Piazza della Loggia

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

antiwarsongs.org

Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).

Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:

Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato. Lo stesso terrorismo di stato. Che colpisce, stavolta, non in un luogo “di passaggio”, come nella strage precedente ed in quelle che seguiranno (una banca, un treno, una stazione), ma nella Piazza.
La Piazza.
Tempio della politica e dell’azione, dell’assemblea e della parola. Quella piazza che Giorgio Gaber contrapponeva come scelta della sua generazione alla casa e alla coppia sposata, la piazza “unica salvezza” per una generazione imperdonabile che rifiutava la dimensione privata e borghese della famiglia e le imputava anzi la colpa di tenere le persone lontane “dalla lotta, dal dolore e dalle bombe”. Quell’ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti colpì al cuore un’intera generazione in ciò che di più intimo e pubblico nel medesimo tempo aveva al mondo.
È la mattina del 28 maggio 1974. In Piazza della Loggia, cuore storico della città di Brescia, si sta svolgendo una manifestazione organizzata dal Comitato Permanente Antifascista bresciano per protestare contro la violenza dei gruppi della destra radicale. Sta parlando il sindacalista della CGIL Castrezzati. Proprio mentre il sindacalista sta parlando della strage di Piazza Fontana di quattro anni e mezzo prima, si sente uno scoppio. Nell’agghiacciante registrazione della manifestazione, un documento sonoro che chiunque ricordi quegli anni porterà per sempre dentro (fosse stato pure un ragazzino di undici anni, come io ero allora), si sente la voce di Castrezzati che parla; lo scoppio; ancora Castrezzati, che con voce rotta grida “Compagni! State Calmi! Lavoratori! Tutti al centro della piazza!”. Sul selciato, tra i brandelli delle bandiere rossi, restano i corpi dilaniati di otto persone, delle quali vogliamo ricordare il nome.
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trabeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trabeschi (marito di Clementina), Vittorio Zambarda. Rimangono ferite in modo più o meno grave altre 103 persone.

Da allora, per chi era lì quella mattina, Piazza della Loggia resterà sempre squarciata dai corpi ammucchiati, dalle bandiere rosse come il sangue stese a terra per coprire l’orrore, dal fumo e dalla confusione, dall’odore acre di polvere e carne bruciata. Da allora sarà “la piazza lavata”, dacché qualcuno diede ordine ai pompieri di spazzarla con gli idranti cancellando ogni indizio per rivestirla al cospetto dei nuovi giorni. Non riuscirà mai a riprendere le sue funzioni di mercato al sabato, di fermata degli autobus, di snodo del centro storico: la sua condizione fondamentale sarà quella di piazza ferita, solo per gli occhi disattenti “lavata” e acconciata per le futilità quotidiane. “Loro – quei corpi straziati – ci sono anche se non vogliamo guardare” (Mario Rigoni Stern).
A differenza di quella di Piazza Fontana, la strage di Brescia non ha avuto, a quanto mi è noto, grandissimo eco nella canzone d’autore e popolare. Con un’unica, importantissima eccezione: “Ringhera” di Ivan della Mea. L’intera seconda parte della lunghissima cantata in dialetto milanese è dedicata alla strage, seguendo le vicende di una delle sue vittime (non so dire, onestamente, se basate su una reale corrispondenza, oppure se frutto della fantasia interpretativa dell’autore; ed al riguardo mi piacerebbe ovviamente avere notizie più precise).
Tempo fa (esattamente il 28 ottobre 2004) ebbi modo di presentare “Ringhera” sul newsgroup it.fan.musica,guccini e sulla mailing list “Brigata Lolli”, vale a dire gli stessi luoghi dove sto inserendo questa cosa sulle canzoni e le stragi di stato. Si trattava della prima volta in cui il testo della cantata di Ivan della Mea veniva presentato in rete. Ritengo opportuno ripetere la presentazione che ne feci allora, sfrondata dalle parti appropriate per il suo inserimento nel sito delle “Canzoni contro la guerra”.
*
“Ringhera” è una lunga cantata di lotta, la storia del nostro paese dal fascismo alla guerra di Spagna, dal duro dopoguerra alle stragi di stato e alle bombe fasciste vista attraverso le vicende di un ragazzo e di una ragazza “di ringhiera” milanese. Un affresco totale di una storia di lotte, di sopraffazioni e di morte (la cantata si chiude infatti con la morte della donna il 28 maggio 1974, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia). Una storia di guerra e di lotta continua, quindi; una storia militante che, va da sé, si è sempre e necessariamente confusa con la lotta contro la guerra imperialista e contro la violenza delle classi dominanti.
“Ringhera” è a mio parere una delle massime cantate in lingua italiana. Ciononostante, in rete mi è stato assolutamente impossibile reperirne il testo completo. Ho dovuto quindi trascriverla all’ascolto […]
“Ringhera”, tratta dall’album omonimo di Ivan della Mea (del 1974), è senza dubbio una delle composizioni più autenticamente epiche di tutta la canzone d’autore italiana; e ve la annovero volentieri tra le principali in assoluto […]. Un’occasione per vederne il testo, per chi già la conosce, e di conoscerla per chi non ne ha mai sentito parlare.
E’ l’epopea, forse, di una classe, di un paese e di una città intera, Milano, quella Milano che voglio non vedere mai morta e sempre rinascere con quello che veramente è nel profondo, e che ho imparato nel tempo ad amare. Anche grazie al lucchese Della Mea. E’ la storia di questo paese dal fascismo alla Resistenza, dal dopoguerra alle stragi di stato. E’ la storia di una città operaia vista dalla parte della “Ringhera”, le case di ringhiera della Milano popolare (ed ora, spesso, trasformate in abitazioni da “fighettume” di merda…), la cui gente assurge a simbolo di tutti coloro che hanno lottato e che non si sono mai arresi.
E’ la storia di un uomo e di una donna che cade vittima di una strage fascista, quella di Brescia del 28 maggio 1974. Una di quelle stragi che vorrebbero farci dimenticare, non sapendo che qualcuno ci sarà sempre a tenere accesa la memoria. Voglio essere e sono uno di queste persone. Non intendo abdicare mai. Ora e sempre non solo Resistenza: ora e sempre memoria.
Il testo di “Ringhera” è composito e suddiviso in parti ben precise: Un’introduzione, una prima parte dedicata alla vicenda della Guerra di Spagna e una seconda dedicata alla strage di Brescia. E’ in milanese inframezzato con frequenti parti in italiano (e un ritornello in spagnolo, ripreso dal “Quinto regimiento”). Non ritengo opportuno inserire una traduzione per la comprensione abbastanza agevole del testo.

Ho già “postato” (affisso, si dovrebbe dire?) su questo blog il testo e la registrazione di Ringhera commemorando la morte di Ivan Della Mea: Ma è meglio per tutti se la riporto di nuovo.

“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.

El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.

La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”

L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.

E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”
“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! “

Robert Doisneau – Le Baiser de l’hôtel de ville

Oggi ricorre il centenario della nascita di Robert Doisneau (nato il 14 aprile 1912, morto a pochi giorni dal suo 82º compleanno, il 1º aprile 1994, a Montrouge: questo lo scrivo per Il barbarico re).

Anche Google gli dedica il suo doodle.

La sua foto (forse) più famosa è quella che vedete qui sotto, Le Baiser de l’hôtel de ville.

Come vedete, rappresenta una giovane coppia che si bacia su un marciapiede affollato di passanti, davanti ai tavolini (di zinco?) della terrasse di un caffè, con in secondo piano un tipico palo di lampione parigino (quello che, proverbialmente, gli ubriachi usano per sostegno e non per illuminazione) e sullo sfondo, annebbiato e fuori fuoco, l’Hôtel de Ville.

Le Baiser de l'hôtel de ville

people.uncw.edu

Una foto che è diventata un’icona della Parigi idealtipica, quella che ognuno di noi ha in mente anche prima di essere andato a Parigi o senza esserci mai stato. Quando ne fu realizzato un poster, nel 1996, vendette 410.000 esemplari.

La foto ci sembra anche del tutto rappresentativa della filosofia di Doisneau, che scrisse:

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.

Infine, la foto è anche diventata un’icona della spontaneità: quella degli amanti che si baciano dimentichi di tutto e di tutti, e quella del fotografo capace di cogliere un istante in un’inquadratura …

Bene, almeno quest’ultima cosa è falsa, o almeno non è del tutto vera. Indubbiamente, la foto esprime un’intuizione creativa folgorante. Ma non è il frutto di un momento di serendipità, ma il risultato di una posa. Doisneau stava realizzando un servizio per la rivista americana Life e chiese l’aiuto di una studentessa di teatro, Françoise Bornet e del suo ragazzo, Jacques Carteaud. L’identità dei due era ignota allo stesso Doisneau e i due si separarono poco dopo. Così la veridica istoria dello scatto restò sconosciuta per molti anni.

Nel 1992 una coppia (Denise e Jean-Louis Lavergne) si presentò alla televisione francese rivendicando di essere quella rappresentata nella foto, e denunciando Doisneau per averli fotografati senza il loro permesso.

Fu allora, che in un’intervista, il fotografo fu costretto a fare a pezzi le illusioni dei romantici di tutto il mondo, dichiarando: «Non avrei mai osato fare una foto così senza chiedere il permesso: raramente la gente che si bacia per strada è una coppia regolare».

Soltanto allora, dopo oltre 40 anni, Françoise Bornet riemerse dall’oscurità e andò a trovare Doisneau, portando con sé la copia della stampa, timbrata e autografata, che il fotografo le aveva inviato pochi giorno dopo averla sviluppata. È questa la stampa battuta nel 2005 per 125.000 € dalla casa d’aste parigina Artcurial Briest-Poulain-Le Fur (lo racconta BBCNews in un articolo del 25 aprile 2005, Classic Kiss shot sold at auction).

Quanto al protagonista maschile, Jacques Carteaud, dopo aver abbandonato la Bornet e la carriera teatrale, divenne viticultore. Ce lo racconta il Corriere della sera in un articolo dell’8 gennaio 1993 (Doisneau: ora quel celebre “Bacio” ha un nome), che ci rivela anche che l’uomo con il basco subito alle spalle della coppia che si bacia – altra icona della francesità, l’uomo con il basco – è in realtà un irlandese.

Trago

Uno pensa – avendo superato l’età del liceo ed essendo appassionato cultore delle parole, del loro significato e della loro origine – che l’incontro con parole mai sentite prima sia un evento rarissimo. E invece non è così: ieri ho incontrato il trago. E pensare che ne avevo addosso 2, senza averlo mai appreso. Sono entrato anch’io nel club di “quelli che … a loro insaputa,” come direbbe Enzo Jannacci.

Secondo il Vocabolario Treccani:

In anatomia, sporgenza triangolare del padiglione auricolare dell’uomo e dei mammiferi, situata anteriormente al meato acustico esterno.

Trago

wikipedia.org

Gray's Ear

wikipedia.org

A questo punto, verrebbe logico pensare che l’aggettivo derivato dal sostantivo trago sia tragico: “peli tragici: i peletti che crescono sul trago di maschi, dopo una certa età.” Ha un suo perché, non vi pare?

Invece no. Secondo Wikipedia:

Il trago è un’eminenza rettangolare, dal quale spesso prendono origine dei peli detti “tragi”, posta al di sotto dell’origine dell’elice, al davanti della conca e del condotto uditivo esterno, che nasconde e protegge.

Peli tragi, dunque, nulla di tragico. Oppure no?

No, perché l’etimologia di trago è la stessa di tragedia: attraverso il latino, dal greco τράγος, parola dai numerosi significati “tra cui quello di «capro», in rapporto semantico non sempre chiaro,” come chiarisce ancora una volta il Vocabolario Treccani. Così, abbiamo però l’aggettivo intertràgico, composto di inter- e trago, che non è riferito alle performance della mia squadra del cuore ma, in anatomia, all’incisura che nel padiglione dell’orecchio delimita l’antitrago dal trago, e il sostantivo tràġion (o tràghion) che è, in antropometria, il punto craniometrico corrispondente all’incrocio della tangente condotta lungo il margine anteriore con quella condotta lungo il margine superiore del trago.

tragion

designingforhumans.com

Avatar di Fabio ChiusiilNichilista

La Federazione Editori Musicali ha arruolato artisti del calibro di Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri, Gino Paoli e altri (età media 63 anni, nota un commentatore su YouTube) per l’ennesimo spot contro la pirateria digitale. Eccolo:

Diverse affermazioni mi sembrano contestabili, false, incomplete o controproducenti. Provo a spiegare perché, una a una:

«In tutto il mondo si sta discutendo di come regolamentare la diffusione di contenuti su Internet.»
Vero, ma perché interessa alle lobby dell’intrattenimento, che premono da anni per norme più stringenti contro la pirateria online. Non mi risulta che tutto il mondo discuta del fatto che circa un miliardo di cittadini digitali già subisce una qualche forma di filtraggio dei contenuti online. O della possibilità concessa alle aziende occidentali di fare profitti per 5 miliardi di dollari vendendo strumenti di sorveglianza digitale a regimi autoritari che li utilizzano per identificare e uccidere i dissidenti. Sarà questione di punti di…

View original post 775 altre parole

Statistici per caso

Gli statistici sono considerati, non del tutto immeritatamente, persone noiose. Secondo un prezioso libretto pubblicato alcuni anni fa da Statistics Denmark [Hermann, Anne ed. StatisTics. Copenhagen: Statistics Denmark. 2005):

A statistician is … someone who doesn’t have the personality to be an accountant. [Unknown]

Nondimeno, anche gli statistici hanno le loro mitologie, i loro padri fondatori, i loro grandi uomini.

Uno di questi è lo statistico inglese George E. P. Box (le iniziali stanno per Edward Pelham), nato il 18 ottobre 1919 e (a quanto mi risulta) tuttora vivente. Se parlassi dei suoi contributi alla scienza statistica vi annoierei certamente. Ma Box è famoso anche al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, per avere scritto un frase profondissima nella sua apparente scanzonatezza:

Essentially, all models are wrong, but some are useful [Box, George E. P.; Norman R. Draper (1987). Empirical Model-Building and Response Surfaces, Wiley, p. 424]

George E. P. Box

wikipedia.org

Non che Box avesse mostrato fin dai tempi della scuola una spiccata vocazione per la statistica. Allo scoppio della 2ª guerra mondiale era studente di chimica, ma si arruolò volontario ed entrò nel genio. Come divenne statistico è lui stesso a raccontarlo, in un articolo scritto 70 anni dopo e intitolato, appunto, An Accidental Statistician:

[…] I was moved to a highly secret experimental station in the south of England. At the time they were bombing London every night and our job was to help to find out what to do if, one night, they used poisonous gas.
Some of England’s best scientists were there. There were a lot of experiments with small animals, I was a lab assistant making biochemical determinations, my boss was a professor of physiology dressed up as a colonel, and I was dressed up as a staff sergeant.
The results I was getting were very variable and I told my colonel that what we really needed was a statistician.
He said “we can’t get one, what do you know about it?” I said “Nothing, I once tried to read a book about it by someone called R. A. Fisher but I didn’t understand it”. He said “You’ve read the book so you better do it”, so I said, “Yes sir”.

Ma il caso non aveva ancora finito di giocare con Box, e di fargli incontrare i più grandi statistici dell’epoca: ancora dopo la guerra i suoi superiori la mandano a Cambridge a sottoporre un problema statistico a Ronald A Fisher.

Ronald Fisher

wikipedia.org

Dopo la guerra si lauera all’University College di Londra con Egon S.  Pearson.

Egon Pearson

swlearning.com

Nel 1956 John Tukey lo invita a Princeton per formare e dirigere lo Statistical Techniques Research Group (STRG).

John Tukey

wikipedia.org

Per complicare l’albero genealogico della statistica del 20º secolo, Box sposò la seconda delle 5 figlie di Ronald A Fisher (autrice anche di una biografia del padre, R.A. Fisher: The Life of a Scientist).

Joan Fisher Box

amazon.com

Egon Sharpe Pearson

Dirigere l’orchestra: una guida visiva

Conducting Demystified

flowingdata.com

Per molti di noi, suppongo, Fantasia di Walt Disney è stato uno dei primi incontri con un direttore d’orchestra: un signore vestito in modo buffo (in Fantasia era Leopold Stokowski, un direttore leggendario) che muovendo le mani e una bacchetta (sicuramente magica) dominava cento persone e ne faceva un’orchestra, una macchina meravigliosa per produrre suoni. Mentre scrivo, con un brivido sento ancora quella fascinazione.

Fantasia

wikipedia.org

Ora il New York Times, in collaborazione con il Movement Lab della New York University, ha realizzato un video in cui disvela – senza nulla togliere alla magia – l’arte della direzione d’orchestra. Dirige (e si fa intervistare) Alan Gilbert, direttore musicale della New York Philharmonic Orchestra, l’orchestra che fu (tra gli altri: non dimentichiamo Mitropoulos e Toscanini e lo stesso Stokowski) di Lenny Bernstein.

Ho trovato la notizia su FlowingData, per l’esattezza qui: Conducting Demystified.

Il video realizzato dal NYT e pubblicato il 6 aprile 2012 lo trovate qui (vi consiglio vivamente di andarlo a guardare).

Questo invece è il “The Making of” realizzato dal Movement Lab:

Che cosa significa un aumento del 13% del rischio di morte?

Ho trovato questo bell’articolo di David Spiegelhalter, pubblicato il 21 marzo 2012 sul blog Understanding Uncertainty di cui ho già parlato in un’altra occasione. L’ho trovato così bello che mi cimento per voi nella sua traduzione (con qualche minima libertà).

David Spiegelhalter

understandinguncertainty.org

Secondo un articolo pubblicato di recente (Pan et al. “Red Meat Consumption and Mortality. Results From 2 Prospective Cohort Studies“. Archives of Internal Medicine. Published online March 12, 2012. doi:10.1001/archinternmed.2011.2287) un maggiore consumo di carni rosse è associato con maggiori rischi di mortalità totale, per malattie cardiovascolari e per cancro. La notizia è stata meravigliosamente ripresa dai giornali: ad esempio, il Daily Express ha scritto che ‘se la gente riducesse l’ammontare di carne rossa che consuma – bistecche e hamburger, per capirsi – a meno di mezza porzione al giorno, il 10% di tutti i decessi potrebbe essere evitato‘.

Red Meat

dailyexpress.co.uk

Caspita, sarebbe bellissimo trovare qualche cosa che riduce del 10% tutti i decessi. Purtroppo, non è questo che dice l’articolo scientifico. Le conclusioni principali sono che una porzione aggiuntiva di carne rossa al giorno, dove una porzione sono 85 g – un pezzo di carne delle dimensioni di un mazzo di carte, meno di un hamburger standard (il quarter pounder pesa 113,4 g) – è associata con un hazard ratio («rapporto di rischio») di 1,13, cioè con un rischio di morte aumentato del 13%. Ma che cosa vuol dire questo? Sicuramente il nostro rischio di morte è già del 100% e un rischio del 113% non sembra avere molto senso, no? Per capire veramente che cosa significa un hazard ratio di 1,13 dobbiamo fare qualche calcolo.

Prendiamo 2 amici, Carlo e Nando: tutti e 2 hanno 40 anni, lo stesso peso, lo stesso consumo di alcol, lo stesso tempo dedicato allo stare in forma fisica, la stessa storia medica familiare … ma non necessariamente lo stesso reddito, lo stesso grado di istruzione e lo stesso standard di vita. Carlo il carnivoro pranza nei giorni feriali, dal lunedì al venerdì, con un hamburger (diciamo un quarter pounder). Nando il normale non mangia mai carne a pranzo nei giorni feriali, ma per il resto dei pasti segue una dieta simile a quella di Carlo. Non ci stiamo occupando minimamente di Vincenzo il vegetariano, che la carne non la mangia mai.

Ognuno dei 2 fronteggia ogni anno un rischio di morire: il termine tecnico è hazard. Perciò un hazard ratio di 1,13 significa che, per 2 persone come Carlo e Nando, che sono simili salvo che per il maggior consumo di carne rossa, quello che ha il fattore di rischio (Carlo) ha ogni anno un rischio di morire più elevato del 13%, per tutto il periodo di osservazione (circa 20 anni).

Ma questo non significa che vivrà il 13% meno di Nando, anche se questo è il modo in cui molti hanno interpretato la cifra. E allora come influenza la durata della loro vita? Per saperlo dobbiamo ricorrere alle Interim Life Tables pubblicate dall’Office of National Statistics (in Italia le pubblica l’Istat e noi le chiamiamo Tavole di mortalità): potete trovarle qui, ma per avere dati comparabili con quelli inglesi dovete selezionare nel menu a sinistra l’ultimo anno pubblicato, il 2008).

Tavole di mortalità

understandinguncertainty.org

La figura mostra una parte delle tavole riferite ai maschi e al periodo 2008-2010 per Inghilterra e Galles. La colonna lx [perdonatemi, ma non so come si inseriscono i deponenti nell’editor di wordpress] mostra, su 100.000 nati maschi, quanti ci aspettiamo sopravvivano fino all’x-esimo compleanno (lo potete leggere nelle diverse righe). La colonna qx ci dice la quota di maschi che raggiungono l’età x che ci aspettiamo muoiano prima di aver raggiunto il loro (x+1)-esimo compleanno – questo è l’hazard (l’Istat lo chiama ‘probabilità di morte’). Ne consegue che dx è il numero di maschi che ci aspettiamo muoiano durante il loro x-esimo anno, dove dx = qx · lx: per esempio, su 100.000 nati-vivi maschi, ci aspettiamo che 503 muoiano durante il loro primo anno, ma soltanto 33 tra il primo e il secondo compleanno. La colonna intestata ex mostra la speranza di vita di qualcuno che abbia raggiunto il suo x-esimo compleanno – Spiegelhalter fa vedere come si calcola, ma io ve lo risparmio perché so che soltanto a farvi vedere il simbolo Σ mi abbandonereste e io invece voglio che seguiate il ragionamento principale fino alla fine. L’importante è sapere che dx ed ex sono legati da una precisa relazione matematica.

Se consultiamo le tavole originali dell’ONS, vediamo che un maschio di 40 anni può aspettarsi di viverne altri 40 (i numeri sono grosso modo gli stessi se consultiamo le tavole italiane dell’Istat). Attenzione, questo non vuol dire quanto a lungo ciascuno vivrà – può essere di più, può essere di meno, 40 anni è una media. [Per di più, è basata sull’hazard qx corrente – ma in effetti ci si può aspettare che le cose migliorino via via che invecchia (ad esempio, per i progressi della medicina). Tavole che prendono in considerazione possibili variazioni degli hazard si possono calcolare e si chiamano di coorte (invece che di periodo). L’ONS le pubblica qui. Secondo queste tavole, un uomo di 40 anni può aspettarsi di viverne altri 46.]

Bene. Usiamo per semplicità i valori di periodo. Poiché abbiamo detto che Nando il normale mangia una quantità media di carne rossa, gli assegneremo i valori dell’uomo medio. Possiamo vedere l’effetto di un hazard ratio di 1,13 moltiplicando per questo valore tutta la colonna qx e ricalcolando prima dx e poi il valore dell’aspettativa di vita a 40 anni: il nuovo valore, che possiamo associare a Carlo il carnivoro, è di 39 invece di 40. Quindi, secondo i risultati dell’articolo, il consumo extra di carne rossa è associato a – anche se non necessariamente causa di – la perdita di un anno di aspettativa di vita.

Un anno su 40, cioè circa una settimana all’anno, o ½ ora al giorno. Vale a dire, che un’abitudine inveterata a mangiare per tutta la vita un hamburger a pranzo è associata alla perdita di ½ ora al giorno, molto di più del tempo che ci si mette a mangiare un hamburger. E – come abbiamo detto nel post Microlives – ½ ora di aspettativa di vita è anche associato a 2 sigarette, a 2 pinte di birra ed essere sovrappeso di 5 kg.

Microvite

understandinguncertainty.org

Naturalmente, questo non significa che Carlo perderà esattamente quel tempo di vita. Anzi, non possiamo nemmeno contare sul fatto che Carlo muoia prima di Nando. Anzi è stato provato (Spiegelhalter ne parla qui) che se ipotizziamo che se un hazard ratio pari ad h è mantenuto costante per tutta le loro vite, la probabilità (per l’esattezza, gli odds) che Carlo muoia prima di Nando è esattamente pari ad h. E poiché gli odds sono definiti come p/(1-p), dove p è la probabilità che Carlo muoia prima di Nando, avremo:

p = h / (1 + h) = 1,13 / 2,13 = 0,53

Cioè c’è il 53% di probabilità che Carlo muoia prima di Nando, invece del 50%. Non poi un granché.

Un’altra cosa. Non possiamo neppure dire che la carne rossa è la causa diretta della perdita di speranza di vita: cioè, che se Carlo smettesse di ingozzarsi di hamburger, la sua speranza di vita aumenterebbe. Forse c’è un altro fattore, nascosto, che causa sia l’appetito per la carne rossa di Carlo, sia la sua diminuita speranza di vita.

Ad esempio, il reddito. Negli Stati Uniti, le persone a basso reddito sono associate sia a un maggior consumo di carne rossa, sia a una speranza di vita ridotta. Ma l’articolo di cui abbiamo parlato fino adesso, come abbiamo accennato all’inizio, non ha tenuto conto delle differenze di reddito …

* * *

Per quello che mi riguarda, recupererò quella mezz’ora dormendo un po’ meno la notte …

Ferisce la vicina a colpi di telecomando – La Gazzetta di Mantova

Meraviglioso. Non c’è nulla da aggiungere. Spero che ora ne traggano un film.
L’ho trovato su La Gazzetta di Mantova del 7 aprile 2012.

A PROCESSO
Ferisce la vicina a colpi di telecomando
Ha colpito più volte la vicina di casa con il telecomando della tivù, ferendola al volto e in altre parti del corpo. A finire nei guai Albertina Boscaglia, 67 anni, che vive in viale Emilia a Lunetta…

Ha colpito più volte la vicina di casa con il telecomando della tivù, ferendola al volto e in altre parti del corpo. A finire nei guai Albertina Boscaglia, 67 anni, che vive in viale Emilia a Lunetta. I fatti risalgono al 28 settembre 2007, ma i contrasti tra le due donne (la vittima ha quasi ottant’anni) sono di vecchia data. Abitano nello stesso condominio. Albertina sopra, Bruna sotto. Discussioni e dispetti sono frequenti. C’è molta tensione tra le due donne. Per questo bastano poche briciole di pane a far precipitare la situazione. Il giorno prima della lite, infatti, Albertina, dopo aver pranzato, esce con la tovaglia sul balcone e la scuote. Ma sotto il suo balcone c’è quello di Bruna e le briciole si depositano sul pavimento del terrazzo. Il giorno dopo la situazione precipita. Mancano pochi minuti a mezzogiorno. Albertina, uscita per fare la spesa, rientra in condominio e sale le scale. Bruna nel frattempo sta pulendo il pianerottolo del piano in cui abita. Le due donne si incrociano e inizia la discussione. Una discussione che prosegue nell’appartamento della vittima. Ed è proprio all’interno dell’alloggio che Albertina, secondo l’accusa, afferra il telecomando e con quello comincia a colpire la padrona di casa. L’ultrasettantenne tenta di difendersi ma non ce la può fare. Nel frattempo Albertina, con lo stesso oggetto danneggia anche alcuni arredi. Sbollita la rabbia se ne va, ma non prima di offendere pesantemente l’anziana vicina di casa. Interviene la polizia locale, avvertita dagli inquilini del palazzo e l’ambulanza che accompagna l’anziana al pronto soccorso di Mantova. Quindici i giorni di malattia riconosciuti dai medici per quelle ferite. (go)
07 aprile 2012

Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria

Francesco Cevasco pubblica su Il club de La lettura del Corriere della sera un interessante articolo (Italo Calvino cantautore Indie Pop) sul Cantacronache di Sergio Liberovici, Michele Straniero e Fausto Amodei. Nell’invitarvi a leggerlo per conto vostro, mi vorrei soffermare su un aspetto marginale (ovviamente, non marginale per me).

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot / wikipedia.org

Ma prima, almeno qualche canzone di Fausto Amodei.

Cominciamo dalla mia preferita, Il tarlo (dedicata a Giovanni B., che ha compiuto 62 anni qualche giorno fa).

In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c'era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.

 Avanzare con i denti
 per avere da mangiare
 e mangiare a due palmenti
 per avanzare.
 Il proverbio che il lavoro
 ti nobilita, nel farlo,
 non riguarda solo l'uomo,
 ma pure il tarlo.

Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.

 Farsi strada con i denti
 per mangiare, mal che vada,
 e mangiare a due palmenti
 per farsi strada.
 Quel che resta dietro a noi
 non importa che si perda:
 ci si accorge, prima o poi,
 ch'è solo merda.

Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.

 Avanzare, per mangiare
 qualche piccolo boccone,
 che dia forza di scavare
 per il padrone.
 L'altra parte del raccolto
 ch'è mangiato dal signore
 prende il nome di "maltolto"
 o plusvalore.

Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d'altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.

 Lavorare a perdifiato,
 accorciare ancora i tempi,
 perché aumenti il fatturato
 e i dividendi.
 Ci si accorse poi ch'è bene,
 anziché restare soli,
 far d'accordo, tutti insieme,
 dei monopoli.

Si sa com'è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d'infarto.
Sulla sua tomba è scritto:

PER L'IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI'.

In ordine crescente di notorietà, Se non li conoscete:

LA sua più famosa, Per i morti di Reggio Emilia:

Ed ecco l’incipit dell’articolo di Cevasco:

Italo Calvino cantautore Indie Pop

Primo maggio 1958. Italo Calvino fa il suo esordio come «cantautore». Ma cantautore per davvero. E aveva pure la voce da baritono, finto baritono, quello da troppe sigarette. Al corteo della Cgil a Torino gli altoparlanti gracchiano la canzone Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, musicata da Sergio Liberovici. È una canzone con i partigiani buoni, o perlomeno dalla parte giusta, e i nazisti-avvoltoi cattivi. E contro la guerra. E per dire che non era, quella «canzonetta», una divagazione ludica di un già grande scrittore (aveva ormai pubblicato Il barone rampante e Il visconte dimezzato) leggete il confronto tra i versi del più grande cantautore italiano, Fabrizio De André, e quelli di Calvino.

De André, La guerra di Piero, 1964: «Lungo le sponde del mio torrente/ Voglio che scendano i lucci argentati/ Non più i cadaveri dei soldati/ Portati in braccio dalla corrente».

Calvino, Dove vola l’avvoltoio, 1958: «Nella limpida corrente/ Ora scendon carpe e trote/ Non più i corpi dei soldati/ Che la fanno insanguinar».

Ecco, io non penso che sia una coincidenza. Penso, anzi so, anzi ho sempre saputo che De André non esitava a “copiare”. Quando, in quegli anni, ascoltavamo le canzoni di De André, i miei amici e io faticavamo a distinguere, in De André, le canzoni “originali” dalle traduzioni di Brassens, dalle riprese e dagli adattamenti di canzoni popolari o di melodie medievali o medievaleggianti. Ce ne importava ben poco. Alcune ci piacevano e altre no. Su molte avevamo dubbi musicali (a me, almeno, piaceva ben altra musica) ma le parole erano belle e si cantavano bene insieme. Poi de André ha cominciato a collaborare con altri, alla musica e agli arrangiamenti (da Piovani a Mauro Pagani). E non sono mai cessate le libere ispirazioni, da Dylan a Leonard Cohen. Poi è arrivata la santificazione, e l’impossibilità di dubitare di una singola nota o di una singola parola.

Soltanto adesso, forse , siamo abbastanza maturi per sapere che la creatività è sempre combinatoria: le spalle dei giganti e la fame di realtà.

Non sono riuscito a trovare Dove vola l’avvoltoio? (parole di italo Calvino, musica di Sergio Liberovici) cantata dallo stesso Calvino, e non so neppure se esista. In Cantacronache 2 la cantava Pietro Buttarelli:

Un giorno nel mondo
  finita fu l'ultima guerra,
  il cupo cannone si tacque
  e più non sparò,
  e privo del tristo suo cibo
  dall'arida terra,
  un branco di neri avvoltoi
  si levò.

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla terra mia,
 che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole,
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe,
girotondi e ninnenanne,
non più il rombo del cannon".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango,
odio e piombo nelle guerre,
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna,
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".

 Dove vola l'avvoltoio...

  Ma chi delle guerre quel giorno
  aveva il rimpianto
  in un luogo deserto a complotto
  si radunò
  e vide nel cielo arrivare
  girando quel branco
  e scendere scendere finché
  qualcuno gridò:

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla testa mia...
 ma il rapace li sbranò.

Dove abitava J. D. Salinger nel 1940?

Secondo la normativa statunitense, trascorsi 72 anni il Census Bureau può pubblicare i dati individuali. Di conseguenza, il 2 aprile 2012 ha pubblicato i dati individuali del Censimento del 1940.

I dati individuali dei censimenti sono molto richiesti dagli americani, soprattutto per ricostruire la storia e la genealogiadelle famiglie, in un Paese d’immigrazione. Infatti, soltanto nel primo giorno di pubblicazione dei dati del 1940, il sito 1940census.archives.gov è stato visitato più di 37 milioni di volte, costringendo il Governo americano a potenziare il server.

Ad esempio, si può sapere che Salinger, l’autore di Il giovane Holden, abitava a Manhattan, a Park Avenue 1133.