Vizio

La definizione del Vocabolario Treccani online, particolarmente lunga e complessa:

  1. Incapacità del bene, e abitudine e pratica del male; il concetto del vizio, sul piano morale, è dunque strettamente correlativo a quello della virtù, di cui costituisce la negazione. Nella teologia morale, vizi capitali, i peccati capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia) quando siano considerati non nell’individualità dell’atto, ma come abitudini (il numero di sette si è definito nella tradizione cristiana con Gregorio Magno, mentre in Oriente è rimasta la più antica classificazione di otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, pigrizia, vanagloria, superbia): A vizio di lussuria fu sì rotta, Che libito fé licito in sua legge (Dante, di Semiramide). Con valore più generico: il vizio di bestemmiare, di mentire, di essere invidioso, di adirarsi; prendere, contrarre un vizio; entrare nella strada del vizio, percorrere la strada del vizio; togliersi un vizio; emendarsi, correggersi di un vizio; avere molti vizi; essere pieno, carico di vizî; ma il core, Ricco di vizî e di virtù, delira (Foscolo); quell’uomo è un cumulo, un impasto di vizî, di persona piena di vizî; proverbiale: l’ozio è il padre dei vizî.
  2. a. Abitudine profondamente radicata che determina nell’individuo un desiderio quasi morboso di cosa che è o può essere nociva: avere il vizio di bere, di fumare, o anche il vizio del vino, del fumo; acquistare, perdere il vizio del gioco; levare a qualcuno il vizio di mentirevizio solitario, la masturbazione.
    b. Abitudine non buona, difetto fastidioso ma non grave: ha il vizio di parlare troppo, di non essere puntuale, di star sempre con la testa fra le nuvole; questo tuo vizio del levarti in sogno e di dire le favole che tu sogni per vere (Boccaccio).
    c. anticamente: Voglia, capriccio: come spesso interviene ch’ell’hanno vizio di cose nuove, così potrebbe intervenire che ella avrà vizio di voi (Sacchetti, nov. VIII).
  3. Per estensione:
    a. Riferito ad animali, difetto, imperfezione anatomico-funzionale, o di indole e di comportamento: un cavallo con un vizio alla gamba; questo gatto ha il vizio di graffiare; un cane da ferma che ha il vizio di inseguire la selvaggina; proverbiale: il lupo cambia (o perde) il pelo ma non il vizio, per significare la difficoltà di estirpare le cattive abitudini.
    b. Con riferimento a cose e oggetti materiali, difetto, imperfezione: tessuto, manufatto con qualche vizio di lavorazione; l’acqua non ce l’ho messa … e il vino non ha nessun vizio (Tozzi). Nell’uso giuridico:, vizî nella vendita, difetti della cosa venduta (anche con riferimento ad animali) che la rendono non idonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscono il valore in misura apprezzabile; sono detti anche vizi redibitorî perché danno luogo ad azione redibitoria (v.), o vizi occulti, giacché l’azione non è ammessa quando i vizî siano facilmente riconoscibili o fossero conosciuti dal compratore al momento della vendita; con lo stesso significato il termine vizio è usato anche in relazione ad altri contratti, come la locazione, l’appalto, il comodato.
    c. Errore, scorrettezza: vizio di scrittura, errore ortografico o grammaticale; l’affettazione è vizio dello stile; la petizione di principio è un vizio del ragionamento.
    d. In diritto, vizî della sentenza, errori contenuti nella sentenza, che possono essere fatti valere con l’esercizio dei mezzi di impugnazione; vizî dell’atto amministrativo, irregolarità di uno degli elementi essenziali dell’atto amministrativo, distinti in vizi di legittimità e vizi di merito e riassumibili nelle tre figure dell’incompetenza, dell’eccesso di potere, della violazione di legge (l’atto affetto da una di queste irregolarità si dice viziato); nel concetto della violazione di legge rientra anche il vizio di forma, che consiste nella mancanza di uno di quegli elementi formali che sono prescritti a pena di invalidità dell’atto. Vizio della volontà, difetto nella formazione della volontà di un soggetto di diritto: i vizî presi in considerazione dall’ordinamento giuridico sono l’errore, la violenza, il dolo, e per la loro trattazione si fa rinvio alle voci relative, oltre che alla voce volontà.
  4. a. In medicina, designazione generica di alterazioni morfologiche di orifizî o aperture naturali o canali anatomici, causa di malattia o di minorazione in atto o in potenza: vizio cardiacovizio valvolare, alterazione permanente, congenita o acquisita, delle valvole del cuore, con conseguente ostacolo alla normale dinamica cardiocircolatoria.
    b. In medicina legale e nel diritto, v. di mente, infermità di mente tale da escludere (v. totale) o da diminuire notevolmente senza escluderla (v. parziale) la capacità di intendere o di volere da parte di chi ha commesso un atto; nel diritto penale il vizio totale di mente esclude l’imputabilità, mentre il vizio parziale comporta solamente una diminuzione della pena prevista.
Vizi capitali

wikipedia.org

È piuttosto frequente che alla pluralità di significati di una parola (polisemia) si associ la sua antichità: perché – come gli esseri viventi – le parole, più antiche sono, più tempo hanno avuto per evolvere significati diversi. Vizio non fa eccezione: peccato, però, che al crescere dell’antichità della parola cresca anche l’incertezza sulla sua origine. Non ci sono molti dubbi che la parola italiana venga dal latino vitium, con lo stesso significato. Lo stesso accade per le altre lingue romanze: il provenzale vicis (cui si aggiunge vetz, abitudine; anche l’italiano ha lo sdoppiamento vizio/vezzo); il portoghese e lo spagnolo vicio; il francese vice, transitato in inglese con la stessa grafia e lo stesso significato. Ma da qui le cose si complicano, perché sull’origine della parola latina non c’è consenso: chi dice venga da vitare (“evitare”: ma a me sembra che il vizioso i vizi li cerchi, non li eviti!), chi da vietus, participio di viere (“attorcigliare, torcere”, da cui deriva anche la vite). Entrambe le radici comportano il concetto della deviazione dalla retta via e sono compatibili con un’antica radice indoeuropea VIET (vacillare) o VIT (torcere).

Forse aveva ragione Leibniz con la sua armonia prestabilita: perché per questa via recuperiamo le lingue germaniche, il tedesco wider (“contro”) e l’inglese with (“con”, ma originariamente “contro”) e, tornando al latino, vix (“a stento”) e vicarius (colui che sostituisce).

Albicocca, anzi mugnaga

Agli albori di questo blog, oltre 5 anni fa, ho scritto un post melanconico e compiaciuto sull’assenza di sapore delle albicocche. Se vi va di rileggerlo lo trovate qui.

Ci torno sopra perché quello che è successo ieri, se credessi ai miracoli, lo chiamerei miracolo. Ma ai miracoli non ci credo, come immagino ormai i più assidui sapranno, e ho una spiegazione quasi razionale. Quella che nel nel post del 2007 ho chiamato “l’albicocca che ricordo, che deliziava la mia giovinezza” non era un artifizio retorico, ma esisteva veramente, all’inizio del filare centrale che bipartiva la poca terra davanti alla casa dei nonni. I filari furono espiantati e l’albicocco con loro (era anche vecchio e malandato). ma mio zio sosteneva di averne conservato un albero, e molti anni fa innestò con quello 2 piante. Non ebbero mai fortuna: malate da sempre di gommosi, trascurate, senza mai un trattamento… Non le avevo mai viste produrre un’albicocca.

Ieri, nel bel mezzo dell’anticiclone africano Caronte, o Minosse, o Scoreggia del demonio, 38 gradi all’ombra (per fortuna c’era un sole che spaccava le pietre), l’alberello superstite di albicocche esibiva un gran numero di frutti piccoli, coperti di cocciniglia ma rosso mattone una volta lavati e dal sapore indimenticabile e indimenticato della mia gioventù.

Ricorderete che l’albicocca prende il nome dal latino praecócum, variante di praecócem, perché matura prima della pesca, attraverso l’arabo al-barquq o al-berquq. Saprete altresì che la pesca si chiama così per la sua ascendenza persiana.

Restava per me un mistero perché in dialetto modeno-mantovano l’albicocca, soprattutto quella piccola e saporita (quelle grando e patatose si chiamano baricocui) si chiami mügnaga. L’ho appreso oggi qui:

Come forse pochi ormai sanno, specialmente fra i giovani, questa parola indica in quasi tutti i dialetti lombardi, con piccole differenze fonetiche e grafiche, l’albicocca. Va anche detto che in italiano antico esisteva l’armenìaca, con lo stesso significato. Il termine, scomparso nella lingua nazionale, perdura nelle parlate locali, come nel valtellinese armignäga, nel lodigiano mügnaga, nel bergamasco bignaga, nel bresciano ambrognaga, nell’emiliano mügnaga ecc. Resta da capire da dove derivi questa strana parola che ha avuto così larga fortuna. Occorre rifarsi a una regione dell’Asia anteriore, l’Armenia, dalla quale questo frutto ci è pervenuto. In latino, infatti, si diceva: Prunus Armeniaca ossia “susina proveniente dall’Armenia”. Dal latino si è quindi passati all’italiano armenìaca e da qui ai vari termini che indicano l’albicocca in molti dialetti. L’esito più meridionale di questa parola è quello abruzzese, dove l’albicocca è chiamata menacë, rifatto sul plurale armenìace. Certo non è facile capire che la nostra mugnaga e l’abruzzese menacë sono la stessa parola derivata da un termine assai antico che continua a vivere ancorché sotto forme apparentemente diverse. A conferma del fatto che le lingue non muoiono, ma si trasformano.

Mugnaga

wikimedia.org

Olimpico e olimpionico

Un post che avrei voluto scrivere io e invece l’ha scritto Dario Cavedon, e io riporto integralmente:

GIOVEDÌ 26 LUGLIO 2012

Olimpiadi di lingua Italiana – lezione zero: olimpico e olimpionico

I Giochi della XXX Olimpiade (notare l’uso della numerazione romana) cominceranno domani a Londra, ma già sono cominciati su tutti i principali media i giochi degli strafalcioni olimpici della lingua Italiana. Atleti sul campo (della vergogna): un po’ tutti i giornalisti italiani. Ho quindi deciso di scrivere questo post, in cui rivelerò uno degli errori più diffusi, per cui il Divino Poeta Dante Alighieri potrebbe gareggiare senza temer rivali nella specialità “piroetta tripla in tomba”.

Qual è la differenza tra olimpico e olimpionico?

So che questo tema è già stato affrontato da moltissimi altri blogger, in moltissimi altri post, ma non a sufficienza. Non si spiegherebbe altrimenti che stamane alla radio la giornalista RAI – evito di menzionarne il nome – abbia definito la squadra italiana “olimpionica”.

I lettori abituali di questo blog – dato il loro altissimo livello culturale – possono smettere di leggere qui, già sanno la risposta alla domanda di cui sopra. I lettori occasionali farebbero bene a proseguire.

olimpiònico agg. e s. m. (f. –a) [dal gr. ᾿Ολυμπιόνικος agg., ᾿Ολυμπιονίκης s. m. (lat. Olympionīces), comp. di ᾿Ολύμπια «gare di Olimpia, giochi olimpici» e tema di νικάω «vincere»] (pl. m. –ci). – Nell’antica Grecia, vincitore nei giochi olimpici (in questo senso anche, secondo l’accento latino, olimpionìco). Nell’uso moderno, vincitore (e, al femm., vincitrice) in una o più gare alle olimpiadi (fonte: www.treccani.it).

“Olimpionico” è quindi la fusione di 2 parole: “Olimpia” e “Nike”, che vuol dire appunto “vincere, vittoria”. Quindi un “olimpionico” è una persona che ha vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi.

olìmpico agg. [dal lat. Olympicus, gr. ᾿Ολυμπικός] (pl. m. –ci). – 
1. 
a. Del monte Olimpo (v. olimpo), concepito nella mitologia greca come sede degli dèi: le divinità o., soprattutto le divinità dei tempi omerici, contrapposte sia alle divinità che avevano sede nell’Ade (come Plutone e Persefone), sia agli dèi il cui culto, orgiastico e misterico, fu introdotto in Grecia in tempi posteriori (come Dioniso e Demetra). [snip]b. Per estens., che si riferisce alle olimpiadi moderne: giochi o.; campione o. (più com. olimpionico); primatotitolo o.; fiaccola o. (v. fiaccola); stadio o., destinato allo svolgimento delle varie gare olimpiche. (fonte:www.treccani.it).

“Olimpico” è quindi tutto ciò che riguarda le Olimpiadi, non solo chi ha vinto i Giochi Olimpici.

Proprio dal significato della parola “Nike” deriva il nome di una famosa azienda di magliette. Pensateci, quando dovrete ricordarvi la differenza tra le due parole.

Riepilogando:

Piscina olimpionica: sbagliato! (hai mai visto una piscina vincere le Olimpiadi??)
Piscina olimpica: giusto!

Campione olimpionico: sbagliato! (“olimpionico” già sottointende la vittoria alle Olimpiadi, non si deve ripetere con “campione”)
Campione olimpico: giusto! 


Lo so, purtroppo questo post resterà sconosciuto alla maggior parte della popolazione italiana, e alla totalità dei giornalisti sportivi italiani. 

Link:

Olimpionico su Treccani.it
Olimpico su Treccani.it

Sul sito di Dario ferve la discussione …

Abuso

So che è una parola di cui tutti conoscete il significato e l’etimologia. Mi serve però per lanciare una nuova categoria di post, quella delle parole abusate.

Cominciamo da quello che dice il Vocabolario Treccani online:

  1. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di un’autorità: abuso del vino, del fumo, degli alcolici; fare abuso di farmaci, di tranquillantiabuso della buona fede altrui; reprimere gli abusi; ogni abuso sarà punito.
  2. per estensione: Atto che faccia uso della forza fisica per recare danno ad altri; violenza: abuso sui minori (nel linguaggio giornalistico, più spesso, abuso di minore), abusi sessuali.
  3. In particolare, nel diritto, si definiscono abuso varie ipotesi di reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’uso illegittimo di una cosa o l’esercizio illegittimo di un potere; per es.: abuso di autorità o abuso di ufficio, delitto commesso dal pubblico ufficiale che abusi dei poteri inerenti alle sue funzioni per recare ad altri un danno o per procurar loro un vantaggio (nella legislazione militare, commette abuso di autorità il superiore che compia atti di minaccia, ingiuria o violenza verso l’inferiore); abuso di autorità contro arrestati o detenuti, delitto contro la libertà personale compiuto dal pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui gli sia affidata la custodia; abuso della credulità popolare, contravvenzione che consiste nel cercare con qualunque impostura di abusare, anche senza fine di lucro, della credulità del pubblico; abuso di distintivo, di titoli o di onori, delitto consistente nel portare abusivamente in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, di un corpo politico, o indossare abusivamente l’abito ecclesiastico, o nell’arrogarsi dignità e gradi accademici, titoli, decorazioni o qualità inerenti a pubblici impieghi e uffici o a professioni per le quali occorre speciale autorizzazione dello stato; abuso di foglio in bianco, delitto di chi, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, abusa di un foglio firmato in bianco, o del pubblico ufficiale che vi scriva o faccia scrivere un atto pubblico diverso da quello ch’era previsto o prescritto; abuso della patria potestà, violazione dei doveri inerenti alla patria potestà, commessa sia esercitando i poteri relativi in modo contrario ai fini della potestà stessa, sia omettendo di adottare i provvedimenti che dovrebbero essere adottati nell’interesse del figlio (attualmente la fattispecie analoga si denomina «decadenza sulla potestà dei figli»); abuso di mezzi di correzione o di disciplina, delitto di chi abusi di mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità (per esempio, figli minori) o a lui affidata per ragioni varie (educazione, vigilanza, custodia, ecc.); abuso edilizio, intervento edilizio realizzato in assenza di una preventiva autorizzazione o in contrasto ad essa.

Tutti e tre i significati sono rilevanti per la categoria che mi accingo a introdurre: le parole abusate sono prima di tutto usate malamente e impropriamente, ma sono anche sottoposte a un trattamento ingiusto e violento, solo che ce le immaginiamo personificate. Ma a ben pensare, a subire il trattamento ingiusto e violento siamo noi che le ascoltiamo o le leggiamo. Ed è vero anche che chi le usa in questo modo commette un abuso nella terza accezione del termine, forse meno grave dell’abuso d’ufficio e d’autorità, ma molto più frequente.

Lo so, è un esercizio di pedanteria.

Herbert James Draper, Ulysses and the Sirens, 1909

wikipedia.org / Draper, Ulysses and the Sirens

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

Bivacco

Non è quella cosa che fanno due mucche su un prato, come avevamo imparato alle elementari (dai compagni di scuola, l’unica istruzione che resta, non dai maestri). Secondo il Vocabolario Treccani online ha due significati, peraltro molto prossimi l’uno all’altro:

  1. Sosta all’aperto, di breve durata e per lo più notturna, di truppe in movimento, o di gruppi di persone in viaggio, durante una lunga marcia, e simili: il bivacco degli zingari intorno ai fuochi.

    L'armata napoleonica bivacca durante la ritirata di Russia

    wikipedia.org

  2. In alpinismo, sosta notturna nel corso di ascensioni che si prolungano per più di una giornata, possibilmente al riparo dalla caduta di pietre, dall’acqua e dal vento; può effettuarsi in una tenda portatile o in una grotta naturale o anche sul fondo di un piccolo crepaccio; si può essere costretti anche a un bivacco in parete su una cengia rocciosa.

    Bivacco nella neve

    wikipedia.org

    Bivacco fisso, piccola costruzione in legno e lamiera con tetto a forma semicircolare o ellittica, fornito di posti letto e di materiale per il pernottamento fino a un massimo di 10 alpinisti, situato in genere all’attacco di impegnativi itinerarî di ascensioni.

    Bivacco Perugini

    wikipedia.org

Una volta tanto, sull’etimologia sono d’accordo più o meno tutti: praticamente è entrato nell’uso di tutte le lingue europee (italiano e inglese comprese) attraverso il francese bivac 0 bivouac, ma deriva probabilmente dal tedesco o da un suo dialetto biwacht «guardia notturna di riserva», composto della preposizione bei- associata al sostantivo Wacht. In italiano era stato proposto serenare, senza molto successo, anche se lo usa ad esempio Ippolito Nievo.

Peraltro la radice indoeuropea VAR di Wacht è la stessa di veglia, vigilia e vigilare, ma anche di guardia e guardare. In inglese – dove bivouac è attestato all’inizio del XVIII secolo, probabile importazione dal continente legata alla Guerra dei 30 anni – succede qualcosa di simile: la stessa radice indoeuropea ha dato to watch «osservare» ma anche to wake «vegliare, svegliare». E da quest’ultima parola viene una svolta curiosa, quella che porta a witch «strega», wicked «malvagio» e Wicca (la Grande Madre dell’omonima religione neopagana): questo perché streghe e stregoni erano creduti in grado di svegliare (cioè resuscitare) i morti.

Strega polacca

wikipedia.org

Mandarino

Ho sempre pensato che il primo significato di questa parola fosse il frutto, e il secondo il dignitario cinese. Forse perché questo è l’ordine in cui io – come immagino la maggior parte di voi – ha appreso i significati di questa parola. Invece scopro oggi che è l’esatto contrario. Una di quelle sorprese che ti illuminano la giornata.

Facciamoci aiutare come al solito dal Vocabolario Treccani:

Termine usato un tempo dagli stranieri per designare i funzionarî civili e militari dell’Impero cinese: la casta dei mandarini. Per estensione, con riferimento ad altri paesi e in senso per lo più spregiatovo, personaggio potente e influente, e in particolare alto funzionario che vorrebbe conservare e far valere a ogni costo i privilegi più esclusivi della sua carica.

Quanto all’etimologia, ci viene dal portoghese mandarim, che l’ha presa in prestito dal malese mantri, che deriva a sua volta dal sanscrito mantrin– «consigliere».

Mandarino cinese

wikipedia.org

Il frutto del mandarino è derivato dalla prima accezione, in modo scontato ma curioso (Vocabolario Treccani):

[Probabilmente dalla voce precedente, per allusione al colore giallo oro e alla provenienza dall’Oriente].

  1. Pianta arbustiva delle rutacee (Citrus deliciosa), proveniente per alcune specie dalla Cina, dalla Cocincina e dalle isole della Sonda, per altre forse dalle isole Mascarene nell’Oceano Indiano, introdotta in Europa nella prima metà del sec. 19° e oggi largamente coltivata nella regione mediterranea per i suoi frutti o, in vaso, come pianta ornamentale: alta non più di 4 m, ha foglie piccole, lanceolate, aromatiche, fiori bianchi, frutti globoso-depressi con buccia sottile e profumata, e polpa gialla, succosa, molto zuccherina, suddivisa in spicchi.
  2. Il frutto del mandarino, usato fresco per l’alimentazione e anche nella fabbricazione di marmellate e canditi: uno spicchio di mandarino; essenza di mandarino. Olio essenziale di mandarino, liquido giallo dorato, leggermente fluorescente, con odore gradevole, che si estrae per pressatura o sfumatura dalle bucce del mandarino.

Con il che si scopre anche che sono soltanto 200 anni che ci mangiamo questo profumato frutto.

Mandarino

wikipedia.org

A questo punto, forse è venuta anche a voi la curiosità di sapere perché l’ibrido di mandarino e arancio si chiama correntemente clementina. Vi prevengo (Vocabolario Treccani):

[Dal francese clémentine, dal nome di un padre Clemente (Clément Rodier – nota mia), che nei primi anni del sec. 20° ne individuò la pianta nella missione di Misserghin presso Orano in Algeria]. – Ibrido di mandarino e di arancio amaro, detto anche mandarancio; è un albero molto simile a quello del mandarino, con sviluppo maggiore e fogliame più ampio e di colore più scuro; il frutto, che matura da novembre a gennaio, ha le dimensioni del mandarino comune, ma forma sferica come una piccolissima arancia, a buccia sottile e polpa dolce.

Clementina

wikipedia.org

Bipartisan

Lo si sente pronunciare in molti modi, ma il Vocabolario Treccani non ha dubbi: ognuno fa un po’ come diavolo gli pare, in uno spirito sinceramente bipartisan.

bipartisanbaipàrtisän› agg. ingl. [comp. di bi- e partisan partigiano; propr. «partigiano di entrambe le parti in contrasto»] (in ital. pronunciato comunem. ‹bipàrtisan›). – Nel linguaggio politico e giornalistico, di persona, istituzione, movimento, ecc., che è accettato da entrambe le parti politiche in contrasto o che è disposto ad assumere le difese dell’una e dell’altra.

Il sito americano αlphadictionary ci informa su qualche altro punto rilevante:

  1. La pronuncia è questa.
  2. La “s” va pronunciata [z]: per questo un errore di spelling comune è scrivere “bipartizan”.
  3. La parola è stata introdotta nel linguaggio politico americano all’inizio del XX secolo, aggiungendo il prefisso bi- alla parola esistente partisan.
  4. Partisan è arrivata all’inglese a metà del XVI secolo (ci informa l’OED) attraverso il francese dall’italiano partigiano. Questa parola viene prevedibilmente dal latino pars, che a sua volta deriva – un po’ più imprevedibilmente – dal sanscrito purtam “ricompensa” e dalla radice ittita parshiya- “frazione, parte”.

Nell’uso italiano, secondo l’Accademia della crusca, la parola è attestata per la prima volta nel 1994:

Il termine bipartisan rivela la sua origine anglosassone non soltanto nella forma, accolta fedelmente in italiano, ma anche nel significato che rimanda al tradizionale sistema bipartitico di stampo anglosassone. In italiano è comparso quando si è cominciato a delineare un sistema politico bipolare favorito dal passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario.

Sylvia Plath – Last Words

I do not want a plain box, I want a sarcophagus
With tigery stripes, and a face on it
Round as the moon, to stare up.
I want to be looking at them when they come
Picking among the dumb minerals, the roots.
I see them already — the pale, star-distance faces.
Now they are nothing, they are not even babies.
I imagine them without fathers or mothers, like the first gods.
They will wonder if I was important.
I should sugar and preserve my days like fruit!
My mirror is clouding over —
A few more breaths, and it will reflect nothing at all.
The flowers and the faces whiten to a sheet.

I do not trust the spirit. It escapes like steam
In dreams, through mouth-hole or eye-hole. I can’t stop it.
One day it won’t come back. Things aren’t like that.
They stay, their little particular lusters
Warmed by much handling. They almost purr.
When the soles of my feet grow cold,
The blue eye of my tortoise will comfort me.
Let me have my copper cooking pots, let my rouge pots
Bloom about me like night flowers, with a good smell.
They will roll me up in bandages, they will store my heart
Under my feet in a neat parcel.
I shall hardly know myself. It will be dark,
And the shine of these small things sweeter than the face of Ishtar.

Trago

Uno pensa – avendo superato l’età del liceo ed essendo appassionato cultore delle parole, del loro significato e della loro origine – che l’incontro con parole mai sentite prima sia un evento rarissimo. E invece non è così: ieri ho incontrato il trago. E pensare che ne avevo addosso 2, senza averlo mai appreso. Sono entrato anch’io nel club di “quelli che … a loro insaputa,” come direbbe Enzo Jannacci.

Secondo il Vocabolario Treccani:

In anatomia, sporgenza triangolare del padiglione auricolare dell’uomo e dei mammiferi, situata anteriormente al meato acustico esterno.

Trago

wikipedia.org

Gray's Ear

wikipedia.org

A questo punto, verrebbe logico pensare che l’aggettivo derivato dal sostantivo trago sia tragico: “peli tragici: i peletti che crescono sul trago di maschi, dopo una certa età.” Ha un suo perché, non vi pare?

Invece no. Secondo Wikipedia:

Il trago è un’eminenza rettangolare, dal quale spesso prendono origine dei peli detti “tragi”, posta al di sotto dell’origine dell’elice, al davanti della conca e del condotto uditivo esterno, che nasconde e protegge.

Peli tragi, dunque, nulla di tragico. Oppure no?

No, perché l’etimologia di trago è la stessa di tragedia: attraverso il latino, dal greco τράγος, parola dai numerosi significati “tra cui quello di «capro», in rapporto semantico non sempre chiaro,” come chiarisce ancora una volta il Vocabolario Treccani. Così, abbiamo però l’aggettivo intertràgico, composto di inter- e trago, che non è riferito alle performance della mia squadra del cuore ma, in anatomia, all’incisura che nel padiglione dell’orecchio delimita l’antitrago dal trago, e il sostantivo tràġion (o tràghion) che è, in antropometria, il punto craniometrico corrispondente all’incrocio della tangente condotta lungo il margine anteriore con quella condotta lungo il margine superiore del trago.

tragion

designingforhumans.com

Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria

Francesco Cevasco pubblica su Il club de La lettura del Corriere della sera un interessante articolo (Italo Calvino cantautore Indie Pop) sul Cantacronache di Sergio Liberovici, Michele Straniero e Fausto Amodei. Nell’invitarvi a leggerlo per conto vostro, mi vorrei soffermare su un aspetto marginale (ovviamente, non marginale per me).

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot / wikipedia.org

Ma prima, almeno qualche canzone di Fausto Amodei.

Cominciamo dalla mia preferita, Il tarlo (dedicata a Giovanni B., che ha compiuto 62 anni qualche giorno fa).

In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c'era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.

 Avanzare con i denti
 per avere da mangiare
 e mangiare a due palmenti
 per avanzare.
 Il proverbio che il lavoro
 ti nobilita, nel farlo,
 non riguarda solo l'uomo,
 ma pure il tarlo.

Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.

 Farsi strada con i denti
 per mangiare, mal che vada,
 e mangiare a due palmenti
 per farsi strada.
 Quel che resta dietro a noi
 non importa che si perda:
 ci si accorge, prima o poi,
 ch'è solo merda.

Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.

 Avanzare, per mangiare
 qualche piccolo boccone,
 che dia forza di scavare
 per il padrone.
 L'altra parte del raccolto
 ch'è mangiato dal signore
 prende il nome di "maltolto"
 o plusvalore.

Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d'altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.

 Lavorare a perdifiato,
 accorciare ancora i tempi,
 perché aumenti il fatturato
 e i dividendi.
 Ci si accorse poi ch'è bene,
 anziché restare soli,
 far d'accordo, tutti insieme,
 dei monopoli.

Si sa com'è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d'infarto.
Sulla sua tomba è scritto:

PER L'IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI'.

In ordine crescente di notorietà, Se non li conoscete:

LA sua più famosa, Per i morti di Reggio Emilia:

Ed ecco l’incipit dell’articolo di Cevasco:

Italo Calvino cantautore Indie Pop

Primo maggio 1958. Italo Calvino fa il suo esordio come «cantautore». Ma cantautore per davvero. E aveva pure la voce da baritono, finto baritono, quello da troppe sigarette. Al corteo della Cgil a Torino gli altoparlanti gracchiano la canzone Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, musicata da Sergio Liberovici. È una canzone con i partigiani buoni, o perlomeno dalla parte giusta, e i nazisti-avvoltoi cattivi. E contro la guerra. E per dire che non era, quella «canzonetta», una divagazione ludica di un già grande scrittore (aveva ormai pubblicato Il barone rampante e Il visconte dimezzato) leggete il confronto tra i versi del più grande cantautore italiano, Fabrizio De André, e quelli di Calvino.

De André, La guerra di Piero, 1964: «Lungo le sponde del mio torrente/ Voglio che scendano i lucci argentati/ Non più i cadaveri dei soldati/ Portati in braccio dalla corrente».

Calvino, Dove vola l’avvoltoio, 1958: «Nella limpida corrente/ Ora scendon carpe e trote/ Non più i corpi dei soldati/ Che la fanno insanguinar».

Ecco, io non penso che sia una coincidenza. Penso, anzi so, anzi ho sempre saputo che De André non esitava a “copiare”. Quando, in quegli anni, ascoltavamo le canzoni di De André, i miei amici e io faticavamo a distinguere, in De André, le canzoni “originali” dalle traduzioni di Brassens, dalle riprese e dagli adattamenti di canzoni popolari o di melodie medievali o medievaleggianti. Ce ne importava ben poco. Alcune ci piacevano e altre no. Su molte avevamo dubbi musicali (a me, almeno, piaceva ben altra musica) ma le parole erano belle e si cantavano bene insieme. Poi de André ha cominciato a collaborare con altri, alla musica e agli arrangiamenti (da Piovani a Mauro Pagani). E non sono mai cessate le libere ispirazioni, da Dylan a Leonard Cohen. Poi è arrivata la santificazione, e l’impossibilità di dubitare di una singola nota o di una singola parola.

Soltanto adesso, forse , siamo abbastanza maturi per sapere che la creatività è sempre combinatoria: le spalle dei giganti e la fame di realtà.

Non sono riuscito a trovare Dove vola l’avvoltoio? (parole di italo Calvino, musica di Sergio Liberovici) cantata dallo stesso Calvino, e non so neppure se esista. In Cantacronache 2 la cantava Pietro Buttarelli:

Un giorno nel mondo
  finita fu l'ultima guerra,
  il cupo cannone si tacque
  e più non sparò,
  e privo del tristo suo cibo
  dall'arida terra,
  un branco di neri avvoltoi
  si levò.

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla terra mia,
 che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole,
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe,
girotondi e ninnenanne,
non più il rombo del cannon".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango,
odio e piombo nelle guerre,
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna,
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".

 Dove vola l'avvoltoio...

  Ma chi delle guerre quel giorno
  aveva il rimpianto
  in un luogo deserto a complotto
  si radunò
  e vide nel cielo arrivare
  girando quel branco
  e scendere scendere finché
  qualcuno gridò:

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla testa mia...
 ma il rapace li sbranò.