Intelligenza e saggezza

Sempre attribuita ad Einstein: “A clever person solves a problem. A wise person avoids it.”

Molto appropriata ai miei problemi di questi giorni!

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Astratto

“Ottenuto per astrazione, privo di contatti con la realtà: parole astratte, concetti astratti, ragionamento astratto” (De Mauro online). Dal latino ab-tràhere (distaccare: tràhere “tirare” e ab “via, da”).

Spesso – e la definizione del dizionario lo conferma – associamo il concetto di “astratto” a quello di “difficile sotto il profilo intellettuale”, oltre che di “lontano dalla realtà”. Ma è proprio il contrario. L’astrazione è una strategia di semplificazione. Consiste nello scegliere accuratamente di quali elementi del reale possiamo fare a meno, quali dettagli siano irrilevanti, in modo da ottenere una descrizione più compatta.

Qualche cortocircuito (sì, lo so che qualcuno di voi non gradisce questo tipo di post – perché troppo “astratto”! – ma io sono fatto così e questo è un mio spazio di libertà espressiva, o no?):

  • Dettagli irrilevanti: vedi il Ministro de L’agente segreto di Conrad.
  • Rilevanza: “Il fatto, la caratteristica di essere rilevante, cioè di notevole importanza o anche gravità, soprattutto riguardo a determinati fini” (Vocabolario Treccani). “L’essere rilevante, l’essere dotato di influenza ai fini della risoluzione di una questione” (De Mauro online). È un concetto elusivo, ma mi sembra centrale il riferimento a una strategia di problem solving. La rilevanza è funzione di un obiettivo (goal dependent): un elemento (oggetto o proposizione) è rilevante per un obiettivo se e solo se è essenziale all’interno di un piano per conseguirlo.
  • Modello: “Un modello astratto (o concettuale) è una costruzione teorica che rappresenta processi fisici, biologici o sociali, con un insieme di variabili e un insieme di relazioni logiche e quantitative tra loro” (Vocabolario Treccani). In questa accezione, il modello consente di ragionare all’interno di uno schema logico astratto e semplificato:
    • Astratto (idealizzato) perché il modello può formulare ipotesi esplicite di cui è noto che – a un certo livello di dettaglio – sono false.
    • Semplificato perché ciò consente di pervenire a soluzioni ragionevolmente accurate, trascurando la complessità implicita nel grande numero di variabili e attori del processo modellizzato.
  • Make everything as simple as possible, but not simpler” (affermazione attribuita ad Albert Einstein).
  • Ovviamente, anche satisficing!

Satisficing

Satisficing è una parola inventata da Herbert Simon (che, tra l’altro, ha vinto un Nobel per l’economia nel 1978), come composto di satisfy (soddisfare) e suffice (essere sufficiente).

Simon ha introdotto il concetto in Administrative Behavior (New York: MacMillan. 1947 – trad. it. Il comportamento amministrativo. Bologna: Il Mulino. 1967):

Administrative theory is peculiarly the theory of intended and bounded rationality – of the behavior of human beings who satisfice because they have not the wits to maximize. […] Whereas the economic man supposedly maximizes – selects the best alternative from among all those available to him – his cousin, the administrator, satisfices – looks for a course of action that is satisfactory or “good enough”. […] Economic man purports to deal with the “real world” in all its complexity. The administrator recognizes that the perceived world is a drastically simplified model of the buzzing, blooming confusion that constitutes the real world. The administrator treats situations as only loosely connected with each other – most of the facts of the real world have no great relevance to any single situation and the most significant chains of causes and consequences are short and simple. One can leave out of account those aspects of reality – and that means most aspects – that appear irrelevant at a given time. Administrators (and everyone else, for that matter) take into account just a few of the factors of the situation regarded as most relevant and crucial. In particular, they deal with one or a few problems at a time, because the limits on attention simply don’t permit everything to be attended to at once.
Because administrators satisfice rather than maximize, they can choose without first examining all possible behavior alternatives and without ascertaining that these are in fact all the alternatives. Because they treat the world as rather empty and they treat the interrelatedness of all things (so stupefying to thought and action), they can make their decisions with relatively simple rules of thumb that do not make impossible demands upon their capacity for thought. Simplification may lead to error, but there is no realistic alternative in the face of the limits on human knowledge and reasoning (pp. 118-119).

Alcune considerazioni:

  • Stiamo parlando della tesi di dottorato di un Simon trentenne!
  • La parola satisfice è entrata nell’Oxford English Dictionary (non ho idea di come sia stata tradotta in italiano).
  • È curioso che satis (da cui deriva satis-facere, e dunque sia l’italiano soddisfare sia l’inglese satisfy) significhi “essere sufficiente” – e quindi la stessa cosa di suffice: quindi la parola è composta di due termini che in origine volevano dire la stessa cosa! Ma in realtà soddisfare (e satisfy) non significano più “essere sufficiente”, ma “appagare”, e dunque la distinzione di Simon regge. D’altra parte, satis è una parola che ha fatto molta strada, arrivando al francese assez (ad satis) e poi all’inglese asset.
  • Anche satisfice ha fatto molta strada. In cibernetica denota un’ottimizzazione in cui tutti i costi, compresi quelli del calcolo d’ottimizzazione stesso e quelli dell’acquisizione dell’informazione completa necessaria, sono stati presi in considerazione. In teoria delle decisioni, fa riferimento a una strategia in cui la ricerca viene interrotta quando è individuata la prima opzione che soddisfa i requisiti (piuttosto che la migliore).
  • Attiro infine la vostra attenzione su un aspetto che è toccato nella lunga citazione riportata sopra ed è ancora più chiaro in quella che segue: “What information consumes is rather obvious: it consumes the attention of its recipients. Hence a wealth of information creates a poverty of attention, and a need to allocate that attention efficiently among the overabundance of information sources that might consume it” (Computers, Communications and the Public Interest, pp. 40-41 – questa considerazione, del 1971, mi sembra oggi profetica!).

Anaïs Nin

Non ho mai amato molto Anaïs Nin (a parte il nome, bellissimo), ma oggi ho trovato questa citazione, che mi pare molto profonda:

“We don’t see things as they are, we see things as we are.”

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Prendi i soldi e scappa

Prendi i soldi e scappa (Take the Money and Run), 1969, di e con Woody Allen.

È il primo film di Woody Allen come regista e attore.

Dopo tutti questi anni, mostra un po’ la corda: forse perché l’ho visto molte volte e ne conosco a memoria le battute (se non ricordo male, il primo Woody Allen ad arrivare nei cinema italiani fu Provaci ancora, Sam, seguito a ruota da questo e da Bananas), forse perché quella che all’epoca era un’idea straordinaria, quella del mockumentary (la presa in giro del documentario televisivo, con interviste “al sociologo, allo psicologo e al cretino” – non scherzo, c’è davvero un’intervista a uno e in quello che in gergo televisivo si chiama “sottopancia” c’è scritto “Stanley Krim, cretin”), è diventata un genere abbastanza abusato.

Era comunque la prima volta che lo vedevo in versione originale, e naturalmente le battute di Woody Allen sono diverse da quelle della (pur ottima) edizione italiana. Quella che è una caratteristica molto seccante dell’edizione attualmente in edicola – il fatto che i sottotitoli siano soltanto in italiano – permette di cogliere immediatamente le differenze.

La scena più famosa è forse quella in cui una rapina in banca fallisce perché i cassieri non riescono a leggere la grafia di Allen:

Bank Teller #1: Does this look like “gub” or “gun”?
Bank Teller #2: Gun. See? But what does “abt” mean?
Virgil: It’s “act”. A-C-T. Act natural. Please put fifty thousand dollars into this bag and act natural.
Bank Teller #1: Oh, I see. This is a holdup?

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Harry Potter and the Deathly Hallows – o Harry Popper?

Rowling, J. K. (2007). Harry Potter and the Deathly Hallows. London: Bloomsbury. 2007.

L’hanno recensito tutti, e quindi consentitemi di astenermi, anche se qualcosa da dire ce l’avrei.

È curioso: è scritto certamente male, saccheggia un sacco di classici della mitologia (dalla Bibbia al Signore degli anelli), eppure si legge d’un fiato. Speriamo che sia l’ultimo, così siamo usciti dalla schiavitù.

Harry Popper:

‘All right,’ said Hermione, disconcerned. Say the Cloak existed … what about the stone, Mr Lovegood? The thing you call the Resurrection Stone?’
‘What of it?’
‘Well, how can that be real?’
‘Prove that it is not,’ said Xenophilius.
Hermione looked outraged.
‘But that’s – I’m sorry, but that’s completely ridicolous! How can I possibly prove it doesn’t exist? Do you expect me to get hold of – of all the pebbles in the world, and test them? I mean, you can claim that anything‘s real if the only basis for believing for believing in it is that nobody’s proved it doesn’t exist!’ (p. 334)

Frognication

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Ctònio

Sotterraneo, infero, spec. con rif. alla religiosità della Grecia antica: divinità ctonie (De Mauro online).

Il termine divinità ctonia indica tutte quelle divinità generalmente femminili legate ai culti infernali e a dèi sotterranei personificazione di forze oscure, occasionalmente sismiche o vulcaniche e flegree. Deriva dalla parola greca usata da Ferecide di Siro per indicare una divinità cosmica originaria insieme a Zas (Zeus) e Kronos: Ctonie (Χθονίη) che significa sotto terra, “sotterra” (Wikipedia).

È divertente l’etimologia (ognuno si diverte come può): la radice Χθον- (terra) è all’origine di camaleonte (“leone di terra”) e di camomilla (“mela di terra”), ma anche dei latini humus (lo strato superficiale del terreno boschivo molto fertile perché poco compatto e ricco di sostanze organiche, spec. vegetali, in decomposizione – De Mauro online) e homo (uomo – che, secondo Varrone, ha appunto origine terrestre).

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3 agosto

Un altro giorno ricco di eventi storici.

1492: le tre caravelle di Cristoforo Colombo partono da Palos (Spagna) alla volta delle Indie; qualche mese dopo arriveranno in America, inconsapevoli del guaio che avevano combinato.

1914: la Germania dichiara guerra alla Francia; il giorno dopo, per attaccarla da nord, invade il Belgio, provocando l’intervento britannico.

1924: muore a Canterbury, nel Kent, Joseph Conrad, uno dei maggiori romanzieri inglesi (anche se era nato in Ucraina da una nobile famiglia polacca, come Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski). Avete 3 opzioni: leggere (ad esempio, The Secret Agent; a Simple Tale; ma su Project Gutenberg trovate la maggior parte dei romanzi), ascoltare (in italiano, RadioTre rende disponibili online le letture di Lord Jim e di I duellanti) o vedere (ad esempio, i due bei film tratti dalle opere citate, con Peter O’Toole l’uno e con Harvey Keitel il secondo). Io mi limito a mettere una delle mie citazioni preferite (il ministro Sir Ethelred, in The Secret Agent): “Don’t go into details. I have no time for that.” […] “Very well. Go on. Only no details, pray. Spare me the details.” […] “What is your general idea, stated shortly? No need to go into details.” […] “No. No details, please.” The great shadowy form seemed to shrink away as if in physical dread of details; then came forward, expanded, enormous, and weighty, offering a large hand.

1958: Nautilus, il primo il sottomarino nucleare, americano, transita sotto la banchisa del Polo nord. Sotto vediamo il suo trionfale ritorno a NewYork, il 23 agosto. È di ieri la notizia che i russi hanno piantato una bandiera di titanio sotto il Polo nord, a 4.261 metri sotto il livello del mare, come gesto simbolico di rivendicazione di un preteso diritto sulle ricchezze sottomarine (petrolio e metano). Il ministro degli esteri canadese ha prontamente dichiarato di non essere d’accordo: “Non siamo nel 15° secolo”, ha dichiarato.

Ancora una volta, tutto si tiene. O no?

5 regole per email migliori

Inizio una nuova rubrica, di cose che ho trovato sul web (o nella mia, molto più limitata, esperienza) e trovo utili. Non sempre è farina del mio sacco, ma cerco di dare il mio piccolo contributo.

Cominciamo con delle utili regolette per convivere meglio con l’email (le ho trovate qui).

  1. Usare sempre l’oggetto. Aiuta a capire subito il contenuto del messaggio e, a volte, rende superfluo aprirlo. Già che ci siete, siate espliciti: non “Ecco il numero che mi hai chiesto” ma “Il numero di cellulare di Tizio Caio è 329-3674431”. L’assenza di oggetto rende più difficile organizzare e cercare la posta.
  2. Non mantenere un vecchio oggetto se si cambia argomento. Lo facciamo spesso quando rispondiamo a un messaggio per parlare di qualcos’altro: prendiamo l’ultimo messaaggio che ci ha scritto la persona cui vogliamo inviare un’email e clicchiamo “Rispondi”. Risultato: il destinatario si vede recapitare un messaggio intestato “R: contatto” e il messaggio è un invito a cena. Irritante, a dir poco.
  3. Un messaggio per ogni argomento, un solo argomento per messaggio. Vecchia regola della burocrazia. Ma funziona, facilitando l’organizzazione e la ricerca della posta.
  4. Pensare prima di inviare. Cliccare “Invio” è facilissimo. Spesso ci se ne deve pentire. Meglio perdere un minuto in più. Attenzione, perché ci possono essere anche conseguenze legali!
  5. Non usare quando non è necessario l’opzione “Rispondi a tutti”. Spesso riceviamo messaggi “circolari” (inviati a più persone), che richiedono però una risposta soltanto nostra e soltanto al mittente. Cliccare “Rispondi a tutti” crea come minimo un’inutile moltiplicazione del traffico e un bel po’ d’irritazione nei riceventi, ma può avere anche conseguenze imbarazzanti o legali.