Catessi

La parola di oggi non la troviamo online sul Vocabolario ma sull’Enciclopedia Treccani:

[Catessi è, i]n psicanalisi, investimento affettivo nei confronti di un oggetto o evento, dipendente dalla particolare relazione che si stabilisce tra l’oggetto (o evento) e una data soddisfazione (gratificazione) o insoddisfazione (privazione) esperita dal soggetto. Il ritiro delle catessi è tipico delle sindromi di depersonalizzazione e di certe schizofrenie.

Il termine è più frequente nella letteratura psicoanalitica di lingua inglese, perché è il termine con cui James Strachey, curatore della Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, ha tradotto il termine tedesco Besetzung. In italiano, la traduzione canonica è investimento.

Di derivazione greca (κάθεξις) il termine fa riferimento all’atto di tenere ben stretto.

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Pergamena: una storia a lieto fine

Ci sono perdite irrimediabili, e fanno veramente male, e perdite rimediabili. Per queste – direbbe la pubblicità – c’è Mastercard.

Ho comprato il volume mancante di Plinio ed ecco il passo sul papiro e la pergamena:

Et hanc Alexandri Magni victoria repertam auctor est M. Varro, condita in Aegypto Alexandria. Antea non fuisse chartarum usum […]. Mox aemulatione circa bibliothecas regum Ptolemaei et Eumenis, supprimente chartas Ptolemaeo, idem Varro membranas Pergami tradit repertas. Postea promiscue repatuit usus rei qua constat inmortalitas hominum.

Secondo Marco Varrone anche l’invenzione della carta risale al tempo della vittoria di Alessandro Magno sull’Egitto, quando fu fondata Alessandria. Stando a lui, prima non si faceva uso di carta […]. Quando poi, a causa della rivalità fra i re Tolomeo ed Eumene a proposito delle loro biblioteche, Tolomeo impedì l’esportazione di carta, sempre secondo Varrone, a Pergamo fu inventata la pergamena. Più tardi l’uso del materiale dal quale dipende l’immortalità degli uomini si propagò di nuovo dappertutto. [Gaio Plinio Secondo. Storia naturale. III Botanica. I Libri 12-19. Torino: Einaudi. 1984. ISBN 9788806577292. pp.130-133]

I curatori dell’edizione einaudiana annotano:

Si raccontava che il re Tolomeo Epifane (205.182 a. C.), per impedire al re Eumene di Pergamo (197-159 a. C.) di costruire una biblioteca come quella di Alessandria, avesse bloccato l’esportazione della carta di papiro dall’Egitto a Pergamo, obbligando Eumene a ricorrere alla pergamena, che prese il nome da tale città. Per quanto riguarda il materiale in sé, si tratta di una pelle di agnello (o pecora, o montone, o capra) macerata nella calce, quindi raschiata, tesa e seccata in modo tale da offrire la possibilità di scrivere su entrambe le facciate.

In rete si trovano sia l’edizione latina (qui) sia la traduzione inglese (qui). Di quest’ultima riporto il brano citato e la relativa nota, che mi sembra pertinente alla nostra discussione:

M. Varro informs us that paper owes its discovery to the victorious1 career of Alexander the Great, at the time when Alexandria in Egypt was founded by him; before which period paper had not been used […]. In later times, a rivalry having sprung up between King Ptolemy and King Eumenes,6 in reference to their respective libraries, Ptolemy prohibited the export of papyrus; upon which, as Varro relates, parchment was invented for a similar purpose at Pergamus. After this, the use of that commodity, by which immortality is ensured to man, became universally known.

There is little doubt that parchment was really known many years before the time of Eumenes II., king of Pontus. It is most probable that this king introduced extensive improvements in the manufacture of parchment, for Herodotus mentions writing on skins as common in his time; and in B. v. c. 58, he states that the Ionians had been accustomed to give the name of skins, διφθέραι, to books.

Pergamo

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Pergamena

Partiamo come al solito dal Vocabolario Treccani, anche se questa volta non si tratta di una parola tanto inconsueta:

  1. Pelle di agnello (ma anche di pecora, capra, vitello, ecc.) che, dopo accurato lavaggio e dopo essere stata liberata dal pelo, viene resa morbida mediante immersione in una soluzione di acqua e calce, quindi scarnata e infine sbiancata con ammoniaca e acqua ossigenata: mantenuta tesa su un telaio, viene fatta essiccare e inoltre, nel caso di pelli di agnello e di agnellone, rifinita sia dalla parte interna (carne) con la scarnitura, sia dalla parte esterna (fiore) con la raschiatura, eseguite con appositi strumenti; in quanto pelle non conciata, a differenza del cuoio, presenta la rigidità e la consistenza della carta grazie all’allineamento delle fibre di collagene in strati, dovuto al processo di essiccatura sotto tensione. Detta anche cartapecora, fu adoperata sin dal tempo degli antichi Egizî e ha costituito per molti secoli la materia scrittoria più pregiata e durevole fino all’avvento della carta, che, a partire dal 13° sec., l’ha gradatamente soppiantata; attualmente si usa nell’industria degli strumenti musicali, in legatoria, per diplomi di laurea, e nella fabbricazione di scatole, astucci, paralumi: un libro, un codice in (o di) pergamena; un volume legato in tutta p., in mezza p.; falsa p., p. artificiale (o cartapecora vegetale), lo stesso che carta pergamenata (v. pergamenato).
  2. per estensione:
    a. Documento, codice, manoscritto e sim. scritto su pergamena: ricercare, studiare le vecchie pergamene; gli donarono per ricordo una p. miniata.
    b. Cartoccio di cartapecora con cui si copre il lino sulla conocchia.
Fabbricazione della pergamena

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Immaginavo che la parola avesse a che fare con il regno di Pergamo, da qualche parte in Asia Minore in epoca ellenistica e romana, ma non sapevo molto di più. Né ero mai stato abbastanza curioso da andarlo a cercare.

L’ho scoperto oggi e ve ne metto a parte.

Racconta Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia come Eumene II, re di Pergamo tra il 197 e il 158 AC, intendesse incrementare la propria biblioteca fino a farle superare quella di Alessandria e avesse, a tal scopo, ordinato una enorme partita di papiro dalle rive del Nilo. Ma Tolomeo, re d’Egitto, ne vietò l’esportazione, volendo preservare il primato di Alessandria, Eumene non si rassegnò e chiese ai suoi tecnici di escogitare un’alternativa. Il nuovo materiale prese il nome del luogo dove era stato inventato.

Probabilmente la ricostruzione di Plinio è falsa, nell’aneddoto storico e nella sua datazione, anche se il materiale fu probabilmente inventato da quelle parti, ancorché molti secoli prima.

Pergamena

wikimedia.org/wikipedia/commons

Io la storia l’ho trovata su un libro che sto leggendo, A History of Reading di Steven Roger Fischer:

Pliny the Elder (AD 23–79) tells how Eumenes II (ruled 197–158 BC) of Greek Pergamum in Asia Minor, wishing to establish a library to rival the Library of Alexandria, ordered a shipment of papyrus from the Nile. But King Ptolemy of Egypt forbade its export, desirous to ensure the Library of Alexandria’s pre-eminence as the world’s repository of knowledge. Forced to find an alternative, Eumenes ordered his experts to create a new writing material, then, for his library. Whereupon these Eastern Greeks soon perfected a technique of thinly stretching and drying the skin of sheep and goats. The final product of this process eventually became the primary vehicle of a new world faith and the medium of an entire epoch – parchment. [1395]

Scopro ora con raccapriccio che l’edizione della Storia naturale di Plinio che ritenevo di possedere nella sua interezza (I Millenni Einaudi, testo latino e traduzione italiana a fronte) è mutila proprio del volume III, tomo 1, in cui è raccontata la storia di Eumene. That sinking feeling…

Acrofonia

Un’altra parola che ignoravo fino a stamattina (7 novembre 2012): acrofonìa, che per la verità ho trovato nell’aggettivo derivato, acrofònico.

Questa sul Vocabolario Treccani c’è, e allora vediamola subito:

acrofonìa s. f. [comp. di acro– e -fonia]. – Principio su cui è fondato l’alfabeto fonetico egizio-semitico, consistente nell’assegnare a un segno in origine pittografico il valore del suono iniziale della parola da esso rappresentata: così il segno indicante la «mano», che vale in Egitto d, vale i nelle scritture semitiche, perché la parola «mano» è in semitico yōd (su questo principio era fondato anche uno dei sistemi di numerazione greca in cui i numeri erano indicati con la lettera iniziale del loro nome: per es. Π=πέντε, 5; Δ=δέκα, 10).

Protosinaitico

associazionepeppecera.blogspot.com

Psefologia

Inevitabile oggi, alla vigilia dell’election day statunitense. La psefologia è la scienza che studia i comportamenti elettorali. Presente in molte lingue a partire dall’inglese (è ovviamente parola composta di origine greca) non è riportata dal Vocabolario Treccani, ma compare in altri dizionari.

Ad esempio, sullo Zingarelli:

[vc. dotta, comp. del gr. psêphos ‘piccola pietra’ col quale si votava (e, quindi, ‘voto’) e -logia ☼ 1987]
s. f. (pl. -gìe)
Studio statistico delle elezioni, con particolare riguardo al comportamento dell’elettorato e allo spostamento dei voti da un partito all’altro.

E sul Grande dizionario italiano di Aldo Gabrielli, edito da Hoepli:

s.f.
SOCIOL Studio del comportamento politico dell’elettorato in occasione delle elezioni, basato sull’analisi della ripartizione del voto nei diversi schieramenti, dei suoi spostamenti, della sua composizione.

Ne parla anche il blog Lo sciacqualingua, da cui ho tratto questa immagine:

Psefologia

faustoraso.blogspot.com

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Baloney!

L’immortale Scrooge di A Christmas Carol di Charles Dickens risponde al nipote che gli augura un buon natale sotto la protezione divina con un celeberrimo humbug.

“A merry Christmas, uncle! God save you!” cried a cheerful voice. It was the voice of Scrooge’s nephew, who came upon him so quickly that this was the first intimation he had of his approach.
“Bah!” said Scrooge, “Humbug!”

L’espressione è la prima che Scrooge proferisce e lo caratterizza immediatamente e splendidamente, tanto da essere divenuta proverbiale. L’ho usata anch’io per recensire il (brutto) film di Zemeckis.

Ebezener Scrooge

wikimedia.org/wikipedia/commons

L’humbug era originariamente (pare) una caramella alla menta, ma fin dalla metà del XVIII è attestato nel significato di inganno, e poi di sciocchezza. L’OED lo definisce così:

[mass noun] deceptive or false talk or behaviour: his comments are sheer humbug.

È una parola tipicamente britannica. Se Ebenezer Scrooge non fosse stato londinese, ma americano d’elezione come il suo omonimo Scrooge McDuck avrebbe forse esclamato, in circostanze analoghe: Baloney!

In questo caso, andiamo a leggere quello che dice il vocabolario americano Merriam-Webster:

pretentious nonsense : bunkum — often used as a generalized expression of disagreement
Don’t believe all of that baloney.
Just follow my orders, and stop the baloney.

La parola è di creazione recente, essendo attestata dal 1922: un altro buon motivo per cui Ebenezer Scrooge non avrebbe potuto pronunciarla.

La curiosità per noi italiani è che la parola nasce in origine come traslitterazione approssimativa ed erronea di bologna, ossia di mortadella. Di tutte le salsicce importate negli Stati Uniti al seguito degli emigranti, la mortadella era la più grossa ma anche la meno piccante: per questo – pare – è stata utilizzata inizialmente per denotare una persona non particolarmente brillante, e in questa accezione è attestata in un testo pubblicato sul Colliers Magazine del 16 ottobre 1920, intitolato “The Leather Pushers” e scritto da H. C. Witwer:

The aristocratic Kid’s first brawl for sugar was had in Sandusky, Odryo, with a boloney entitled Young Du Fresne,

L’accezione che ha poi preso piede sarebbe stata invece creata da Jack Conway, un redattore di Variety.

Ma la celebrità venne soltanto negli anni Trenta, quando il governatore dello Stato di New York Alfred E. Smith ne fece quasi uno slogan personale:

No matter how thin you slice it, it’s still baloney.
Per quanto sottile l’affetti, mortadella era e mortadella resta!

Su questo blog abbiamo parlato di baloney (traducendolo come bùbbole e panzane) a proposito del decalogo di Michael Shermer.

Settentrione

È proprio vero che non si smette mai d’imparare. Anche le parole più consuete possono nascondere belle sorprese. Per esempio, vi siete mai chiesti perché si dice settentrione? Oriente e occidente sono abbastanza autoesplicativi, rinviando alle lande dalle quali in apparenza il sole sorge e tramonta (almeno nell’emisfero boreale), e anche meridione, dal momento che meridies in latino è il mezzogiorno.

Grande carro 3

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Partiamo però dal significato, consultando al solito il Vocabolario Treccani:

  1. Lo stesso, ma meno comune, che nord, come direzione o punto cardinale: quella camera si affaccia, volge, dà a settentrione.
  2. Il territorio situato a nord relativamente a una data regione geografica: il settentrione della Francia; con riferimento all’Italia settentrionale, il termine è quasi sempre usato assolutamente (e spesso scritto con l’iniziale maiuscola): vivere, trasferirsi nel Settentrione; il divario tecnologico fra Meridione e Settentrione.
Grande carro 2

Viene abbastanza spontaneo ipotizzare, e l’ipotesi si dimostrerà giusta, che sette- o setten- faccia riferimento al numerale sette. Ma -trione? I trĭōnes (sostantivo plurale maschile della terza declinazione) sono i buoi o tori da lavoro, e prendono il nome dalla radice verbale téro: “trito, (s)frego, pesto, batto le biade, trebbio“. I sette tori che stanno al nord sono quelli della costellazione dell’Orsa maggiore, che anche noi chiamiamo alternativamente il Grande carro. Per metonimia, il settentrione viene a indicare le plaghe collocate al di sotto della costellazione.

Grande carro 1

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A proposito, orso in greco si dice ἄρκτος, da cui artico, che è un altro modo di dire settentrionale. E anche il Re Artù: ma questa è tutta un’altra storia…

Artù

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Anemofilo

Secondo il Vocabolario Treccani online, anemòfilo si dice «[d]i piante in cui l’impollinazione avviene per opera del vento.»

Impollinazione

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E ci potremmo anche fermare qui. Ma l’etimo della parola rimanda a 2 termini greci, anemo- (“vento”) e -filo (“amico”), che ci fanno intravvedere un significato più ampio di quello botanico: amico del vento, amante del vento.

E infatti, per pura serendipità, trovo su La Stampa del 14 luglio 2012 la recensione di Fabio Pozzo a un libro di Fabio Fiori (un altro caso di nomen omen) in cui l’aggettivo anemofilo viene esteso a tutti coloro che «hanno bisogno del vento, ne ricevono vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore».

I venti, dichiarazione d’amore di un anemofilo

Sono un anemofilo. L’ho scoperto leggendo “Anemos” di Fabio Fiori, un libro che è un inno ai venti del Mediterraneo. Gli anemofili – scrive l’autore – “hanno bisogno del vento, ne ricevono vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore”. Ho riscoperto in queste pagine anche il significato di ànemos, vento: cosa, se non anima? E psychein, soffiare, cosa, se non pische? “Per il vento, solo il vento aumenta, il pneuma, l’indispensabile soffio vitale”.
Già così, alle prime battute, il libro convince. Ci si riconosce in una categoria di persone, è un moto di appartenenza. Poi, proseguendo a leggere, il soffio diventa sinfonia di rumori, odori, sapori. Perché ciascun vento ha un suo Dna. Fiori si limita a raccontare dei principali: Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestrale e Bora. E delle loro declinazioni. Così la Bora è chiara e scura, Borin, Boròn e Boraza. Ma anche delle loro influenze: chi non ha mai usato il termine “sciroccato”? Il respiro africano è unico tra i venti “ad aver generato un aggettivo psicologico”. Perché “scuote anche la salute psichica, rischiando di far derivare parole e gesti, pensieri ed atteggiamenti”. Non a caso nelle ville dei “Gattopardi” siciliani c’era una stanza apposita, a prova di scirocco, ove trovare rifugio e pace.
Il libro di Fiori prosegue il viaggio tra storia e letteratura, detti popolari e pratici locali, passato e presente, strumenti e rose dei venti che si perdono nel più profondo dell’uomo, e non giunge ad alcun porto. Perché i venti del Mediterraneo non sono solo nove, perché le loro storie “sono mutevoli come i cieli e le acque, numerose come le isole e i porti, necessarie come le navi e i remi”. E noi, come dice l’autore, continuiamo ad alzare le vele per sentirle raccontare.

Io, dal canto mio, mi immagino che gli anemofili siano leggeri, pronti a essere portati via dal minimo refolo, in tutte le cose della vita. Non solo «vitalità, sicurezza, serenità, slancio e buon umore», come dice Fiori, non solo «insostenibile leggerezza dell’essere», ma anche incoerenza, prontezza a seguire le mode, a voltare gabbana, ad appiattirsi sulle opinioni e le posizioni di chi comanda.

Quanti ne conosco, di anemofili in questa seconda accezione. Purtroppo non basta un soffio a farli sparire.

Tarassaco

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Articolo precedente

Grazie a Mark Nichols e soprattutto a Luisa Carrada (con richiesta postuma di permesso, ma spero non se ne abbia)

Il debosciato fa bisboccia

Cominciamo dal debosciato secondo il Vocabolario Treccani:

Sregolato, dissoluto, fiaccato da una condotta di vita viziosa: un giovane debosciato (e analogamente, una gioventù, una generazione debosciata); anche sostantivo: è un debosciato.

Passiamo alla vita viziosa che il debosciato conduce, cioè alla bisboccia, sempre secondo il Vocabolario Treccani:

Baldoria, allegra e abbondante mangiata e bevuta, fatta in compagnia: far bisboccia.

Le 2 parole condividono un’origine comune: non soltanto, con ogni probabilità, l’origine prossima, cioè il francese débauche, «gozzoviglia», ma anche quella più antica. Nell’antico germanico balco era il luogo di lavoro e il termine è passato nel francese arcaico bauche: per cui, abbastanza ovviamente, de-baucher significa «distogliere dall’occupazione, distornare dal lavoro» ma anche, in senso lato e applicato all’ambito morale, «distogliere dai doveri» (coniugali eccetera).

Buona bisboccia a tutti!