Rivoluzione di febbraio

La vera rivoluzione russa, con il senno di poi.

Tanto per cominciare, la rivoluzione di febbraio ebbe il suo culmine in marzo (siamo nel fatale 1917), così come la rivoluzione di ottobre ebbe luogo il 7 novembre 1917: fino al 1919 in Russia si seguiva il calendario giuliano, ormai in ritardo di 13 giorni rispetto a quello gregoriano, adottato in occidente a partire dal 1582.

La rivoluzione di febbraio fu largamente un’insurrezione spontanea e di massa (anche se ovviamente poi vari partiti cercarono di dirigerla e guidarla verso i loro obiettivi), a differenza di quella di ottobre che, nonostante la retorica e la celebrazioni, fu essenzialmente un colpo di Stato effettuato da un manipolo di rivoluzionari.

Alle radici della rivoluzione ci sono le condizioni disperate della Russia nel corso della I guerra mondiale. Tutti i partiti russi (con l’eccezione del Partito social-democratico dei lavoratori, diviso nelle frazioni menscevica e bolscevica) erano stati interventisti, contro gli imperi centrali e insieme a Francia e Regno Unito (la triplice intesa). Dopo i primi successi, i russi erano in forte difficoltà, soprattutto nella Prussia orientale. La logistica si dimostrava ogni giorno un incubo peggiore: le fabbriche non sostenevano i ritmi necessari alla produzione bellica, le munizioni erano insufficienti e il sistema ferroviario un disastro. Le perdite pesantissime: 1.700.000 soldati morti e 5.900.000 feriti. Il morale era a terra, ed erano frequenti ammutinamenti e diserzioni (al ritmo di 140.000 l’anno, nonostante la legge marziale). Per la popolazione civile le cosa non andavano meglio: l’economia, tagliata fuori dai mercati dell’Europa centrale e occidentale, era in recessione, i generi alimentari scarseggiavano e i timori di una carestia erano diffusi. L’inverno 1916-1917 era particolarmente rigido. Per di più, la famiglia dello Zar Nicola II era invisa al popolo, che accusava lo Zar di aver ceduto troppo potere alla Zarina Alessandra Fydorovna di Hesse (e dunque di famiglia tedesca) e al consigliere Grigori Rasputin (sospettato di essere l’amante della Zarina).I primi disordini scoppiarono il 22 gennaio, anniversario della domenica di sangue del 1905, quando i soldati della Guardia Imperiale avevano aperto il fuoco contro una manifestazione pacifica di dimostranti disarmati che si stava dirigendo al Palazzo d’inverno per presentare una supplica allo Zar (96 morti e 333 feriti secondo la questura, 4.000 secondo i manifestanti, per lo più schiacciati dalla folla in fuga).

Ai primi di marzo gli operai delle Officine Putilov, il più grande stabilimento di Pietrogrado, annunciano lo sciopero. I lavoratori di altre fabbriche si uniscono a loro e proclamano lo sciopero generale. La popolazione scende in piazza e chiede pane e la fine della guerra. Il 7 marzo (in occasione delle celebrazioni della giornata della donna) continuano le riunioni e le manifestazioni. Gli slogan ora chiedono anche la fine dell’autocrazia. Gli scontri con la polizia sono numerosi e lasciano sul terreno molti morti, ma permettono anche al popolo di armarsi. Dopo 3 giorni di scontri, il 9 marzo interviene un battaglione dell’esercito che, dopo qualche scontro, fraternizza con gli insorti.

Il presidente della Duma Rodzianko manda un telegramma allo Zar: “La capitale è nel caos. Il governo è impotente, i trasporti paralizzati, cibo e carburante scarseggiano. Si spara nelle strade. È  necessario formare un nuovo governo. Senza indugio. Ogni esitazione è fatale”. Lo Zar non risponde.

Finalmente, il 14 marzo lo Zar va a Pietrogrado, perché il figlio Alexei ha il morbillo. In una drammatica riunione, il 15 marzo i capi dell’esercito e i ministri (quelli che non si erano dati alla fuga nei giorni precedenti) costringono lo Zar ad abdicare a favore del fratello. Questi, però, non accetta.

Nel caos che ne segue, convivono 3 governi provvisori, in conflitto tra loro: quello del Partito costituzionale, guidato dal liberale principe Georgy Yevgenyevich Lvov; quello del Blocco progressista, guidato da Alexander Guchkovs; e quello del Soviet di Pietrogrado, composto dai rappresentanti degli operai (uno ogni mille) e da quelli dei soldati (uno per ogni compagnia), in cui i Socialisti Rivoluzionari hanno la maggioranza.

Lenin, esule in Svizzera, arriva a Pietrogrado il 3 aprile e comincia a lavorare per assumere il controllo della situazione. Pubblica le Tesi di aprile (che propugnano il disfattismo rivoluzionario), si mette alla guida dei Bolscevichi e, quindi, del Soviet. Infine, fonda la Terza Internazionale.

Il 2 luglio cade il Governo provvisorio di Lvov. Lenin tenta un’insurrezione armata, ma è sconfitto e costretto a riparare in Finlandia.Guida ora il Governo Provvisorio Alexander Kerenski, dei socialisti rivoluzionari. Propugna la libertà di parola e libera migliaia di prigionieri politici, ma fronteggia la feroce opposizione tanto del bolscevichi quanto dei menscevichi.

“Niente nemici a sinistra”, diceva Kerenski, che si fidava dei bolscevichi. Sappiamo come è andata a finire.