La squadra 8 (6)

Non mi è piaciuta: troppo autoreferenziale, troppo giocata sulle dinamiche interne alle persone. Troppo scoperto il gioco degli incontri e dei dialoghi, a due a due, per fare emergere il profilo dei diversi personaggi. Un bel gioco dura poco, e invece siamo già alla terza puntata così.

Allora mi dedico a qualcosa di diverso e faccio anch’io l’oracolo, alla Sciacca: il mistero si addensa intorno a Guerra.

La prossima puntata promette bene: Matrone è scappato…

Google

Il nome del noto motore di ricerca è anch’esso un’invenzione di Douglas Adams, nella sua Guida galattica per gli autostoppisti. Uno degli inventori di Deep Thought, rivolgendosi a un altro personaggio, gli dice: “And are you not … a greater analyst than the Googleplex Star Thinker in the Seventh Galaxy of Light and Ingenuity which can calculate the trajectory of every single dust particle throughout a five-week Dangrabad Beta sand blizzard?”

Non è certo, però, se Larry Page, uno dei fondatori del motore di ricerca, avesse letto Adams o abbia fatto semplicemente un’errore di geografia (googol e google si pronunciano allo stesso modo).

Il googol è un numero molto grande, 10100, cioè 10 seguito da 100 zeri, più grande del numero di particelle dell’universo conosciuto (stimato tra 1079 e 1081).

Il nome è stato inventato nel 1938 da un bambino di 9 anni, Milton Sirotta, nipote dal matematico americano Edward Kasner, quando lo zio gli chiese il numero più alto che conoscesse. Probabilmente il bambino aveva in mente una coppia biblica, Gog e Magog, citati nella Bibbia (Genesi ed Ezechiele), nell’Apocalisse e nel Corano, e diventati nella tradizione anglosassone giganti proverbiali.

Il googolplex è 10 elevato a un googol, cioè:

\mbox{googolplex} = {10}^{\mbox{googol}} = {10}^{({10}^{100})} .

Il googleplex di Adams è chiaramente una deformazione satirica del googolplex.

Esculento

Commestibile (in genere, di vegetale).

Ma anche qui è divertente l’etimologia, dal latino edĕre (mangiare), in cui ed- si trasforma in es- (come in esca, “cibo”). Mangiare è un’attività comune e importante, e per questo tutte le lingue, compreso il latino, hanno molti modi per dirlo. Da edĕre vengono il tedesco essen, l’inglese eat e il russo est, tutti con il significato di mangiare. Da edĕre deriva anche lo spagnolo comer, attraverso cum-edĕre (“mangiare insieme”, da cui il nostro commestibile). L’italiano mangiare viene da manducare.

Anche obeso ha la stessa etimologia (il prefisso ob rafforza edĕre): colui che ha mangiuato troppo!

Cavillo

Il significato è noto: “argomento sottile e capzioso, usato per trarre in inganno gli altri: ricorrere a cavilli, cercare cavilli | clausola capziosa: un contratto di vendita pieno di cavilli; cavillo burocratico, condizione o norma sottilmente congegnata che costituisce un impedimento, un impaccio”. Per estensione: “inganno, raggiro” (De Mauro online).

Quello che ho scoperto di sorprendente è che non ha nulla a che fare con capello (in fin dei conti, mi dicevo, c’entrerà con il modo di dire “fare il capello in quattro”). In latino cavillari significa “prendere in giro” e la parola ha radice greca e sanscrita (la stessa di calunnia).

Sospetto

Sospetto (Suspicion), 1941, di Alfred Hitchcock, con Cary Grant e Joan Fontaine.

Terzo DVD del cofanetto di Cary Grant (dopo Un amore splendido e Il visone sulla pelle).

Questo è un capolavoro. Mancato, come vedremo, ma un capolavoro.

ATTENZIONE: non leggete oltre se non volete rovinarvi la suspense.

Girato a Hollywood, ma inglese per tema, ispirazione (il romanzo Before the Fact di Francis Iles), attori (in particolare Joan Fontaine) e ambientazione (Hitchcock si lamentava della troppa luce degli esterni). La storia di una donna che sospetta che il marito (comunque bugiardo e fannullone) possa essere un assassino. La classica detective story inglese, in cui però l’investigatrice è la vittima potenziale. Il passaggio dal tema del libro (una donna si accorge di aver sposato un assassino e si lascia uccidere) a quello del film (una donna sospetta che il marito posssa essere un assassino e non sa se a torto o a ragione – e noi con lei) è il colpo di genio di Hitch (leggete in proposito il bel libro di Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock).

Cary Grant qui è cattivo. Si racconta che la RKO volesse tagliare tutte le scene in cui l’espressione di Cary Grant era minacciosa, ma il film così sarebbe durato 55 minuti invece di 1 ora e 40.

Racconta Hitchcock a Truffaut:

Non mi piace la fine del film, ne avevo pensata un’altra, diversa dal romanzo: quella che volevo, ma non ho mai realizzato, era: Cary Grant porta il bicchiere di latte avvelenato, Joan Fontaine è intenta a scrivere una lettera a sua madre: “Cara mamma, sono irrimediabilmente innamorata di lui, ma non voglio vivere. Sta per uccidermi e preferisco morire. Ma penso che la società dovrebbe essere protetta contro di lui”. Poi dice a Cary Grant che le ha appena dato il bicchiere di latte: “Caro, per favore, vuoi spedire alla mamma questa lettera per me?”. Egli risponde: “Sì”. Lei beve il bicchiere di latte e muore. Dissolvenza, apertura, breve scena: Cary Grant arriva fischiettando, apre una buca delle lettere e butta dentro la lettera.

Invece il film finisce ambiguamente, con l’inversione a U della macchina dei due lungo la corniche, dopo una colluttazione inverosimile e mal riuscita. Per questo il capolavoro è mancato.

Il film ha alcune invenzioni memorabili: la luce che filtra dalle finestre a riquadri proietta una ragnatela sul volto degli attori; i protagonisti giocano agli anagrammi con le tessere di Scarabeo e compondono la parola murder; ma soprattutto, il minaccioso bicchiere di latte che Cary Grant porta salendo le scale, che brilla di luce propria grazie a una lampadina nascosta al suo interno.

L’oggetto (l’arma del delitto) diventa protagonista, come le forbici di Dial M for Murder, e il film poteva finire qui.

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Deiscente

Deiscènte: “di frutto o altro organo vegetale, capace di aprirsi spontaneamente liberando semi, polline o spore” (De Mauro online).

Dal latino de (da, via da) e hiscere (spaccarsi in due, forma incoativa di hiare – la stessa radice di iato).

Si definiscono deiscenti i frutti che a maturità si aprono spontaneamente per far fuoriuscire i semi (per esempio sono deiscenti i frutti del castagno e del melograno). Si dicono indeiscenti i frutti che a maturità non si aprono spontaneamente per liberare i semi, e che permangono fino alla germinazione o si distruggono per marcescenza (Wikipedia).

Alcuni frutti deiscenti sono molto belli per la geometria dell’apertura: ad esempio, quello comunissimo del pitòsforo. Qui sotto vedete il frutto prima chiuso e poi aperto (i semi rossi sono appiccicosi, e il nome greco significa appunto “seme di pece”).

In alcuni casi la deiscenza è spettacolare, come nel cocomero asinino (Ecballium elaterium):

È una pianta tipica dei paesi mediterranei, originaria dalle regioni aride dell’Africa settentrionale. In antichità è stata usata da Egizi, Greci e Romani come purgante drastico. Chiamata anche elaterio o sputaveleno, è alta 20-40 cm e cresce nei terreni incolti, ai margini dei campi, un po’ ovunque nelle regioni peninsulari litoranee e nelle isole. È una pianta erbacea perenne, strisciante, dotata di un fusto prostrato, coperto di pelli ruvidi. I fiori di color giallastro, venati di verde, simili a quelli del melone, sono situati all’ascella delle foglie. È molto caratteristica per questa pianta la modalità con cui avviene il distacco del frutto. A maturazione avvenuta, infatti, i gas presenti all’interno del frutto raggiungono una pressione critica ed il frutto stesso, simile ad una grossa ghianda verde, si stacca bruscamente dal pedunculo, spontaneamente o al minimo contatto; i semi e la sostanza mucillaginosa in cui sono contenuti vengono spruzzati a distanza, mentre la capsula vuota viene lanciata in direzione opposta per reazione.
Il quadro tossicologico, causato sia dalla ingestione che dal contatto cutaneo con la pianta, è costituito dai sintomi di una violenta gastroenterite: nausea vomito e diarrea muco-sanguinolenta.

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Brucia Troia

Veronesi, Sandro (2007). Brucia Troia. Milano: Bompiani. 2007.

Cominciamo dlla fine, e poi facciamo un flashback. Brucia Troia è un romanzo brutto e inutile. Peggio, se mi avessero invitato a una lettura cieca (come quando ti fanno degustare un vino dalla bottiglia avvolta nella stagnola, e devi dirne tipo, paese d’origine e produttore), non avrei indovinato che l’aveva scritto Veronesi se non – forse – perché avrei riconosciuto Prato…

E dire che sono un estimatore di Veronesi, e che non più di 10 giorni fa ho detto (suscitando qualche scherno) che è il più grande giovane romanziere italiano (Veronesi è quasi mio coetaneo, e mi accorgo di avere ormai il patetico vezzo dei vecchi di chiamare giovani tutti quelli più giovani di me).

Il primo libro di Veronesi che ho letto è stato Gli sfiorati (1990), che mi è piaciuto moltissimo fin dalle prime pagine. Anzitutto per la descrizione della generazione che dà il titolo al romanzo, quella che ha avuto tutto senza dover chiedere niente (decisamente una generazione successiva alla mia, con cui ho evidentemente identificato l’autore: per questo, più seriamente di quello che ho detto prima, da me percepito come giovane). Per l’ironia. Per alcune scene memorabili (la prima descrizione narrativa della realtà della comunità filippina; il paradosso della Feltrinelli di via del Babuino, più vicina a piazza del Popolo se vieni da piazza di Spagna, e viceversa; le visite all’amico morto al cimitero di Prima Porta, in realtà motivate da una coltivazione di cannabis sulla tomba; le interferenze della Radio Vaticana). Per la scrittura a tratti sperimentale. E anche per la foto della quarta di copertina, l’autore seduto sulla tomba di Belinda Lee al cimitero acattolico di porta San Paolo (si chiama Belinda anche la protagonista del romanzo).

Il secondo è stato Venite, venite B-52 (1997). I B-52 erano le fortezze volanti della guerra del Vietnam, andate in pensione dopo la guerra del Golfo nel 1991; adesso ci bombarda B-16, il pastore tedesco. Ennio Miraglia, il protagonista, è ispirato a un imbonitore televisivo (che seguivo con delizia sulle private, e di cui non ricordo più il nome); Viola è la figlia della singolare preghiera. Ancora più sperimentale, ambientato tra Versilia e Alpi Apuane.

Nel 2000 esce La forza del passato. Veronesi è diventato grande, e comincia a fare i conti con se stesso. Lo sperimentalismo è passato, ma la capacità di inventare, narrare e osservare resta. Restano anche l’ironia e la capacità di schizzare ritrattini memorabili. Mi è forse piaciuto un po’ meno degli altri: quando passo sull’Ostiense ci penso spesso, il protagonista abitava lì, ma il ricordo è sfocato.

Di Caos calmo (2005) è stato detto e scritto moltissimo. C’è continuità d’introspezione autobiografica (sì, lo so, se fossi l’autore m’incazzerei!) con La forza del passato, ma anche una maggiore complessità di registri. Il gioco del “purtroppo” con il navigatore è diventato per me una grande distrazione nei viaggi. Poi, c’è la presenza di Roccamare, ormai un luogo letterario della narrativa italiana (Palomar di Italo Calvino, che c’è morto; Enigma in luogo di mare di Fruttero e Lucentini; e ora Caos calmo) e che per me è il luogo di alcuni dei ricordi più belli (le passeggiate nella pineta a studiare le piante e le impronte, il moletto Anacleto, l’arcobalegno, Celso e le corse all’ospedale di Grosseto hanno scandito il crescere dei miei figli…). La vita corre insieme a te, poi tu ti fermi e il resto continua, e quando riesci a muoverti di nuovo tutto è cambiato (sogno spesso di non riuscire più a camminare, e che ogni passo mi costa uno sforza enorme e vano…).

OK, penso di aver dato un’idea del mio amore per Veronesi e dei motivi per raccomandare i suoi romanzi. Brucia Troia (il titolo è quello di una canzone di Vinicio Capossela) non ha nulla di tutto questo: nessuna ironia, nessuna osservazione personale, nessun coinvolgimento emotivo (mi sembra). Irriconoscibile. Era stato iniziato nel 1987 ed è stato ripreso e completato vent’anni dopo. Forse il cigno Veronesi era ancora un brutto anatroccolo, e la cosa è d’interesse per chi ci vorrà fare una tesi di laurea. Perché pubblicarlo ora? Non riesco a capirlo, se non sospettando una pressione dell’editore per sfruttare il successo di Caos calmo (“prossimamente un film interpretato da Nanni Moretti”…), ma è un’ipotesi che non fa onore a Veronesi. D’accordo, il 1970 (oltre che della stramaledettissima partita Italia-Germania 4-3, di cui sinceramente ne abbiamo pieni i mediatici coglioni) è l’anno di transizione dalla provincia sonnacchiosa alla modernità (o alla post-modernità) della Prato d’oggi, e forse dell’Italia intera, ma il romanzo non riesce a convincerci della sua rilevanza. E penso che il peggio che si possa dire di un romanzo sia: “e allora?”

Veronesi: amici come prima, spero. Ma dacci un romanzo vero. Possiamo aspettare anche 4-5 anni: l’abbiamo già fatto.

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