Le conseguenze delle riunioni [1]

Qualche giorno fa, il 14 febbraio, Rachel Emma Silverman ha pubblicato sul Wall Street Journal un articolo intitolato “Dov’è il capo? In riunione” (Where’s the Boss? Trapped in a Meeting) in cui confermava che la credenza che chi ricopre posizioni dirigenziali passi una parte consistente del suo tempo in riunioni non soltanto è fondata, ma documentata quantitativamente da una serie di ricerche condotte dalla London School of Economics e dall’Harvard Business School nell’ambito di un progetto internazionale sull’uso del tempo dei manager (Executive Time Use Project). Secondo il progetto citato, il tempo trascorso in riunione è più di un terzo del tempo di lavoro settimanale.

Executive Time Use Project

Executive Time Use Project / The Wall Street Journal

Il working paper di cui parla l’articolo del WSJ, Span of Control and Span of Activity, è stato pubblicato l’11 febbraio 2012 dalla Harvard Business School da 4 autori, di cui 3 italiani (Oriana Bandiera, Andrea Prat, Raffaella Sadun e Julie Wulf). Gli autori hanno indagato un campione di 65 CEO (direttori generali) presenti a un corso della Harvard Business School, per 2/3 di imprese americane e per il resto di aziende europee e asiatiche. Con riferimento a una settimana rappresentativa, per intervista diretta e attraverso l’agenda tenuta dall’assistente personale, gli autori sono stati in grado di ricostruire la giornata e la settimana di lavoro di questi manager con una “definizione” temporale di 15 minuti. In media, gli intervistati hanno lavorato per 55 ore la settimana, di cui 18 spese in riunioni, più di 3 in telefonate e 5 in pranzi di lavoro. Al lavoro da soli erano dedicate in media 6 ore su 55. Circa 3/4 del tempo speso in riunioni è dedicato a riunioni interne, e l’impegno temporale cresce al crescere del numero di collaboratori che rispondono direttamente al CEO.

Interessante la discrepanza tra la percezione dei CEO rispetto al loro impiego del tempo e le evidenze emergenti dalle agende tenute dagli assistenti: i CEO pensano di impiegare più razionalmente il loro tempo e di dedicarne meno alle riunioni. Eppure, l’82% delle riunioni risulta essere stato programmato in anticipo, e la maggior parte delle riunioni interne vede coinvolta una pluralità di partecipanti.

Lo studio più recente riprende i temi di una ricerca precedente, condotta all’estero da 4 ricercatori italiani (Oriana Bandiera, Luigi Guiso, Andrea Prat e Raffaella Sadun; 3 sono coautori dello studio riassunto in precedenza) e “generosamente finanziata” (lo dicono gli autori) dalla Fondazione Roberto Debenedetti. La ricerca si era concentrata sui vertici di 94 imprese italiane e circola in rete, per quello che ho potuto vedere io, in almeno due versioni, peraltro pressoché identiche: una, datata 8 ottobre 2010, la trovate qui; l’altra, datata 25 febbraio 2011, si scarica da qui.

Il risultato saliente della ricerca “italiana” è che l’allocazione del tempo dei direttori è fortemente correlata alla produttività e alla profittabilità dell’impresa. A sua volta, la performance aziendale dipende in misura cruciale dalle scelte dei vertici: le riunioni esterne non danno un apporto significativo alla produttività, mentre le riunioni interne si associano a performance migliori.

Disavventure di un portatore di lenti a contatto

Ieri sera, tornando a casa, mi è caduta una lente a contatto in metropolitana. Porto lenti rigide e il modo di scalzarle dall’occhio è praticamente uno solo, il più stupido: infilarsi un dito nell’occhio. E così ho fatto io. Poche le speranze che si fosse spostata dalla cornea ma fosse ancora nell’occhio: non la sentivo (chi porta o ha portato le lenti sa di che cosa sto parlando). Mi sono toccato la faccia e le mani: a volte resta appiccicata sulla pelle. Niente. Ho guardato sui vestiti (per quello che ci vedevo con un occhio solo), aiutandomi anche con il tatto. Con poche speranze, anche perché in questo raro freddo romano sono imbacuccato, strati su strati di vestiario, come Totò e Peppino a Milano. Alla fine, con grande cautela, per evitare di schiacciare la lente con i piedi, nel caso fosse caduta a terra, mi sono chinato e messo a scrutare sul pavimento del vagone.

Con scarso successo e poche speranze, perché il pavimento del vagone è di quella classica gomma nera a bolloni. Se la lente a contatto si fosse evoluta per mimetizzarsi perfettamente sui pavimenti di gomma nera a bolloni, sarebbe esattamente così com’è. E vederci da un occhio solo ti priva del senso della profondità (visione stereoscopica) e rende difficoltosa la messa a fuoco.

Lente a contatto

wikipedia.org

Provate a immaginare la scena: un signore di mezza età, canuto, vestito elegantemente (giacca cravatta e tutto quanto), leggermente sovrappeso, si accuccia precariamente sul pavimento della metropolitana in corsa, estrae un iPhone, accende una pila a LED (l’iPhone può fare anche questo), tiene l’occhio destro chiuso (quello senza lente) ed esamina il pavimento con il sinistro.

Pensate che abba suscitato, non dico la solidarietà, ma almeno la curiosità dei presenti? Macché. Tutti hanno continuato a fare quello che facevano, leggere o ascoltare la musica con le cuffiette, per lo più comodamente seduti. Il treno ha cominciato a rallentare avvicinandosi a una stazione. Una signora si è avvicinata alla porta per scendere e mi ha visto accucciato a terra.

– Ha perso una lentina?, mi fa.

– Sì, dico io.

– Eh, che brutta cosa. Ma perché nessuno l’aiuta?

Soltanto allora una delle due ragazze sedute davanti a me ha infilato un dito nel libro che stava leggendo per tenere il segno e ha abbassato lo sguardo. Immediatamente ha visto la lente per terra e me l’ha segnalata.

Vicenda a lieto fine, dunque, quando già pensavo alla seccatura di dovermene far fare una nuova e restare bloccato per 1-2 giorni. Tantissime grazie alla ragazza che me l’ha trovata (“Che Santa Lucia ti protegga la vista”, avrebbe detto mia nonna). Prontamente. Be’, proprio prontamente no, prontamente dopo l’imbeccata della signora che si accingeva a scendere. A lei sono ancora più grato.

Le considerazioni che potrei fare sono fin troppo facili, e quindi non le farò. Ma certo deve essere penetrata profondamente nei nostri automatismi la norma tacita, di ispirazione laqualunquista, “Fatti i fatti tuoi (specialmente se sei in luogo pubblico).”

Rocco e la neve

Come il tenente Colombo, ci ho messo un bel po’ a capire che cosa non mi tornava nella nevicata romana della notte tra il 3 e il 4 febbraio. Un caso di dissonanza cognitiva, direi, che suona meglio che dire che una cosa non ti torna.

La mattina del 4 febbraio, dopo che durante la notte a Roma Sud si erano depositati 15-20 cm di neve, mi sono svegliato in un silenzio irreale. Sulla strada in cui abito, di solito abbastanza trafficata, non passavano macchine; né si sentivano voci umane. Quando ero bambino a Milano le mattine di neve non erano annunciate dal silenzio, ma dal rumore caratteristico delle pale che sgombravano strade e marciapiedi e ammucchiavano la neve in piccole catene montuose sul bordo tra marciapiede e carreggiata stradale.

Neve a Milano, 1946

forum.ilmeteo.it

Non ricordo mezzi spazzaneve, negli anni Cinquanta-Sessanta, ma molto lavoro manuale. All’inizio dell’inverno il Comune emetteva un’ordinanza che, oltre a stabilire gli obblighi dei proprietari degli edifici, stabiliva le modalità e i compensi del lavoro giornaliero di spalatura.

La cosa è ben raccontata in una scena di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (tra il 16° e il 22° minuto):

Angelo Maria Ripellino – Praga magica

Ripellino, Angelo Maria (1973). Praga magica. Torino: Einaudi. 2005.

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Ci ho messo anni prima di affrontare questo libro, che pure desideravo molto leggere e che molti mi avevano consigliato, per un motivo molto semplice e personale: era il libro che mio padre stava leggendo nei suoi ultimi giorni ed era sul comodino dell’ospedale quando è morto.

Mio padre non aveva viaggiato moltissimo: erano altri tempi. Per di più, mio padre era tecnicamente “sobrio” ben prima che Monti rimettesse in auge il termine. A Praga però c’era stato, con mia madre, nei primissimi anni Settanta: quando Praga era ancora sotto il cupo shock della repressione sovietica della Primavera del 1968.

Invece io ci sono stato pochi anni fa, dopo che la città era già stata trasteverizzata, sammarinata, monsammiscelizzata, scegliete voi. Sul ponte Carlo si fa a spallate e non sono neppure riuscito a entrare nella cattedrale di San Vito dalla fila che c’era.

Mio padre era tornato con qualche 33 giri della Supraphon: ricordo, tra le altre cose, le danze slave di Dvorak. Quando ci sono andato io, il negozio della Supraphon c’era ancora (le altre prestigiose etichette dell’est, dalla russa Melodia, all’ungherese Hungaroton, alla rumena Electrecord, sono stae tutte sacrificate alle divinità del libero mercato, che della cultura di disinteressa …) e i commessi restarono stupiti dal saccheggio che feci del loro catalogo.

Ripellino racconta un’altra Praga ancora, quello dell’incontro personalissimo e universale tra un siciliano, barocco per cultura e scrittura, e una città, barocca per stratificazione costruttiva e per atmosfera. Non c’è che da abbandonarsi all’evidente amore di Ripellino per la sua città e perdersi tra le sue divagazioni (coltissime ma non non esibite) che attraversano i tempi e i luoghi di Praga.

Naturalmente, chi non ama il barocco si astenga dalla lettura.

Intanto iniziamo (e da dove, sennò?) dal celeberrimo incipit:

Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero. Ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hasek, in qualche taverna, proclama ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell’obbedienza. Praga vive ancora nel segno di questi due scrittori, che meglio di altri hanno espresso la sua condanna senza rimedio, e perciò il suo malessere, il suo malumore, i ripieghi della sua astuzia, la sua finzione, la sua ironia carceraria.
Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Vítézslav Nezval ritorna dall’afa dei bar, delle bettole alla propria mansarda nel quartiere di Troja, attraversando la Vltava con una zàttera. Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, i massicci cavalli dei birrai escono dalle rimesse di Smíchov. Ogni notte, alle cinque, si destano i gotici busti della galleria di sovrani, architetti, arcivescovi nel triforio di San Vito. Ancor oggi due zoppicanti soldati con le baionette inastate, al mattino, conducono Josef Svejk giú da Hradcany per il Ponte Carlo verso la Città Vecchia, e in senso contrario, ancor oggi, la notte, a lume di luna, due guitti lucidi e grassi, due manichini da panoptikum, due automi in finanzíera e cilindro accompagnano per lo stesso ponte Josef K. verso la cava di Strahov al supplizio.
Ancor oggi il Fuoco effigiato dall’Arcimboldo con svolazzanti capelli di fiamme si precipita giú dal Castello, e il ghetto si incendia con le sue scrignute catapecchie di legno, e gli svedesi di Königsmark trascinano cannoni per Malá Strana, e Stalin ammnicca malèfico dal madornale monumento, e soldatesche in continue manovre percorrono il paese, come dopo la sconfitta della Montagna Bianca. Praga «fu sempre città di avventurieri», si legge in un dialogo di Milos Marten, «per secoli nido di avventurieri senza pietà né legami. Venivano a frotte dalle quattro parti del mondo a predare, a spassarsela, a spadroneggiare»: «e ciascuno strappava, ingoiava un pezzo della viva polpa di questa misera terra, la quale dava sino a esaurirsi, senza che alcuno le si desse, per ripagarla di ciò che le aveva tolto».
Troppo spesso asservita ed afflitta da ruberie e da soprusi, troppo spesso teatro alla spocchia di prepotenti stranieri, di masnade bruttissime di lanzichenecchi e gradassi, che ne fecero strazio e si lupeggiarono ogni sua sostanza. Quanti grugni porcini, impacciandosi nelle occorrenze di Praga, vi si sono accampati nel corso dei tempi: squassapennacchi dalle armature dorate e dal gonfio petto tintinnante di ciondoli, fratacchioni di tutte le confratèrnite e prelati del porta inferi, Obergauner che piombavano in side-car, seminando rovina, e machiavellisti e fratelli traditorissimi, e ceffi mongolici come in racconti di Meyrink, e qualche assessore di collegio caucasico, preposto a imbavagliare il pensiero, e ciurme di regolisti e di sgherri che, puntando il mitra, sbaiaffano fagiolate ideologiche, e interi conclavi di generali capocchi, tra i quali sia ricordato; per le innumere placche e medaglie che lo avviluppano, lo zelante Episciòv, coglione in crèmisi.
Alla soglia della seconda guerra mondiale Josef Capek, che sarebbe perito in un Lager nazistico, narrò in un ciclo di caricature la storia di due protervi stivali, due neri viscidi guitti che, moltiplicandosi come le salamandre, spargono per l’uníverso menzogna, sfacelo e morte. Ancor oggi pesanti stivali calpestano Praga, ne strozzano l’inventiva, il respiro, l’intelligenza. E, sebbene ciascuno di noi non si stanchi di sperare che queste sciagurate scarpacce, come quelle che disegnò Josef Capek, finiscano tra le cianfrusaglie di Chronos, il Gran Rigattiere, tuttavia molti si chiedono se, data la brevità della vita, ciò non accadrà troppo tardi. [pp. 5-6]

Vertiginoso, vero? Rileggetelo, vi prego. Non si può gustare e capire se lo si legge una volta sola. [E scusatemi per l’assenza dei caratteri tipografici speciali.]

La leggenda secondo cui gli alchimisti risiedevano nella Viuzza d’Oro risale, come quella golemica, al periodo del tardo romanticismo. Il Castello, città nella città, non era soggetto alle leggi vigenti nel resto di Praga: e per questo nel XVI secolo una ciurma di bottegai, di artigiani non registrati, di rivenduglioli, di gente fregiata di mal nome  pigliò alloggio nella cornice delle sue mura. Col muto consenso delle autorità nacque sopra il Fossato dei Cervi una spalliera di case-giocattolo aggrappate come un’aggiunta parassitica al complesso organismo del Castello. [p. 113]

Ma le cose si fanno funeste, quando è il Golem, l’argilla imbecille, ad imbertonirsi. Odor di cunno risveglia anche il limo, dentro le brache dell’orco si accende la mostruosa candela. E che tetraggine gufesca, che sentore di apocalisse in questa libidine. Si chiami Esther o Golde o Mirjam o Abigail, la figlia civetta del rabbi desta le voglie del grosso mandrone di luto. È conseguenza delle sue brame lascive l’ansia che lo bistratta, di uscire dalla condizione d’automa, di avere un’anima umana. [p. 170]

Secondo Capek, gli slogan, le rivolte, le prodigiose scoperte, anziché migliorare la condizione dell’uomo, conducono l’umanità allo sfacelo.
Di qui la sua propensione al buon senso, all’equilibrio, alla giusta misura, – propensione che potrebbe apparire irritante, se troppe esperienze, troppe ubbie progressiste, troppe falcate di superuomini non ci avessero ormai resi canuti e disposti, pur col rammarico di smettere gli attraenti tabarri romantici, a dargli in fondo ragione. Alquist, quasi alterego di Capek, asserisce: «Penso che sia più giusto collocare un solo mattone che tracciar piani troppo grandi». […] Un altro personaggio di R.U.R., il console Busman, afferma che non sono i grandi sogni, ma i minuti bisogni dei piccoli uomini a fare la storia. [p. 185]

In questa tragedia, folta di orrori, di ipèrboli, di forzature patetiche, di maccheronismi da cavalocchi […] [p. 193]

La città vltavina è oggi immersa di nuovo nell’oblivione del sonno, sotto un tórbido cielo non salutevole alla vita. E per le sue fogne, per le sue intercapèdini, per le sue cripte strisciano occulti Mydlári, Città-Kiebitz, che può solo guardare passivamente il giuoco a carte degli altri sulla sua carne. Immenso emporio di corde e di cànapi. Città dove, in ogni taverna, l’ombra sugnosa di un delatore, di un Bretschneider, tende l’udito al chiacchierìo degli ubriachi, dei disperati. Città-strega con maschera disciplinare dalle orecchie asinesche e col giogo sul collo. Città in cui basta un bagliore di pensiero ribelle negli ochi, per essere scaraventati in sozze e spaventevoli carceri, in immonde catorbie, con pane ed acqua di tribolazione. [pp. 233-234]

In un suo racconto Egon Erwin Kisch  narra di un ricco e maturo mercante di tappeti persiani, l’armeno Zadriades Patkanian che, trasferitosi a Praga, sposò Miluška, la giovane figlia di uno sbricio sellaio. Giorno e notte costui portava al fianco la sciàbola, con cui aveva ucciso a Erzurum la prima moglie. Nella fantasia di Miluška spaurita il truculento armeno prese a immedesimarsi col malèfico Turco del Ponte. Mentre quell’affumato babbione ciondolava nelle taverne, la puella correva dal proprio coetàneo Toník, un  cacaspezie, per giocare con lui a spaccafico. Una sera, tornando tardi dal congiungimento, Miluška per sacramanzìa scagliò un sasso contro la scimitarra del musulmano di pietra: e l’arma, staccatasi dall’impugnatura, cadde a terra in frantumi. L’armeno, che aspettava già da qualche ora col cervello fumante di gelosìa paladinesca e con un ghigno impiccatoio, consorte disavventurato, nell’estrarre la sciàbola per decapitare Miluška, si trovò tra le mani soltanto l’elsa. [p. 254]

Viviane, la crudele Dame du Lac, creatura Art Nouveau, alloppia il mago Merlino, che di lei si è invaghito, e, felice di aver incantato l’incantatore, lo inuma in un’arca nel folto della profonda foresta. Ma sul far della notte da ogni parte convengono a compiangere il mago in catalessi e a dialogare con la sua voce sepolta drùidi, serpenti, rospi, lucertole, pipistrelli, ranocchie, posticci santoni, un corvo, un gregge di sfingi, un gufo, la fata Morgana, elfi calzati di cristallo, Lilit, Angelica, Dalila, biscioni araldici, falsi Re Magi, San Simone stilita, e innumerevoli altre parvenze dei bestiari e delle favole antiche. [p. 328]

A distanza di oltre 35 anni, mi dà conforto pensare che mio padre malato possa aver tratto piacere in extremis dalle fantasmagorie barocche di Ripellino.

La pallina spacca-vetri

Come molti della mia generazione, ho vissuto un’infanzia deprivata (anche depravata, secondo le teorie di Freud: ma questa è tutta un’altra storia). Avevamo molto meno cargo dei bambini di adesso, come direbbe Yali, l’aborigeno della Nuova Guinea che compare nel Prologo di Guns, Germs, and Steel di Jared Diamond:

“Why is that that you white people developed so much cargo and brought it to New Guinea, but we black people had little cargo of our own?”

Era in parte una questione di economia – checché si possa pensare nell’attuale situazione, negli anni Cinquanta la ricchezza nazionale e il reddito pro capite erano molto più bassi di quelli di oggi: basta guardare le belle statistiche storiche pubblicate dall’Istat per i 150 anni dell’unità d’Italia per rendersene conto – e in parte una questione di tecnologia – molte delle cose che oggi diamo per scontato, a partire dall’onnipresente web, non esistevano ancora. Ma ormai sappiamo bene che economia e tecnologia sono strettamente legate tra loro, e che questo legame è una parte importante della risposta che possiamo dare a Yali: a una domanda simile fattagli da un capo Masai, Eric Beinhocker (del cui libro The Origin of Wealth abbiamo parlato qui) risponde introducendo il concetto e l’unità di misura dello SKU (stock-keeping unit, “articolo gestito a magazzino”).

Ma, al solito, sto divagando. Vorrei parlare di un cargo particolare che è mancato alla mia infanzia: penso che il suo nome ufficiale sia pallina rimbalzina, o almeno è con questo nome con cui l’ho trovata qui sul web e il lungo numero che potete vedere nella URL del link è il suo codice EAN (4002129106324) che ne identifica univocamente lo SKU.

Pallina rimbalzina marmorizzata

lapalla.it

A un certo punto sono comparse nella mia vita: non ricordo quando mi è capitato di vederne una e di giocarci, ma ricordo benissimo il fascino che esercitava su di me, semplicissima ma straordinariamente interessante. Per fortuna ho una sorella piccola (nata nel 1967) e due figli (1983 e 1985), circostanze che mi hanno consentito di giocare con la pallina rimbalzina (che nel mio lessico familiare si chiama pallina spacca-vetri) senza offrire su un piatto d’argento un indizio in più per chi ritene che la mia età mentale sia ferma a 8 anni.

Soltanto oggi, però, ho imparato perché la mia infanzia è stata deprivata della pallina spacca-vetri: per il semplice motivo che il polimero di cui è fatta non era stato inventato. La storia l’ho trovata qui:

The bouncy science of toy superballs

[T]he ball was invented surprisingly late in our history. It wasn’t until 1965 that materials science could come up with a cheap way to get maximum bounce. As many parents suspect, the missing ingredient was something infernal: sulfur. Scientist Norman Stingley was playing around with polybutadiene, a substance made up of long strings of carbon atoms. The strings tangled together, letting polybutadiene retain its shape without shattering, but the whole concoction needed something more. Stingley added a little heat and sulfur, and something diabolical happened.

Vulcanization, heating substances with sulphur, had been used before to make tires and raincoats. In the polybutadiene the process did what it always does, used the sulphur atoms to connect one string to the next at random points. Instead of a long string of tangled chains, which could be untangled, or at least pulled apart, the the substance became one big network of long strings tied together. It could be deformed, with force, but it would always snap back to where it started. What emerged was a hunk of material that was incredibly elastic. Happy with his discovery, Stingley named it Zectron, formed it into little lumps, marketed it with the Wham-O Manufacturing Company, and encouraged children around the world to hurl it around with reckless abandon.

Il segreto della pallina spacca-vetri è il suo coefficiente di restituzione. Per noi comuni mortali il coefficiente di restituzione è una misura di rimbalzevolezza: se lasciando cadere una pallina da un metro (senza imprimere un impulso verso il basso, e trascurando quisquilie come l’attrito eccetera) e la pallina rimbalza fino a raggiungere un’altezza massima di 50 cm, allora il coefficiente di restituzione è di 0,5 (50/100). Nerd, geek, fisici, mau puntati e re barbarici possono andare a vedere qui o qui. Il coefficiente di restituzione della pallina spacca-vetri è 0,9. Abbastanza per infinite possibilità di divertimento per noi bambini di 8 anni.

Stamattina, mentre discutevo della scoperta che avevo appena fatto con mio figlio, mi ha ricordato che nella primavera del 1998 avevamo visto insieme Flubber – Un professore tra le nuvole, un filmetto abbastanza idiota ma con un divertente Robin Williams e una sostanza molto simile allo Zectron.

Flubber è a sua volta il remake di Un professore tra le nuvole (The Absent Minded Professor) del 1961, un film della Disney che ricordo di aver visto da bambino al cinema. Su YouTube c’è la versione originale integrale:

Ma a questo punto mi è venuto in mente un altro film, visto da bambino in televisione, di cui ricordavo vagamente la trama: un professore scopre una sostanza che respinge le palle da baseball dal legno. Grazie al web, l’ho subito trovato (fatico anche ora a trattenere il mio entusiasmo quasi sensuale per la scoperta!): si chiama Quando torna primavera (It Happens Every Spring), è del 1949 ed è stato candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura. ecco la trama da wikipedia:

Vernon Simpson è un timido professore di chimica che non osa chiedere la mano della figlia del rettore perché perennemente al verde. Un giorno però, grazie a un maldestro tiro di baseball, scopre una sostanza che respinge il legno, diventerà un campione di baseball, ma saprà ritirarsi per sposare la ragazza che ama.

Anche in questo caso, YouTube permette di vedere l’originale. Ve lo consiglio (ma ricordatevi il fair use).

David Mitchell – The Thousand Autumns of Jacob de Zoet

Mitchell, David (2010). The Thousand Autumns of Jacob de Zoet. New York: Random House. 2010.

The Thousand Autumns of Jacob de Zoet

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Secondo Wikipedia, David Mitchell è nato a Southport (Merseyside), è cresciuto a Malvern (Worcestershire), ha studiato all’università del Kent, ha vissuto per un anno in Sicilia, nel 1994 si è trasferito a Hiroshima in Giappone. Attualmente vive a Clonakilty, sulla costa meridionale dell’Irlanda, con la moglie Keiko e due figli. E questo mi fa piacere, perché mi piace sentirmi un po’ vicino, anche geograficamente, agli autori che leggo: a Hiroshima non sono mai stato (in Giappone sono stato soltanto a Tokyo), ma a Clonakilty sì, nel 1980, anche se soltanto di passaggio andando da Cork verso Killarney via Skibbereen. Bel posticino senza tempo, tra l’oceano e il nulla.

Clonakilty

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Se la sua biografia spiega in maniera eccellente da dove gli venga l’accurata conoscenza del Giappone e della sua storia, le notizie sui Paesi Bassi dell’epoca (Jakob de Zoet, lo dice il nome, è olandese) devono essere il risultato di attività di ricerca. Sia come sia, il romanzo è un esempio affascinante di romanzo storico reinterpretato in chiave contemporanea, e fa venire in mente – come ho già scritto altroveThe Crimson Petal and the White di Michel Faber.

Il romanzo racconta, in realtà, più storie distinte, sullo sfondo del tentativo (ormai quasi disperato) del Giappone Edo di confinare a un’isoletta di fronte a Nagasaki i contatti commerciali con gli occidentali e di un cambiamento epocale degli equilibri europei, colti nel passaggio dall’egemonia olandese a quella britannica sotto i colpi della rivoluzione francese e dell’avventura napoleonica: Jacob de Zoet è convinto di perseguire una missione di moralizzazione per conto e con l’appoggio dei suoi superiori e viene crudelmente punito; persegue una storia d’amore impossibile; seguiamo una storia di ignoranza e crudeltà nella società tradizionale giapponese (con buona pace dell’illusione della superiorità e dell’integrità di quella società feudale). Ma alla fine la vicenda conta relativamente poco (e forse qualche lungaggine e qualche diversione troppo insistita sono tra i difetti del romanzo, o forse tra i suoi eccessi: in questo sito sono elencati 125 personaggi in ordine di apparizione, ma lo stesso estensore ammette di averne trascurati un’altra trentina che compaiono una sola volta!) rispetto alla prepotenza con cui si impongono i due indiscussi protagonisti, Jacob e Orito. Ma forse è proprio questo l’eterno dilemma del romanzo storico: il difficile equilibrio tra la tela di fondo e i protagonisti in primo piano.

Nello scrivere questa recensione, mi sono imbattuto (la serendipità, ancora una volta; ma la serendipità è la santa patrona del web) in un sito bellissimo che non conoscevo: si chiama the complete review e si autodefinisce “A Literary Saloon & Site of Review. Trying to meet all your book preview and review needs. ”

In pratica è un sito di meta-recensioni, che per ogni opera offre una scheda informativa, un elenco e alcuni estratti delle recensioni pubblicate sull’opera, una recensione dei curatori del sito stesso e una pluralità di risorse e link.

La recensione del romanzo di David Mitchell è qui.

Tra gli estratti di recensione presentati, quello con cui mi trovo più in linea è quello di Dave Eggers su The New York Times Book Review (strano, dirà qualcuno di voi, perché non mi era piaciuto A Heartbreaking Work of a Staggering Genius e non ho più letto nulla di suo). La recensione la trovate qui, ma consentitemi di citarne la conclusione:

[T]his is a book about many things: about the vagaries and mysteries of cross-cultural love; about faith versus science; about the relative merits of a closed society versus one open to ideas and development (and the attendant risks and corruptions); about the purity of isolation (human and societal) versus the messy glory of contact, pluralism and global trade. It captures Japan at a crucial time in its history, on the cusp of opening its borders and becoming a world power, and catches Holland as its own colonial prominence is waning.
If the book sounds dense, that’s because it is. It’s a novel of ideas, of longing, of good and evil and those who fall somewhere in between. And are there even nods to the story of Persephone, also born of privilege, also found plucking exotic fruit, also abducted — whose removal from the world causes the world’s seasons? Maybe, maybe not. There are no easy answers or facile connections in “The Thousand Autumns of Jacob de Zoet.” In fact, it’s not an easy book, period. Its pacing can be challenging, and its idiosyncrasies are many. But it offers innumerable rewards for the patient reader and confirms Mitchell as one of the more fascinating and fearless­writers alive.

* * *

Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione kindle.

It is a gift from your ancestors and a loan from your descendants. [367]

Respect, he thinks, cannot be commanded from on high. [845]

“‘South of Gibraltar,’” quotes Captain Lacy, “‘all men are bachelors.’” [1271]

“A tidy metaphor does not make a wrong thing right.” [2614]

“Loyalty looks simple,” Grote tells him, “but it ain’t.” [2686]

“Not constitutional laws. I mean real laws: laws of the non si fa.” [2880]

“[…] What privileges I enjoy, I earned.” [2893]

“Joke is secret language”—she frowns—“inside words.” [3024]

Creation never ceased on the sixth evening, it occurs to the young man. Creation unfolds around us, despite us, and through us, at the speed of days and nights, and we like to call it “love.” [3102]

Expensive habit is honesty. Loyalty ain’t a simple matter. [4067]

“The present is a battleground”—Yoshida straightens his spine as best he can—“where rival what-ifs compete to become the future ‘what is.’ [4824]

Science, like a general, is identifying its enemies: received wisdom and untested assumption; superstition and quackery; the tyrants’ fear of educated commoners; and, most pernicious of all, man’s fondness for fooling himself. [4961]

To implant belief, Orito thinks, is to dominate the believers. [5738]

“What better spy than one above suspicion?” [6361]

[…] lawful wedlock, awful bedlock […] [7891]

Ten percent of profits—let us call it the ‘brokerage fee’—is a sight better than a hundred percent of nothing. [8261]

“[…] We suffer from a shortage of hard facts.”
“It’s our shortage of arms,” says Arie Grote, “what worries me. […]” [8499]

The men prefer cash to posterity [•…] [8947]

[…] “we have just enough religion to make us hate, but not enough to make us love. […]” [8975]

‘Our friends show us what we can do; our enemies teach us what we must do.’ [10049: citazione di Goethe]

“[…] ‘Knowledge exists only when it is given ….’” Like love […] [10710]

Soratte [2]

Oggi, per la prima volta nella mia vita, anche se sfrecciando a 250 km all’ora e per pochi istanti tra una galleria e l’altra, ho visto le 3 cime del Soratte biancheggiare per la neve.

Spettacolo raro, perché il Soratte è alto soltanto 691 metri, anche se spicca tra le alture circostanti per il suo profilo tipico. E grande emozione per chi, avendo studiato al liceo classico, ha tradotto e amato le poesie di Orazio.

Ne ho già parlato in questo blog. Ma non posso non riprodurre il post oggi.

* * *

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto?
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
quem Fors dierum cumque dabit, lucro
adpone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
conposita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intumo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
[Orazio, Carmina, I, 9]

Provo una traduzione (il mio latino è arrugginito, ma vorrei provare a essere fedele e poco paludato e a trasmettere la modernità di questa poesia)

Guarda il Soratte candido per la neve alta: gli alberi stanchi non ne reggono il peso e per il gelo pungente i fiumi sono gelati.
Allontana il freddo aggiungendo legna al fuoco del camino, Taliarco, e versa ancora di quel vino vecchio.
Tutto il resto lascialo agli dei: è bastato che placassero i venti che infuriavano sul mare e sùbito si sono calmate le fronde dei cipressi e dei vecchi frassini.
Che cosa il futuro ti riserva per domani, evita di chiedertelo: qualunque giorno la sorte ti darà, segnalo all’attivo. Finché sei giovane e la fastidiosa vecchiaia è lontana, ragazzo mio, gòditi le danze e i dolci amori.
Adesso, all’imbrunire, sul corso e nelle piazze è l’ora degli appuntamenti, dei bisbigli che si cercano, della gradita risata che tradisce la ragazza nascosta nell’angolo più nascosto, del pegno d’amore strappato da un braccio o da un dito che non offre resistenza.

Alemanno e i cattivi (retro)pensieri

Si attribuisce comunemente a Giulio Andreotti l’affermazione: “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina.”

In questa tradizione, mi chiedo: e se poi dietro tutti questo pasticcio ci fosse semplicemente una questione di prestigio istituzionale tra Comune di Roma capitale e Dipartimento della Protezione Civile? Quello, cioè, che in termini anglosassoni si definisce un pissing contest?

Il dubbio mi viene leggendo un articolo dello schema di (secondo) decreto legislativo su Roma Capitale (quello che fu il primo atto dell’esecutivo Monti e provocò le proteste della Lega), e precisamente l’articolo 10 (Funzioni e compiti in materia di protezione civile):

A Roma capitale, nell’ambito del proprio territorio e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancìo dello Stato, sono conferiti le funzioni e i compiti amministrativi relativi alla emanazione di ordinanze per l’attuazione di interventi di emergenza in relazione agli eventi di cui all’articolo 2, comma 1, lettere a) e b), delta legge 24 febbraio 1992, n. 225, al fine di evitare situazioni di pericolo, o maggiori danni a persone o a cose e favorire il ritomo alle normali condizioni di vita nelle aree colpite da eventi calamitosi. Restano ferme le funzioni attribuite al Prefetto di Roma dall’articolo 14 della legge 24 febbraio 1992, n. 225.

Alemanno davanti a Palazzo Chigi

comune.roma.it

A capire meglio il significato di questo testo ci viene in aiuto lo stesso sito istituzionale del Comune di Roma (pardon, Roma Capitale):

Roma Capitale, approvato secondo decreto: nuove funzioni e competenze

Roma, 24 novembre – Via libera da Palazzo Chigi al secondo decreto legislativo su Roma Capitale, in attuazione della legge sul federalismo fiscale: il Consiglio dei Ministri lo ha approvato nell’ultimo giorno utile per l’esercizio della delega. Il decreto passa ora all’esame delle compenti Commissioni parlamentari e delle Conferenze Stato-Regioni e Stato-Città, per i pareri previsti, quindi tornerà al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva. Il secondo decreto determina i poteri e le funzioni che vengono trasferiti dallo Stato a Roma Capitale. Ecco, in sintesi, le funzioni amministrative che passano al Campidoglio:
[…]
In materia di protezione civile, Roma Capitale emana le ordinanze per interventi di emergenza e dichiara, su richiesta della Regione Lazio, lo stato di “eccezionale calamità naturale”.

È in questa luce che la prosa dell’ordinanza del sindaco n. 291 del 14 dicembre 2011 Disposizioni per l’ emergenza di caduta neve, formazione di ghiaccio e ondate di grande freddo 2011 – 2012 (sarà questo il famoso “piano neve”?) assume tutta un’altra pregnanza:

il sindaco … adotta provvedimenti contingibili e urgenti

gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini

nel territorio di Roma Capitale possono verificarsi, come già avvenuto in passato, precipitazioni nevose, formazione di ghiaccio ed ondate di grande freddo

a causa delle diminuzione delle temperature al di sotto di zero gradi centigradi si sono registrati, nelle passate stagioni invernali, numerose situazioni di disagio alla cittadinanza [sgrammaticature e concordanze errate sono nell’originale]

il traffico veicolare nella città ne risente negativamente

ridurre i rischi connessi a detto evento, specialmente a salvaguardia della pubblica incolumità

in caso di precipitazioni nevose e fino a che le condizioni della rete viaria lo richiedano, tutti i veicoli di proprietà capitolina … dovranno circolare provvisti di catene o pneumatici da neve da utilizzare in caso di necessità

tutti i conducenti di taxi saranno autorizzati a protrarre i rispettivi turni di servizio [autorizzati, non obbligati]

rammenta a tutti i proprietari di stabili … di tenere sgomberi dalla neve, dalle ore 8.00 alle ore 20.00, i marciapiedi antistanti gli stabili stessi per una larghezza di metri due (cioè due metri davanti al portone, e sul resto si scivola; oppure per tutto lo spazio antistante allo stabile, per una profondità di 2 metri, ammesso che il marciapiede ci sia e sia così profondo?]

raccomanda a tutti gli utenti del servizio di acqua potabile … di tenere aperto, nel caso di brusco abbassamento della temperatura, al di sotto dello zero gradi centigradi, il rubinetto di utilizzazione più vicino al contatore …

A questa bella grida manzoniana seguono, nello stesso documento, le Procedure di pronto intervento per caduta neve e formazione ghiaccio (che vi invito a leggervi da soli, anche perché il formato immagine mi costringerebbe a ribattere tutto), dove apprendiamo che abbiamo uno stato di attenzione, uno stato di pre-allarme e uno stato di allarme (no, lo stato di panico e terrore non è previsto) cui segue (si spera) l’avviso di cessato allarme; e che si costituisce un Comitato Operativo Comunale (“di seguito denominato COC”), composto di una serie di soggetti scrupolosamente elencati “oltre a quelli che saranno ritenuti occasionalmente necessari”; che presso i Municipi si costituiscono le Unità di Crisi Municipali, in collagamento con il COC.

Le cose da fare, già dalla proclamazione dello stato di attenzione, sono rassicuranti e dimostrano una grande attenzione anche ai dettagli, dal controllo delle alberature al benessere degli animali. Non vedo che cosa ci sia da lamentarsi o protestare …

Alemanno e il generale prussiano Hammerstein

In queste ore, in cui a Roma si ride e si piange e ci si incazza per l’assenza di qualunque azione comunale che non sia il delirio mediatico, e in cui si ride soltanto in tutto il resto d’Italia (e tra un po’ del mondo, che dopo Schettino non aveva proprio bisogno di un altro esempio preclaro di inettitudine da cui trarre conclusioni frettolose ma non del tutto inappropriate sulle caratteristiche genetico-culturali degli italiani tutti).

Gianni Alemanno

wikipedia.org

In queste ore, dicevo, anch’io vorrei dare il mio contributo. Ma invece di scherzare su Aledanno o sul lupo alemannaro (tutta invidia, naturalmente, perché sono calembour che vorrei avere scovato io) riprenderò una citazione che ho già riportato su questo blog, lasciando a voi il piacere di decidere a quale delle 4 categorie appartenga il sindaco di Roma Capitale. Roma Capitale: eh già, perché forse non tutti sanno che l’articolo 24 della legge sul federalismo fiscale, ancora in parte inattuato, ha però dato luogo (con il decreto legislativo 156/2010 e il recentissimo schema di decreto legislativo recante ulteriori disposizioni in materia di ordinamento di Roma capitale, approvato dal Governo e attualmente all’esame della Camera dei deputati) al cambio di denominazione di Roma in Roma Capitale e delle sue istituzioni con l’aggiunta dell’aggettivo “capitolino/a”, come si può leggere sulla livrea tempestivamente rinnovata del parco macchine della polizia municipale e degli uffici comunali.

Allora, Hans Magnus Enzensberger nel suo bel libro sul generale prussiano Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (che ho recensito su questo blog il 7 giugno 2009) racconta l’aneddoto che segue:

Un giorno, quando gli chiesero da quale punto di vista valutasse i suoi ufficiali, disse: «Li divido in quattro tipi. Ci sono ufficiali intelligenti, laboriosi, stupidi e pigri. Il più delle volte due di queste caratteristiche coincidono. Se sono intelligenti e laboriosi, devono entrare nello Stato maggiore generale. Poi ci sono gli stupidi e pigri che costituiscono il 90 per cento di ogni esercito e sono adatti per compiti di routine. Chi è intelligente e insieme pigro si qualifica per gli incarichi di comando più elevati, perché dispone della chiarezza mentale e della stabilità emotiva per prendere decisioni difficili. Bisogna guardarsi da chi è stupido e laborioso e non affidargli responsabilità, perché combinerà solo disastri».

Kurt Hammerstein

wikipedia.org

Il medesimo aneddoto è ripreso dal nostro Gianrico Carofiglio nel suo romanzo Le perfezioni provvisorie (che ho recensito il 27 febbraio 2010). Merita di essere letto in questa versione per la perfezione (provvisoria, sicuramente) delle scelte lessicali:

Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti.

A voi il piacere di individuare la categoria cui apparterrebbe il sindaco Alemanno.

Ma io non resisto alla tentazione di riprodurre quello che Daniele Luttazzi raccontava di Francesco Storace, ma che secondo alcune correnti storico-biografiche sarebbe applicabile anche a Gianni Alemanno:

“Una volta Storace mi ha salvato la vita. Dei naziskin mi stavano pestando a sangue, è passato lui e ha detto «Ragazzi, può bastare».”

Thomas Mann – La montagna magica

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.

Dunque, eccomi qui. Me la caverò menando il can per l’aia: non recensendo il libro, ma parlandone un po’ in relazione a me e alle vicende che mi riguardano personalmente.

Il primo romanzo di Thomas Mann che ho letto fu I Buddenbrook, su suggerimento di mio padre: a casa mia – privilegio di cui non smetterò mai di essere grato ai miei – si parlava sempre a tavola “dei massimi sistemi” e dunque spesso di letteratura. Ero adolescente, non alle medie, suppongo, ma al ginnasio direi. Anche perché rimasi molto colpito dal modo in cui Mann descrive l’insorgere del tifo del piccolo Hanno. E perché ricordo di averne discusso con G. M., amico fin dalla prima elementare, di madre amburghese e quindi fonte preziosa di quelle atmosfere (soprattutto di Travemünde, dove se non ricordo male andavano anche in villeggiatura i cammellini di peluche del professor Kranz di Paolo Villaggio).

Qualche anno dopo ho letto (come tutti all’epoca) La morte a Venezia: il film di Luchino Visconti – senza l’articolo! – è del 1971, ma restò più memorabile, per me, per la scoperta dell’Adagietto dalla 5ª Sinfonia e dello stesso Gustav Mahler, che fino ad allora avevo appena sfiorato. Nel film l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia era diretta da Franco Mannino.

Poco dopo – erano dunque gli anni dell’università – arrivò la lettura di Doktor Faustus, legato anch’esso a una scoperta musicale (anche qui, più il Beethoven della Sonata op. 111 che la dodecafonia e la Scuola di Vienna). Oltre alla stupenda interpretazione di Sviatoslav Richter che vi propongo qui sotto, vi segnalo anche la bella lezione di Roman Vlad che trovate su Rai Educational.

Per molto tempo ho rinviato la lettura de La montagna incantata (all’epoca era tradotto così il titolo originale – Paolo Mauri racconta tutta la vicenda su la Repubblica), fino a quando la nuova edizione e traduzione non mi ha deciso al grande passo.

È un bel libro? Certamente sì.

È un bel romanzo? Non so. Opinione personalissima, e probabilmente una bestemmia per i veri esperti, e non posso escludere nemmeno che se lo rileggessi, magari in momenti e circostanze diverse …

Insomma, non sono sicuro che in quanto romanzo sia sopravvissuto bene agli anni: sarà che il linguaggio e il fraseggio così “classici” anestetizzano i grandi temi che sono il “vero” contenuto del romanzo, sarà che ci siamo abituati ai romanzi-saggio in cui la contrapposizione delle idee non ha bisogno di incarnarsi fisicamente in personaggi (e vicende), sarà che Davos ormai non ci fa nemmeno pensare alle gare di sci ma al forum di qualche decina di esperti strapagati che discettano del nostro destino, sarà che 1000 pagine sono tante per un romanzo e poche per un saggio che mette tutta quella carne al fuoco, sarà la musica che gira intorno, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro …