Chiara, Patrizia e i romani scomparsi

PATRIZIA: Hai visto quest’articolo? “L’Istat si è perso 187mila romani”. Un esercito di desaparecidos, dice il giornale. Mi sa che il presidente dell’Istat è peggio di Pinochet!

CHIARA: Veramente, quella era la giunta militare argentina di Videla. Anche se non è che Pinochet sia stato molto meglio…

PATRIZIA: Comunque, non cambiare discorso. Il fatto resta gravissimo: all’Istat non conoscono l’ABC del loro mestiere, oppure lo conoscono e non lo praticano. Evidentemente ha ragione Ichino: dentro la pubblica amministrazione italiana si annida una maggioranza di nullafacenti, che prospera a spese dei cittadini che pagano le tasse, cioè a nostre spese. Gli statistici, con tutte quelle aree di scienziati che si danno, non sono meglio degli altri. Ma lo sai che il censimento – lo dice l’articolo – è costato 430 milioni di euro?

CHIARA: Vabbè, che sarà mai. Sono poco più di 7 euro a testa…

PATRIZIA: Sempre quei tuoi calcoli pignoli. E anche sbagliati. Non mi interessa sapere quanto ha pagato ogni cittadino, ma quanto ha intascato ciascuno dei fannulloni dell’Istat. Quanti sono, poi? C’è scritto nell’articolo?

CHIARA: No, ma io lo so. Sono circa 2.500 e quindi sarebbero 172mila euro a dipendente, un’enormità. Ma è un calcolo senza senso, perché il censimento è un’operazione molto complessa, cui non prende parte soltanto l’Istat, ma anche le strutture del ministero dell’interno, la rete delle camere di commercio e tutti i Comuni. Sono i Comuni, in particolare, a scegliere e a pagare i rilevatori. Il grosso dei soldi va quindi ai Comuni e, per loro tramite, all’esercito dei rilevatori.

PATRIZIA: Sarà. Ma resta il fatto dell’incompetenza: come è possibile perdersi per strada quasi 200mila persone. Ma ti rendi conto che è una città delle dimensioni di Trieste?

CHIARA: Aspetta! Ma per poter dire che a Roma ci sono 200mila persone in più rispetto a quelle censite dall’Istat (e dal Comune di Roma!) bisogna avere un altro dato, per fare il confronto.

PATRIZIA: Ma certo! Vediamo se l’articolo lo dice… Ecco: la differenza nasce dal confronto con l’anagrafe.

CHIARA: Ma allora le cose cambiano. Qui stiamo confrontando due numeri, due misurazioni della popolazione di Roma – tra l’altro, di tutte e due sono responsabili insieme, anche se con compiti e responsabilità diversi, sia l’Istat sia il Comune di Roma… Due numeri, dicevo, uno che viene dai registri dell’anagrafe, che spero bene che a Roma siano informatizzati da tempo, e l’altro dai questionari raccolti con il censimento. Come fa l’articolo a sapere qual è il dato giusto?

PATRIZIA: Quello dell’anagrafe, ovvio!

CHIARA: Mica tanto. Se il dato dell’anagrafe fosse esatto, non ci sarebbe bisogno di fare il censimento. Basterebbe farsi stampare la situazione alla mezzanotte tra il 20 e 21 ottobre 2001 dall’archivio dell’anagrafe. Il problema è che anche nell’anagrafe ci sono errori. Hai mai cambiato residenza?

PATRIZIA: Sì, mi sono spostata da Crotone a Torino dodici anni fa. Ci hanno impiegato mesi a registrare il cambio di residenza, non mi è nemmeno arrivato il certificato elettorale in tempo…

CHIARA: Lo vedi? E questo è un caso semplice. Poi ci sono quelli che per loro convenienza, o per motivi ancora meno trasparenti, o per distrazione, o per pigrizia, o perché pressati da problemi più importanti non segnalano il cambiamento di residenza. E poi, naturalmente, ci sono gli errori degli impiegati e quelli del software. Nessuno è perfetto, no? Per questo, in occasione del censimento, si fa un riallineamento dell’anagrafe.

PATRIZIA: Cioè, mi stai dicendo che i numeri del censimento sono quelli giusti, e che quelli dell’anagrafe sono sbagliati?

CHIARA: No, sto cercando di riflettere, e di non prendere per oro colato quello che scrivono i giornali. Anche nel censimento ci possono essere molti errori, soprattutto quando le persone che dovrebbero essere censite non si trovano o non si fanno trovare: pensa ai single che stanno fuori tutta la giornata, alle persone anziane e diffidenti che non aprono la porta a nessuno… Te l’avevo detto che fare il censimento è complicato. Il lavoro non finisce con la raccolta e lo spoglio dei questionari: sono necessarie una serie di operazioni per garantire la qualità dei dati censuari.

PATRIZIA: Adesso sei capziosa, oltre che pignola. Come a dire che il numero vero della popolazione di Roma non esiste, o non si può conoscere…

CHIARA: Capziosa… Io preferisco pensare che sto esercitando il mio senso critico. Vedi, quando diciamo che una cosa è vera, usiamo la stessa parola per riferirci a situazioni diverse. Ci sono le cose logicamente vere: una proposizione è vera o falsa sulla base di un sistema di proposizioni elementari, di connettori logici e di tabelle di verità. Pensa a un teorema matematico. Ci sono le cose empiricamente vere, quelle su cui la scienza, o la comunità degli scienziati sono sostanzialmente d’accordo: la terra gira intorno al sole. Qui si aprono questioni filosofiche intricate…

PATRIZIA: Ecco, risparmiamele!

CHIARA: Il punto, infatti, è un altro: usiamo i termini “vero” e “falso” anche in altri contesti. Ti faccio un esempio: quanto sei alta? Un metro e sessanta? Un metro e sessantatre? 1.632 millimetri? Queste risposte sono tutte vere, e tutte false, al tempo stesso. Sono “false” perché dipendono dalla precisione dello strumento di misura e dal modo in cui la misura è effettuata (posso usare un muro con tacche graduate, come nei polizieschi, o un metro a fettuccia, o uno strumento laser) e dalle circostanze e dal momento in cui prendo la misura (se ti misuro la sera dopo che sei stata in piedi tutto il giorno sei un pochino più bassa che la mattina appena alzata; anche se sei in piedi o sdraiata fa differenza).

PATRIZIA: Comincio a capire dove vuoi arrivare…

CHIARA: In un certo senso, “il numero vero” della tua statura non esiste e non si può conoscere. In un altro, tutti questi numeri sono “veri”, rispetto alle misure sicuramente sbagliate (tre millimetri, due chilometri o addirittura un chilo o un litro!). Quello che conta sono due elementi. Primo, che le procedure della misurazione siano trasparenti, rispondano a criteri accettati dalla comunità scientifica e possano essere controllate da chi è interessato a farlo. Secondo, che la precisione della misura sia adeguata allo scopo della misurazione, cioè alle esigenze conoscitive che l’hanno motivata.

PATRIZIA: Ho capito. E nel caso del censimento?

CHIARA: Nel caso del censimento, uno degli scopi primari è – come ti ho detto – quello di allineare il risultato delle registrazioni amministrative delle anagrafi e quello di un conteggio effettuato indipendentemente. Una differenza tra le due misure è attesa e fisiologica, e tende a essere più grande nei comuni maggiori, dove sia il funzionamento dell’anagrafe sia le operazioni censuarie sono più complessi. Non ho dubbi che Istat e Comune di Roma possano migliorare e allineare le loro stime…

PATRIZIA: Sì, ma l’articolo non ci ha aiutato a giungere a queste conclusioni, e anzi mi aveva messo su una strada falsa. I giornalisti dovrebbero documentarsi meglio prima di scrivere, e provare a spiegarsi meglio. Altrimenti è disinformazione.

CHIARA: Forse. Certamente ci devono dare tutti gli elementi per formarci un’opinione razionale, più che emotiva. Poi sta a noi lettori avere la sensibilità e gli strumenti per esercitare il nostro senso critico.

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