Miles Davis – uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, non soltanto nel jazz – era un uomo di poche parole. La sua voce, che si sente in qualche registrazione in studio, era bassa e rugginosa, probabilmente proprio perché usata raramente. Ma quando parlava, ero spesso abrasivo, ben cosciente dei torti subiti dai neri.
Una sera del 1987, fu invitato a una cena da Ronald Reagan. A un certo punto, Nancy, la first lady, gli si rivolse, evidentemente ignara di chi fosse quel tizio seduto a tavola con lei, e gli chiese garrula che cosa avesse fatto nella vita per meritare un invito a cena alla Casa bianca.
«Be’ – rispose Miles Davis con perfetto aplomb – ho cambiato il corso della musica 5 o 6 volte. E lei, oltre a scopare con il presidente?»
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Grazie al Guardian via boingboing. Le vie del web non sono infinite, ma comunque molto numerose.
Al suo ingresso, mentre la signora Verdurin, mostrando le rose che lui aveva mandato il mattino, diceva: «Vi devo sgridare», e gl’indicava un posto vicino a Odette, il pianista suonava per loro due la piccola frase di Vinteuil, che era come l’inno nazionale del loro amore. Attaccava coi tremoli di violino protratti, che durante qualche battuta si sentono soli, occupando tutto il primo piano; poi di colpo sembravano farsi da parte, e molto lontano, d’un colore diverso, nel vellutato d’una luce interposta, come in quei quadri di Pieter de Hooch resi più profondi dalla stretta inquadratura di una porta socchiusa, la piccola frase appariva, danzante, pastorale, intercalata, episodica, appartenente a un altro mondo. Passava in pieghe semplici e immortali, distribuendo qua e là i doni della sua grazia, con un sorriso identico e ineffabile; ma adesso Swann credeva distinguervi del disinganno. Essa sembrava conoscere l’inconsistenza di quella felicità di cui mostrava la via. Nella sua grazia leggera aveva qualche cosa di compiuto, come il distacco che subentra al rimpianto. Ma a lui poco importava, la considerava meno in se stessa — in ciò che poteva esprimere per un musicista che, quando l’aveva composta, ignorava l’esistenza e di lui e di Odette, e per tutti coloro che l’avrebbero ascoltata nei secoli —, e più come un pegno, un ricordo del proprio amore che, anche per i Verdurin e per il giovane pianista, faceva pensare a Odette nello stesso tempo che a lui, li univa; fino al punto che, come Odette lo aveva pregato per capriccio, aveva rinunciato al progetto di farsi eseguire da qualcuno la sonata intera, e continuò a conoscerne solo quel passaggio. «Che bisogno avete del resto?, gli aveva detto lei, il pezzo nostro è questo.» E anzi, soffrendo al pensiero che, nel momento in cui passava così vicina e tuttavia infinitamente lontana e in cui si rivolgeva a loro, essa non li conosceva, Swann arrivava quasi a rammaricarsi del fatto che avesse un significato, una bellezza intrinseca e fissa, estranea a loro; come nei gioielli avuti in dono, e perfino nelle lettere scritte da una donna amata, ce la prendiamo con l’acqua della gemma e con le parole del linguaggio, di non essere fatte unicamente dell’essenza di quel legame passeggero e di quell’essere particolare.
Tutte le volte che ascolto la Sonata per violino e pianoforte di César Franck, non posso fare a meno di pensare alla celebre “piccola frase” che è l’inno nazionale dell’amore tra Odette e Swann. Naturalmente, che lo stesso Proust abbia scritto che la “piccola frase”, il Leitmotiv (o l’idée fixe) sotteso a un amore tra i più celebri della letteratura non è un tema della Sonata di Franck è un dato di fatto (che io rispetto proprio perché assolutamente irrilevante). Su un piano più elevato della realtà (sto parodiando una certa critica e una Weltanschauung idealistica, ma non senza una piccola vena di serietà), quello cioè delle associazioni profondamente radicate, la Sonata di Franck e quella di Vinteuil restano sovrapposte per sempre, perché anche noi ci rammarichiamo, con Swann, che possa esistere un significato, una bellezza intrinseca e fissa, una realtà, estranei alla nostra esperienza e alla nostra memoria. Tempo perduto e ritrovato.
Tra il 21 settembre e il 4 ottobre 1915 ?
Caro Antoine,
solo due righe perché sto malissimo. Volevo ringraziarti e dirti che la Sonate di Vinteuil non è quella di Franck. Se la cosa ti interessa, ma non penso, ti dirò con il testo alla mano tutte le opere che hanno “posato” per la mia Sonata.
La “piccola frase” è una frase della Sonata per piano e violino di Saint-Saëns che ti canterò (trema!).
I sovrastanti tremoli sono di un Preludio di Wagner, gli alti e bassi lamentosi dell’inizio sono della Sonata di Franck, i movimenti spaziati della Ballata diFauré, e via dicendo. E la gente crede che queste cose si scrivano per caso, per facilità di vena.
Affettuosità ai due fratelli. [Antoine ed Emmanuel Bibesco]
Marcel
La Sonata di Franck ha sicuramente ispirato quella di Vinteuil, ma la piccola frase nella quale si riflette la passione di Swann per Odette non appartiene ad un solo musicista. Per immaginarla, bisognerebbe “comporla” con la musica di Saint-Saëns, Fauré, Franck, Wagner, Schubert. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]
C’é molto di César Franck, nel personaggio di Vinteuil.
Sono entrambi insegnanti di pianoforte e organisti: Vinteuil ha composto la “Variation religieuse pour orgue” così come Franck i corali per organo; Vinteuil è modesto come lo era Franck, come lui misconosciuto per molto tempo pur avendo scritto opere la cui ricchezza e novità non le rendevano accessibili che a una piccola cerchia di musicofili. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]
Basta là. Tutta questa è una lunga digressione. C’è un altro prestito di César Franck alla cultura del Novecento, forse meno importante in assoluto, ma con una certa importanza per me, che penso di averla scoperta (ma forse mi illudo di essere stato il primo). E che in ogni caso ci permette di riprendere il discorso su creatività e debiti verso i predecessori su cui sono intervenuto più volte: ad esempio, su Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria e Sulle spalle dei giganti.
Forse vale la pena di seguire il percorso che mi ha portato alla scoperta.
Nel 1970 il cantautore francese Léo Ferrè registrò una canzone che aveva scritto l’anno prima. La canzone divenne un classico (in Francia l’eseguirono, tra gli altri, Catherine Sauvage, Dalida, Jane Birkin, Philippe Léotard, Renée Claude, Henri Salvador, Catherine Ribeiro, Juliette Gréco,Alain Bashung, Michel Jonasz, Belinda Carlisle, Abbey Lincoln, Mônica Passos). In Italia la cantarono Patti Pravo e Dalida e, mi pare, anche Gino Paoli.
Io, vi devo confessare, la trovavo allora e la trovo ancora una canzone deprimente. Però è stata per un po’ un tormentone (tutti dicevano che Léo Ferrè era una grande profeta anarchico e ne contrapponevano la presunta profondità alla superficialità della musica che ascoltavamo noi – il 1970 è stato l’anno di Bridge over Troubled Waters di Simon & Garfunkel, di Let It Be dei Beatles, di Layla dei Derek and the Dominoes con Eric Clapton, di Voodoo Chile di Jimi Hendrix, e mi pare quindi che la musica che ascoltavamo noi non fosse seconda a quella di Léo Ferrè).
Qualche anno dopo ho trovato sorprendente che la “piccola frase” di Avec le temps sia tratta da un’altra composizione di César Franck, il Preludio Corale e Fuga. Godetevelo nell’interpretazione di Sviatoslav Richter (la piccola frase la si sente la prima volta dopo 20″ dall’inizio del secondo video).
La luna piena nella notte tra sabato 5 maggio 2012 e domenica 6 (per l’esattezza, la luna sarà piena alle 5:36 di domenica mattina) sarà particolarmente grande e luminosa. Questo accade perché in quest’occasione coincidono sizigia e perigeo.
Nomi complicati per concetti semplici. Che cos’è la sizigia l’ho già spiegato su questo blog anni fa. Il perigeo [oltre a essere il memorabile gruppo prog napoletano di Giovanni Tommaso (contrabbasso, basso elettrico), Franco D’Andrea (tastiere), Bruno Biriaco (batteria), Claudio Fasoli (sax), Tony Sidney (chitarra) e Tony Esposito (percussioni), di cui vi faccio ascoltare La valle dei templi del 1975] è il punto dell’orbita in cui la Luna è più vicina alla Terra (quello più lontano si chiama apogeo): vi ricorderete, spero, che le orbite dei corpi celesti sono ellittiche piuttosto che circolari e che, di conseguenza, la distanza tra Terra e Luna varia tra 356.700 e 406.300 km (la distanza media è di 384.000 km).
Evidentemente, quando la luna è più vicina la vediamo più grande. Ma, altrettanto evidentemente, percepiamo meglio le dimensioni della luna quando la luna è piena, cioè quando la faccia rivolta verso di noi è tutta illuminata dal sole.
Un momento! – dirà qualcuno – ma la luna fa un’orbita intorno alla terra una volta al mese (lunare) e quindi apogeo e perigeo dovrebbero ricorrere anche loro una volta al mese, in corrispondenza delle fasi lunari. Come è possibile che il fatto che apogeo e plenilunio coincidano sia tanto speciale?
Per due motivi:
Il primo è che il mese siderale (il tempo impiegato dalla Luna a percorrere un’orbita intorno alla Terra se fosse osservata dalle stelle “fisse”, all’esterno del sistema solare) è diverso dal mese sinodico (il tempo impiegato a percorre un ciclo completo delle fasi lunari): il primo è di 27,3 giorni e il secondo di 29,5 (perché mentre la Luna orbita intorno alla Terra, la Terra percorre un tratto della sua orbita intorno al Sole).
Il secondo è che il mese anomalistico (il tempo che intercorre tra un perigeo e il successivo) è leggermente diverso dal mese siderale (27,5 giorni contro 27,3). Questo implica che l’asse dell’orbita ellittica della Luna (la linea delle apsidi) ruoti lentamente nella stessa direzione della Luna stessa, compiendo una rivoluzione completa ogni 8,85 orbite solari (anni, per noi comuni mortali).
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Quindi, quanto più vicino il perigeo è al momento della plenilunio, tanto più la luna ci apparirà grande. In particolare, domenica mattina il momento del perigeo e quello della sizigia saranno particolarmente ravvicinati: il primo alle 5:37 e il secondo alle 5:36. La grandezza apparente della luna sarà di 0,56° invece dei consueti 0,52°.
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A comparison of last year’s March supermoon (right) with an average moon from December 2010. Photo by Wikimedia Commons user Marcoaliaslama
Poche curiosità finali:
Il fenomeno lunare di cui abbiamo parlato coincide quest’anno con la festività pagana di Beltane. Cito da Wikipedia: “Beltane o Beltaine (dal gaelico irlandese Bealtaine o dal gaelico scozzese Bealtuinn; entrambi dall’antico irlandese Beletene, “fuoco luminoso”) è un’antica festa gaelica che si celebra attorno al 1º maggio. “Bealtaine”[…] è anche il nome del mese di maggio in irlandese ed è anche tradizionalmente il primo giorno di primavera in Irlanda. È il giorno situato a metà fra l’equinozio di primavera ed il solstizio estivo: astronomicamente il giorno corretto è il 5 maggio. Fonti gaeliche del X secolo affermano che i druidi accendevano dei falò sulla cima dei colli e che vi conducevano attraverso il bestiame del villaggio per purificarlo e in segno di buon augurio. Anche le persone attraversavano i fuochi, allo stesso scopo. L’usanza persistette attraverso i secoli e dopo la cristianizzazione (i popolani sostituirono i druidi nell’accendere i fuochi), fino agli anni cinquanta.
La luna ci mostra sempre la stessa faccia. Io ci ho impiegato un bel po’ a capire perché. L’attrazione tra Terra e Luna, che sulla Terra provoca il fenomeno delle maree (a proposito, la particolare vicinanza della Luna nel prossimo plenilunio provocherà maree particolarmente grandi), ha “allungato” la Luna e la “torsione” che ne risulta ha sincronizzato rivoluzione e rotazione della Luna (se la figura qui sotto non è abbastanza intuitiva, potete andare a leggere qui la voce di Wikipedia).
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Ovviamente, non esiste una faccia oscura della Luna (quando è novilunio sulla faccia visibile dalla Terra, è plenilunio sull’altra, che dunque è illuminata), ma solo una faccia invisibile dalla Terra. E infatti, noi in italiano diciamo così: l’altra faccia della Luna (rispetto a quella visibile). Soltanto che poi sono arrivati i Pink Floyd con The Dark Side of the Moon e cui hanno colonizzato la mente. Per la verità, nel brano finale dell’album, Eclipse, al termine della canzone, una voce dice: “There is no dark side of the moon, really. Matter of fact it’s all dark.” Matter of fact, on the other hand, it’s all light. (lo potete sentire intorno a 1’25”)
This Saturday evening, take a look at the night sky and you might see something special. The moon will make its largest, most stunning appearance of the year—an event known to scientists as “the perigee-syzygy of the Earth-Moon-Sun system” and to the popular skywatching public simply as the “supermoon.” As one of the most spectacular supermoons in years, the moon will appear 14 percent bigger and 30 percent brighter than when it is on the far side of its orbit.
Why does the moon sometimes appear larger, and sometimes smaller? The answer lies in the fact that its orbit around Earth is elliptical, so its distance from us varies—it ranges from roughly 222,000 to 252,000 miles away each month. On Saturday, the moon will reach what is known as the perigee, coming as close as it ever does to the Earth, just 221,802 miles away. At the same time, it will be a full moon, with the entirety of its Earth-facing surface illuminated by the light of the sun.
This supermoon will appear especially large because the exact moment of perigee will neatly coincide with the appearance of a perfectly full moon. The full moon will occur at 11:34 p.m. EST, and the perigee will occur at 11:35. During last year’s supermoon on March 19, 2011, for comparison, the perigee and full moon were 50 minutes apart.
“The timing is almost perfect,” says NASA, according to the Washington Post. AccuWeather’s astronomy blogger Daniel Vogler notes that a look through recent data reveals no more closely-timed (and therefore bigger) supermoons.
Apart from providing a sight to behold in the night sky, the moon’s perigee also has a tangible effect on Earth: It causes higher than normal tides. Because tides are driven by the moon’s gravitational effects, a closer moon means that the oceans will be pulled more than usual towards the satellite. In most places, this will mean a tide that is an inch or so higher than usual, but geographical factors can multiply the effect up to around six inches.
There has long been speculation that the moon’s gravitational effect during its perigee could be the cause of natural disasters, including earthquakes and volcanic activity. In particular, many suggested this link following the earthquake and subsequent tsunami off the coast of Japan in March of 2011. However, the devastating quake occurred over a week before the supermoon, and studies have shown no strong evidence for increased frequency of high-intensity seismic activity during the moon’s perigee.
There are more concrete examples, though, in which supermoons may cause problems. In particular, flooding during storms may be made more severe because of the higher tides. In 1962, the coincidental arrival of a powerful storm with the moon’s perigee inundated the entire Atlantic coast of Cape Cod, causing 40 deaths and $500 million in property damage.
On Saturday, assuming no damaging storms or floods are at your doorstep, just hope for a clear night and take a look outside. The moon will appear larger and brighter than usual all night, but for the most striking views, try to catch it just after it rises above the horizon, when an optical illusion causes it to look larger than it really is, and viewing it through the gases of the earth’s atmosphere can cause the moon to appear yellow, orange or red in color.
Finalmente la canzone (di cui avevo già parlato in un post di quasi un anno fa) è ora disponibile su YouTube:
Il testo è di L. Lunari e la musica del maestro Gino Negri.
Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.
Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.
Vogliamo un mondo fatto per la gente di cui ciascuno possa…
Sono in viaggio e mi sembra opportuno occuparmi di questo tipo di musica.
Prima di farvi ascoltare il classico Music for Airports di Brian Eno, mi cimenterò con qualcosa di più nazionale-popolare.
Cominciamo da Maurizio Arcieri. Era il leader di un gruppo milanese, i New Dada, ma raggiunse il successo nell’estate del 1968 con questa 5 minuti e poi. Più tardi fondò un duo progressive, i Krisma, con Cristina Moser, in un sodalizio artistico (e umano, penso) che perdura tuttora. A me questa canzone ricorda un’estate in Irlanda e un amico della scuola, ahimè scomparso.
Cinque minuti e un jet partirà
portandoti via da me!
Cinque minuti per noi, poi anche tu partirai,
io non so che darei per parlarti ma tu
non mi ascolti già, più niente ormai può fermarti!
Quattro minuti per noi, quanto dolore mi dai!
Io non so che farei per baciarti ma tu
già non sei più mia, tu sei già via, lontano…
Aspetta, aspetta, ma dove vai?
Solo un minuto e un jet partirà
portandoti via da me!
Solo un minuto fra noi, guarda che addio mi dai!
Nei tuoi occhi non c’é un sorriso per me
solo fretta ormai di andartene, amore…
Chiamano un nome, sei tu… va, non voltarti mai più…
quanto cielo fra noi, é la fine anche se
mi hai giurato che ritornerai da me!
Bugie, bugie, non tornerai!
Bugie, bugie, non tornerai!
Anche alla seconda canzone, Leaving on a Jet Plane, sono legato per motivi sentimentali. Scritta da John Denver nel 1966, incisa da Peter, Paul and Mary in un loro album l’anno successivo, divenne famosa soltanto 2 anni dopo, quando fu rilasciata come singolo. Contrariamente alle credenze comuni, fu scritta come canzone d’amore e non come canzone di protesta contro la guerra del Vietnam.
All my bags are packed, I’m ready to go
I’m standing here outside your door
I hate to wake you up to say goodbye
But the dawn is breakin’, it’s early morn
The taxi’s waiting, he’s blowin’ his horn
Already I’m so lonesome I could cry.
Chorus:
So kiss me and smile for me
Tell me that you’ll wait for me
Hold me like you’ll never let me go.
I’m leavin’ on a jet plane
I don’t know when I’ll be back again
Oh, babe, I hate to go.
There’s so many times I’ve let you down
So many times I’ve played around
I tell you now, they don’t mean a thing
Every place I go, I think of you
Every song I sing, I sing for you
When I come back, I’ll wear your wedding ring.
(Chorus)
Now the time has come to leave you
One more time let me kiss you
Then close your eyes, I’ll be on my way.
Dream about the days to come
When I won’t have to leave alone
About the times, I won’t have to say,
(Chorus)
Chiedo scusa a tutti, anche a quelli che non mi leggono abitualmente e che magari capiteranno per caso su questo blog trascinati dalla marea di detriti gettati a riva dalla commemorazione del centesimo anniversario dell’affondamento dell’inaffondabile Titanic.
Sì, perché si sprecano le letture metaforiche (i naufragi sono attraenti in tempi di crisi, come già ci aveva fatto capire la Costa Concordia) e si cita De Gregori: lo fa anche ilPost (Francesco De Gregori e il Titanic). Album giusto, canzone sbagliata. Perché quella rilevante in chiave metaforica non è Titanic ma I muscoli del capitano:
Ma capitano non te lo volevo dire,
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca,
così enorme, alla luce delle stelle,
che di guardarla uno non si stanca.
[…]
E il capitano disse al mozzo di bordo
“Giovanotto, io non vedo niente.
C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole.
Andiamo avanti tranquillamente”.
Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).
Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:
Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato. Lo stesso terrorismo di stato. Che colpisce, stavolta, non in un luogo “di passaggio”, come nella strage precedente ed in quelle che seguiranno (una banca, un treno, una stazione), ma nella Piazza.
La Piazza.
Tempio della politica e dell’azione, dell’assemblea e della parola. Quella piazza che Giorgio Gaber contrapponeva come scelta della sua generazione alla casa e alla coppia sposata, la piazza “unica salvezza” per una generazione imperdonabile che rifiutava la dimensione privata e borghese della famiglia e le imputava anzi la colpa di tenere le persone lontane “dalla lotta, dal dolore e dalle bombe”. Quell’ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti colpì al cuore un’intera generazione in ciò che di più intimo e pubblico nel medesimo tempo aveva al mondo.
È la mattina del 28 maggio 1974. In Piazza della Loggia, cuore storico della città di Brescia, si sta svolgendo una manifestazione organizzata dal Comitato Permanente Antifascista bresciano per protestare contro la violenza dei gruppi della destra radicale. Sta parlando il sindacalista della CGIL Castrezzati. Proprio mentre il sindacalista sta parlando della strage di Piazza Fontana di quattro anni e mezzo prima, si sente uno scoppio. Nell’agghiacciante registrazione della manifestazione, un documento sonoro che chiunque ricordi quegli anni porterà per sempre dentro (fosse stato pure un ragazzino di undici anni, come io ero allora), si sente la voce di Castrezzati che parla; lo scoppio; ancora Castrezzati, che con voce rotta grida “Compagni! State Calmi! Lavoratori! Tutti al centro della piazza!”. Sul selciato, tra i brandelli delle bandiere rossi, restano i corpi dilaniati di otto persone, delle quali vogliamo ricordare il nome.
Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi, Clementina Calzari Trabeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trabeschi (marito di Clementina), Vittorio Zambarda. Rimangono ferite in modo più o meno grave altre 103 persone.
Da allora, per chi era lì quella mattina, Piazza della Loggia resterà sempre squarciata dai corpi ammucchiati, dalle bandiere rosse come il sangue stese a terra per coprire l’orrore, dal fumo e dalla confusione, dall’odore acre di polvere e carne bruciata. Da allora sarà “la piazza lavata”, dacché qualcuno diede ordine ai pompieri di spazzarla con gli idranti cancellando ogni indizio per rivestirla al cospetto dei nuovi giorni. Non riuscirà mai a riprendere le sue funzioni di mercato al sabato, di fermata degli autobus, di snodo del centro storico: la sua condizione fondamentale sarà quella di piazza ferita, solo per gli occhi disattenti “lavata” e acconciata per le futilità quotidiane. “Loro – quei corpi straziati – ci sono anche se non vogliamo guardare” (Mario Rigoni Stern).
A differenza di quella di Piazza Fontana, la strage di Brescia non ha avuto, a quanto mi è noto, grandissimo eco nella canzone d’autore e popolare. Con un’unica, importantissima eccezione: “Ringhera” di Ivan della Mea. L’intera seconda parte della lunghissima cantata in dialetto milanese è dedicata alla strage, seguendo le vicende di una delle sue vittime (non so dire, onestamente, se basate su una reale corrispondenza, oppure se frutto della fantasia interpretativa dell’autore; ed al riguardo mi piacerebbe ovviamente avere notizie più precise).
Tempo fa (esattamente il 28 ottobre 2004) ebbi modo di presentare “Ringhera” sul newsgroup it.fan.musica,guccini e sulla mailing list “Brigata Lolli”, vale a dire gli stessi luoghi dove sto inserendo questa cosa sulle canzoni e le stragi di stato. Si trattava della prima volta in cui il testo della cantata di Ivan della Mea veniva presentato in rete. Ritengo opportuno ripetere la presentazione che ne feci allora, sfrondata dalle parti appropriate per il suo inserimento nel sito delle “Canzoni contro la guerra”.
*
“Ringhera” è una lunga cantata di lotta, la storia del nostro paese dal fascismo alla guerra di Spagna, dal duro dopoguerra alle stragi di stato e alle bombe fasciste vista attraverso le vicende di un ragazzo e di una ragazza “di ringhiera” milanese. Un affresco totale di una storia di lotte, di sopraffazioni e di morte (la cantata si chiude infatti con la morte della donna il 28 maggio 1974, nella strage di Piazza della Loggia a Brescia). Una storia di guerra e di lotta continua, quindi; una storia militante che, va da sé, si è sempre e necessariamente confusa con la lotta contro la guerra imperialista e contro la violenza delle classi dominanti.
“Ringhera” è a mio parere una delle massime cantate in lingua italiana. Ciononostante, in rete mi è stato assolutamente impossibile reperirne il testo completo. Ho dovuto quindi trascriverla all’ascolto […]
“Ringhera”, tratta dall’album omonimo di Ivan della Mea (del 1974), è senza dubbio una delle composizioni più autenticamente epiche di tutta la canzone d’autore italiana; e ve la annovero volentieri tra le principali in assoluto […]. Un’occasione per vederne il testo, per chi già la conosce, e di conoscerla per chi non ne ha mai sentito parlare.
E’ l’epopea, forse, di una classe, di un paese e di una città intera, Milano, quella Milano che voglio non vedere mai morta e sempre rinascere con quello che veramente è nel profondo, e che ho imparato nel tempo ad amare. Anche grazie al lucchese Della Mea. E’ la storia di questo paese dal fascismo alla Resistenza, dal dopoguerra alle stragi di stato. E’ la storia di una città operaia vista dalla parte della “Ringhera”, le case di ringhiera della Milano popolare (ed ora, spesso, trasformate in abitazioni da “fighettume” di merda…), la cui gente assurge a simbolo di tutti coloro che hanno lottato e che non si sono mai arresi.
E’ la storia di un uomo e di una donna che cade vittima di una strage fascista, quella di Brescia del 28 maggio 1974. Una di quelle stragi che vorrebbero farci dimenticare, non sapendo che qualcuno ci sarà sempre a tenere accesa la memoria. Voglio essere e sono uno di queste persone. Non intendo abdicare mai. Ora e sempre non solo Resistenza: ora e sempre memoria.
Il testo di “Ringhera” è composito e suddiviso in parti ben precise: Un’introduzione, una prima parte dedicata alla vicenda della Guerra di Spagna e una seconda dedicata alla strage di Brescia. E’ in milanese inframezzato con frequenti parti in italiano (e un ritornello in spagnolo, ripreso dal “Quinto regimiento”). Non ritengo opportuno inserire una traduzione per la comprensione abbastanza agevole del testo.
Ho già “postato” (affisso, si dovrebbe dire?) su questo blog il testo e la registrazione di Ringheracommemorando la morte di Ivan Della Mea: Ma è meglio per tutti se la riporto di nuovo.
“El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.
Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.
La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”
L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.
E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.
El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.
Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.
Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.
L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.
E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera
A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera
di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.
E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…”
“El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.
Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.
E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa
a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.
L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.
Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.
E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…
Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”
E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.
Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.
E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.
E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.
E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra! “
Per molti di noi, suppongo, Fantasia di Walt Disney è stato uno dei primi incontri con un direttore d’orchestra: un signore vestito in modo buffo (in Fantasia era Leopold Stokowski, un direttore leggendario) che muovendo le mani e una bacchetta (sicuramente magica) dominava cento persone e ne faceva un’orchestra, una macchina meravigliosa per produrre suoni. Mentre scrivo, con un brivido sento ancora quella fascinazione.
Liberovici, Amodei, Straniero e Margot / wikipedia.org
Ma prima, almeno qualche canzone di Fausto Amodei.
Cominciamo dalla mia preferita, Il tarlo (dedicata a Giovanni B., che ha compiuto 62 anni qualche giorno fa).
In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c'era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.
Avanzare con i denti
per avere da mangiare
e mangiare a due palmenti
per avanzare.
Il proverbio che il lavoro
ti nobilita, nel farlo,
non riguarda solo l'uomo,
ma pure il tarlo.
Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.
Farsi strada con i denti
per mangiare, mal che vada,
e mangiare a due palmenti
per farsi strada.
Quel che resta dietro a noi
non importa che si perda:
ci si accorge, prima o poi,
ch'è solo merda.
Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.
Avanzare, per mangiare
qualche piccolo boccone,
che dia forza di scavare
per il padrone.
L'altra parte del raccolto
ch'è mangiato dal signore
prende il nome di "maltolto"
o plusvalore.
Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d'altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.
Lavorare a perdifiato,
accorciare ancora i tempi,
perché aumenti il fatturato
e i dividendi.
Ci si accorse poi ch'è bene,
anziché restare soli,
far d'accordo, tutti insieme,
dei monopoli.
Si sa com'è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d'infarto.
Sulla sua tomba è scritto:
PER L'IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI'.
In ordine crescente di notorietà, Se non li conoscete:
LA sua più famosa, Per i morti di Reggio Emilia:
Ed ecco l’incipit dell’articolo di Cevasco:
Italo Calvino cantautore Indie Pop
Primo maggio 1958. Italo Calvino fa il suo esordio come «cantautore». Ma cantautore per davvero. E aveva pure la voce da baritono, finto baritono, quello da troppe sigarette. Al corteo della Cgil a Torino gli altoparlanti gracchiano la canzone Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, musicata da Sergio Liberovici. È una canzone con i partigiani buoni, o perlomeno dalla parte giusta, e i nazisti-avvoltoi cattivi. E contro la guerra. E per dire che non era, quella «canzonetta», una divagazione ludica di un già grande scrittore (aveva ormai pubblicato Il barone rampante e Il visconte dimezzato) leggete il confronto tra i versi del più grande cantautore italiano, Fabrizio De André, e quelli di Calvino.
De André, La guerra di Piero, 1964: «Lungo le sponde del mio torrente/ Voglio che scendano i lucci argentati/ Non più i cadaveri dei soldati/ Portati in braccio dalla corrente».
Calvino, Dove vola l’avvoltoio, 1958: «Nella limpida corrente/ Ora scendon carpe e trote/ Non più i corpi dei soldati/ Che la fanno insanguinar».
Ecco, io non penso che sia una coincidenza. Penso, anzi so, anzi ho sempre saputo che De André non esitava a “copiare”. Quando, in quegli anni, ascoltavamo le canzoni di De André, i miei amici e io faticavamo a distinguere, in De André, le canzoni “originali” dalle traduzioni di Brassens, dalle riprese e dagli adattamenti di canzoni popolari o di melodie medievali o medievaleggianti. Ce ne importava ben poco. Alcune ci piacevano e altre no. Su molte avevamo dubbi musicali (a me, almeno, piaceva ben altra musica) ma le parole erano belle e si cantavano bene insieme. Poi de André ha cominciato a collaborare con altri, alla musica e agli arrangiamenti (da Piovani a Mauro Pagani). E non sono mai cessate le libere ispirazioni, da Dylan a Leonard Cohen. Poi è arrivata la santificazione, e l’impossibilità di dubitare di una singola nota o di una singola parola.
Non sono riuscito a trovare Dove vola l’avvoltoio? (parole di italo Calvino, musica di Sergio Liberovici) cantata dallo stesso Calvino, e non so neppure se esista. In Cantacronache 2 la cantava Pietro Buttarelli:
Un giorno nel mondo
finita fu l'ultima guerra,
il cupo cannone si tacque
e più non sparò,
e privo del tristo suo cibo
dall'arida terra,
un branco di neri avvoltoi
si levò.
Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.
L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar".
Dove vola l'avvoltoio...
L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole,
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".
Dove vola l'avvoltoio...
L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe,
girotondi e ninnenanne,
non più il rombo del cannon".
Dove vola l'avvoltoio...
L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango,
odio e piombo nelle guerre,
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".
Dove vola l'avvoltoio...
L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"
Dove vola l'avvoltoio...
L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna,
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".
Dove vola l'avvoltoio...
Ma chi delle guerre quel giorno
aveva il rimpianto
in un luogo deserto a complotto
si radunò
e vide nel cielo arrivare
girando quel branco
e scendere scendere finché
qualcuno gridò:
Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla testa mia...
ma il rapace li sbranò.
Qualche anno fa (caspita, ho controllato ed era il 1997!) è stata popolarissima una canzoncina allegra intitolata Tubthumping, contenuta in un album intitolato Tubthumper di un collettivo anarcho-rock (nientepopodimeno), i Chumbawamba.
wikipedia.org
Anche se non conoscevate i dettagli, probabilmente riconoscerete la canzoncina.
I miei figli l’adoravano e abbiamo il disco.
Piccolo problema: fino a oggi non sapevo che cosa tub-thumper significasse e non ho mai avuta una curiosità sufficiente da vincere la mia pigrizia e andare a vedere il lemma su un vocabolario. Tub è la vasca da bagno, mi dicevo, to thump significa battere con i pugni, quindi – non mi vergogno a dirlo – nella mia mente c’era l’immagine di una ragazza nella vasca da bagno, Alice Nutter o Jude Abbott, che canta “pissing the night away“, battendo il ritmo sui bordi.
Niente di tutto questo. Oggi ho imparato il significato della parola tub-thumping e mi è caduto il velo dagli occhi.
Secondo l’OED, tub-thumping – nome e aggettivo – fa riferimento all’espressione e al sostegno aggressivi e rumorosi di un’opinione o di un punto di vista.
Tub-thumpers are a noisy (and sometimes amusing) lot. The earliest ones were preachers or public speakers with a predisposition for pounding their fists on the pulpit or lectern — perhaps to wake up their listeners! Back in the 17th century, the word “tub” was sometimes used as a synonym of “pulpit”; John Dryden, for example, used the word thus in 1680 when he wrote, “Jack Presbyter shall here erect his throne, Knock out a tub with preaching once a day.” “Tub-thumper” has been naming loud, impassioned speakers since at least 1662, when it was used by a writer named Hugh Foulis to describe “a sort of people … antick in their Devotions….”
Certo che il testo della canzoncina non aiutava a capire il significato del titolo!
We’ll be singing
When we’re winning
We’ll be singing
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
Pissing the night away
Pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him of the good times
He sings the songs that remind him of the better times:
“Oh Danny Boy, Danny Boy, Danny Boy…”
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
Pissing the night away
Pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him of the good times
He sings the songs that remind him of the better times:
“Don’t cry for me, next door neighbour…”
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
We’ll be singing
When we’re winning
We’ll be singing