Quinconce (1)

Per la verità, ignoravo che questa parola esistesse in italiano. Figurarsi se sapevo che era piena di significati arcani e mondani, dal modo di piantare gli alberi allo zodiaco e all’i-ching.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dal Vocabolario Treccani (ma potete guardare anche il De Mauro online):

Quincónce (o quincunce), sostantivo femminile o maschile [e già cominciamo con le ambiguità!], dal latino quincunx -uncis (maschile), composto di quinque (cinque) e uncia (oncia, la dodicesima parte).

  1. In Roma antica, frazione equivalente a cinque dodicesimi dell’unità.
    In particolare, come moneta, frazione dell’asse, corrispondente a 5/12, cioè a 5 once, coniata in alcune città antiche.

    Come misura di lunghezza, la frazione corrispondente a 5/12 del piede romano.
  2. Simbolo con cui era rappresentata presso i Romani la frazione 5/12, simile alla figura del 5 nei dadi.

    Di qui, anche oggi, ogni disposizione di persone, oggetti, eccetera, a file parallele sfalsate di mezzo passo.
  3. In arboricoltura, piantata a quinconce: la disposizione degli alberi in un frutteto quando si piantano nel modo descritto, e cioè ai vertici di triangoli isosceli, o anche, secondo alcuni autori, ai vertici di triangoli equilateri, nel qual caso è però più usato il termine settonce.
  4. In statistica, la macchina ideata da Galton. Questo era l’unico significato che conoscevo e ne parliamo dopo.

Lasciatemi dire prima degli altri significati che questa disposizione ha via via assunto. Una rapida ricerca sul web porta a trovarne tantissime applicazioni:

  • nella disposizione degli eserciti sul campo, fin dall’antichità:
  • nel gioco dei quattro cantoni:
  • nella disposizione delle piastrelle su un pavimento:
  • o, più elegantemente, nelle pavimentazioni cosmatesche:
  • nella disposizione della matrice dei CCD in una fotocamera digitale:
  • persino nella disposizione di sicurezza di un gruppo di moto o biciclette:
  • naturalmente, nell’astrologia e nell’i-ching (potete andare a vedere questi due articoli):
  • e non poteva mancare il sesso (anche se qui stilizzato come lingam in una yoni nel tempio di Angkor):

Il quinconce è collegato dai pitagorici alla tetractys, ma di questo parleremo un’altra volta.

Di Galton parlo nel prossimo post.

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Crimini e misfatti (1989)

Crimini e misfatti (Crimes and Misdemeanors), 1989, di e con Woody Allen.

Certamente non una commedia. Per me un film piuttosto angosciante, perché uno dei temi centrali (e forse, quanto meno allegoricamente, il tema centrale) è quello della cecità. Il protagonista è un oculista e il tema di fondo è quello degli occhi di dio che vedono tutto. Invece gli occhi di dio non vedono più niente, né i giusti hanno ricompensa né i malvagi punizione. Il rabbino diventa inesorabilmente cieco (una citazione della Via lattea di Buñuel?).

Il protagonista, dopo il suo delitto, oppresso dal senso di colpa, si riavvicina alla religione di suo padre; ma basta che il tempo passi (“comedy is tragedy plus time“), che splenda il sole e tutto può tornare come prima.

In fondo agli occhi, a guardare bene, dice Dolores Paley (Anjelica Houston) si vede l’anima. Ma il protagonista, dopo averla uccisa, vede soltanto un nero senza fondo.

Il delitto non è stato commesso per motivi passionali, ma per mera convenienza, per paura di uno scandalo, perchè la moglie Miriam vale di più nel contesto della vita sociale e professionale. Il movente del delitto è la peer pressure! Mai come in questo film la gergale esortazione statunitense “Get real!” risulta più agghiacciante: la realtà, l’unica realtà, è quella in cui i soldi possono comprare tutto, anche il delitto perfetto.

Il film è considerato un capolavoro, ma non sono d’accordo. La seconda vicenda, quella del documentarista Cliff Stern (Woody Allen), della sua sfortunata storia d’amore (parallela a quella di Manhattan anche nella separazione indotta da un periodo passato a Londra), dei suoi fallimenti e dei suoi tic, mi sembra poco integrata con la prima e Woody Allen è a tratti fastidioso nel riproporre sempre lo stesso personaggio.

Come sempre, una girandola di battute riuscite:

  • He’s an American phenomenon.
    Yeah, like acid rain.
  • If you play your cards right, you could have my body.
    Wouldn’t you rather leave it to science?
  • He wants to produce something of mine.
    Yeah. Your first child.
  • When he tells you he wants to exchange ideas, what he wants is to exchange fluids.
  • I told you I’m putty in your hands.
    What am I gonna do with a handful of putty?
  • Show business is, is dog-eat-dog. It’s worse than dog-eat-dog. It’s dog-doesn’t-return-other-dog’s-phone-calls.
  • I don’t know from suicide, y’know. Where I grew up in Brooklyn we were too unhappy to commit suicide.
  • It’s probably just as well. I plagiarized most of it from James Joyce. You probably wondered why all the references to Dublin.
  • God is a luxury I cannot afford.
  • I think I see a cab. If we run quickly we can kick the crutch from that old lady and get it.
  • Last time I was inside a woman was when I visited the Statue of Liberty.
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20 settembre – La breccia di Porta Pia

Quando andavo a scuola era considerata quasi una festa nazionale, una delle tappe dell’unificazione d’Italia. Nel 1859-1960 la 2° guerra d’indipendenza e l’impresa dei Mille, nel 1861 il Regno d’Italia, nel 1866 la 3° guerra d’indipendenza e l’annessione del Veneto, nel 1870 Roma capitale, con la 1° guerra mondiale Trento e Trieste italiane.

Adesso non mi sembra ci sia molto da festeggiare. Non so se si tiene qualche cerimonia commemorativa ufficiale. Del Disegno di legge per istituire festività nazionale del 20 settembre si è persa traccia.

Mi sembra, invece, che i clericali organizzino una messa d’espiazione del grave vulnus inflitto al potere temporale della chiesa cattolica, cerimonia segnalata dai quotidiani perché vi partecipava anche l’allora governatore della Banca d’Italia Fazio. Ma se fossi clericale non vorrei espiare proprio nulla: a 137 anni di distanza il potere della curia romana non mi sembra diminuito, e se prima si esercitava soltanto su Roma ora si estende all’intero territorio della repubblica. Græcia capta ferum victorem cepit.

La squadra 8 (9)

Puntata decisiva. Abbiamo beccato la talpa (troppo facile immaginare che fosse Capodacqua, dopo che tutti i sospetti si erano appuntati sulla Palma; troppo facile capire che da un telefono fisso si chiama per disinformare…; la povera Palma ci ha pure lasciato le penne e la regia aveva inserito piccoli segnali per farcela rimpiangere…). Cafasso ha sparato, giusto per ricordarci che è pur sempre un poliziotto.

Puntata decisiva anche perché di preparano una serie di commiati. Quello di Pettenella, con tanto di bacio a tradimento e tardivo alla Veneziani. Come faremo senza le sue battute ciniche e i suoi sorrisetti? Quello di Guerra: nel trailer si vede che viene ferito e le voci su un suo abbandono sono fin troppo ricorrenti (se vi chiedete dov’è finita la Spanò, la risposta è: in una sitcom su Rai2!). Forse anche quello di Cafasso, se interpreto bene la frase finale (“siamo una squadra perché abbiamo dei progetti in comune, checreane legami indissolubili”) come un passaggio di consegne definitivo alla Torre.

Vedremo.

Temporale – Il preludio della Valkiria

Primo temporale settembrino a Roma, tuoni e scrosci.

La migliore colonna sonora, per me, è il preludio della Valkiria di Wagner.

Queste le indicazioni sceniche di Wagner:

L’interno di un’abitazione: intorno ad un robusto tronco di frassino, che sta nel centro, una sala in legname. A destra, nel fondo, il focolare, e, dietro, la dispensa. Sempre nel fondo, la grande porta d’ingresso. A sinistra, nel profondo, dei gradini conducono ad una stanza interna. Dalla stessa parte, sul davanti, un tavolo con dietro una larga panca fissata alla parete, e, davanti, sgabelli di legno.

La scena rimane vuota per un certo tempo; di fuori, una tempesta sul punto di calmarsi del tutto. Siegmund apre dal di fuori la grande porta d’ingresso ed entra. Tenendo ancora in mano il chiavistello, percorre con lo sguardo l’abitazione. Sembra esausto d’una fatica enorme. Le sue vesti ed il suo aspetto dimostrano ch’egli si trova in fuga. Non scorgendo alcuno, chiude la porta dietro di sé, si dirige verso il focolare con lo sforzo estremo di alcuno che muoia dalla fatica, e, giuntovi, si abbatte sopra una coperta di pelle d’orso.

Qui un’interpretazione storica: Hans Knappertsbusch dirige i Wiener Philharmoniker nel 1963.

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Dentro la città

Dentro la città, 2004, di Andrea Costantini, con Elisabetta Cavallotti e un po’ di sconosciuti.

Un’opera prima. Un brutto film, spiace dirlo, che nemmeno Elisabetta Cavallotti riesce a riscattare. Non molto diverso dai poliziotteschi di Maurizio Merli: c’è persino un sosia der Monnezza e del Commissario Nico Giraldi del grande Tomas Milian.

Aridàtece Ricky Memphis.

Un commento: affondare le mani nella merda non è poi così terribile, io lo faccio tutti i giorni.

Flemmatico

Lento, pigro: andatura flemmatica, gesti flemmatici | calmo, imperturbabile, che non si scompone: carattere flemmatico (De Mauro online).

Secondo i filosofi greci (in particolare Anassimene di Mileto) 4 elementi fondamentali costituiscono la realtà: aria, acqua, fuoco e terra (noi classifichiamo ancora così i segni zodiacali). Empedocle aggiunse che la realtà è mutevole, ma le sue radici sono immutabili. Ogni elemento ha 2 attributi (anche gli attributi sono 4 in totale): l’aria è calda e umida, l’acqua umida e fredda, il fuoco caldo e secco e la terra è fredda e secca.

Ippocrate (sì, quello del giuramento) applicò la teoria agli umori che compongono il corpo umano e che devono essere in equilibrio se si vuole essere sani.

Elementi

Attributi

Umori

Organi

Aria

Calda e umida

Sangue

Cuore

Acqua

Umida e fredda

Flemma

Testa

Fuoco

Caldo e secco

Bile nera

Milza

Terra

Fredda e secca

Bile gialla

Fegato

Oltre che una teoria medica sull’origine delle malattie, Ippocrate ne fece una teoria della personalità, o meglio della complessione: il prevalere di un umore sugli altri turba un equilibrio e definisce un temperamento.

  • il flemmatico, con eccesso di flemma, è grasso, lento, pigro e sciocco;
  • il melancolico, con eccesso di bile nera, è magro, debole, pallido, avaro, triste;
  • il collerico, con eccesso di bile gialla, è magro, asciutto, di bel colore, irascibile, permaloso, furbo, generoso e superbo,
  • il tipo sanguigno, con eccesso di sangue, è rubicondo, gioviale, allegro, goloso e dedito ad una sessualità giocosa.

Quando facevo le medie, un giorno venne in classe un gesuita, ci spiegò la teoria (come se fosse ancora valida, quanto meno sotto il profilo psicologico), ci sottopose a una specie di test e poi ci diede il responso. Risultai un tipo sanguigno, e non mi piacque per niente. Volevo essere flemmatico, come il mio amico del cuore, che era anche il primo della classe.

Il prete mi disse che non tutto era perduto, che il temperamento era il temperamento, ma che c’era il libero arbitrio; che ci si doveva conoscere per migliorarsi; che con lunga applicazione ce la potevo fare.

Ora, che sono più flemmatico, vorrei essere più sanguigno.

 

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Anna Di Francia – Claudio Lolli

Per la serie canzoni che (temo) piacciono soltanto a me.

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L’uomo che amava le donne

L’uomo che amava le donne (L’homme qui aimait les femmes), 1977, di François Truffaut.

Un film molto bello, ma anche molto triste. Sull’impossibilità dell’amore, a cui io non voglio e non posso rassegnarmi. Il sorriso si spegne sulle labbra. Anche un film molto francese e molto Truffaut (Le due inglesi e L’ultimo metrò).

Bertrand ama davvero le donne, ma non può amarle fino in fondo. Per non esserne divorato, deve tenere le distanze: ma così si ferisce e le ferisce. “Era dunque davvero impossibile provare piacere senza far del male a qualcuno”, si chiede Bertrand (ho cercato la sceneggiatura originale per citarlo in francese, ma non l’ho trovata).

E commenta Geneviève (Brigitte Fossey), che forse più di tutte l’ha capito e che rappresenta il punto di vista di Truffaut: “Bertrand perseguiva una felicità impossibile attraverso la quantità, la moltitudine. Perché dobbiamo cercare in tante persone quello che tutta la nostra educazione ci dice che dovremmo trovare in una sola?”

Anche se in precedenza, nel film, si dice che Bertrand non è un Don Giovanni, nella scena finale (appena prima della frase riportata sopra), Geneviève passa in rassegna le sue donne mentre gettano una manciata di terra sulla bara. Le inquadrature si soffermano sui loro visi, in una trascrizione filmica dell’aria del catalogo del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, quando il servo Leporello spiega a Donna Elvira le “donnesche imprese” del suo padrone.

Qui Leporello è Bryn Terfel, Donna Elvira è Soile Isokoski, Claudi Abbado dirige l’Orchestra da camera europea.

Days – The Kinks 1969

Sempre per la serie “belle canzoni dimenticate”.

Sono (molto) belle anche le parole.

Thank you for the days,
Those endless days, those sacred days you gave me.
I'm thinking of the days,
I won't forget a single day, believe me.

I bless the light,
I bless the light that lights on you believe me.
And though you're gone,
You're with me every single day, believe me.

Days I'll remember all my life,
Days when you can't see wrong from right.
You took my life,
But then I knew that very soon you'd leave me,
But it's all right,
Now I'm not frightened of this world, believe me.

I wish today could be tomorrow,
The night is dark,
It just brings sorrow, let it wait.

Thank you for the days,
Those endless days, those sacred days you gave me.
I'm thinking of the days,
I won't forget a single day, believe me.

Days I'll remember all my life,
Days when you can't see wrong from right.
You took my life,
But then I knew that very soon you'd leave me,
But it's all right,
Now I'm not frightened of this world, believe me.
Days.

Thank you for the days,
Those endless days, those sacred days you gave me.
I'm thinking of the days,
I won't forget a single day, believe me.

I bless the light,
I bless the light that shines on you believe me.
And though you're gone,
You're with me every single day, believe me.
Days.

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