Domani 2 (Il giudizio universale)

“Il giudizio universale” è un film del 1961 diretto da Vittorio De Sica, con soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini. Lo spunto (geniale e quintessenzialmente zavattiniano): al mattino di una normale giornata napoletana, una voce stentorea (il basso Nicola Rossi Lemeni) che sembra arrivare dall’alto dei cieli annuncia che “Alle 18 comincia il Giudizio Universale”. C’è chi si pente, chi non ci crede, chi sghignazza, poi comincia a piovere.

Reduci dal successo internazionale di La ciociara, De Sica e Zavattini hanno carta bianca da De Laurentiis per realizzare il film, con un international all stars cast sul libro-paga: Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Fernandel, Alberto Sordi, Melina Mercouri, Renato Rascel, Maria Pia Casilio, Giacomo Furia, Silvana Mangano, Alberto Bonucci, Andreina Pagnani, Giuseppe Porelli, Elisa Cegani, Agostino Salvietti, Regina Bianchi, Marisa Merlini, Mario Passante, Lamberto Maggiorani, Ugo D’Alessio, Nino Manfredi, Nando Angelini, Domenico Modugno, Carlo Taranto, Akim Tamiroff, Luigi Bonos, Pasquale Cennamo, Franco Franchi, Mike Bongiorno, Lino Ventura, Anouk Aimée, Georges Rivière, Ciccio Ingrassia, Eleonora Brown, Jack Palance, Ernest Borgnine, Lilly Lembo, Jimmy Durante.

Il film, deludente, si disperde in mille rivoli. Ma l’incipit è travolgente.

Cesare Pavese

100 anni fa, il 9 settembre 1908, nasceva a Santo Stefano Belbo Cesare Pavese.

Per me Pavese è stato un folgorante incontro di gioventù. E ho incontrato prima le poesie di Lavorare stanca dei romanzi. Poesie così diverse dall’ermetismo di Ungaretti, che ci veniva proposto come modello di modernità in contrapposizione alla triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio. Ne fui molto influenzato, tanto da farne l’oggetto di una mia tesina portata alla maturità.

Ce ne sono poche, e nemmeno le più belle, sul web. Ecco qualche esempio.

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

L’uomo solo

Lontano nella notte

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Ieri, dopo 65 anni, Roma è caduta davvero

Intanto ieri (8 settembre 2008) un buco nero fin troppo reale inghiottiva le illusioni di chi (non io!) si era illuso che i fascisti dopo la purificazione di Fiuggi non fossero più fascisti.

Non dico la mia, troppo schifato (mio nonno, come molti altri ufficiali del regio esercito, finì in campo di concentramento in Germania per aver saputo interpretare con rigore il giuramento di fedeltà allo Stato italiano – 600.000 militari italiani fecero quella scelta, raccontata in un bel libro di Alessandro Natta, L’altra resistenza).

Mi limito a riprendere qualche intervento da il manifesto di oggi (9 settembre 2008).

PERCHÉ STUPIRSI?

Marco Revelli

C’è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l’8 settembre – l’8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l’elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent’anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E’ rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E’ fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace… Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del ’94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro – e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all’esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione – e degenerazione – del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale – di «regime», potremmo dire – dell’assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall’avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l’altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce…), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l’8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un’Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E’ quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall’intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse – di contro – una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l’autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.

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Vuoto di storia, vuoto di idee

Ida Dominijanni

«Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra rendersi conto non dico dell’entità della sconfitta subìta, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano». E l’incipit di un articolo di Biagio De Giovanni – filosofo, ex intellettuale di punta del Pci, svoltista convinto nell’89, poi parlamentare europeo – pubblicato sul “Riformista” di venerdì scorso, che mi pare importante rilanciare per la doppia rilevanza che assegna – finalmente – alla dimensione storica nell’analisi della débacle politica e culturale della sinistra. Doppia rilevanza, perché secondo De Giovanni la sconfitta di aprile non solo segna una cesura nella storia della Repubblica, ma è maturata, e rischia di diventare definitiva, proprio sul terreno della lettura della storia repubblicana: è qui che si sta giocando la partita dell egemonia culturale fra centrodestra e centrosinistra ed è qui che il centrosinistra la sta rovinosamente perdendo. […]
Su che cosa si esercita la costruzione di questa nuova legittimazione, ovvero di questo affondo del centrodestra sul piano dell’egemonia culturale? Secondo De Giovanni in primo luogo su quattro questioni cardinali: la rotazione dell’interpretazione del dualismo italiano dalla prospettiva della questione meridionale a quella della questione settentrionale; l’offensiva del revisionismo storico sulla Resistenza e sulla Costituzione (ultima puntata ieri); la visione «tremontiana» della globalizzazione cui non c’è replica da sinistra; l’abbattimento della forza e della stessa ragion d’essere del sindacato.
[…]
Su che cosa, se non su un filo di senso condiviso della storia, possono darsi sia continuità sia discontinuità generazionale? Se quel filo non si comincia a ritessere, né un Blair né un Obama verranno dal nulla.

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Lezioni di storia

Alberto Piccinini

«Dovreste ringraziare Fini per aver definito il fascismo il male assoluto, perché adesso siamo liberi di dire a alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo» (Ignazio La Russa, novembre 2003)
«Se guardiamo a Somalia, Etiopia e Libia, a come sono ridotte adesso e a com’erano prima con l’Italia, credo che questa pagina della storia sarà riscritta e ci sarà una rivalutazione del ruolo dell’Italia» (Gianfranco Fini, ottobre 2006)
«Il fascismo non è la parentesi oscura della storia, come disse Croce sbagliando» (Maurizio Gasparri, 2002)
«L’Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei» (Domenico Gramazio, 2005)
«Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un’agenzia di viaggi, fare un biglietto per Gerusalemme per andare a maledire il fascismo» (Francesco Storace, novembre 2007)
«Ora non è che per far contenti Rutelli e D’Alema ci metteremo pure a riallagare le paludi pontine e a portare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana» (Maurizio Gasparri, novembre 2003)
«Meglio fascisti che froci» (Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, 2006).

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Domani?

Una vecchia storiella racconta della rilevazione condotta a un congresso di sessuologia sulla frequenza dei rapporti dei delegati. Un solo delegato ammette di farlo una sola volta all’anno, ma con grande sorpresa di tutti lo afferma con esagerato entusiasmo. E poi spiega: “Ma è domani!”.

Domani potrebbe essere il giorno della fine del mondo se, come teme un professore di chimica di Tübingen, un esperimento condotto al CERN di Ginevra dovesse produrre un buco nero capace di inghiottire il pianeta. Ne è così convinto, il professore, da aver intrapreso una causa presso la Corte europea per violazione della Carta europea dei diritti umani, che garantisce il diritto alla vita (ma se il caso dovesse arrivare in un’aula di tribunale, vorrebbe dire che il professore aveva torto; e se avesse ragione, non ci saranno né aule né tribunali, non in quest’angolo di universo).

Certo, il pensiero che la fine del mondo abbia inizio a Ginevra…

Che fare nell’attesa? continuare con il tranquillo tran tran di ogni giorno, o dedicarsi a 24 ore di sesso droga e rock&roll come facevano alcune sette chiliastiche? Ognuno si regoli come crede…

Qui sotto l’articolo del Guardian comparso sull’edizione dell’8 settembre 2008.

Will the world end on Wednesday?

Jon Henley
The Guardian,
Monday September 8 2008

Purple haze shows dark matter flanking the ‘Bullet Cluster’. Photograph: AP.

Be a bit of a pain if it did, wouldn’t it? And the most frustrating thing is that we won’t know for sure either way until the European laboratory for particle physics (Cern) in Geneva switches on its Large Hadron Collider the day after tomorrow.

If you think it’s unlikely that we will all be sucked into a giant black hole that will swallow the world, as German chemistry professor Otto Rössler of the University of Tübingen posits, and so carry on with your life as normal, only to find out that it’s true, you’ll be a bit miffed, won’t you?

If, on the other hand, you disagree with theoretical physicist Prof Sir Chris Llewellyn Smith of the UK Atomic Energy Agency, who argues that fears of possible global self-ingestion have been exaggerated, and decide to live the next two days as if they were your last, and then nothing whatsoever happens, you’d feel a bit of a fool too.

Rössler apparently thinks it “quite plausible” that the “mini black holes” the Cern atom-smasher creates “will survive and grow exponentially and eat the planet from the inside”. So convinced is he that he has lodged an EU court lawsuit alleging that the project violates the right to life guaranteed under the European Convention of Human Rights.

Prof Llewellyn Smith, however, has assured Radio 4’s Today programme that the LHC – designed to help solve fundamental questions about the structure of matter and, hopefully, arrive at a “theory of everything” – is completely safe and will not be doing anything that has not happened “100,000 times over” in nature since the earth has existed. “The chances of us producing a black hole are minuscule,” he said, “and even if we do, it can’t swallow up the earth.” So, folks, who do you believe?