Julie Christie

Oggi l’attrice preferita della mia adolescenza, la compagna dei miei primissimi turbamenti ormonali, compie 67 anni.

Se non ricordo male, l’ho scoperta in questo film, Billy Liar di John Schlesinger, con Tom Courtenay.

La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (4)

C’è una parola che mi piace molto: “trasporto”. Mi piace quando si usa in senso metaforico, riferita alla musica o all’amore. Provo a spiegarmi: noi viviamo in perenne compagnia della consapevolezza del nostro sé. Una cosa bellissima, che tendiamo a considerare ciò che ci rende specificamente umani, perché immaginiamo che gli altri animali non abbiano un sé o ce l’abbiano molto rudimentale (è uno dei punti che Hofstadter discute in I Am a Strange Loop). Però è una presenza costante, da cui ogni tanto cerchiamo di sfuggire: il grande successo delle sostanze psicotrope, che alterano la coscienza, in tutte le epoche e in tutte le culture, ne è una testimonianza. Ecco, certi brani musicali e certe sensazioni dell’amore hanno lo stesso effetto: ci trasportano lontani dal nostro sé, in una dimensione dello spazio e del tempo sottratta alla dittatura del sé.

L’Adagietto della 5° sinfonia di Gustav Mahler è per me uno dei brani musicali che più intensamente e più spesso mi “trasportano” via.

Non deve essere una cosa che succede soltanto a me, se Luchino Visconti l’ha utilizzato come colonna sonora di un celebre “rapimento” d’amore, quello di Gustav von Aschenbach per l’etereo Tadzio.

Naturalmente, Visconti e Mann parlano della bellezza, elusiva e fuggevole. E la scena finale a me ricorda irresistibilmente l’epifania che Stephen Dedalus ha sulla spiaggia di Bull Island:

A girl stood before him in midstream, alone and still, gazing out to
sea. She seemed like one whom magic had changed into the likeness of a
strange and beautiful seabird. Her long slender bare legs were delicate
as a crane’s and pure save where an emerald trail of seaweed had
fashioned itself as a sign upon the flesh. Her thighs, fuller and
soft-hued as ivory, were bared almost to the hips, where the white
fringes of her drawers were like feathering of soft white down. Her
slate-blue skirts were kilted boldly about her waist and dovetailed
behind her. Her bosom was as a bird’s, soft and slight, slight and soft
as the breast of some dark-plumaged dove. But her long fair hair was
girlish: and girlish, and touched with the wonder of mortal beauty, her
face.

She was alone and still, gazing out to sea; and when she felt his
presence and the worship of his eyes her eyes turned to him in quiet
sufferance of his gaze, without shame or wantonness. Long, long she
suffered his gaze and then quietly withdrew her eyes from his and bent
them towards the stream, gently stirring the water with her foot hither
and thither. The first faint noise of gently moving water broke the
silence, low and faint and whispering, faint as the bells of sleep;
hither and thither, hither and thither; and a faint flame trembled on
her cheek.

–Heavenly God! cried Stephen’s soul, in an outburst of profane joy.

He turned away from her suddenly and set off across the strand. His
cheeks were aflame; his body was aglow; his limbs were trembling. On
and on and on and on he strode, far out over the sands, singing wildly
to the sea, crying to greet the advent of the life that had cried to him.

Her image had passed into his soul for ever and no word had broken the
holy silence of his ecstasy. Her eyes had called him and his soul had
leaped at the call. To live, to err, to fall, to triumph, to recreate
life out of life! A wild angel had appeared to him, the angel of mortal
youth and beauty, an envoy from the fair courts of life, to throw open
before him in an instant of ecstasy the gates of all the ways of error
and glory. On and on and on and on!

A Tonga da Mironga do Kabuleté

Un sabato di lavoro dopo una notte di malessere e una scossa di terremoto la mattina. Come tornare di buon umore?

Ecco la risposta, in duplice versione.

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10 aprile 1938 – Anschluss

Dato che ci accingiamo a votare, non mi sembra inopportuno ricordare che cosa accadde 70 anni fa, in materia di libere elezioni e di investitura per volontà popolare.

In tedesco Anschluss (letteralmente connessione, collegamento, inclusione) è per antonomasia l’annessione dell’Austria alla “Grande Germania”. L’idea era sorta ai tempi di Bismarck, ma non era mai stata realizzata e, dopo la sconfitta degli Imperi centrali nella I guerra mondiale, era stata esplicitamente vietata dai trattai di Versailles e di St. Germain en Laye.

Il 12 marzo 1938 la Germania proclamò l’annessione dell’Austria al Reich millenario e la occupò militarmente (senza peraltro sparare un sol colpo), ma Hitler, sempre legalitario, decise di suggellare il fatto compiuto con un referendum popolare, fissato per il 10 aprile dello stesso anno.

La macchina propagandistica a favore del sì fu mastodontica. Manifesti, bandiere e striscioni in tutta l’Austria: 200.000 ritratti di Hitler soltanto a Vienna. Martellante la propaganda per il sui giornali e la radio (la televisione non c’era ancora): quella per il no non era formalmente proibita, ma semplicemente non aveva spazio. Persino l’annullo postale in quei giorni riportava la frase: “Am 10. April dem Führer Dein Ja” (“Il 10 aprile il tuo sì al Führer“).

E poi, naturalmente, le dichiarazioni di voto: brillò particolarmente la gerarchia cattolica. Il cardinale Theodor Innitzer si dichiarò pubblicamente a favore dell’annessione e siglò una dichiarazione dei vescovi austriaci con il motto Heil Hitler.

Per essere certi del risultato, si revocò il diritto di voto a circa 400.000 persone (il 10% degli elettori): 200.000 ebrei, 177.000 persone “di sangue misto” e tutti quelli che erano già stati incarcerati per motivi politici o razziali. Oltre 70.000 oppositori erano stati arrestati nei giorni successivi al 12 marzo e inviati, per lo più, al campo di concentramento di Dachau. In molti casi, il voto non fu segreto (la scheda venne compilata pubblicamente e consegnata nelle mani degli ufficiali delle milizie naziste presenti ai seggi). L’affluenza alle urne fu altissima (99,71% in Austria e 99,60% in Germania) e la maggioranza conseguita dai schiacciante (99,73% in Austria e 99,08% in Germania).

La cosa più (tragicamente) comica e attuale (date le polemiche di questi giorni sulle schede italiane) fu la scheda elettorale.

Il testo dà del “tu” all’elettore e combina due quesiti in uno (“Sei d’accordo con la riunificazione dell’Austria con il Reich tedesco avvenuta il 13 marzo 1938 e voti per la lista del nostro Führer Adolf Hitler?“). La casella del è centrale ed enorme, quella del no in basso a destra e ben più piccola.

Faretra

Farètra: “astuccio in cui gli arcieri portano le frecce” (De Mauro online).

Qui vediamo Eros con il suo arco. La faretra è appesa all’albero alle sue spalle.

Pervenuta a noi attraverso il latino, la parola sarebbe il composto di due radici indoeuropee, bhar (“portare”, latino fero) e tra (“trapassare”). Quindi, letteralmente, portafrecce.

Un sinonimo è turcasso (dal tardolatino turcasia), che non ha nulla a che fare con i turchi, ma deriverebbe dal sanscrito tarku (“fuso” per filare la lana).

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The Hitchhikers Guide To The Galaxy – BBC – Ep3P2

Istrione

Un attore di teatro, spesso in senso spregiativo (“attore di scarso valore di mediocri capacità che recita con enfasi eccessiva per suscitare facili emozioni” – De Mauro online).

È una delle pochissime parole che deriva dall’etrusco (hister, forse con riferimento a una provenienza dall’Istria dei primi saltimbanchi) per il tramite del latino. Pare che poiché il popolo romano non comprendeva l’etrusco, gli istrioni fossero costretti a mimare esageratamente l’azione teatrale per farsi comprendere (a me non pare credibile, però).

L’istrione era anche una canzone di Charles Aznavour (che a me non è mai piaciuta). Sul lato B c’era Com’è triste Venezia (appena un po’ meglio).

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Il passaggio della linea

Il passaggio della linea, 2007, di Pietro Marcello.

Un documentario (in edicola con Internazionale) molto diverso da quello che mi aspettavo.

Mi aspettavo – tratto in inganno dalla presentazione – un documentario sulla realtà dei pendolari “settimanali”, di quelle persone cioè che ogni settimana si spostano a lavorare al Centro-Nord e tornano, il sabato e la domenica, alle famiglie che continuano a risiedere nel Mezzogiorno, soprattutto da Napoli in giù. Una vita allucinante, se ci pensate, fatta di migliaia di km alla settimana, e che prelude al trasferimento di residenza soltanto se il lavoro (stagionale, a tempo determinato o comunque precario) trova una forma di stabilizzazione. E allora si emigra per davvero: un fenomeno più contenuto che negli anni Cinquanta e Sessanta, ma che comunque coinvolge centinaia di migliaia di persone ogni anno.

Nonostante questa realtà sia diffusa, è anche nascosta. Il costo dei biglietti ferroviari e la necessità di non perdere né giornate di lavoro né il tempo con la famiglia fa sì che queste persone non viaggino di giorno in eurostar, ma di notte sugli espressi (o comunque si chiamino adesso le sferraglianti carrette che percorrono nottetempo le nostre linee ferroviarie, arrancando di stazione in stazione). Soltanto di rado – è successo l’anno scorso quando bloccarono la stazione di Roma Tiburtina per protestare contro gli aumenti di prezzi dei biglietti e degli abbonamenti – la stampa e la televisione si accorgono che esistono e condannano come incivili le loro forme di lotta (e non le loro condizioni di vita e di lavoro!).

Purtroppo, il documentario di Pietro Marcello non parla di questo, o almeno non soltanto di questo. Soprattutto, non ne parla con i toni dell’inchiesta, ma in un’ottica nostalgica, “poetica” in senso deteriore. Non è un caso che il protagonista del documentario, la persona che ha in assoluto più spazio in parole e immagini sia Arturo, un vecchietto che ormai vive sui treni. Interessante, di sicuro. Ma non, almeno per me, come le storie dei lavoratori a lunga percorrenza. Anche le scelte formali (musica, inquadrature, sequenze) sono coerenti con la scelta “poetica” (da cui prendo le distanze con le virgolette): luci taglienti, cigolii, periferie, spiagge…

Per un punto di vista diverso, riporto la presentazione di Giovanni De Mauro e una recensione di Francesco Boille, entrambe da Internazionale.:

Televisione
La televisione è profondamente responsabile del degrado dell’Italia. Davvero. Questa televisione autoreferenziale, che parla solo di sé, che si ciba solo di sé. Una televisione omogeneizzata e appiattita al ribasso nella sua offerta. Una televisione che corrompe chi la fa e chi la guarda. Una televisione – e questa forse è la sua responsabilità maggiore – che con la sua ossessiva ripetitività contribuisce a rendere plausibile un’immagine distorta del mondo, della realtà che ci circonda, perfino dei nostri bisogni e dei nostri desideri. Una televisione che cancella dal suo schermo tutto quello che disturba, che interferisce, che è ambiguo, che è complicato, che non è facile da spiegare. L’hanno definito poetico più che giornalistico. Il film documentario di Pietro Marcello, Il passaggio della linea, che questa settimana è in edicola con Internazionale, riesce finalmente a farci vedere il nostro paese e le sue facce cancellate. Quelle che in tv non andranno mai. – Giovanni De Mauro

Venezia 64: dai treni italiani, un viaggio-poema
Oggi Italia. Il documentario-poema del giovane regista Pietro Marcello, girato sui treni in cerca degli ‘ultimi’ della società, ci incanta, ci commuove, e ci dà speranza su un cinema italiano che, anche qui a Venezia, non ha entusiasmato quasi nessuno.
Il passaggio della linea di Pietro Marcello (Orizzonti).
Il treno. Come ‘luogo’ che trasporta, molto più che come mezzo di trasporto. Come deposito di memoria. Come misterioso anfratto, che racchiude un’umanità che più nessuno vede o vuol vedere. Come oggetto concreto e astratto assieme.
Pietro Marcello, al suo terzo documentario, con pochissimi mezzi, ci regala un’opera originale, densa, profonda. In appena 60 minuti, il film non è solo sopra la media del triste cinema italiano, ma ci pare sullo stesso livello di altri splendidi documentari stranieri visti in Orizzonti.
Come il francese L’Aimée di Arnaud Desplechin (rievocazione di un antico dolore famigliare), come il tedesco Staub di Hartmut Bitomsky (esplorazione del mistero infinitesimale della polvere e, tra le altre cose, di quel che, nel corso del tempo, ha racchiuso) e forse perfino come Useless di Jia Zhang-ke, Leone d’oro a Venezia 2006 con un film-memoria capolavoro, Still Life (la contrapposizione tra una fabbrica cinese di anonimi vestiti e il tentativo di una stilista cinese, cioè un mestiere dell’effimero, che da Parigi tenta un lavoro di stratificazione di quel che si va perdendo).
Come quello di Marcello, sono tutti documentari che tentano, partendo da una situazione concreta, una conservazione della memoria, di quel che rischia di cadere nell’oblio, trasfigurando il tutto in una dimensione, quale più, quale meno, al confine con l’onirismo o l’astrazione.
Il regista non ha scelto gli Eurostar, non ha scelto gli Intercity, ma ha scelto i vecchi treni espresso, “abbandonati da tempo a un lungo degrado”, come dice Marcello nella nota del catalogo. Essi diventano così la metafora degli esseri umani scovati, raccontati, rispettosamente scrutati, in questo documentario. Sono i personaggi ai margini, quelli che la disgustosa sinistra alla Berluskozy (si veda l’intervista di oggi a Giuliano Amato su Repubblica), vorrebbe non esistessero più, siano i lavavetri o gli immigrati cattivi (incattiviti da chi? Forse anche dalle politiche sui paesi poveri che i poteri forti continuano ad imporre).
Sono anime dimenticate, fantasmi di un mondo perduto, ombre tristi, ma che esprimono con inesorabile acutezza le loro verità.
Su tutti spicca quella di un vecchietto che vive sui treni, al contempo sorta di vecchio ‘matto del villaggio’ e anziano eremita. Colui che conserva un’antica sapienza che nessuno vuol più ascoltare.
Circa tre quarti del documentario sono di notte: i passeggeri paiono delle apparizioni; le linee dei binari ferroviari, i paesaggi, le architetture, le luci scorte all’esterno, gli altri treni, diventano incredibili, affascinanti geometrie. L’astrazione del reale scivola pian piano nella linea: ad un certo momento una luce diviene linea d’orizzonte ma appiattendosi sempre più pare anche essere la linea dell’elettrocardiogramma, quella ‘linea della luce’, che quando diventa piatta, diviene per un essere umano sinonimo di morte. Forse qui è metafora di questa gente – talvolta alla fine della sua vita – che sta per esser dimenticata, forse è metafora della decadenza di una società egoistica che non sa più guardare (buon cinema compreso).
Il passaggio della linea è però un film, che tiene a mantenere sempre, e anche qui si vede l’autore, il punto di vista di quel mondo. Come dice sempre il regista nella nota citata: “Siamo riusciti a filmare sempre in treno e dal treno, mai da terra”. Quand’è che i nostri politici guarderanno il mondo soltanto dal treno?
Ma non siamo nemmeno lontani da una ricerca metafisica. Quando alla fine giunge l’alba, è un incanto. Un incanto da albori della storia o da eremita che contempla la bellezza del mondo. Tempo fa, Ermanno Olmi, in un’intervista concessa a Goffredo Fofi, disse (cito malamente a memoria) che “bisognava tornar a saper guardare l’alba”.
Il passaggio della linea ci pare appunto un film che vuole anche suggerire allo spettatore annoiato e nevrotizzato che la felicità sta anche nel ritrovare una purezza dello sguardo, il senso della contemplazione e della riflessione che ne deriva.
Pietro Marcello è la conferma che è nato uno sguardo, quindi un autore, nel paludoso (e paludato) cinema italiano. E non è poca cosa per quest’opera di forte poesia e spiritualità. – Francesco Boille

Homing

Benedetti, Sara (2007). Homing. Marina di Massa: Edizioni Clandestine. 2007.

Un’opera prima, penso.

Il libro è molto delicato, e sensibile. Mi è piaciuto, e ringrazio chi mi ha messo in contatto con un’opera che altrimenti mi sarebbe sfuggita. Sara Benedetti è intensa. Viene voglia di conoscerla, al di là del romanzo.

Ecco, il punto è qui. Il libro è meno convincente della persona che s’intravede sotto la scrittura, forse troppo filtrata dalla “scuola”. Ma serve, la scuola? Quando uno ha talento, e Sara Benedetti ne ha, serve andare a una scuola di scrittura creativa? Serve che ti insegnino i “trucchi del mestiere”, le frasi paracule, la scansione in capitoli? Io penso di no, e mi piacerebbe leggere la prima stesura di queste pagine, se esiste una prima stesura “ante Baricco”. Perché sono abbastanza sicuro (oddio, proprio sicuro no) che qualcuno dei passi più deboli ci sarebbe stato risparmiato. Che la stupida e goffa scena di sesso alle pagine 72-73 (“Prendimi come una cagna! Bau bau!”) Sara Benedetti non l’avesse scritta. Che, se ci pensa, Sara Benedetti sappia che quando uno cammina fa “Tallone, pianta, punta” e non viceversa (p. 129). Ma il disagio di Mariano Traversi è vero, e intergenerazionale. Raccontaci ancora qualche cosa, Sara.

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Miriam si sveglia a mezzanotte

Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger), 1983, di Tony Scott, con Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon.

Un film visto molti anni fa, e ora rivisto in originale (c’è il DVD in edicola).

Non è un capolavoro, ma è un film cult. Si rivede volentieri, e ci si rende conto di quanto siano debitori a questo film – per le atmosfere, le scenografie e in generale l’ambientazione – film successivi come Intervista con il vampiro.

Sono proprio quelle riprese nel film di Neil Jordan le cose che mostrano più l’usura: le luci sempre sparate, le atmosfere sempre polverose, le tende che svolazzano, il lusso sfrenato nel cuore di New York… La stessa scena della seduzione lesbico-vampiresca, che tanto scalpore aveva suscitato all’epoca, mi è sembrata piuttosto datata. Sarà che abbiamo visto ben altro.

Invece è folgorante il montaggio, soprattutto nella scena iniziale. Ed è incredibile il cast: tutti e tre i personaggi principali sono perfetti. Ovvio che di Bowie avevamo sempre pensato che fosse un vampiro glam (soprattutto ora, che è invecchiato molto meglio di John Blaylock). Ma la Deneuve, gelida e perfetta. E la Sarandon, fragile ma fortissima.

Ma non è di questo che volevo parlare. Rivedendo il film ieri sera, mi sembra di aver capito perché le storie di vampiri ci interessano tanto. O almeno, perché interessano tanto a me, che sui vampiri ho letto e visto quasi tutto quello che c’era da leggere e vedere, da Bram Stoker ai romanzi di Anne Rice, dal Nosferatu di Murnau a quello di Herzog passando da Per favore non mordermi sul collo di Polanski.

L’immortalità non c’entra nulla. È una parabola dell’amore, invece. Dell’amore distruttivo, naturalmente. Perché i vampiri sono inevitabilmente una coppia, tenuta insieme non dall’attrazione sessuale, ma da un’aspirazione al possesso assoluto dell’altro, dall’aspirazione a rendere l’altro identico a sé. E questo implica che per vivere, per durare, ogni membro della coppia debba divorare l’altro, succhiarne il fluido vitale. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, era dopo era. “Forever and ever.” E che poi questo non basti ancora, a che si debbano immolare e consumare tutte le persone che si incontrano, perché l’esistenza dell’altro, di qualunque “altro” da sé non è tollerabile. Il vampiro è solo, di una solitudine peggiore della morte. Il non-morto è anche inevitabilmente non-vivo.

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