevano. La musica nella cattedrale, che per qualche tempo aveva accompagnato sordamente la danza dei loro corpi, era ora cessata, senza che essi se ne fossero accorti. Sebastian avvertiva soltanto, e molto confusamente, che i muri della sagrestia facevano eco ai rumori scomposti del loro ardore.
Al momento dell’orgasmo, sembrò a Sebastian che il mondo si disperdesse, e tutta la sua attenzione si focalizzò nel punto dove lui e Barbara erano congiunti. Le spinte di lei raggiunsero un’intensità così alta, che Sebastian si sentì sollevato di peso, quasi che sua cugina avesse d’improvviso scoperto forze sconosciute al suo esile corpo di fanciulla. Gridarono entrambi, senza ritegno, e infine si arresero, abbandonandosi l’uno sull’altra, madidi di sudore, senza più energie.
Passarono lunghi minuti in un totale silenzio, senza che i due cugini rientrassero nella realtà. D’un tratto Sebastian udì un rumore secco, come d’una porta che sbatteva. Si alzò di scatto e volse lo sguardo verso l’ingresso della sagrestia: immobile, eretto in una posa minacciosa, li fissava il sovrintendente della Neue Kirche, con accanto il vice-diacono e poco più indietro il nipote Joachim Nepomuk, rosso in volto fino alla base della parrucca. Anche Maria Barbara si era rimessa in piedi e si affrettava in qualche modo a ricomporre la veste disastrata. Sebastian afferrò un cuscino e le coperse il petto. La guardò: si sbagliava, o negli occhi sbarrati di lei, tra i segni della costernazione, aveva visto balenare un guizzo luminoso? [Frova 1989, Bravo, Sebastian, pp. 54-58]
Mi spiace, caro Frova, ma non ti è venuto benissimo. Le scene erotiche sono difficilissime. E qui, oltre ai luoghi comuni del genere (la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce, il forte odore femminile, nicchia calda e umida lasciata senza difesa, penetrato tra i lembi vivi di lei, prese a muoversi su e giù ritmicamente, le loro bocche impazzite, la danza dei loro corpi, madidi di sudore senza più energie, …) c’è l’effetto inesorabilmente comico delle metafore musicali che Frova ci ha voluto intercalare: i seni di Maria Barbara sono “all’altezza dei violini più belli” e pulsano “con il ritmo del respiro, […] come per segnare il tempo di una musica silenziosa”; dal canto loro, i polpastrelli di Bach, “abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara”; il nostro, avvedutosi che Barbara non è d’avorio, cambia tecnica e strumento, ” usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello” e Barbara prontamente risponde “come un violoncello”, vibrando “in tutta la persona”. Per fortuna, dopo aver citato l’organo da cappella, ai piedi del quale si accumulano parrucche sudaticce e brachette strappate, hai resistito alla tentazione della cappella dell’organo. Io, come vedi, non ci sono riuscito.

Come smettere di preoccuparsi?

Pare che le considerazioni che seguono siano da attribuirsi a Mark Twain.

Il percorso con cui le ho scoperte è molto tortuoso: partono da un post di Maria Popova, How Not To Worry: A 1934 Guide to Mastering Life, che parla di un libro di James Gordon Gilkey (You Can Master Life) che a sua volta cita la Tavola delle preoccupazioni (Worry Table) predisposta da “un grande umorista” che, secondo Maria Popova, è Mark Twain, accreditato anche di aver detto:

I’ve had a lot of worries in my life, most of which never happened.

Ecco la tavola delle preoccupazioni, nella mia traduzione (per l’originale vi rimando al post di Brain Pickings How Not To Worry: A 1934 Guide to Mastering Life:

  1. Preoccupazioni relative a disastri che, con il senno di poi, non sono mai accaduti. Circa il 40% delle mie ansie.
  2. Preoccupazioni relative alle conseguenze di decisioni prese nel passato e rispetto alle quali, naturalmente, adesso non posso farci più niente. Circa il 30% delle mie ansie.
  3. Preoccupazioni relative a possibili malattie fisiche o mentali che, con il senno di poi, non si sono mai materializzate. Circa il 12% delle mie ansie.
  4. Preoccupazioni relative ai miei cari e ai miei amici, preoccupazioni che scaturiscono dall’aver dimenticato che si tratta di persone dotate di una normale dose di buon senso. Circa il 10% delle mie ansie.
  5. Preoccupazione con un reale fondamento. Forse l’8% delle mie ansie.

In sostanza, commenta Gilkey, per ridurre l’ansia è sufficiente concentrarsi sull’8% di preoccupazioni con un fondamento reale, trascurando il 92% di preoccupazioni infondate. In questo modo si può ridurre l’ansia del 92% oppure – guardando le cose da un altro punto di vista – essere liberi da preoccupazioni per il 92% del tempo.

Worry Table

Il ragionamento di Gilkey-Twain richiama l’opera di un artista americano, Andrew Kuo, di cui aveva parlato Brain Pickings in un’altra occasione, con questa didascalia:

Andrew Kuo presents his inner worries, arguments, counterarguments, and obsessions in the form of charts and graphs. In the three-tiered graph my Wheel of Worry, originally published in the May 16. 2010, New York Times Magazine, Kuo illustrates the things in his life that concern him and his specific feelings about each. On the graph’s innermost ring Kuo shows what causes him anxiety in the moments before sleep (loneliness, death, money, bedbugs, and the new York Knicks); in the middle ring he charts his very specific reactions to his credit card statement; on the outermost ring, what he thinks about as he scratches a lottery ticket. In this chart and others, Kuo brings the graphic language of scientific fact to the irrational emotions associated with everyday life.

brainpickings.org

Naturalmente questo post è affettuosamente dedicato a una persona, di cui non farò il nome ma che non farà fatica a riconoscersi.

Califano santo subito? La realtà supera la fantasia

Ringrazio Adam per la segnalazione.

Via dell’Arco di San Califfo a Trastevere (foto Blitz quotidiano)

Califano santo subito?

È in corso il processo di beatificazione di Franco Califano, che alcuni hanno osato incautamente paragonare al grandissimo e geniale Enzo Iannacci.

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Non capisco, naturalmente. Ma altrettanto naturalmente mi adeguo. E offro il mio modesto contributo, con un autentico Califano apocrifo.

Tu stai c’a vestaja e ch’i cosi….ch’i bigodini ‘n testa,
sei così brutta… che er sangue me s’aresta.
Noi stamio ‘nsieme da ‘na cifra d’anni…
in reartà…semio sposati… da un eternità….

…ma nun lo so, ogni vorta che te vedo…
me sento rinasce n’antra vorta,
è segno che l’ismania…ancora nun è morta,
….e ‘gni vorta che me scatafromboli sotto l’occhi….
tutto….tutto quer decortè… me sento n’omo novo….
e ce lo sai che d’è….

Me so’ngrifato… perchè me piaci ‘n frego e mezzo….
Me so’ngrifato… mo’ vojo batte er pezzo…
Me so’ngrifato… e tu che sei mi’ moje ce lo sai…
che pa’ngrifasse… no,nun è tardi mai………

Ma mo’ che d’è? Ma che m’hai combinatio?
So’ vere quelle storie… che la gente m’hanno ariccontato?
Nun ti abbastava ciò ch’io ti davo…
Amore e sesso….
Nun ti abbastaveno….
Mo’ co’ Giulio me fai fesso……….

Nun ce lo so….le sveje che t’ho dato…
nun ce voi sta’… nun voi ammette ch’hai scajato…
vattene via, scomparisci da davanti all’occhi mia…
me so’ncazzato… e tu vattene via……….

Me so’ covatio ‘na serpe ‘n seno tutti st’anni ma…..
so che la donna…no, nun si tocca….
ma a te ti carcio a carci ‘nbocca….
brutta troia!

Lillo- Scusa hai detto gioia?

Nooo… nun ho detto gioia…ma troia, troia, troia !!!!