L’uomo di marketing e la variante limone

Fontana, Walter (1995). L’uomo di marketing e la variante limone. Milano: Bompiani. 2000.

Un libretto di qualche anno fa, segnalatomi e prestatomi da un amico: fresco e leggero come l’acqua, ma nulla di più. Alcuni ritratti e alcune situazioni sono ancora attuali. Non si ride a crepapelle, ma si sorride spesso.

Walter Fontana è (era?) uno degli autori della Gialappa’s. Ha inventato il personaggio di Carcarlo Pravettoni (interpretato da Paolo Hendel) e quello del dottor Frattale (interpretato da lui stesso).

Il romanzetto ha però un incipit veramente infelice, che mi ha fatto venire voglia di abbandonarlo alla seconda pagina. Il problema è che, apparentemente, Fontana non ha idea di come è fatto un pinolo. Giudicate voi, ecco il passo incriminato:

Si coglie una pigna, si mette in bocca intera, si biascica con un certo sforzo finché a linguate non si riesce a scapsulare i pinoli, si rumina qualche minuto con le sopracciglia aggrottate facendo attenzione a non ferirsi le labbra con le scaglie, si mandano giù i pinoli e si sputa a pezzi il torsolo rosicchiato sulla schiena del vicino.
[…]
Consapevole di essere al centro dell’attenzione, il nuovo arrivato colse una pigna e con il bastoncino frugò negli interstizi. In pochi attimi raggranellò una bella montagna di pinoli bianchi, puliti, pronti da mangiare. Senza fatica, senza labbra infiammate, senza scaglie nei denti. [pp.5-6]

Da quello che descrive, Fontana sembra credere che i pinoli si estraggano direttamente dalla pigna, e ignora che hanno un guscio. Evidentemente li ha sempre mangiati sgusciati, nel pesto alla genovese o sulla torta della nonna, o confezionati nel sacchetto del supermercato.

Allora, dottor Fontana, stia attento che adesso glielo spieghiamo io e Wikipedia:

I pinoli sono i semi commestibili di alcune specie di pini. In Europa, tra le specie di pino che producono semi grandi, il migliore è il pino domestico (Pinus pinea) che non a caso è anche chiamato “pino da pinoli”. I pinoli sono contenuti nello strobilo, volgarmente chiamato cono o pigna, che è una struttura vegetale formata da brattee legnose nelle quali alloggiano i semi delle Gimnosperme (in questo antico gruppo di piante non si può parlare ancora di frutti, che appaiono solo nelle Angiosperme). Quando la pigna è matura, le brattee legnose si aprono e i pinoli cadono o sono comunque facilmente accessibili. Ma attenzione, appena estratti dallo strobilo, i pinoli sono ricoperti da un involucro rigido. Per mangiarli è necessari sgusciarli.

Sniglet

Uno sniglet, in inglese, è “una parola che dovrebbe essere nel vocabolario, ma non c’è”.

Il termine è stato inventato nel 1984 dal comico americano Rich Hall, ma fa riferimento a un gioco che esisteva già: quello di inventarsi una parola per un fenomeno per cui non esiste (ancora) un vocabolo preciso. Ad esempio:

  • come si chiamano i segni lasciati da un mobile pesante su un tappeto?
  • come si definisce l’atto di rigirare ripetutamente il cuscino per trovare una parte più fresca?
  • e la paura di restare fulminati dal tostapane?
  • e la mania di controllare se la cartolina è caduta bene nella buca delle lettere?

Questo gioco è parente di un altro che si faceva quando andavo a scuola: si prendeva il vocabolario, uno di noi sceglieva una parola strana e gli altri, pur ignorandone il vero significato, cercavano di definirla.

Un altro gioco simile è quello che fanno Douglas Adams e John LLoyd in The Meaning of Liff e The Deeper Meaning of Liff, in cui gli sniglet (che come tali non erano stati ancora definiti da Rich Hall) sono sempre nomi di località inglesi. Ad esempio:

  • Shoeburyness: The vague uncomfortable feeling you get when sitting on a seat which is still warm from somebody else’s bottom.
  • Abinger: One who washes up everything except the frying pan, the cheese grater and the saucepan which the chocolate sauce has been made in.
  • Alltami: Practicing the art of balancing hot and cold water taps.

Avete qualche proposta di sniglet in italiano? Come si può tradurre sniglet, tanto per cominciare?

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L’elefantino

Su richiesta di Gabry, pubblico la traduzione in italiano del racconto di Kipling che spiega perché mi chiamo Boris Limpopo. La traduzione, di Gabry Cabassi, l’ho trovata qui: http://www.logoslibrary.eu/pls/wordtc/new_wordtheque.w6_start.doc?code=65236&lang=IT

Nei Bei Tempi Andati l’Elefante, Carissimi, non aveva la proboscide. Aveva solo un naso nerastro, rigonfio e grossino, come un mocassino, che poteva dimenare, ma che non poteva usare per raccogliere le cose. Ma c’era un Elefante, un nuovo Elefante, un Elefantino, che era pieno di insaziabile curiosità, il che significa che faceva tantissime domande. Viveva in Africa e la riempiva tutta con le sue insaziabili curiosità. Chiese al suo alto zio, lo Struzzo, perché le piume-della-sua-coda crescessero in quel modo ed il suo alto zio, lo Struzzo, lo sculacciò con la sua dura, dura zampa. Chiese alla sua alta zia, la Giraffa, che cosa rendesse la sua pelle così macchiettata e la sua alta zia, la Giraffa, lo sculacciò con il suo duro, duro zoccolo. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità! Chiese al suo grasso zio, l’Ippopotamo, perché i suoi occhi fossero rossi ed il suo grasso zio, l’Ippopotamo, lo sculacciò con il suo grosso, grosso zoccolo. Chiese al suo peloso zio, il Babbuino, perché i meloni avessero quel sapore ed il suo peloso zio, il Babbuino, lo sculacciò con la sua pelosa, pelosa zampa. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità! Faceva domande su tutto quello che vedeva, sentiva, provava, annusava o toccava e tutti i suoi zii e le sue zie lo sculacciavano. Eppure era ancora pieno di insaziabile curiosità!

Una bella mattina, nel mezzo della Precessione degli Equinozi, questo insaziabile Elefantino fece una bella nuova domanda che non aveva mai fatto prima. Chiese: “Che cosa mangia il Coccodrillo per cena?” al che tutti risposero: “Shhhh!” con tono vibrante e terrificante e lo sculacciarono immediatamente e direttamente, senza fermarsi, per lungo tempo.

Dopo un po’, quando ebbero finito, incontrò l’Uccello Kolokolo, che stava in mezzo ad un roveto aspetta-un-attimo e disse: “Mio padre mi ha sculacciato, mia madre mi ha sculacciato, tutti i miei zii e le mie zie mi hanno sculacciato per la mia insaziabile curiosità, eppure voglio ancora sapere che cosa mangia il Coccodrillo per cena!”

L’Uccello Kolokolo disse con un lugubre strillo: “Vai sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre e lo scoprirai.”

La mattina seguente, quando ormai non era rimasto più nulla degli Equinozi, perché la Precessione era proceduta come in precedenza, questo insaziabile Elefantino prese una cinquantina di chili di banane (quelle piccole, corte e rosse), una cinquantina di chili di canna da zucchero (del tipo lungo e viola) e diciassette meloni (del tipo verde-crepitante) e disse a tutti i suoi cari famigliari: “Addio, vado al grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre, per scoprire cosa mangia il Coccodrillo per cena.” Così tutti lo sculacciarono ancora una volta per augurargli buona fortuna, sebbene lui continuasse a chiedergli gentilmente di smetterla.

Poi partì, un poco accaldato, ma per nulla stupito, mangiando meloni e gettando la buccia per terra, perché non la poteva raccogliere.

Andò da Graham’s Town fino a Kimberley, da Kimberley a Khama’s Country e da Khama’s Country andò verso nord-est, mangiando meloni tutto il tempo, finché alla fine arrivò sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre, precisamente come gli aveva detto l’Uccello Kolokolo.

Dovete sapere, Carissimi, che fino a quella settimana, a quel giorno, a quell’ora e a quell’esatto minuto quell’insaziabile Elefantino non aveva mai visto un Coccodrillo e non sapeva come fossero fatti. Era tutta la sua insaziabile curiosità.

La prima cosa che trovò fu un Serpentone-Pitone-Bicolore attorcigliato ad una roccia.

“Mi scusi,” disse l’Elefantino molto cortesemente, “ha visto qualcosa di simile ad un Coccodrillo in queste zone promiscue?”

“Se ho visto un Coccodrillo?” chiese il Serpentone-Pitone-Bicolore con tono terribilmente sprezzante. “Che mi chiederai poi?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma potrebbe dirmi gentilmente che cosa mangia per cena?”

Allora il Serpentone-Pitone-Bicolore si srotolò molto velocemente dalla roccia e sculacciò l’Elefantino con la sua coda squamata e serpeggiante.

“È strano,” disse l’Elefantino, “perché mio padre e mia madre, i miei zii e mia zia, per non parlare dell’altro mio zio, l’Ippopotamo, e di quell’altro ancora, il Babbuino, mi hanno sculacciato tutti per la mia insaziabile curiosità, e suppongo che questo sia per la stessa cosa.”

Ciò detto disse addio molto cortesemente al Serpentone-Pitone-Bicolore, lo aiutò ad attorcigliarsi nuovamente alla roccia e continuò, un poco accaldato, ma per nulla stupito, a mangiare meloni e a gettare via la buccia, perché non poteva raccoglierla, finché calpestò quello che pensava essere un pezzo di legno proprio sulla riva del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre.

Ma in realtà era il Coccodrillo, Carissimi ed il Coccodrillo ammiccò con un occhio, così!

“Mi scusi,” disse l’Elefantino cortesemente, “le è capitato di vedere un Coccodrillo in queste zone promiscue?”

Il Coccodrillo ammiccò con l’altro occhio e tirò metà della sua coda fuori dal fango. L’Elefantino molto cortesemente indietreggiò, perché non desiderava essere nuovamente sculacciato.

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo. “Perché chiedi queste cose?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino cortesemente, “ma mio padre mi ha sculacciato, mia madre mi ha sculacciato, per non parlare del mio alto zio, lo Struzzo, della mia alta zia, la Giraffa, che può scalciare così forte, cosi come del mio grasso zio, l’Ippopotamo e del mio peloso zio, il Babbuino, ed anche del Serpentone-Pitone-Bicolore, con la coda squamata e serpeggiante, là sulla riva, che sculaccia più forte di tutti gli altri e quindi, se per Lei è lo stesso, non vorrei essere più sculacciato.”

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo, “perché io sono un Coccodrillo,” e pianse lacrime-di-coccodrillo per dimostrare che era vero davvero.

A quel punto l’Elefantino rimase senza fiato, ansimante e si inginocchiò sulla riva dicendo: “È proprio la persona che ho cercato per tutti questi interminabili giorni. Potrebbe dirmi che cosa mangia per cena?”

“Avvicinati, Piccolo,” disse il Coccodrillo, “e te lo sussurrerò in un orecchio.”

Allora l’Elefantino mise la testolina vicino alla bocca muschiata e zannuta del Coccodrillo, che lo prese per il suo piccolo naso, che fino a quella settimana, a quel giorno, a quell’ora e quell’esatto minuto non era mai stato più grossino di un mocassino, sebbene fosse molto più utile.

“Penso,” disse il Coccodrillo e lo disse tra i denti, così, “penso che oggi comincerò con Elefantino!”

A questo punto, Carissimi, l’Elefantino era molto contrariato e disse, parlando attraverso il naso, così: “Aiudo! Mi stagga il naso!”

Questo è l’Elefantino mentre il Coccodrillo gli tira il naso. È molto sorpreso, stupito e dolorante e sta parlando attraverso il naso dicendo: “Aiudo! Mi stagga il naso!” Sta tirando molto forte e così anche il Coccodrillo, ma il Serpentone-Pitone-Bicolore si sta precipitando nell’acqua per aiutare l’Elefantino. Quelle cose tutte nere sono le rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo (ma non ho il permesso di disegnarle davvero) e l’albero-a-forma-di-bottiglia con le radici tortuose e le otto foglie è uno degli alberi-della-febbre che crescono là.
Sotto il disegno vero e proprio ci sono le ombre degli animali africani che salgono su un’arca africana. Ci sono due leoni, due struzzi, due buoi, due cammelli, due pecore ed altre due cose che sembrano ratti, ma penso che siano iraci. Non significano niente, li ho messi nel disegno perché pensavo che fossero carini. Sarebbero molto belli se avessi il permesso di disegnarli davvero.

A quel punto il Serpentone-Pitone-Bicolore si scapicollò giù dalla riva e disse: “Mio giovane amico, se ora tu non tiri immediatamente e all’istante più forte che puoi, è mia opinione che quel tuo conoscente col cappotto in pelle dai grandi disegni regolari (e con queste parole intendeva indicare il Coccodrillo), ti strattonerà giù nel torrente limpido prima che tu possa dire Jack Robinson.”

Questa era la maniera in cui parlavano sempre i Serpentoni-Pitoni-Bicolore.

Allora l’Elefantino, appoggiatosi sui suoi piccoli fianchi tirava, tirava e tirava. Il suo naso cominciò ad allungarsi. Il Coccodrillo si dimenava nell’acqua, rendendola tutta biancastra con i grandi movimenti circolari della coda e tirava, tirava e tirava.

Il naso dell’Elefantino continuava ad allungarsi. Poggiò tutte e quattro le sue piccole zampe a terra e tirava, tirava e tirava, così il suo naso continuava ad allungarsi; il Coccodrillo batteva la sua coda come un remo e tirava, tirava e tirava ed a ogni strattone il naso dell’Elefantino diventava sempre più lungo, più lungo e gli faceva un male bestiale.

Poi l’Elefantino sentì che le sue zampe cominciavano a cedere e disse, attraverso il naso, che ora era lungo già quasi un metro e mezzo: “È trobbo forde per me!”

Il Serpentone-Pitone-Bicolore scese dalla riva, si annodò in un doppio-doppio-nodo attorno alle zampe posteriori dell’Elefantino e disse: “Viaggiatore sconsiderato ed inesperto, ora ci dedicheremo seriamente ad una piccola alta tensione, perché se non lo facciamo è mia impressione che quella macchina-da-guerra a propulsione autonoma laggiù, con il ponte superiore corazzato (e con queste parole intendeva indicare, Carissimi, il Coccodrillo) guasterà permanentemente la tua carriera futura.”

Questo era il modo in cui parlavano sempre i Serpentoni-Pitoni-Bicolore.

Così tirò e l’Elefantino tirò ed il Coccodrillo tirò, ma l’Elefantino ed il Serpentone-Pitone-Bicolore tirarono più forte ed alla fine il Coccodrillo lasciò andare il naso dell’Elefantino con un tonfo sordo che si poté sentire lungo tutto il Limpopo.

Quindi l’Elefantino si accasciò violentemente ed improvvisamente, ma prima si preoccupò di dire: “Grazie,” al Serpentone-Pitone-Bicolore e poi si dedicò amorevolmente al suo povero naso allungato, lo avvolse in foglie di banana fresche e lo appese sul grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo perché si rinfrescasse.

“Perché lo stai facendo?” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore.

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma il mio naso è terribilmente fuori forma e sto aspettando che si restringa.”
“Allora dovrai aspettare un bel po’,” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Alcune persone non sanno che cosa è meglio per loro.”

L’Elefantino si sedette là per tre giorni aspettando che il suo naso si restringesse, ma non diminuì mai, ed inoltre lo aveva reso strabico. Perché, Carissimi, avete capito che il Coccodrillo glielo aveva trasformato nella vera e propria proboscide che tutti gli Elefanti hanno oggi.

Alla fine del terzo giorno arrivò una zanzara e lo punse sulla spalla e, prima che si rendesse conto di quello che stava facendo sollevò la proboscide, con la cui punta uccise quella zanzara.

“Vantaggio numero uno!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Prova a mangiare qualcosa ora.”

Prima che si rendesse conto di quello che stava facendo l’Elefantino allungò la proboscide e raccolse un grosso fascio d’erba, lo pulì sfregandolo contro le zampe anteriori e se lo cacciò in bocca.

“Vantaggio numero due!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Non pensi che il sole sia troppo forte qui?”

“Effettivamente è così,” disse l’Elefantino e prima che si rendesse conto di quello che stava facendo scodellò una scodella di fango dalle rive del grande, grigio-blu lucente Limpopo e se la schiaffò in testa, dove divenne un fresco cappellino-di-fango scodellato-rovesciato, tutto sgocciolante dietro le sue orecchie.

“Vantaggio numero tre!” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore. “Non avresti potuto farlo con un naso che era solo una macchiolina-piccolina. Che ne pensi ora di essere nuovamente sculacciato?”

“Mi scusi,” disse l’Elefantino, “ma non mi piacerebbe per nulla.”

“Ti piacerebbe sculacciare qualcun’altro?” chiese il Serpentone-Pitone-Bicolore.

“Mi piacerebbe davvero molto,” disse l’Elefantino.

“Bene,” disse il Serpentone-Pitone-Bicolore, “scoprirai che quel tuo nuovo naso è molto utile per sculacciare gli altri.”

“Grazie,” disse l’Elefantino, “me lo ricorderò, e penso che ora andrò a casa da tutti i miei cari famigliari e proverò.”

Così l’Elefantino si incamminò verso casa attraversando l’Africa, saltellando e sbandierando la sua proboscide. Quando voleva un frutto da mangiare lo tirava giù da un albero, invece di aspettare che cadesse come faceva prima. Quando voleva dell’erba la strappava da terra, invece di inginocchiarsi come doveva fare prima. Quando le zanzare lo pungevano spezzava un ramo d’albero e lo usava come scacciazanzare. Si faceva un nuovo, fresco, cappellino-di-fango pantanoso-fangoso ogni volta che il sole era troppo caldo. Quando si sentiva solo, mentre attraversava l’Africa, cantava a sé stesso attraverso la proboscide ed il suono era più forte di quello di parecchie bande di ottoni.

Questo è un disegno dell’Elefantino che sta per staccare delle banane da un banano dopo che ha ricevuto il suo nuovo, bel lungo naso. Non penso che sia un gran bel disegno, ma non ho potuto farlo molto meglio, perché le banane e gli elefanti sono difficili da disegnare. Le cose striate dietro l’Elefantino rappresentano un territorio paludoso e melmoso da qualche parte in Africa. L’Elefantino fece la gran parte dei suoi tortini-di-fango dal fango che aveva trovato là. Penso che il risultato sarebbe migliore disegnando il banano verde e l’Elefantino rosso.

Lasciò appositamente la strada verso casa al fine di trovare un grasso Ippopotamo (che non era suo parente) e gli diede uno sculaccione molto forte, per essere sicuro che il Serpentone-Pitone-Bicolore avesse detto la verità sulla sua nuova proboscide. Il resto del tempo raccolse le bucce di melone che aveva gettato sulla strada verso il Limpopo, perché era un Pachiderma Pulito.

Una sera buia ritornò da tutti i suoi cari famigliari, attorcigliò la proboscide e disse: “Come state?” Erano tutti molto felici di vederlo ed immediatamente dissero: “Vieni qui e fatti sculacciare per la tua insaziabile curiosità.”

“Pfui,” disse l’Elefantino. “Non penso che voialtri sappiate granché di sculaccioni, ma io sì e ve lo dimostrerò.” Poi srotolò la sua proboscide e fece andare a gambe all’aria due dei suoi cari fratelli.
“Per tutte le banane,” dissero, “dove hai imparato questo trucco e che hai fatto al tuo naso?”

“Ne ho avuto uno nuovo da un Coccodrillo sulle rive del grande, grigio-blu lucente Fiume Limpopo,” disse l’Elefantino. “Gli ho chiesto che cosa mangiava per cena e lui mi ha dato questo, per tenerlo.”

“È molto brutto,” disse il suo peloso zio, il Babbuino.

“È proprio così,” disse l’Elefantino. “Ma è molto utile,” e prese il suo zio peloso, il Babbuino, per una zampa pelosa e lo sollevò verso un nido di vespe.

Poi quel cattivo Elefantino sculacciò tutti i suoi cari famigliari per lungo tempo, finché furono accaldati e molto stupiti. Strappò le piume-della-coda di suo zio, lo Struzzo, e prese la sua alta zia, la Giraffa, per la zampa posteriore e la trascinò in un cespuglio di rovi. Urlò al suo grasso zio, l’Ippopotamo e fece le bolle nelle sue orecchie mentre stava dormendo nell’acqua dopo i pasti, ma non permise mai a nessuno di toccare l’Uccello Kolokolo.

Alla fine la cosa era così elettrizzante che i suoi cari famigliari partirono uno alla volta, frettolosamente, verso le rive del grande grigio-blu lucente Fiume Limpopo, tutto pieno di alberi-della-febbre per prendere a prestito i nuovi nasi dal Coccodrillo. Quando tornarono nessuno sculacciò più nessuno e da qual giorno, Carissimi, tutti gli Elefanti che vedrete, oltre a tutti quelli che non vedrete, hanno proboscidi esattamente uguali a quella dell’insaziabile Elefantino.

Ho sei onesti servitori al mio comando,
che sono stati anche i miei insegnanti.
I loro nomi sono Cosa, Dove e Quando,
Come, Perché e Chi, e sei son già tanti.
Li mando qui e là e persino a far spese,
ma quando hanno finito il lavoro per me
li faccio riposare, ma non per un mese.

Li faccio riposare dalle nove alle cinque,
perché in quelle ore anch’io sono occupato.
Così anche a colazione, pranzo e cena,
perché ognuno di loro allora è assai affamato.
Ma è vero: ogni persona è fatta a modo suo,
ne conosco una che è davvero un’incosciente.
Ha in casa sua dieci milioni di servitori
che non lascia riposare, ma proprio per niente:
li manda in paese, anche all’estero ed altrove.
Dal secondo in cui apre gli occhi al mattino, così
un milione di Come, due milioni di Dove
e sette milioni di grandi Perché son lì.

John Dalton

Il 3 settembre 1803 – esattamente 205 anni fa – John Dalton scrisse nel suo diario di lavoro un’annotazione intitolata Observations on the Ultimate Particles of Bodies and their Combinations, in cui per la prima volta utilizzò dei simboli alfabetici per rappresentare gli elementi della chimica moderna.

John Dalton, inglese, nato il 6 settembre 1766 e morto il 27 luglio 1844, è forse più famoso per le sue scoperte sull’incapacità di distinguere i colori: il daltonismo, per l’appunto. Ma Dalton è forse ancora più importante per i progressi nella teoria atomica: l’unità di peso atomico (di massa atomica, più correttamente) ha il su nome, Dalton (Da), e corrisponde approssimativamente alla massa di un atomo di idrogeno (o a un protone, o a un neutrone – lo so che qui il barbarico re avrà da ridire):

1 u = 1/NA g = 1/ (1000 NA) kg (dove NA è il numero di Avogadro)
1 u = 1.660538782(83)×10−27 kg = 931.494027(23) MeV/c2

Dalton individuò dapprima 21 elementi, e poi giunse a identificarne 37. Nella sua opera fondamentale, A New System of Chemical Philosophy, Dalton propone i 5 fondamenti della sua teoria atomica:

  1. Gli elementi chimici sono fatti di atomi.
  2. Tutti gli atomi di un elemento hanno identica massa.
  3. Gli atomi di elementi diversi hanno masse diverse.
  4. Gli atomi si combinano soltanto in piccoli rapporti interi (1:1, 1:2, 2:3 eccetera).
  5. Gli atomi non possono essere né creati né distrutti.

Dieci anni dopo Dalton, il chimico svedese Jöns Jakob Berzelius semplificò il sistema. Metà dei simboli di Dalton rappresentavano gli elementi con una lettera iscritta in un circolo. Berzelius designò 47 elementi con lettere o coppie di lettere, utilizzando i nomi latini invece di quelli inglesi usati da Dalton (il latino era ancora la lingua franca degli scienziati dell’epoca). Quasi tutti i simboli proposti da Berzelius sono ancora in uso.

Questa notazione semplificata aprì la strada al chimico britannico John Alexander Reina Newlands, che nel 1863-1865 formulò la “legge delle ottave” e la prima tavola periodica degli elementi. La stessa idea l’ebbe, indipendentemente, il russo Dmitri Mendeleev, che nel 1869 dispose sulla sua tavola periodica 63 elementi. Entrambe erano basate sul peso atomico, piuttosto che sul numero atomico, come quelle in uso oggi, che furono proposte dal fisico inglese Henry Moseley nel 1913.

L’ormone del sorriso si spegne con l’autunno

Non sono impazzito (del tutto).

È un titolo dal quotidiano City, edizione romana, del 2 settembre 2008.

Non leggo molto i quotidiani, ma sulla metropolitana non posso fare a meno di vedere i titoli.

E non è finita. Sulla pagina successiva campeggiava:

La “topa” non è volgare se fa satira in vernacolo

Vi prego di notare le scare quotes.

Accardo, Alitalia e Berlusconi

L’ormai celebre lapsus del TG3 delle 19 del 28 agosto 2008.

Ma Francesco Accardo, l’autore del lapsus (di cui, naturalmente, la “stampa indipendente” non ha parlato…) lavora ancora in Rai? è vivo? o l’hanno appeso per le spalle a un aereo Alitalia?