Eterogenesi dei fini parte seconda, ovvero le dure lezioni della realtà

Sono sempre troppo ottimista. Sono passato di nuovo, nelle mie passeggiate di salute (ma chiamarlo brisk walking fa più figo), davanti al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur a Roma. Campeggiava sul portone il cartello che proponeva l’acquisto o l’affitto di un prestigioso appartamento del 270 m2. Svelato l’arcano. Altro che eterogenesi dei fini, siamo davanti a una dura lezione della realtà.

Ora non ci resta che immaginare che il Defender dei Carabinieri stia diffondendo il suo puzzolente miscuglio di particolato, monossido di carbonio e altri gas di scarico in qualche altro quartiere di Roma o di qualche altra città.

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Eterogenesi dei fini

Non so chi abiti, a Roma, al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur. Non mi interessa neanche tanto, e dico fin da subito – a scanso di equivoci e di possibili attenzioni poliziesche o giudiziarie – che la mia è una semplice osservazione / considerazione da cittadino che si trova a passare di lì nello svolgimento di attività salutistico-sportive.

Ho immaginato che si tratti (o si trattasse) di una personalità, e più esattamente di una personalità elettiva. Davanti a quella bella palazzina o villa unifamiliare (anche questo lo ignoro, dal momento che oltre alla recinzione metallica e alla siepe, l’abitazione è nascosta alla vista da un’impenetrabile staccionata in pannelli di legno) ha stazionato per mesi, 24 ore su 24, un Defender dei Carabinieri (a volte un diverso mezzo, e non posso escludere che a volte si sia trattato persino della Polizia di Stato). Sempre con il motore acceso. Sempre.

Non so per la verità da quanto tempo, dal momento che la mia attività sportiva, ancorché assidua, è piuttosto recente. Ma che il motore fosse sempre acceso (di notte e d’inverno per il freddo, suppongo; di giorno e d’estate per il caldo; nelle ore e nelle stagioni intermedie per noia o distrazione, chissà) ne sono certo.

Due o tre giorni dopo le elezioni, il mercoledì o il giovedì, la scorta e l’automezzo sono spariti. Naturalmente, mi sono figurato che il nostro sia uno dei tanti non eletti. Ma non ne sono certo e mi rallegro soltanto per l’alleviamento della sua impronta ecologica…

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Se vi state chiedendo il perché del titolo di questo post, posso riassumere così (da Wikipedia):

L’espressione eterogenesi dei fini, in tedesco Heterogonie der Zwecke, fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali».

Carminativo

Non è una parola scoperta ora. La conosco da anni ed è anzi una delle mie preferite (per motivi che saranno presto ovvi). Ma la facevo derivare da un’etimologia erronea, anche se affascinante, e sono qui a emendarmi.

Ma intanto cominciamo dalla definizione che prendo, come di consueto, dal Vocabolario Treccani:

Aggettivo e sostantivo maschile: di medicamento (cardamomo, cannella, anice) cui si attribuiva la capacità di promuovere l’espulsione di gas presenti nel tratto gastro-intestinale e di calmare i dolori da questi provocati.

Cardamomo / wikimedia.org/wikipedia/commons

Cannella / wikimedia.org/wikipedia/commons

Anice / wikimedia.org/wikipedia/commons

Poiché ho l’età mentale di un bambino di 3 anni, che ha appena conseguito il controllo dei propri sfinteri e, pertanto, è ancora affascinato dalle sue funzioni corporali più “basse”, facevo discendere l’aggettivo italiano carminativo dal sostantivo latino carmen («canto»). I carminativi – mi dicevo –, favorendo l’espulsione di gas intestinali dall’un orifizio o dall’altro del tubo digerente, consentono prestazioni sonore tonitruanti, se non leggiadre. Celebrate da letterati e poeti: forse non dal Bruce Chatwin de La vie dei canti, ma certamente dal nostro padre Dante nel Canto XXI dell’Inferno, laddove il diavolo Barbariccia dà in questo modo il segnale del via alla marcia della sua demoniaca compagnia («ed elli avea del cul fatto trombetta»). Ma le citazioni letterarie sono troppe per poterle citare qui (potete andarvele a leggere alla voce Flatulenza di Wikipedia). Mi limiterò a citare il mio amato conterraneo Teofilo Folengo aka Merlin Cocai che nel suo Baldus disserta in latino maccheronico sulla differenza tra pernacchia e flatulenza, distinguendo poi all’interno di quest’ultima tra peto e scoreggia. Attribuendo peraltro il tutto nientemeno che al filosofo arabo medievale Averroè:

Petezatio fit dupliciter, ait Averois: altera causa bertezandi, altera causa sanitatis; prima ore, secunda et coetera.

Pettus est ventositas tundior coreza. Testatur Averois.

Purtroppo, pare che la mia etimologia sia sbagliata. Gli studiosi concordano nel derivare l’aggettivo dal verbo latino carminare, ma poi si dividono su quale dei due significati del verbo latino sia all’origine del significato dell’aggettivo italiano. Nella prima accezione, carminare deriva sì da carmen, ma inteso come strumento per cardare la lana:

Pettinare, scardassare la lana e il lino; figurato, scherzoso: il misero Martellino era senza pettine carminato (Boccaccio), cioè malmenato, graffiato. Con altro senso figurato, esaminare minutamente: carminandosi la questione (Sacchetti). [Vocabolario Treccani]

I carminativi, cioè, pettinerebbero l’intestino guidando passo passo i gas verso il loro esito naturale.

Nella seconda, di carmen si usa piuttosto l’accezione di «incantesimo», cioè sortilegio atto a sanare un malessere clinico:

Nel linguaggio medico del passato, promuovere l’espulsione dei gas presenti nell’intestino. [Vocabolario Treccani]

Clessidra

Tutti sanno, o pensano di sapere, che cos’è una clessidra. Ma quando si parla di lingua, le cose non sono mai facili come sembrano. Secondo il Vocabolario Treccani:

Orologio usato nell’antichità, formato essenzialmente da un vaso contenente acqua o sabbia, che può gradatamente vuotarsi dal fondo: la valutazione del tempo trascorso si ricava dall’abbassamento del livello nel vaso, oppure dalla quantità di liquido o sabbia affluita in un altro vaso collocato inferiormente. La clessidra è stata adoperata anche in seguito per misurare grossolanamente brevi intervalli di tempo (per esempio, a bordo delle navi, col nome di ampollina, per il computo della velocità della nave stessa, oppure per misurare le unità di una conversazione telefonica interurbana, il tempo della cottura di un uovo, eccetera) o per uso decorativo, e in questo caso ha assunto e conservato la forma caratteristica di due ampolle comunicanti fra loro per mezzo di un sottile orifizio attraverso cui fluisce la sabbia o l’acqua (capovolgendo poi lo strumento, si inverte la posizione dei due vasi o si protrae lo scorrimento del fluido e, quindi, l’intervallo di tempo misurato). Nell’iconografia, è simbolo dello scorrere del tempo e della caducità della vita terrena.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Allora, tanto per cominciare, la clessidra vera, o comunque quella originaria o primigenia, non è quella cosa che viene in mente a tutti e ho rappresentato qui sopra: un’ampolla di sottile vetro, con un vitino di vespa, in cui la sabbia scorre lentamente definendo un certo volgere di tempo. Quella cosa che qualche vecchia zia teneva in salotto vicino al telefono o che qualche professionista teneva sulla scrivania. Il progetto originario era quello di un orologio ad acqua: un vaso con un buco sul fondo. La figura qui sotto ne chiarisce il funzionamento:

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ecco farsi allora immediatamente chiara l’etimologia del nome: passando dal latino clepsydra, deriva dal greco antico κλεψύδρα, composto del verbo κλέπτω «rubare» e ὕδωρ «acqua». La clessidra è un vaso che ruba acqua, per colpa del buco sul fondo.

Nonostante il nome greco, se l’erano già inventata gli egizi (ce n’è una nella tomba del faraone Amenhotep I, vecchia di 3.500 anni). I greci l’hanno copiata, ma non erano soddisfatti della sua precisione, molto inferiore a quella delle meridiane. Ma le meridiane non si potevano usare di notte, e per la verità neppure nelle giornate nuvolose (horas non numero nisi serenas), ed ecco che anche la clessidra aveva un suo perché.

Dal principio della clessidra derivano – oltre al modello nordafricano costituito «da un contenitore di metallo forato sul fondo che, posto a galleggiare in un contenitore più grande, affondava in un tempo determinato» (Wikipedia) – anche gli orologi ad acqua, invenzione ellenistica di Ctesibio: altrettanto imprecisi, ma spesso molto belli.

L’orologio del Pincio a Roma wikimedia.org/wikipedia/commons

La clessidra a sabbia si chiama più propriamente clepsamia.

Abracadabra (e Abraxas)

Ero convinto che abracadabra fosse una parola inventata di recente, magari da un illusionista o dalla gilda dei prestigiatori, come sim-sala-bim o come hocus-pocus: anche se per quest’ultima formula si ipotizza persino una blasfema storpiatura di hoc est (enim) corpus (meum). E invece abracadabra è una parola magica antichissima, ancorché di origine incerta.

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. Parola magica, inintelligibile per sé stessa, quantunque ne sia stata proposta un’etimologia (ebr. habĕrakāh dabĕrāh «pronunciare la benedizione»), di uso frequente nella magia mistica antica. Si soleva scrivere in amuleti, intera nella prima riga, diminuendola poi di una lettera a destra in ciascuna delle successive, e formando così un triangolo con il vertice in basso costituito dalla lettera a: questi amuleti erano ritenuti efficaci contro le malattie (quali la febbre terzana), immaginandosi che, come il nome si riduceva gradatamente, così anche la malattia sarebbe scomparsa.
  2. Come s. m., invar., cosa incomprensibile e confusa, gioco di parole volutamente oscuro: è un vero abracadabra!

mainikka.altervista.org

Qualcosa di più dice l’Enciclopedia Treccani, non tanto nell’edizione corrente online, che ripete in buona sostanza il lemma del Vocabolario:

Parola magica, inintelligibile in sé stessa, pertanto divenuta sinonimo di «cosa incomprensibile e confusa». Si scriveva in amuleti, intera nella prima riga, diminuendola poi di una lettera a destra in ciascuna delle successive, in modo da disegnare un triangolo, avente il vertice in basso, e del quale la lettera a costituiva un lato e ciascuna delle altre una linea parallela a esso, mentre nel lato opposto si leggeva, dall’alto al basso, la parola rovesciata (arbadacarba). Questi amuleti erano ritenuti efficaci contro alcune malattie: si pensava infatti che, come il nome si riduceva gradatamente, così anche la malattia sarebbe scomparsa.

Quanto nell’estratto dalla storica edizione del 1929, che ci propone un collegamento con la parola abraxas e una teoria su chi per primo ne avesse proposto l’uso magico-medicinale:

Una tra le formule a cui gli gnostici attribuivano particolare efficacia (v. abraxas). Nel suo Liber medicinalis (v. 941 segg.) Q. Sereno (Sereno Sammonico?) consiglia di scrivere la parola su una carta, dapprima per intero, poi man mano togliendo una lettera […]. La carta con questa formula legata al collo del paziente, avrebbe servito ad allontanare – miranda potentia! – le malattie letali. Si è confusa con questa parola magica l’altra greca, parimenti inintelligibile, A B Λ A N A Θ A N A Λ B A.

Quanto all’abraxas, anche questa è una parola di cui – pur avendola incontrata qualche volta, se non altro nello storico secondo album (1970) del gruppo di Carlos Santana – ignoravo il significato.

Giusto per la cronaca: Abraxas è anche il diciannovesiomo Book of Angels del progetto Masada di John Zorn (di cui abbiamo parlato più volte: qui, qui, qui e qui):

Torniamo ad abraxas. Niente paura, l’Istituto dell’enciclopedia italiana ci viene in aiuto anche su questo:

Parola magica, inintelligibile in sé stessa, di valore numerico pari a 365, somma dei numeri rappresentati in greco dalle singole lettere che la compongono. Rappresentava i giorni dell’anno solare, e nel sistema gnostico di Basilide, il mondo intermedio (costituito da 365 cieli), mediante il quale l’essere supremo era detto comunicare con quello terrestre. [Enciclopedia online]

ABRAXAS (ἀβράξας, ἀβράσαξ). – Amuleti in forma di gemme con raffigurazione di un essere favoloso con corpo umano, testa di gallo e gambe serpentiformi, identificabile con una divinità gnostica detta A., talora accompagnata da iscrizioni (v. gnostiche, gemme). La parola A. si trova incisa anche accanto a simboli varî di divinità egizie, sincretistiche, ebraiche. Essa ha valore numerico corrispondente a 365; esprime i giorni dell’anno solare e, nel sistema gnostico di Basilide, il “mondo intermedio” mediante il quale l’essere supremo, chiamato appunto A., era detto comunicare con quello terrestre.
Bibl: G. Barzilai, Gli A. studio archeologico, Trieste 1873; A. Dieterich, Abraxas, Studien z. Religionsgesch. d. späteren Altertums, Lipsia 1891. [Enciclopedia dell’arte antica, 1958]

  1. s. m. Nome con cui vengono indicate alcune gemme (dette anche gemme gnostiche), adoperate un tempo come amuleti, in quanto portano incisa, accanto a figurazioni e iscrizioni simboliche, la parola magica abraxas o più spesso abrasax, che nel mondo ellenistico-romano, e specialmente nel sistema gnostico di Basilide (2° sec. d. C.), aveva vario significato simbolico.
  2. s. f. Genere di farfalle della famiglia geometridi (lat. scient. Abraxas: così chiamate per il disegno delle ali e con riferimento alle gemme); una sua specie, Abraxas grossulariata, le cui larve vivono su piante rosacee, pomoidee e prunoidee, è nota perché presenta uno dei primi casi osservati, in genetica, di eredità legata al sesso. [Vocabolario online]

Più garrula della Treccani, Wikipedia propone una sfilza di possibili etimologie (nessuna convincente, se volete il mio parere):

  1. Dall’aramaico Avrah KaDabra che significa Io creerò come parlo.
  2. Dall’ebraico Abreq ad habra con significato di invia la tua folgore fino alla morte.
  3. Ancora dall’ebraico ab (“padre”), ben (“figlio”), e ruach hacadosch (“spirito santo”).
  4. Semplicemente un derivato o una storpiatura di Abraxas.
  5. Il nome di un demone ebraico (unita alla precedente, ne scaturisce l’ipotesi Zorn).
  6. Dall’arabo Abra Kadabra, che significa fa che le cose siano distrutte.
  7. Dall’aramaico abhadda kedhabhra, col significato di sparisci come questa parola.

Wikipedia ci informa anche che Quintus Serenus Sammonicus (l’abbiamo incontrato prima, ricordate?) era il medico di Caracalla e che i suoi insegnamenti furono seguiti anche da Geta e Alessandro Severo. E che Carlo Levi, nel suo libro di maggior successo Cristo si è fermato a Eboli, autobiografico, in qualità di medico riferisce di aver notato spesso il triangolo dell’Abracadabra rivolto verso l’alto e portato come ciondolo in metallo o come foglietto scaramantico dai contadini della Lucania.

Dimenticavo: Avada Kedavra è il più letale degli incantesimi contenuti nella saga di Harry Potter e la stessa Rowling riconosce il debito da abracadabra [During an audience interview at the Edinburgh Book Festival (15 April 2004) Rowling said: “Does anyone know where avada kedavra came from? It is an ancient spell in Aramaic, and it is the original of abracadabra, which means ‘let the thing be destroyed.’ Originally, it was used to cure illness and the ‘thing’ was the illness, but I decided to make it the ‘thing’ as in the person standing in front of me. I take a lot of liberties with things like that. I twist them round and make them mine.”] cui va probabilmente aggiunta l’attrazione per assonanza con il latino cadaver.

Qualcuno su YouTube si è preso la briga di fare la compilation di tutti gli Avada kadavra che compaiono nella saga cinematografica:

Non hashtag ma mot-dièse. E noi?

Sappiamo tutti della mania tutta francese di tradurre le parole straniere. A noi sembra un sintomo di sciovinismo (a sua volta, una parola che non poteva che scaturire da un cognome francese: «Nazionalismo esclusivo, esaltato e spesso fanatico, che si risolve in un’aprioristica negazione dei valori e dei diritti degli altri popoli e nazioni. Il termine, usato polemicamente dalla pubblicistica francese di lì passato ad altre nazioni, deriva dal nome dell’ufficiale N. Chauvin, fanatico seguace di Napoleone.» – Enciclopedia Treccani), e ci sembra – oltre che ridicolo – vagamente pericoloso, perché resta nella nostra memoria la repressione fascista delle parole straniere, che ci fa ancora chiamare tramezzino un sandwich.

I francesi, anche solo a parlare di informatica, ci hanno dato l’ordinateur, il logiciel, il souris.

Twitter resta twitter: d’altra parte è un marchio posseduto dalla società Twitter Inc. e con il diritto industriale non si scherza, né negli Stati Uniti né in Francia.

E i due onnipresenti @ e #?

Della chioccioletta @ abbiamo già scritto tempo fa: anche se scopro oggi sull’edizione francese di Wikipedia che il suo nome più appropriato è arobase, oppure a commercial o arrobase, arrobe, arobas, arrobas, a rond bas (de casse) o infine arobasque. Insomma, chiamatelo e scrivetelo un po’ come vi aggrada, purché evitiate l’anglicismo at.

Quanto al cancelletto # (come siamo approssimativi noi italiani, che lo chiamiamo cancelletto. «Che volgarité!», esclamerebbe la Carla Bruni dell’imitazione di Fiorello), i francesi il simbolo lo chiamano croisillon, cioè “finestra a crociera”. Ma il simbolo seguito da una parola che si usa in Twitter e che tutti chiamiamo hashtag? Qui la cosa è più complicata. Hanno cominciato i canadesi – per l’esattezza l’Office québécois de la langue française, che fin dal 2011 ha creato e proposto il termine «mot-clic»:

mot-clic

Domaine
informatique > Internet

Auteur

Office québécois de la langue française, 2011

Définition

Série de caractères précédée du signe #, cliquable, servant à référencer le contenu des micromessages, par l’indexation de sujets ou de noms, afin de faciliter le regroupement par catégories et la recherche thématique par clic.

Notes

Un mot-clic prend la forme suivante : #motclé. Il s’agit d’un mot-clé sur lequel on clique; c’est par le clic, associé à un hyperlien, qu’il devient utile et intéressant. Ajouter un # avant un mot le transforme automatiquement en lien cliquable menant à une page de recherche contenant tous les messages avec le même mot-clic. Celui-ci permet ainsi de trouver tout ce qui est lié à un sujet (#musique, #H1N1, #Egypte, #JO2010, #motclic, etc.).
Sur Twitter, lorsque l’on crée ou utilise un mot-clic comprenant plusieurs mots ou éléments, on doit enlever l’espace, et le trait d’union s’il y a lieu, pour le rendre cliquable.
Il arrive que le mot-clic soit aussi utilisé pour caractériser le ton d’un message de façon concise, fantaisiste et souvent drôle : #pour2, #miam, #lescarottessontcuites.
Le signe # porte différents noms : dièse, carré et croisillon (norme ISO 646). [-]

Termes privilégiés
mot-clic n. m.
mot-clé n. m.

Le terme mot-clic, formé à partir de mot-clé et de clic, a été proposé par l’Office québécois de la langue française, en janvier 2011, pour désigner ce concept. Au pluriel, on écrira : des mots-clics, tout comme des mots-clés. [www.gdt.oqlf.gouv.qc.ca/ficheOqlf.aspx?Id_Fiche=26506610]

tafter.it

Ma potevano i francesi della madre patria essere soddisfatti di questo primato quebecchese (o comunque si dica)? Certamente no. E allora – lenta, certo, ma inesorabile come uno schiacciasassi – scende in campo la Délégation générale à la langue française et aux langues de France (DGLFLF – Delegazione generale per la lingua francese e per le lingue della Francia: se volete saperne di più una parte del sito è in italiano). Il nuovo termine è stato pubblicato sul Journal officiel (la Gazzetta ufficiale della Repubblica francese) il 23 gennaio 2013:

mot-dièse, n.m.
Domaine : Télécommunications-Informatique/Internet
Définition : Suite signifiante de caractères sans espace commençant par le signe # (dièse), qui signale un sujet d’intérêt et est insérée dans un message par son rédacteur afin d’en faciliter le repérage.
Note :
1. En cliquant sur un mot-dièse, le lecteur a accès à l’ensemble des messages qui le contiennent.
2. L’usage du mot-dièse est particulièrement répandu dans les réseaux sociaux fonctionnant par minimessages.
3. Pluriel : mots-dièse.
Équivalent étranger : hashtag (en) [FranceTerme]

Non so a voi, ma a me pare una parola ben trovata, con quel richiamo musicale al diesis…

E noi? Noi possiamo soltanto segnalare la registrazione di hashtag tra i neologismi nel Vocabolario Treccani a partire dal 2012:

hashtag s. m. inv. In alcuni motori di ricerca e, in particolare, in siti di microblogging, parola o frase (composta da più parole scritte unite), preceduta dal simbolo cancelletto (#), che serve per etichettare e rintracciare soggetti di interesse. ◆ E gli articoli sulla crisi di governo o sulle manifestazioni di piazza, se corredati di hashtag, sembran subito più moderni. L’hashtag è il cancelletto, quello che precede sigle che servono a identificare un tema, in modo che una ricerca reperisca rapidamente tutti i tweet in merito: per la manifestazione degenerata a Roma l’hashtag era #150 (che stava per 150ctober) […]. (Guia Soncini, Repubblica, 5 novembre 2011, D, p. 90) Su Twitter, gli hashtag #nevearoma e #alemanno presentano qualche commento irriferibile e parecchi indignati e documentati. (Maria Luisa Rodotà, Corriere della sera, 5 febbraio 2012, p. 3, Primo Piano).
Dall’ingl. hashtag, a sua volta composto dal s. hash (mark) (‘cancelletto’) e dal s. tag (‘etichetta’).

Apofatico

Ho imparato una parola nuova, apofàtico.

Secondo il Vocabolario Treccani:

apofàtico agg. [dal gr. ἀποϕατικός «negativo», der. di ἀπόϕημι «negare», ἀπόϕασις «negazione»] (pl. m. –ci). – Nella logica aristotelica, di giudizio che nega l’appartenenza di un predicato a un soggetto. Teologia apofatica, quella che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, dicendo ciò che Dio non è.

Il contrario di apofatico è catafatico (sempre dal Vocabolario Treccani):

catafàtico agg. [dal gr. καταϕατικός «affermativo», der. di κατάϕημι «affermare»] (pl. m. –ci), non comune. [eh già, perché invece apofatico è sulla bocca di tutti – nota mia] – Termine usato quasi esclusivamente nella locuzione teologia catafatica, teologia che svolge il discorso su Dio attribuendo a lui, in sommo grado, tutti i valori; si contrappone come metodo alla teologia apofatica o negativa (con la quale però storicamente a volte si integra).

Curiosamente, su questi aspetti teologici l’Enciclopedia Treccani online si perde in una curiosa circolarità. Infatti:

Catafatica, teologia Teologia che attribuisce in sommo grado a Dio, come causa prima di tutto il creato, le qualità positive che connotano le creature. Si contrappone (ma storicamente a volte si integra) alla teologia apofatica o negativa.

Apofatico Nella logica aristotelica, riferito a ciò che separa una cosa da un’altra, che nega l’appartenenza di un predicato a un soggetto. La teologia apofatica (in opposizione alla catafatica) è quella che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, dicendo ciò che Dio non è. [è quello che aveva già detto nel Vocabolario e non mi sembra ci faccia fare molti passi in avanti – nota mia]

Per fortuna su questa teologia apofatica ci viene in soccorso Wikipedia:

La teologia affermativa, positiva o catafatica, detta anche catafatismo (dal greco antico katàphasis, che significa “affermazione”), è un metodo teologico che sostiene la conoscibilità di Dio attraverso la ragione e il contatto con la realtà. Il Creato, visto come opera di Dio, diventa lo strumento attraverso cui è possibile individuare gli attributi del Creatore. Questa teoria, nota pure come via positionis o affirmationis, ha per contraltare l’apofatismo già nel Peri hermêneias (De Interpretatione) della Logica (Organon) di Aristotele e si è poi sviluppata eminentemente nel contesto della Scolastica medievale.

La teologia negativa è un tipo di riflessione religiosa e filosofica che si propone di indagare Dio secondo una prospettiva puramente logico-formale, prescindendo totalmente da contenuti sostanziali.
Dio viene studiato cioè come il limite estremo su cui il pensiero logico si attesta e oltre il quale non può andare, dovendo da lì in poi cedere il passo alla fede e a un sapere rivelato. Secondo l’argomento ontologico utilizzato da vari filosofi, infatti, la logica riuscirebbe al massimo ad affermare che Dio non può non essere; per il resto, non ci può dire cosa è Dio, ma ci dice cosa Egli non è. Il metodo negativo, altrimenti noto come via negationis, consiste in definitiva nello studiare e nel definire una realtà a partire unicamente dal suo contrario. Di qui la valorizzazione del limite, dell’errore che pur opponendosi alla verità, permette in qualche modo di circoscriverla. La ragione umana mira così ad avvicinarsi all’Assoluto proprio grazie alla consapevolezza di essere fallibile e limitata. Diventare coscienti di un limite, infatti, è già un modo di trascenderlo e di superarlo. [questo è soltanto l’inizio della voce, che poi percorre la la storia della via negationis da Plotino a Heidegger]

L’apofatismo (dal greco ἀπό φημι che significa letteralmente lontano dal dire, non dire) è un metodo teologico secondo il quale Dio è del tutto inconoscibile attraverso la razionalità, perché trascende la realtà fisica e le capacità cognitive umane.
In quest’ottica, l’approccio più adeguato a Dio è quello che prevede il silenzio, la contemplazione e l’adorazione del mistero, e prescinde cioè da qualsivoglia processo di speculazione o indagine razionale dell’essere divino.
Questa teoria è l’esatto contrario del catafatismo della teologia affermativa, la quale prevede la conoscibilità di Dio attraverso l’uso della ragione e dell’intelletto.
La teologia negativa, tuttavia, che si serve di un tale metodo apofatico, ammette in parte la possibilità di un esercizio discorsivo e razionale per avvicinarsi a Dio, non dicendo cosa Egli è, ma dicendo cosa Egli non è. Essa culmina comunque nel silenzio.

Prima di culminare anche noi nel silenzio, due citazioni.

La prima è di Luigi Lombardi Vallauri, di cui ignoravo tutto fino a qualche minuto fa, ma che ha scritto un libro (pare importante, lo dico senza alcuna ironia) intitolato Nera Luce: Saggio su cattolicesimo e apofatismo:

La mia posizione filosofica generale si chiama apofatismo. Sostengo che l’esercizio strenuo della razionalità in merito agli interrogativi ultimi sulla vita non approda a idee chiare e distinte ma all’irrappresentabile. Anche la singolarità iniziale del Big Bang, preceduta dal puro nulla, è irrappresentabile, come tutte le soluzioni che abbiamo sull’origine dell’universo. L’apofatismo è la nube della non conoscenza, ma non per sfiducia nella ragione.

La seconda è una nota e bellissima poesia di Eugenio Montale, che propongo di eleggere a inno dell’apofatismo.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

virna-ogniricciouncapriccio.blogspot.com

Apofatici di tutto il mondo, uniamoci. Ma nel silenzio.

Steven Roger Fischer – A History of Reading

Fischer, Steven Roger (2003). A History of Reading. London: Reaktion Books. 2011. ISBN 1861891601. Pagine 384. 9,94 €

brainpickings.org

Bel libro, anzi bellissimo libro. Come sanno scriverne soltanto gli autori di tradizione anglosassone (Fischer è un professsore neozelandese), per rendere piano e interessante per tutti un argomento solitamente (e con ingiustificabile pigrizia) considerato per specialisti.

Ne ho già dato qualche anticipazione in due post, parlando di pergamena (ma la storia finisce qui) e di Tiresia.

E allora, prima di profondermi in lodi e citazioni, mi tolgo subito dalla scarpa un sassolino appuntito che mi scava nel tallone.

Fischer usa il verbo obtain nella sua forma intransitiva 27 volte (ah, le gioie delle edizioni digitali) in 384 pagine: cioè – anche a contare note, bibliografia e indice analitico – un’occorrenza ogni 14 pagine. È chiaramente un vezzo dell’autore, e questo basterebbe da solo a provocare la mia irritazione. Aggiungiamo che obtain nella sua forma intransitiva non è un verbo d’uso frequente, ed è per di più un falso amico, cioè una parola che non ha in inglese lo stesso significato che verrebbe spontaneo assegnargli in italiano (mentre nella forma transitiva significa come in italiano ottenere, in quella intransitiva corrisponde grosso modo a prevalere). Cominciamo dal significato di obtain secondo il Merriam-Webster:

Transitive verb:

  1. to gain or attain usually by planned action or effort.
    Esempi: The information may be difficult to obtain. We obtained a copy of the original letter.
Intransitive verb:
  1. archaic: succeed
  2. to be generally recognized or established: prevail
    Esempio: These ideas no longer obtain for our generation.

Middle English obteinen, from Anglo-French & Latin; Anglo-French obtenir, from Latin obtinēre to hold on to, possess, obtain, from ob- in the way + tenēre to hold.

First Known Use: 15th century.

Secondo l’OED online:

  1. [with object] get, acquire, or secure (something):
    adequate insurance cover is difficult to obtain
  2. [no object] formal be prevalent, customary, or established:
    the price of silver fell to that obtaining elsewhere in the ancient world

Origine: late Middle English: from Old French obtenir, from Latin obtinere ‘obtain, gain’.

Insomma, l’abuso del verbo to obtain è un vezzo dell’autore. Si potrebbe anche dire un suo lezio, come ho imparato da poco:

lèzio s. m. (ant. o letter. lèzia, f.) [forse dal lat. dilectio «affetto», der. di diligĕre «amare»], non com. – Atto affettato e svenevole, smanceria, moina; usato per lo più al plur.: non posso soffrire tutti quei suoi lezî; quanti lezii ha fatto questa mia pazza! (Machiavelli); gli sembrava evidente che essa lo trattasse secondo una sua particolare idea educativa, senza le lezie che la gente di campagna dedica agli infanti (A. Banti). [Vocabolario Treccani]

Peccato anche che Fischer abbia scritto (e sia sfuggito ai suoi editor) che Tarquinio Prisco è l’ultimo dei sette re di Roma, mentre è il quinto [rif. Kindle 1349].

Devo però ringraziare Fischer per avermi fatto incontrare l’indimenticabile figura dell’imperatore bizantino Costantino V (718-775), detto il Copronimo dai sui nemici iconoduli (lui era invece un iconoclasta) per ricordare la storia – realmente accaduta o perfidamente inventata – secondo la quale al suo battesimo, la notte di Natale del 718, il piccolo Costantino avrebbe defecato nella vasca battesimale. Copronimo signofica, in greco, nome di merda.

Al di là di queste piccolezze, il libro è bello e interessante. Il punto di vista dell’autore è molto originale (la lettura non coincide con la scrittura o con il linguaggio – come si potrebbe pensare superficialmente – tant’è vero che alla storia del linguaggio e alla storia della scrittura Fischer ha dedicato altri due volumi, e questo completa la trilogia).

Quasi tutto quello che c’era da dire l’ha detto con l’enfasi e l’entusiasmo che le sono proprie Maria Popova su Brain Pickings. È stata la sua recensione che mi ha fatto conoscere il libro e venire la voglia di leggerlo, e dunque il meno che posso fare è indirizzare a lei anche voi qui.

* * *

Questa volta vi invito anche a leggere le citazioni che ho scelto e vi segnalo, perché dànno un’idea piuttosto accurata del libro, migliore di qualunque riassunto possa farne io (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

Writing is a skill, reading a faculty. [66]

Others have argued that early historical reading in particular was ‘a matter of hearing the cuneiform, that is, hallucinating the speech from looking at its picture-symbols, rather than visual reading of syllables in our sense.’ [128-129. La citazione è dal celebre The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind di Julian Jaynes, pubblicato originariamente a Princeton nel 1976, ristampato a Boston da Houghton Mifflin nel 1990 – questa almeno l’edizione in brossura che ho io]

For thousands of years, reading was a medium; it was not yet a channel. [265]

Sumerians called those who catalogued libraries ‘ordainers of the universe’. Cataloguing a library means fragmenting human experience. All catalogization is subjective and arbitrary, an offence to the written work: that is, to something intrinsically universal and indivisible. This offence has been committed in every epoch, generally in the name of utilitarianism. Since life itself is uncatalogued, reading should be uncatalogued. However, this is impractical. More useful access to information is won only through limiting the limitless, as the earliest literate societies already discovered. [354]

«May my father and the gods keep you well. Gentlemen’s clothes improve year by year. The son of Adadiddinam, whose father is a mere underling of my father, has received two new garments, but you keep getting upset over just one garment for me. Though you gave birth to me, his mother adopted him; whereas his mother loves him, you do not love me.» [396: è un grand commis di Hammurabi che scrive alla mamma!]

Here, too, the written word was not an end in itself, but a means to an end, a socially sanctioned medium (not yet an autonomous channel) through which the scribe was permitted to speak on behalf of the person dictating the message. The ‘true’ message lay not in the cuneiform tablet or papyrus missive, but in the ultimate oral transmission: that is, the scribe reading the message aloud to its addressee. [411: here è l’antico Egitto]

But public texts were to impress, not to inform. [494]

Preliterates and non-literates were still displaying prodigious oral feats of memory. Such ability had been innate, of course, appearing to be exceptional only to literates who no longer daily exercised humankind’s natural oral talents. Oral ability weakens upon accession to literacy. [660. Poche righe sotto ho anche imparato la parola acrophony: (1) the application in the evolution of an alphabet of a pictorial symbol or hieroglyph for the name of an object to the initial sound alone of that name; (2) the naming of a letter by a word whose initial sound is the same as that which the letter represents – Merriam-Webster online]

But literacy is a response; not a stimulus. Literacy does not cause social and cognitive change (though it is probably a necessary precondition for some changes). Once larger complex societies rise, literacy can enhance complex organization, primarily by aiding memory and providing access to knowledge (via files, archives, libraries) to a degree no human mind can achieve unaided. Those who read can extend their communication spatially and temporally; they can also expand their memory in compass and duration. [672]

In an early form of textual separation, scribes wrote per cola et commata (‘by clauses and phrases’). St Jerome (c. AD 347-420) was the first who described this method of segmenting a text, having discovered it in old copies of Demosthenes and Cicero, noting it ‘conveys more obvious sense to the readers’. [748]

Once learnt, reading cannot be unlearnt, and so throughout antiquity tyrannical rulers who failed to prevent literacy attacked what opponents or suspected foes were reading: the books themselves. [758]

The Greek physician, anatomist and physiologist Galen (c. AD 130–c. 200), for example, eventually wrote in turn of Hippocrates: ‘I shall interpret those observations [of his] which are too obscure, and add others of my own, arrived at by the methods he wrote down.’ This of course became the very point of reading: to understand, learn from, then build upon a written text.
By the fourth century BC, then, reading and writing were beginning to be seen in an entirely new light in the West. [865]

An advocate of clear, concise writing, Callimachus, labouring under the Chief Librarian Apollonius of Rhodes (his opposite and adversary), undertook his task using a novel conception: the library as a model of the entire world, as perceived by the Greek scholars of the era.
[…]
Innovatively, books were listed in Greek alphabetical order (alpha, beta, gamma, delta and so forth); although known earlier, alphabetical listing had never been used to catalogue books on such a vast scale.
Now, for the first time anywhere, a library was more than a depot of papyrus scrolls: it became a systematized information centre, since access had been acknowledged to be as important as the data themselves – indeed, the two in tandem were recognized to be of greatest benefit. [957-965]

The sixth-century AD Sefer Yezirah – Hebrew’s earliest extant text of systematic, speculative thought – declared, for example, that God had created the world with 32 secret ‘paths of wisdom’ consisting of ten numbers and 22 letters. The physical world, time and the human body that comprised the cosmos’s three strata were their direct product. All creation could be regarded as a veritable book of numbers and letters. Were we mortals to read the numbers and letters ‘properly’, unlocking their combination in imitation of God, we could similarly give life. [1086]

This is the lesson to be learnt from Vindolanda, a former Roman military base in northern England along Hadrian’s Wall. Since 1973 some two thousand letters and documents on wooden tablets have been unearthed there, attesting to writing’s pervasiveness in ancient Roman society. Comprising the largest archive of early Roman writings discovered anywhere, the Vindolanda literature dates from between AD 85 and 130. All inscriptions are written in ink or engraved by stylus on wax and convey the thoughts of ordinary men and women corresponding with each other on the base itself and with others far removed.
The fact that such a trove, in such an isolated locale, exists at all testifies to the great amount of correspondence that must have been taking place among Romans throughout the Empire. At this time, writing maintained personal contact, ultimately preserving the social network and Roman culture even in primitive foreign parts. Such correspondence also secured military supplies and sanctioned orders, as well as conveying essential intelligence. In other words, reading and writing kept the Empire functioning. [1167]

The ‘reader’ was a transmitter, not a receiver. [1275]

Pliny the Elder (AD 23–79) tells how Eumenes II (ruled 197–158 BC) of Greek Pergamum in Asia Minor, wishing to establish a library to rival the Library of Alexandria, ordered a shipment of papyrus from the Nile. But King Ptolemy of Egypt forbade its export, desirous to ensure the Library of Alexandria’s pre-eminence as the world’s repository of knowledge. Forced to find an alternative, Eumenes ordered his experts to create a new writing material, then, for his library. Whereupon these Eastern Greeks soon perfected a technique of thinly stretching and drying the skin of sheep and goats. The final product of this process eventually became the primary vehicle of a new world faith and the medium of an entire epoch – parchment. [1395: come ricordavo sopra, ne appbiamo parlato qui e qui]

At first the codex, still of papyrus, was merely a novelty, an object of curiosity. Traditional works were of course expected to be on scrolls. But as parchment gained in popularity, especially when Christians favoured texts on parchment and physicians preferred the codex format because of easier referencing, the codex of bound pages became more fashionable. [1414]

Not being a scroll, the codex could allow easy access to any part of the text for referencing.
[…]
(Only now is ‘scrolling’ returning, in descending Greek fashion, as the computer screen alters modern reading perceptions.) [1464-1468: ma non è questo il punto; il punto è che il codex a pagine rilegate consente un agevole accesso random, mentre lo scrolling nei computer e negli e-book costringe a un accesso sequenziale, ancorché veloce]

[…] silent reading protected Ambrose from interruption, thus permitting a one-to-one, more profound relationship with the written text. [1568]

With Japanese, for example, brain injury can cause someone to lose their ability to read the Sino-Japanese kanji characters, though they retain perfectly their ability to read the Japanese kana syllabic signs (as well as the reverse phenomenon). Clearly, the kanji and kana are neurologically dissociated from one another. Equally significantly, there is no evidence of any such disruption between the two types of kana (the hiragana and katakana), which fulfil distinctly separate functions in Japanese reading; though two separate syllabic scripts (but not separate writing systems), these seem to be encoded as one in the brain. [2410]

It is one thing to worship a picture, it is another to learn in depth, by means of pictures, a venerable story. For that which writing makes present to the reader, pictures make present to the illiterate, to those who only perceive visually, because in pictures the ignorant see the story they ought to follow, and those who don’t know their letters find that they can, after a fashion, read. Therefore, especially for the common folk, pictures are the equivalent of reading. [2556: è l’innovativo punto di vista di papa Gregorio Magno, c. 540-604]

In Western Europe at this time an ‘illiterate’ was not a person who could not read, but someone who could not read Latin, the vehicle of Christendom and all learning. Only someone who could read Latin was a litteratus, one capable of accessing and sharing written knowledge. (The attitude demonstrates how literacy in any society is not simply a question of who can read and write, but rather the accommodation of prevailing values.) [2574]

Abdul Kassem Ismael, Grand Vizier of Persia, possessed a library of 117,000 volumes. (Paris at the time held about five hundred books.) Whenever he travelled, he took his library with him on 400 camels, each trained to follow in alphabetical order so as to keep his catalogization intact! [2694]

At Cairo […], al-Hasan ibn al-Haytham (c. 965–c. 1039) – known in the West as Alhazen, mediæval Islam’s greatest natural scientist – […] distinguished between ‘pure sensation’ and ‘perception’. Pure sensation, wrote Ibn al-Haytham, is only unconscious or involuntary. But perception demands a voluntary act of recognition, such as reading a page of text. Here, for the first time anywhere, a formal explanation was furnished for the process of conscious activity that distinguishes ‘seeing’ from ‘reading’. [2703]

Like Dante, most Ashkenazi Talmudic scholars drew upon four senses of reading. But their divisions differed significantly from Dante’s. The pshat was the literal sense. The remez was the restricted significance. The drash held the rational meaning. And the sod comprised the mystical or occult interpretation. [4127]

Only one out of ten published works sold well, and the one ‘bestseller’ then helped to finance the publication of those that did not sell well. (This scheme functioned eminently, providing society with variety and quality, until the 1970s, when it was almost universally abandoned for ‘guaranteed’ sales in order to maximize profits for corporate giants.) [4205]

[…] ‘gazettes’ (from Venetian gazeta de la novità or ‘a halfpenny of news’, as Venice’s sold for a gazeta, a coin of small value) […] [4258]

[…] the Enlightenment, which gave to the world, among other things, the three crucial concepts of the free use of reason, empirical method of science and universal human progress. [4369]

Whereupon one’s very concept of reading’s primary function altered: from focus to access.
It changed society profoundly. Ever since, reading has been viewed not as a place, but as a road. [4385-4386]

But for many the novel provided their only access to a larger experience. Others derived from it the satisfaction of a deep personal need for ‘a philosophical or moral guidance, not set out in rules, but worked out, experimentally, in conduct’. [4493]

If anything, the great lexicographer was ravenous not of books, really, but of printed knowledge. [4526: si sta parlando di Samuel Johnson]

«It is strange that there should be so little reading in the world, and so much writing.» [4562: la citazione è sempre di Samuel Johnson. E mi piace pensare che sia all’origine della famosa battuta di Massimo Troisi in Le vie del Signore sono finite: «Io non leggo mai. Non leggo libri, cose… Pecché… Che comincio a leggere mo che so’ grande, che i libri sono milioni e milioni? Non li raggiungo mai, hai capito? Pecche io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere.»]

During the Revolutionary War, the Connecticut schoolteacher Noah Webster (1758–1843) had come to believe that children could only learn to read ‘properly’ by pronouncing separately each individual syllable of writing. But they could not do this, he felt, unless the so-called ‘silent letters’ in English orthography were abandoned. So in his The American Spelling Book (1788), published shortly after the war, Webster introduced a distinctive American orthography in which the ‘historical u’ in such words as colour and honour was dropped, among other changes. [4879]

By 1850 literacy was enriching Europe’s north, illiteracy retarding Europe’s south and east. With 90 per cent of its population qualifying as ‘literate’ (a relative term), Sweden still led Europe in the number of those who could read, followed closely at 80 per cent by Scotland and Prussia. Both England and Wales were now 65 to 70 per cent literate, France 60 per cent. Spain could only claim 25 per cent literacy, Italy 20 per cent, followed by Greece and the Balkans. [4997]

Europe’s first such railway bookstall was W. H. Smith & Son at Euston Station, London, which opened in 1848. [5017]

For reading itself is the issue: the wealth of information that demands of every mature individual the daily exercise of rational choice, analysis, understanding. Those not yet mature, or simply overwhelmed by information overload, will neglect the nous for the noise. The scene’s greater lesson: there is indeed a way past the individual words, the cacophony of data. By turning information into knowledge (the reasoned distillation of experience) one can meet, understand and enrich one’s future. [5244]

There are always religious readers demanding only scripture be read, factual readers demanding only non-fiction be read, and even non-readers demanding nothing be read. [5330]

One might recall that, with the act of seeing, the mediæval Arab scholar Ibn al-Haytham distinguished between ‘pure sensation’ and ‘perception’, with pure sensation being unconscious or involuntary, perception, however, being a voluntary act of recognition – such as reading a page of text. [5618]

We do not mentally photocopy when we read, in other words. We process information on an individual basis, we visualize, we read emotionally into it, infer, cross-reference and perform many other complex cerebral activities, almost instantaneously. Reading takes place nearly independently of the individual black graphemes on the white page or computer screen, which are apparently registered only on a lower, almost unconscious level of perception and processing. Some investigators believe reading may be as complex an activity as thinking itself. [5666]

Hyperlexia is something different. This is the term given to the ability to read well beyond the expected level of one’s age or other abilities. Hyperlexic children of otherwise low IQ and delayed motor development can read as young as three with little assistance, and with five can be as fluent as a 10–year-old. Yet they are accurately using vocabulary far beyond actual comprehension, and have difficulty in associating what they read with physical objects or pictures. In addition, they display many developmental and behavioural symptoms akin to those of autism. Contrary to many dyslexics, they can quite easily sound out nonsense words, however. Hyperlexia is also a neuropsychological phenomenon whose cause must lie in a similar genetic environment. [5710]

For, when fluent, we read meaning, not language; thought, not sound. [5732]

The implication is that synæsthetes, when seeing their colours during reading, are actually ‘processing’ information they have not received.
[…]
For each male there are six female synæsthetes. [5746-5751: è il punto di cui ho parlato nel post Tiresia e la sinestesia]

[…] proprioception (bodily and sensual awareness) […] [5805]

‘Whatever classifications have been chosen, every library tyrannizes the act of reading, and forces the reader – the curious reader, the alert reader – to rescue the book from the category to which it has been condemned.’ [5884]

Focused information management alone leads reading to its ultimate end: knowledge. Information that does not serve knowledge is sand on the shore. [5914]

Contare le gazze

Oggi (28 dicembre 2012) a Roma è stata un’insperata giornata primaverile. Dopo un’alba nebbiosa si sono fatti strada: un sole smagliante, in primo luogo; una luce limpidissima (in secondo), un cielo terso (in terzo). Il tramonto si è poi riempito di una luce dorata e fosca quasi estiva.

Nel cielo di metà mattina, sopra il teatro dell’opera di Roma (anche se non mi sembra ci fosse Rossini in cartellone) si sono rincorse rumorosamente due gazze, facendo – appunto – una discreta gazzarra:

  1. Chiasso, baccano, dovuto di solito ad allegria esuberante e scomposta: far gazzarra; la gazzarra dei ragazzi nel cortile; una indecente, vergognosa gazzarra.
  2. anticamente: Strepito guerriero, d’armi o di grida, come manifestazione di giubilo: giunse l’ammiragliomenando gran gazzarra e trionfo (G. Villani); l’artiglieriacominciò a fare una lieta e spaventosa gazzarra (Varchi). Anche, sparo di fuochi artificiali.

Fin qui il solito Vocabolario Treccani. Peccato – e non potete immaginare quanto sia stata cocente la delusione per me, che di false etimologie mi nutro – che le gazze non abbiano nulla a che fare con la gazzarra, nonostante il loro verso sia rumoroso. Sempre secondo il Vocabolario Treccani gazzarra viene

dall’arabo ghazāra «folla, gran quantità», da cui anche lo spagn. algazara.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Come potete vedere da soli, è un uccello molto bello e caratteristico, e non stupisce che alla gazza siano legate molte leggende. Messaggero di morte e uccello del malaugurio nella mitologia germanica, in una famosa nursery rhyme i presagi si sono differenziati e legati al numero di esemplari avvistati. A me, a Dublino nel 1966, l’avevano insegnata così:

One for sorrow,
Two for joy,
Three for a marriage,
Four for a boy.

4 gazze su un tetto a Dublino

4 gazze su un tetto a Dublino

La versione completa della nursery rhyme, secondo Wikipedia, è questa:

One for sorrow,
Two for joy,
Three for a girl,
Four for a boy,
Five for silver,
Six for gold,
Seven for a secret,
Never to be told.

Ma una più antica (circa 1780, registrata nelle Observations on Popular Antiquitites di John Brand) conserva tutta l’antico legame con la morte:

One for sorrow,
Two for mirth,
Three for a wedding,
And four for death.

Quella riportata in una raccolta pubblicata a Londra nel 1846 (M. A. Denham. Proverbs and Popular Saying of the Seasons) elabora il tema più ampiamente, ma oscilla ancora – curiosamente, in varianti entrambe attestate – tra morte ed eventi gioiosi:

One for sorrow,
Two for luck [or mirth],
Three for a wedding,
Four for death [or birth],
Five for silver,
Six for gold;
Seven for a secret,
Not to be told;
Eight for heaven,
Nine for hell,
And ten for the devil’s own sell!

Tra le tante canzoni ispirate alla filastrocca, ho trovata bella (e inquietante) quella del giovane cantautore Patrick Wolf, in duetto con la misteriosa e sempreverde Marianne Faithfull:

PATRICK: Magpie, was it you who stole the wedding ring? Or what other thieving bird would steal such hope away? Magpie, I am lost among the hinterland, caught among the bracken and the fern and the boys who have no name.
MARIANNE: There’s no name for us.
PATRICK: Still we sing.
MARIANNE: And still we sing. little boy, little boy, lost and blue, listen now, let me tell you what to do. You can run on, run along, alone or home between the knees of her; all among her bracken and her ferns and the boy will have a name.
BOTH: We will sing.
MARIANNE: And we will sing.
MARIANNE: One for sorrow.
PATRICK: Two for joy.
MARIANNE: Three for a girl.
PATRICK: Four for a boy.
MARIANNE: Five for silver.
PATRICK: Six for gold.
MARIANNE: Seven for a secret, never to be told.

A questo punto Rossini è meno inquietante …

… o no?

Tiresia e la sinestesia

Un tema che mi ha sempre affascinato è quello della sinestesia e un mito che mi ha sempre affascinato è quello di Tiresia. Ma a parte il fatto che fanno apparentemente rima (ma soltanto per chi non sa che l’accento cade diversamente) le due cose hanno ben poco in comune e quindi devo spiegare il nesso che ho trovato.

Ma andiamo in ordine perché c’è un groviglio o gnommero da dipanare, ed è opportuno farlo in modo più accorto di Tiresia. Cominciamo dal significato di sinestesia, dal Vocabolario Treccani:

  1. Nel linguaggio medico, termine abitualmente adoperato per designare il fenomeno psichico consistente nell’insorgenza di una sensazione (auditiva, visiva, ecc.) in concomitanza con una percezione di natura sensoriale diversa e, più in partic., nell’insorgenza di una immagine visiva in seguito a uno stimolo generalmente acustico (audizione colorata), ma anche tattile, dolorifico, termico; tale fenomeno può verificarsi sia in condizioni di normalità, specie nei soggetti giovani, sia sotto l’influsso di particolari sostanze tossiche (per es., la mescalina). Con lo stesso termine si indica anche un disturbo neurologico, dovuto a lesioni cerebrali o delle strutture nervose periferiche, consistente nella percezione di una stimolazione in una zona lontana dal punto ove questa viene esercitata.
  2. Nel linguaggio della stilistica e della semantica, particolare tipo di metafora per cui si uniscono in stretto rapporto due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse (per es., silenzio verde nel sonetto «Il bove» di Carducci, colore squillante, voce calda); quando l’accostamento non è occasionale ma tende a ripetersi (per varie contingenze storico-culturali e stilistiche) può determinarsi un mutamento semantico, può nascere cioè una nuova accezione della parola (per es., il lat. clarus, etimologicamente appartenente alla sfera sensoriale auditiva, è passato alla sfera visiva, e tale è il suo valore fondamentale nel latino classico e nelle lingue romanze, nelle quali, a partire dal linguaggio musicale, ha nuovamente assunto una accezione acustica, come in suoni chiari, voce chiara).

Il mito di Tiresia è una storia più lunga, che si racconta in modi diversi da molto tempo. Per pura pigrizia (ho il sito Treccani aperto in una scheda del browser) cominciamo dalla sintesi che ne fa l’Enciclopedia Treccani:

Tiresia (gr. Τειρεσίας). Mitico indovino cieco, appartenente alla stirpe degli Sparti (i nati dalla terra, che si ritenevano i fondatori di Tebe). Compare già nell’Odissea, quando Ulisse, sceso nell’Ade, lo interroga e ne riceve profezie; ha inoltre ampia parte nella leggenda tebana. Secondo una tradizione, fu privato della vista da Era, perché, interrogato dalla dea, affermò che nel rapporto sessuale la donna gode di più; secondo altri, Atena lo avrebbe reso cieco perché vista da lui nuda al bagno. In entrambi i casi compenso per la perduta vista corporea sarebbe stata la facoltà divinatoria. Secondo un’altra versione, la cecità fu la punizione per il fatto che, come indovino, Tiresia rivelava i segreti degli dei. La sua morte è connessa con la presa di Tebe da parte degli Epigoni.

Recentemente (tutto è relativo: recentemente rispetto a Omero o a Ovidio) anche se forse non del tutto fedelmente l’ha raccontata Primo Levi nel suo La chiave a stella [Levi, Primo (1978). La chiave a stella. Torino: Einaudi. 1978. pp. 49-51]:

[…] non ho potuto resistere alla tentazione di raccontargli la storia di Tiresia.
Ha mostrato un certo disagio quando gli ho riferito che Giove e Giunone, oltre che coniugi, erano anche fratello e sorella, cosa su cui di solito a scuola non si insiste, ma che in quel ménage doveva pur avere una qualche importanza. Invece ha manifestato interesse quando gli ho accennato alla famosa disputa fra di loro, se i piaceri dell’amore e del sesso fossero più intensi per la donna o per l’uomo: stranamente, Giove attribuiva il primato alle donne, e Giunone agli uomini. Faussone ha interrotto:
«Appunto, è come dicevo prima: per decidere, ci voleva uno che avesse provato che effetto fa a essere uomo e anche a essere donna; ma uno così non c’è, anche se ogni tanto si legge sul giornale di quel capitano di marina che va a Casablanca a farsi fare l’operazione e poi compera quattro figli. Per me sono balle dei giornalisti».
«Probabile. Ma a quel tempo pare che l’arbitro ci fosse : era Tiresia, un sapiente di Tebe, in Grecia, a cui molti anni prima era successo un fatto strano. Era uomo, uomo come me e come lei, e una sera d’autunno, che io m’immagino umida e fosca come questa, attraversando una foresta, ha incontrato un groviglio di serpenti. Ha guardato meglio, e si è accorto che i serpenti erano solo due, ma molto lunghi e grossi: erano un maschio e una femmina (si vede che questo Tiresia era un bravo osservatore, perché a distinguere un pitone maschio da una femmina io non so proprio come si faccia, specialmente di sera, e se sono aggrovigliati, che non si vede dove finisce uno e dove incomincia l’altro), un maschio e una femmina che stavano facendo l’amore. Lui, o che fosse scandalizzato, o invidioso, o che semplicemente i due gli sbarrassero il cammino, aveva preso un bastone e aveva menato un colpo nel mucchio: bene, aveva provato un gran rimescolio, e da uomo si era ritrovato donna».
Faussone, a cui le nozioni di origine umanistica mettono addosso il morbino, mi ha detto sogghignando che una volta, e neanche tanto lontano dalla Grecia, cioè in Turchia, anche lui aveva incontrato in un bosco un groviglio di serpenti: ma non erano due, erano tanti, e non pitoni, ma biscie. Sembrava proprio che stessero facendo l’amore, alla sua maniera, tutti intortigliati, ma lui non aveva niente in contrario e li aveva lasciati stare: «però, adesso che la machiavella la so, quest’altra volta che mi capita quasi quasi provo anch’io».
«Dunque, questo Tiresia pare che sia rimasto donna per sette anni, e che anche come donna abbia fatto le sue prove, e che passati i sette anni abbia di nuovo incontrati i serpenti; questa volta, sapendo il trucco, la bastonata gliel’ha data a ragion veduta, e cioè per ritornare uomo. Si vede che, tutto compreso, lo riteneva più vantaggioso; tuttavia, in quell’arbitrato che le dicevo, ha dato ragione a Giove, non saprei dirle perché. Forse perché come donna si era trovato meglio, ma limitatamente alla faccenda del sesso e non per il resto, se no è chiaro che sarebbe rimasto donna, cioè non avrebbe dato la seconda bastonata; o forse perché pensava che a contraddire Giove non si sa mai cosa può succedere. Ma si era messo in un brutto guaio, perché Giunone si è offesa…»
«Eh già: fra moglie e marito…»
«…si è offesa e lo ha reso cieco, e Giove non ha potuto farci niente, perché pare che a quei tempi ci fosse questa regola, che i malanni che un dio combinava ai danni dei mortali, nessun altro dio, neppure Giove, li poteva cancellare. In mancanza di meglio, Giove gli ha concesso il dono di prevedere il futuro: ma, come si vede da questa storia, era troppo tardi».

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Con la maestria che già gli conosciamo, nel terzo libro delle sue Metamorfosi (sì, perché anche mutarsi di maschio in femmina, e viceversa, è pur sempre una metamorfosi), Ovidio la racconta così:

Dumque ea per terras fatali lege geruntur
tutaque bis geniti sunt incunabula Bacchi,
forte Iovem memorant diffusum nectare curas
seposuisse graves vacuaque agitasse remissos
cum Iunone iocos et ‘maior vestra profecto est,               320
quam quae contingit maribus’ dixisse ‘voluptas.’
illa negat. placuit quae sit sententia docti
quaerere Tiresiae: Venus huic erat utraque nota.
nam duo magnorum viridi coeuntia silva
corpora serpentum baculi violaverat ictu               325
deque viro factus (mirabile) femina septem
egerat autumnos; octavo rursus eosdem
vidit, et ‘est vestrae si tanta potentia plagae’
dixit, ‘ut auctoris sortem in contraria mutet,
nunc quoque vos feriam.’ percussis anguibus isdem               330
forma prior rediit, genetivaque venit imago.
arbiter hic igitur sumptus de lite iocosa
dicta Iovis firmat: gravius Saturnia iusto
nec pro materia fertur doluisse suique
iudicis aeterna damnavit lumina nocte;               335
at pater omnipotens (neque enim licet inrita cuiquam
facta dei fecisse deo) pro lumine adempto
scire futura dedit poenamque levavit honore.

E cioè, per tutti noi che non abbiamo mai studiato il latino, oppure l’abbiamo studiato e dimenticato, in traduzione italiana:

Mentre in terra avvenivano per volere del fato queste cose
e l’infanzia di Bacco, tornato a nascere, scorreva tranquilla,
si racconta che, reso espansivo dal nèttare, per caso Giove
bandisse i suoi assilli, mettendosi piacevolmente a scherzare
con la sorridente Giunone. “Il piacere che provate voi donne”, le disse,
“è certamente maggiore di quello che provano i maschi.”
Lei contesta. Decisero di sentire allora il parere
di Tiresia, che per pratica conosceva l’uno e l’altro amore.
Con un colpo di bastone aveva infatti interrotto
in una selva verdeggiante il connubio di due grossi serpenti,
e divenuto per miracolo da uomo femmina, rimase
tale per sette autunni. All’ottavo rivedendoli nuovamente:
“Se il colpirvi ha tanto potere di cambiare”, disse,
“nel suo contrario la natura di chi vi colpisce,
vi batterò ancora!”. E percossi un’altra volta quei serpenti,
gli tornò il primitivo aspetto, la figura con cui era nato.
E costui, scelto come arbitro in quella divertente contesa,
conferma la tesi di Giove. Più del giusto e del dovuto al caso,
a quanto si dice, s’impermalì la figlia di Saturno e gli occhi
di chi le aveva dato torto condannò a eterna tenebra.
Ma il padre onnipotente (giacché nessun dio può annullare
ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,
gli diede scienza del futuro, alleviando la pena con l’onore.

Io, per parte mia, vi dico subito che alla storia di Giunone (era Era nell’era antico-greca) che s’impermalisce non ci ho mai creduto. Penso piuttosto che volesse tenere segreta la circostanza della maggiore intensità del piacere femminile nella specie umana, un po’ per la volontà di tenersi ben stretto un segreto in un campo (all’epoca uno dei pochi) in cui la superiorità femminile era consolidata anche se ignota, un po’ temendo – ben conoscendo i maschi umani e olimpici – che avrebbero ben presto abbandonato ogni occupazione produttiva per dedicarsi alla ricerca di serpenti in copula, alternativamente per abbeverarsi alla fonte di un piacere più intenso e poi per tornare ai privilegi maschili una volta soddisfatta la propria foia…

Il mito di Tiresia, piuttosto, testimonia della curiosità di mettersi nella pelle degli altri o delle altre anche nelle fantasie sessuali, oltre che nell’operare dei famosi neuroni-specchio. E poi lo sanno tutti che gli eccessi sessuali indeboliscono la vista.

Il segreto di Tiresia non è rimasto tale per sempre. La moderna fisiologia ha scoperto che l’orgasmo maschile dura tra i 3 e i 10″ (ma la mediana è molto più vicina ai 3″ che ai 10″), mentre quello femminile dura in media 20″: non lo dico io, lo dice Wikipedia con una sacco di bibliografia di corredo. Ma naturalmente, la durata dell’orgasmo non vuol dire niente – potrebbero continuare a discutere in eterno Zeus ed Era, che tanto sono immortali e del passare il tempo in dispute oziose non gliene frega niente – perché si deve prendere in considerazione il numero delle contrazioni pelviche e la loro frequenza (8–13 Hz, ci informa zelante Wikipedia), e anche la probabilità di raggiungere l’orgasmo durante la stimolazione sessuale (prossima a 1 nel maschio, più bassa nella femmina). Eccetera eccetera eccetera.

Il mio piccolo contributo (piccolo e rispettoso, per amor degli olimpici dei, che già ci vedo maluccio anche senza il loro intervento) è stimolato dall’incontro fortuito, nella mia rete neuronale, tra il ricordo d’un’antica partner che mi parlava della sensazione dell’allargarsi dello spazio che provava durante l’orgasmo e la scoperta, fatta alcuni giorni fa leggendo un bel libro sulla storia della lettura [Fischer, Steven Roger (2003). A History of Reading. London: Reaktion Books. 2012. pos. 5751], che “[f]or each male there are six female synæsthetes”. Si parla della lettura, ma quello che è vero potrebbe esserlo anche per il piacere sessuale,e aggiungere molte dimensioni percettive all’orgasmo femminile. Prosit.

* * *

In modo del tutto incongruo, mi permetto di segnalare – soprattutto a me stesso – 3 citazioni che mi sono ritrovato segnato sulla mia edizione de La chiave a stella, letta da me nel 1978.

[…] diceva che il pane del padrone ha sette croste, e che è meglio essere testa d’anguilla che coda di storione […] [p. 87]

Io sulle prime credevo che fosse una ragazza un po’ strana, perché non avevo esperienza e non sapevo che tutte le ragazze sono strane, o per un verso o per un altro, e se una non è strana vuol dire che è ancora più strana delle altre, appunto perché è fuori quota, non so se mi spiego. [p. 133]

[…] sembrava un gatto ramito, sì, uno di quei gatti che prendono il vizio di mangiar le lucertole, e allora non crescono, vengono malinconici, non si lustrano più il pelo, e invece di miagolare fanno hhhh. [pp. 143-144]