Fiducia, capitale sociale, narrazioni e spiegazioni

Luca De Biase ha pubblicato sul suo blog il 24 marzo 2012 un articolo, il cui punto di partenza condivido largamente:

Tutta la discussione attuale sulla vicenda dei licenziamenti economici è basata su un equivoco. Si parla dell’articolo 18 ma in realtà si parla di fiducia.

Correttezza vuole, però, che prima di discutere nel merito del punto di vista di De Biase abbiate letto il suo articolo senza la mia mediazione, cioè senza la mia interpretazione e le mie critiche. Quindi, leggetelo ora, qui:

Fidarsi sui licenziamenti economici – informazione di mutuo soccorso – Luca De Biase

Luca De Biase

ahref.eu

Sono convinto anch’io che quello della fiducia, e più generale del capitale sociale, sia un problema al centro della crisi italiana in tutte le sue manifestazioni, quella acuta in scena dal 2008, quella strisciante in corso dall’inizio del nuovo millennio, quel malessere che ha in realtà accompagnato tutta la mia vita adulta.

Poi però arrivo al terzo capoverso, che mi fa scattare una reazione riflessa:

I motivi di sfiducia purtroppo non mancano. Il paese degli abusi non ha certo abituato tutti alla correttezza. E questo ha limitato lo spazio degli onesti, sia nella realtà sia soprattutto nella narrazione corrente. La sfiducia è diffusa e si combatte anche con una nuova narrazione, fondata sulle parole e sui fatti.

Narrazione corrente? Nuova narrazione? La mia reazione di fastidio e di rifiuto viene dal lezzo di post-modernismo, di decostruzione, di irrazionalismo che la parola stessa mi suscita, dopo decenni di uso corrivo da parte dei colleghi di De Biase negli ultimi decenni. Cui si è associato più di recente il chiacchiericcio sullo story-telling.

Ma poiché De Biase mi sembra onesto nel suo ragionamento, ho provato a mettere da parte le reazioni istintive per cercare di capire meglio. De Biase sta dicendo – mi pare – che la sfiducia (per me legata alla scarsità di capitale sociale, ma non so se lui hai i miei stessi termini di riferimento) è un effetto della situazione reale, sì, ma “soprattutto della narrazione corrente.” E che, di conseguenza, che la si può combattere (e sconfiggere: suppongo sia questo l’obiettivo finale di De Biase) “con una nuova narrazione.”

E poiché il post del 24 marzo rinvia a un altro del 21 marzo (Informazione di mutuo soccorso), sono andato a leggermi anche quello (e naturalmente vi invito a fare altrettanto). Qui, la centralità della narrazione è ancora più esplicita e centrale:

[…] questo passaggio [si sta parlando dell’art. 18 e delle decisioni del governo] non si può affrontare, né da destra né da sinistra, senza una narrazione del futuro. Senza un’idea della società che vogliamo costruire non facciamo che subire i contraccolpi automatici dei cambiamenti nei rapporti di forze. […]
Per condurre l’innovazione a cogliere le opportunità insite nel cambiamento, basate sulla cooperazione e la solidarietà costruttiva, e a debellare le connivenze di ogni ordine e grado, […] occorre al fondo una narrazione: una grande alleanza delle imprese con i giovani, per i quali il vecchio mondo ha smesso di generare risposte; una definizione del progresso in termini di qualità dell’ambiente, della cultura e delle relazioni; una lealtà nella competizione che riconosca l’onore di chi si è prodigato per il progetto comune, dell’azienda e del paese, e che abbatta la credibilità di chi ha puntato ai vantaggi personali passando sopra ogni correttezza.
Le imprese sono il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso economico. Ma la società è il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso civile. E al fondo, la relazione tra queste dimensioni dipende dalla qualità dell’informazione sulla base della quale si racconta la prospettiva e si valuta l’apporto di ciascuno. Un’informazione di mutuo soccorso. Contro l’inquinamento dell’ecosistema dell’informazione. Per il bene comune. Che oggi è diventato il nuovo baluardo di un programma che eventualmente si può definire di sinistra.

Ecco, adesso penso di aver capito dove smetto di essere d’accordo con De Biase. Non si tratta soprattutto di una nuova narrazione. Meno che mai si tratta prima di tutto di una nuova narrazione.

Si tratta, secondo me, di condurre ragionamenti e analisi in comune. Pacatamente e serenamente, se possibile, come diceva il Veltroni di Crozza. Ma anche in maniera concitata, se non si può fare altrimenti. Lavorando sui fatti, sui numeri, sulle spiegazioni, sulla comprensione dei meccanismi e delle dinamiche. Alla ricerca di una spiegazione – che poi dovrà anche essere narrata, naturalmente, ma che prima dovrà essere compresa. Che poi dovrà anche essere messa in comune e (se possibile) condivisa, ma che prima dovrà essere raggiunta con l’immane fatica del concetto (come diceva Hegel) e magari anche nello scontro dialettico (tanto per restare con Hegel ancora un po’). E in cui i ruoli non sono pre-definiti (per quanto seducenti possano essere le caratterizzazioni di De Biase – impresa : progresso economico :: società : progresso civile) ma si definiscono come risultato dell’analisi. Insomma, un po’ più di illuminismo e un po’ meno post-modernità.

Cervello di gallina

Oggi mi sono imbattuto nel termine inglese hare-brained, che per il Merriam-Webster significa: “foolish, absurd, ridicolous, very silly, stupid”. Secondo l’Oxford English Dictionary compare per la prima volta nel 1548.

Letteralmente significa “dotato del cervello di una lepre”, sia perché le lepri non hanno un cervello particolarmente sviluppato, sia per il loro comportamento nella stagione degli amori: ve la ricordate le Lepre Marzolina di Alice nel paese delle meraviglie?

March Hare

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Ero pronto a lanciarmi in un’ipotesi sulle diverse abitudini alimentari degli italiani e degli inglesi, e forse anche sulla loro rispettiva ricchezza e povertà misurata dall’apporto calorico all’epoca del formarsi dei modi di dire, quando ho trovato questa riflessione sul sito dell’Enciclopedia Treccani che ha subito ridimensionato le mie aspirazioni:

Cervello d’oca, di gallina

Non infrequentemente, nel parlare comune, si fa riferimento alle caratteristiche, positive o negative, attribuite a un animale, per qualificare diversi aspetti del comportamento o del carattere di una persona: così, per esempio, avere un occhio di lince è detto di chi ha una vista o un’intelligenza molto acuta, mentre chi si rivela maldestro, privo di tatto e di finezza viene tacciato di avere la grazia o la delicatezza di un elefante. A questo stesso ambito appartiene anche l’espressione, di registro familiare, avere un cervello d’oca o di gallina, largamente usata con riferimento a persona alla quale si attribuisca scarsa intelligenza o poco giudizio e basata sulla presunta relazione fra capacità intellettive e dimensioni del cervello, così come altri analoghi modi di dire, oggi poco usati, ma ampiamente diffusi in passato. Così, per esempio, annota il Tommaseo, nel suo Dizionario, alla voce cervello: «Cervel di formica, di passera, di fringuello, d’oca. L’ultimo dice stupidità e goffaggine, il terzo e secondo meschinità e leggerezza, il primo angustia e minuziosità».

Tali espressioni, ed altre simili, continuano ad essere registrate con costanza anche nei lessici e nei vocabolari italiani del Novecento; due interessanti esempi sono offerti dal Vocabolario della lingua italiana, a cura di Giulio Bertoni, pubblicato dalla Reale Accademia d’Italia nel 1941 («Cervello di gatta, d’oca, di grillo, di passerotto, d’uccellino e simili, persona di pochissima intelligenza») e dal Vocabolario della lingua italiana di Giulio Cappuccini e Bruno Migliorini pubblicato nel 1945 («I cervelli di talune bestie si mangiano; altri servono a paragoni poco lusinghieri. E invece di dire che uno ha il cervello matto, storto, o sim., si dice pure che ha un cervello d’oca, di fringuello, di grillo o sim.»). Diversamente, per trovare una delle prime attestazioni lessicografiche di avere un cervello di gallina bisogna attendere la pubblicazione del Dizionario Enciclopedico dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, 1955-1961 («avere un cervello d’oca, di gallina, d’uccellino, di passero, di fringuello, di grillo, di formica e sim., esser persona di poco giudizio o di scarsa intelligenza»).

Può essere, infine, non inutile ricordare che espressioni similari sono diffuse anche nell’uso colloquiale di altre lingue e, in particolare, dell’inglese (to have the brain of a bird, to be a birdbrain) e del francese (avoir une cervelle d’oiseau, d’autruche, de moineau).

Luigi Romani

Tub-thumping

Qualche anno fa (caspita, ho controllato ed era il 1997!) è stata popolarissima una canzoncina allegra intitolata Tubthumping, contenuta in un album intitolato Tubthumper di un collettivo anarcho-rock (nientepopodimeno), i Chumbawamba.

Chumbawamba

wikipedia.org

Anche se non conoscevate i dettagli, probabilmente riconoscerete la canzoncina.

I miei figli l’adoravano e abbiamo il disco.

Piccolo problema: fino a oggi non sapevo che cosa tub-thumper significasse e non ho mai avuta una curiosità sufficiente da vincere la mia pigrizia e andare a vedere il lemma su un vocabolario. Tub è la vasca da bagno, mi dicevo, to thump significa battere con i pugni, quindi – non mi vergogno a dirlo – nella mia mente c’era l’immagine di una ragazza nella vasca da bagno, Alice Nutter o Jude Abbott, che canta “pissing the night away“, battendo il ritmo sui bordi.

Niente di tutto questo. Oggi ho imparato il significato della parola tub-thumping e mi è caduto il velo dagli occhi.

Secondo l’OED, tub-thumping – nome e aggettivo – fa riferimento all’espressione e al sostegno aggressivi e rumorosi di un’opinione o di un punto di vista.

Cito dalla rubrica Word of the Day del Merriam-Webster del 21 marzo 2012:

Tub-thumpers are a noisy (and sometimes amusing) lot. The earliest ones were preachers or public speakers with a predisposition for pounding their fists on the pulpit or lectern — perhaps to wake up their listeners! Back in the 17th century, the word “tub” was sometimes used as a synonym of “pulpit”; John Dryden, for example, used the word thus in 1680 when he wrote, “Jack Presbyter shall here erect his throne, Knock out a tub with preaching once a day.” “Tub-thumper” has been naming loud, impassioned speakers since at least 1662, when it was used by a writer named Hugh Foulis to describe “a sort of people … antick in their Devotions….”

Certo che il testo della canzoncina non aiutava a capire il significato del titolo!

We’ll be singing
When we’re winning
We’ll be singing

I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down

Pissing the night away
Pissing the night away

He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him of the good times
He sings the songs that remind him of the better times:

“Oh Danny Boy, Danny Boy, Danny Boy…”

I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down

Pissing the night away
Pissing the night away

He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him of the good times
He sings the songs that remind him of the better times:

“Don’t cry for me, next door neighbour…”

I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down
I get knocked down but I get up again
You’re never going to keep me down

We’ll be singing
When we’re winning
We’ll be singing

Distopìa

Secondo il Vocabolario Treccani, nella sua seconda, ma più frequente accezione (nel linguaggio medico, la distopia è lo spostamento – in genere per malformazione congenita – di un viscere o di un tessuto dalla sua normale sede):

Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le distopie della più recente letteratura fantascientifica.

Amo la fantascienza e di conseguenza adoro le distopie, e mentre parlo molti esempi mi si affollano nella mente, a partire da Erewhon di Samuel Butler, che mi sono trovato a raccomandare a un amico ignaro qualche giorno fa.

Secondo l’OED, il termine è stato inventato da John Stuart Mill nel 1868, ma già Jeremy Bentham nel 1816 aveva introdotto (con lo stesso significato) cacotopia: ci deve dunque essere un nesso profondo tra distopie a utilitarismo, ma al momento mi sfugge quale possa essere.

Wikipedia propone una lunga lista di opere narrative distopiche (tra cui, curiosamente, non c’è Erewhon), anche se ne sono citate molte altre che non io avrei messo: o perché non le ho lette, o perché non penso siano una distopia). Ecco la lista (tra parentesi quadra i miei commenti se ho letto il libro o, talora, visto il film):

Mah, lista molto discutibile, piena di buchi …

Ma adesso veniamo alla storia che volevo raccontarvi fin dall’inizio e che ho trovato qui:

Letters of Note: 1984 v. Brave New World

George Orwell

George Orwell / wikipedia.org

Ottobre 1949. 1984 è stato pubblicato da pochi mesi. George Orwell riceve una lettera da Aldous Huxley. Momento “forse non tutti sanno che …”: i due si conoscevano, perché oltre trent’anni prima, nel 1917, Huxley era stato per qualche tempo insegnante di francese di Orwell, a Eton. Huxley aveva pubblicato la sua distopia , Il mondo nuovo (Brave New World) 17 anni prima, nel 1932.

Quella che inizia come una lettera di lode diventa ben presto un confronto tra le prospettive presentate nelle due opere, e (prevedibilmente) Huxley resta convinto che la sua previsione sia più realistica. Ne sono convinto anch’io, dopo 80 anni, e resto anche convinto che Brave New World sia più bello di 1984.

Aldous Huxley

Wrightwood. Cal.
21 October, 1949

Dear Mr. Orwell,

It was very kind of you to tell your publishers to send me a copy of your book. It arrived as I was in the midst of a piece of work that required much reading and consulting of references; and since poor sight makes it necessary for me to ration my reading, I had to wait a long time before being able to embark on Nineteen Eighty-Four.

Agreeing with all that the critics have written of it, I need not tell you, yet once more, how fine and how profoundly important the book is. May I speak instead of the thing with which the book deals — the ultimate revolution? The first hints of a philosophy of the ultimate revolution — the revolution which lies beyond politics and economics, and which aims at total subversion of the individual’s psychology and physiology — are to be found in the Marquis de Sade, who regarded himself as the continuator, the consummator, of Robespierre and Babeuf. The philosophy of the ruling minority in Nineteen Eighty-Four is a sadism which has been carried to its logical conclusion by going beyond sex and denying it. Whether in actual fact the policy of the boot-on-the-face can go on indefinitely seems doubtful. My own belief is that the ruling oligarchy will find less arduous and wasteful ways of governing and of satisfying its lust for power, and these ways will resemble those which I described in Brave New World. I have had occasion recently to look into the history of animal magnetism and hypnotism, and have been greatly struck by the way in which, for a hundred and fifty years, the world has refused to take serious cognizance of the discoveries of Mesmer, Braid, Esdaile, and the rest.

Partly because of the prevailing materialism and partly because of prevailing respectability, nineteenth-century philosophers and men of science were not willing to investigate the odder facts of psychology for practical men, such as politicians, soldiers and policemen, to apply in the field of government. Thanks to the voluntary ignorance of our fathers, the advent of the ultimate revolution was delayed for five or six generations. Another lucky accident was Freud’s inability to hypnotize successfully and his consequent disparagement of hypnotism. This delayed the general application of hypnotism to psychiatry for at least forty years. But now psycho-analysis is being combined with hypnosis; and hypnosis has been made easy and indefinitely extensible through the use of barbiturates, which induce a hypnoid and suggestible state in even the most recalcitrant subjects.

Within the next generation I believe that the world’s rulers will discover that infant conditioning and narco-hypnosis are more efficient, as instruments of government, than clubs and prisons, and that the lust for power can be just as completely satisfied by suggesting people into loving their servitude as by flogging and kicking them into obedience. In other words, I feel that the nightmare of Nineteen Eighty-Four is destined to modulate into the nightmare of a world having more resemblance to that which I imagined in Brave New World. The change will be brought about as a result of a felt need for increased efficiency. Meanwhile, of course, there may be a large scale biological and atomic war — in which case we shall have nightmares of other and scarcely imaginable kinds.

Thank you once again for the book.

Yours sincerely,

Aldous Huxley

(Source: Letters of Aldous Huxley)

Titolazione, analita, stechiometria

Secondo il Vocabolario Treccani, titolazione è:

L’operazione di titolare, cioè di determinare il titolo di leghe, filati, filamenti, ecc. In chimica, procedimento, detto anche analisi volumetrica o titrimetrica, mediante il quale si determina la quantità di una sostanza presente in un dato volume di soluzione mediante aggiunta graduale della soluzione titolata (cioè a titolo noto) di un’altra sostanza capace di reagire quantitativamente con essa; il punto finale della reazione (che può essere di neutralizzazione, di ossidoriduzione, di complessazione, ecc.) è individuato in base al brusco cambiamento di colore di un indicatore appositamente aggiunto o in base alla variazione di una qualche grandezza fisica che viene misurata durante la titolazione: potenziale (titolazioni potenziometriche), corrente (titolazioni amperometriche), resistenza elettrica (titolazioni conduttometriche). Completata la reazione, dalla quantità di reattivo aggiunto si risale alla concentrazione della sostanza nella soluzione analizzata.

Titolazione

wikipedia.org

Titolazione deriva dal latino titŭlus, “titolo”, una parola che anche in italiano ha una caterva di accezioni (non ve le trascrivo tutte, potete andare a vedere da soli sul Vocabolario Treccani): quella che ci interessa qui è la settima di nove:

7.Titolo di una lega, di una soluzione, di una miscela, ecc., il rapporto tra la quantità di uno dei suoi componenti e la quantità della soluzione o miscela che lo contiene, espresso usualmente in forma percentuale e riferito al peso o al volume. […]

E in particolare:

b. In chimica, la concentrazione (che si determina mediante la titolazione) di un costituente di una soluzione; può essere espressa in varie maniere: più comunemente in grammi di sostanza (elemento, composto) per litro di soluzione, in grammi equivalenti o in grammomolecole (o frazioni di esse) per litro di soluzione […].

In francese il latino titŭlus diventa titre e per questo in francese e in inglese la titolazione diventa rispettivamente titrage e titration.

Come è abbastanza intuitivo anche per chi non è proprio un chimico esperto (come non sono esperto io, ma qui ci soccorre wikipedia), l’idea dietro la tecnica d’analisi è abbastanza semplice: se io conosco già il titolo di un reagente (titolante) e la proporzione secondo la quale due elementi si combinano (per l’appunto il titolante e il titolando o analita), risalire alla concentrazione del titolando o analita è una questione di semplici calcoli.

Insisto sul termine analita per pura malizia (ho il cervello di un bambino delle elementari): il lemma non compare nel Vocabolario Treccani, ma wikipedia lo spiega:

L’analita è quella sostanza che deve essere determinata durante un’analisi chimica.
L’individuazione dell’analita è una parte fondamentale nella definizione del problema analitico. La sua determinazione può avvenire con metodi assoluti o relativi. Nel caso dei metodi assoluti la quantità di analita viene determinata sfruttando la correlazione con delle costanti fondamentali accuratamente note. Mentre nei metodi relativi (più comuni) si effettua la misurazione di specifici parametri del campione in esame che permettono di stabilire la relazione tra il parametro misurato e la quantità di analita; in questo caso si fa sovente uso di curve di taratura.

La proporzione secondo la quale due elementi si combinano è l’oggetto della stechiometria e ci permette di definire e studiare la 3ª parola curiosa di oggi (ricorro come al solito al Vocabolario Treccani):

[comp. del gr. στοιχεῖον «elemento» e –metria]. – Termine con cui originariamente si indicava la parte della chimica che s’interessa delle leggi secondo le quali gli elementi si uniscono per formare i varî composti, e con cui oggi è indicato il settore che studia le relazioni numeriche fra elementi e composti, le proporzioni secondo le quali gli elementi si combinano, e le quantità di elementi o di composti che prendono parte a una reazione chimica o che si formano in essa.

Eli Gottlieb – The Face Thief

Gottlieb, Eli (2012). The Face Thief. New York: HarperCollins. 2012.
ISBN 9780061735059. Pagine 256. 11,33 €

The Face Thief

bookbirddog.blogspot.com

Avrei voluto iniziare la mia recensione levando il calice alla nascita di un’altra indimenticabile dark lady, come non ne incontravo da tempo. Ma poi una mia giovane amica, dotata di antica saggezza e cultrice della materia, mi ha domandato: “Dark lady, o gatta morta?” E, davanti alla mia espressione sconcertata, ha subito chiarito: “Dark lady è Barbara Stanwick in La fiamma del peccato, gatta morta è Anne Baxter in Eva contro Eva.”

Giusto per capire meglio le differenze, ecco la dark lady (La fiamma del peccato l’ho recensita qui: vi voglio anche segnalare che su YouTube è disponibile qui per intero, naturalmente nella versione originale):

PHYLLIS (Standing up again) Mr. Neff, why don’t you drop by tomorrow evening about eight-thirty. He’ll be in then.
NEFF Who?
PHYLLIS My husband. You were anxious to talk to him weren’t you?
NEFF Sure, only I’m getting over it a little. If you know what I mean.
PHYLLIS There’s a speed limit in this state, Mr. Neff. Forty-five miles an hour.
NEFF How fast was I going, officer?
PHYLLIS I’d say about ninety.
NEFF Suppose you get down off your motorcycle and give me a ticket.
PHYLLIS Suppose I let you off with a warning this time.
NEFF Suppose it doesn’t take.
PHYLLIS Suppose I have to whack you over the knuckles.
NEFF Suppose I burst out crying and put my head on your shoulder.
PHYLLIS Suppose you try putting it on my husband’s shoulder.
NEFF That tears it.
Neff takes his hat and briefcase.
NEFF Eight-thirty tomorrow evening then, Mrs. Dietrichson.
PHYLLIS That’s what I suggested.
They both move toward the archway.
NEFF Will you be here, too?
PHYLLIS I guess so. I usually am.
NEFF Same chair, same perfume, same anklet?
PHYLLIS (Opening the door) I wonder if I know what you mean.
NEFF I wonder if you wonder.
He walks out.

Anche la protagonista del romanzo di Gottlieb, Margot Lassiter, ha questa grande capacità dialettica, di contrastare e battere l’antagonista maschile sul suo stesso terreno e al suo stesso gioco (Margot, professionista dell’inganno, si fa beffe di un professionista della lettura e del disvelamento dell’inganno, Lawrence Billings, autore di un manuale di successo intitolato The Physique of Finance: The Art of Face Reading and Body Language for Professional Advantage), di fare del predatore la sua preda.

La gatta morta, invece, agisce diversamente. Si finge umile, indifesa, cedevole, ma alla fine micidiale. La gatta morta ottiene ciò che vuole. Chiara Moscardelli, che ci ha scritto un libro (che io però non ho letto: Volevo essere una gatta morta) la descrive così:

La gatta morta è una categoria poco conosciuta, nascosta, silenziosa ma micidiale.
Ha pochi pensieri, chiari, semplici. Nessuna dietrologia, nessuna complicazione. Ha una vita serena perché ha un unico scopo: il matrimonio.
A diciotto anni ha le idee chiare su tutto ed è in grado di realizzare una cena completa per otto persone con sedici portate. Voi non ne siete capaci? Imparate alla svelta.
A venti ha deciso quale sarà l’uomo che sposerà. Magari non è un uomo in carne e ossa ma è comunque la categoria a cui appartiene che inizia a prendere di mira: l’avvocato, l’architetto, il notaio, il dottore. Le qualifiche sono importanti.
[…]
Io le ho studiate a fondo e me ne sono fatta un’idea ben precisa. Le gatte morte sono geniali.
Dietro la loro apparente passività si nasconde una forza, un’aggressività senza pari. Sono burattinaie che muovono i fili di marionette inconsapevoli. Non c’è niente da fare. Contro di loro non esistono armi. Ve lo dico con tutto il cuore, arrendetevi! Perché gatta morta si nasce, non si diventa.

L’idealtipo della gatta morta è la Eva Harrington di Eva contro Eva, che fingendo una smisurata ammirazione per l’attrice Margo Channing (Bette Davis) si intrufola nella sua vita e le porta via la parte, il successo, il critico teatrale di riferimento (di cui diviene amante) e (poco ci manca) il fidanzato. Qui di seguito la scena memorabile in cui la nostra santarellina racconta a ciglio asciutto come abbia perso il marito in guerra e come la sua fervida adorazione l’abbia portata a seguire per anni la diva ad ogni suo spettacolo. Non c’è bisogno di capire l’inglese: guardate gli occhi e le posture.

Per completare il quadro delle tassonomie ci sarebbe anche la femme fatale, affine alla dark lady, ma a differenza di questa fatale, appunto, ma non necessariamente malvagia. Non necessariamente, cioè, infligge il male volontariamente, per conseguire un obiettivo o per desiderio di annientamento dell’altro. Anche qui, nella mia mente, c’è un idealtipo, ed è la Lola Lola (Marlene Dietrich) dell’Angelo Azzurro di Sternberg (qui in edizione integrale).

Un altro vocabolo che ha continuato a frullarmi per la testa durante la lettura del romanzo di Gottlieb è stato predatrice. E questo aspetto è quello che alla fine mi fa pensare che Margot Lassiter è soprattutto una dark lady. Margot persegue i suoi obiettivi e distrugge le sue vittime (perché in una certa misura potrebbe conseguire i suoi obiettivi anche senza annientare la vittima – come nel caso di John Potash – oppure indulge nella distruzione della vita di Lawrence Billings anche senza grande tornaconto economico) e lo fa reificandole, trattandole come oggetti, utilizzando la prevedibilità del corteggiamento maschile come arma contro i corteggiatori stessi, come accade per il principio dell’attacco-difesa proprio dello judo:

Yawara significa adeguarsi alla forza avversaria al fine di ottenere il pieno controllo. Esempio: se vengo assalito da un avversario che mi spinge con una certa forza, non devo contrastarlo, ma in un primo momento debbo adeguarmi alla sua azione e, avvalendomi proprio della sua forza, attirarlo a me facendogli piegare il corpo in avanti […] La teoria vale per ogni direzione in cui l’avversario eserciti forza. [Jigorō Kanō, (2005). Fondamenti del Judo. “Cos’è il Kodokan Judo”: pp. 23-24. Citato in Wikipedia]

Per scrivere di dark ladies è necessaria una buona dose di misoginia, perché la rappresentazione della dark lady (e delle sue varianti richiamate in precedenza) si pone all’estremo opposto della scala di idealizzazione della donna che vede all’estremo opposto la donna angelicata di Dante e l’eterno femminino di Goethe, ma anche di fascinazione. È necessario anche quel distacco dialettico che permette di comprendere che il comportamento che ci inorridisce in queste eroine femminili al negativo è la pratica quotidiana e la moneta corrente del comportamento maschile nei confronti delle donne, e non sarebbe nemmeno pensabile senza la premessa dell’atteggiamento maschile (ancora una volta il punto di vista dello judo).

Resta da dire che il romanzo, senza essere un capolavoro, è anche ben scritto e ben costruito: ben costruito, perché 4 storie e 4 piani temporali sono alternati e ricostruiti in flashback (in 3 casi su 4, per la verità) a partire dal rovinoso ruzzolone iniziale, mantenendo sempre vivissima l’attenzione (e la voglia di andare avanti) del lettore. Ben scritto, perché è evidente il divertimento dello scrittore nello sfottere un certo mondo (quello dei pomposi manuali per top manager, ad esempio) e nel mantenere la distanza dai suoi personaggi e dalla sua materia.

Di seguito, qualche piccolo esempio del suo stile e qualche curiosità (senza rovinare nulla del thriller):

Her nails were ridgeless and attested to a diet rich in vitamin B and iron, but the moons, he noticed, were invisible: pituitary problems? [616]

The science of touch is called haptics. [1297]

And it was at that moment, for the very first time, that Lawrence Billings felt old. He’d felt mature before; he’d felt accomplished; he’d felt at midcareer, midpoint, midlife before. But at the moment, beached on the sound of that word dear, he simply felt dusty. [1675]

Sex and curiosity occupied the same part of the brain. [2988]

Down in the Boondocks

Ci sono occasioni nella vita in cui ci si trova davanti all’abisso della propria ignoranza e la tentazione di buttarvicisi è quasi irresistibile.

Mi frulla nelle orecchie da un paio di giorni un allegro motivetto (come direbbero a Croda):

La conoscevo come una delle canzonette divertenti, un po’ tex-mex, che compaiono nella fase Borderline e Bop Till You Drop di Ry Cooder.

Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks

Ev’ry night I watch the lights from the house up on the hill
I love a little girl who lives up there and I guess I always will
But I don’t dare knock on her door
‘Cause her daddy is my boss man
So I have to try to be content
Just to see her when ever I can

Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks

Down in the boondocks
Down in the boondocks

One fine day I’ll find the way to move from this old shack
I’ll hold my head up like a king and I never never will look back
Until that morning I’ll work and slave
And I’ll save ev’ry dime
But tonight she’ll have to steal away
To see me one more time

Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks

Tanto per cominciare la canzone non è di Ry Cooder, ma è stata composta da Joe South e portata al successo nel 1965 da Billy Joe Royal:

Ma poi, al di là del fatto di suonare buffo e dal contesto che permette di capire che il ragazzo che viene dai boondocks e che chiede misericordia è uno spiantato e un sempliciotto, che cosa significa il termine boondocks?

Il termine compare in inglese (o meglio in American English) subito dopo l’intervento statunitense delle Filippine iniziato nel 1898 e sfociato in un’occupazione coloniale protrattasi per tutta la prima metà del XX secolo. Fu lì che i militari delle truppe di stanza nell’arcipelago appresero il termine tagalog bundok (montagna). Nell’uso dei filippini inurbati nelle città costiere, le zone rurali e montagnose dell’interno erano selvagge, e i loro abitanti (Taga-bundok) erano bollati con lo stereotipo di individui ignoranti, analfabeti, incivili e ingenui. La circostanza che nelle zone interne infuriasse la guerriglia contribuì, nell’uso americano, ad aggiungere ai concetti già visti quelli di confusione e stupore.

Sia come sia, il termine si diffuse nello slang e nella lingua parlata, con riferimento alle zone rurali isolate e (di conseguenza) arretrate, a prescindere dalle loro caratteristiche orografiche, e alla “cultura” dei residenti.

Giusto per farvi capire che mi sono veramente applicato: The Boondocks è anche una striscia a fumetti e una serie televisiva di cartoni animati opera del fumettista afro-americano Aaron McGruder.

L’imprinting e Lucio Dalla

Secondo il Vocabolario Treccani, l’imprintingëmprìnti› sostantivo inglese [propriamente «impressione, stampa», derivato di (to) imprint «stampare, imprimere»], usato in italiano al maschile – In etologia, particolare forma di apprendimento precoce, irreversibile o comunque durevole, di alcune specie animali, per il quale, per esempio, l’individuo, nelle primissime ore della vita, riconosce e segue i suoi genitori, oppure un loro surrogato, che può essere rappresentato da individui di altra specie o anche da oggetti inanimati, purché in movimento, che cadano per primi nel suo campo di osservazione. Il termine è talvolta tradotto in italiano con impressione o, più raramente, con conio.

Contrariamente a quanto credevo io (e immagino molti con me) l’imprinting non è stato scoperto da Konrad Lorenz, che pure ne parla ne L’anello di Re Salomone in una narrazione indimenticabile di cui è protagonista l’oca Martina.

Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l’orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato “piip”. Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell’uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell’uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un “parallelo” sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si è chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l’intera calotta del guscio.
La mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno, divenisse abbastanza robusta per poter ergere il capo e muovere alcuni passetti.
La testina inclinata, essa mi guardava con i suoi grossi occhi scuri; o meglio, con un solo occhio, perché, come la maggior parte degli uccelli, anche l’oca selvatica si serve di un solo occhio quando vuole ottenere una visione molto netta. A lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e “mi salutò”: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio. Il suo saluto era identico, preciso identico a quello di un’oca selvatica adulta, identico al saluto che essa avrebbe pronunciato migliaia e migliaia di volte nel corso della vita; ed era come se anche lei mi avesse già salutato migliaia e migliaia di volte nello stesso identico modo. Neppure il migliore conoscitore di questo cerimoniale avrebbe potuto comprendere che quello era il primo saluto della sua vita. E io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero assunto per il fatto di aver subito l’ispezione del suo occhietto scuro e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del saluto.
La mia intenzione era infatti di affidare, una volta che fossero usciti dall’uovo, anche i piccoli covati dalla tacchina alla summenzionata oca domestica […]. Portai l’uccellino in giardino, […i]nfilai la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia e vi sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito. E invece mi restava ancora molto da imparare. Trascorsero pochi minuti, durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo: “ vivivivivi”. In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso verso, solo espresso nella sua tonalità: “gangangangang”. Ma, invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò su con un solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò singhiozzando: “fip… fip… fip…”. Così pressappoco suona il lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento di questo genere. La povera piccina se ne stava lì tutta tesa, continuando a lamentarsi ad alta voce, a metà strada fra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo proteso, salutandomi con il più fervido: “vivivivivi”. Era proprio commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi dunque la piccola, la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: “fip… fip… fip…”: la poveretta mi correva dietro disperatamente.
[…]
Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile:
ero io sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa. Pesava allora non più di cento grammi, ma sapevo benissimo come mi sarebbe stata greve, quanta dura fatica e quanto tempo mi sarebbe costato portarla degnamente.
Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina.

In realtà, secondo l’Enciclopedia Treccani, il fenomeno è stato descritto per la prima volta da D.A. Spalding nel 1873 e soltanto “riscoperto” da Lorenz, ancorché in modo così colorito.

Tutto questo per raccontare che il mio imprinting con Lucio Dalla (morto ieri, 1° marzo 2012), cioè la prima volta che ricordo di averlo ascoltato e notato, è stato con una canzone molto diversa da quelle che poi ne avrebbero segnato il successo. Era il 1966 e la canzone si intitolava Quand’ero soldato. Anche in quegli anni in cui in Italia spirava un vento di contestazione e sperimentazione musicale, quella canzone sembrò alle mie orecchie curiose e aperte a ogni novità degna di nota per il modo in cui era cantata e arrangiata, oltre che per le parole che parlavano della naja in maniera fortemente ironica (il testo è di Sergio Bardotti, la musica di Gian Franco Reverberi):

Quando ero soldato
allora sì che era bella la vita anche per me
15 mesi senza i problemi di casa mia
quando ero soldato trattato bene meglio di un re
senza pagar mai una lira di tasca mia

e con le ragazze le sole che poi non ti chiedano
un matrimonio …

Quando ero soldato beato me
la guerra non c’era adesso c’è
l’han dichiarata tutti d’accordo contro di me
quando ero soldato vivevo tranquillo
ora son tanti a bombardare la vita mia.

In questa esecuzione dell’epoca (come si usava allora, fintamente dal vivo ma rigorosamente in playback), oltre a un giovane ma già marpionissimo Gianni Boncompagni (allora presentatore di Bandiera Gialla il sabato pomeriggio), si riconosce Luigi Tenco.

Lo stesso anno, Dalla era andato a Sanremo e aveva presentato Paff….bum!, sempre della coppia Bardotti-Reverberi, ma molto meno bella. All’epoca a Sanremo succedeva (o forse era la regola) che le canzoni fossero presentate in doppia esecuzione, da una coppia di esecutori italiani o più spesso in abbinamento con qualche star straniera: venne persino Louis Armstrong, mi pare, ma certamente Wilson Pickett che cantò Un avventura con Lucio Battisti. L’abbinamento al Paff….bum! di Dalla furono gli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui, qui e qui). Erano una leggenda già nel 1996, noti per avere due chitarre soliste in formazione (Jeff Beck e Jimmy Page, scusate se è poco), e per essere, un paio d’anni dopo, il gruppo che “gemmò” i Led Zeppelin. L’ineffabile Mike Buongiorno, presentandoli, ne tradusse il nome in Gallinacci, come racconta Adele Gallotti su Stampa Sera del 29 gennaio 1966:

Sanremo, sabato sera. Nefasta è stata per la pallida Carla Puccini – denutrita da tre giorni di quasi digiuno, dovuti a delle misteriose pillole che le tolgono l’appetito – il titolo dell’ultima canzone in gara ieri sera Paff… bum. Al «bum» Carla è crollata in terra, mentre Mike – per questa volta umorista – spiegava che “yard-birds” vuole dire gallinacci.

Ecco l’esecuzione sanremese, questa volta effettivamente live, anche se priva di video:

Neve granulosa / Gresil / Graupel

In italiano, non abbiamo una singola parola per denotare la neve granulosa (avete presente la leggenda, non so se metropolitana o rurale, secondo la quale gli eschimesi hanno 70 parole per dir neve?).

Secondo il Vocabolario Treccani, in realtà, una parola ce l’avremmo, ma è un prestito dal francese:

grésilġreìl› s. m., fr. [der. di grès «gres»]. – Caratteristica precipitazione atmosferica, costituita da granelli bianchi, opachi e friabili, del diametro di pochi millimetri, formati da un nucleo di neve granulosa con un sottile involucro di ghiaccio, che cade di frequente nelle burrasche primaverili.

Gres, una ceramica vetrificata e molto dura, e originariamente equivalente ad arenaria, viene a sua volta dal franco *greot “ghiaia”.

Graupel

wikipedia.org

In inglese si usa invece una parola derivata dal tedesco, graupel.

Graupel

wikipedia.org

La parola è stata usata per la prima volta nel significato meteorologico in un bollettino del 1889 ed è propriamente il diminutivo di Graupe, “orzo perlato”, che a sua volta viene dallo slavo krupa, che ha il medesimo significato.

Niente di meglio che una zuppa bollente, dopo una nevicata …

Zuppa d'orzo

cucinaitaliana.inf

Eresia

Ho la sensazione di essere stato troppo “buonista” in questi giorni: ieri la maggior parte dei contatti mi è arrivata dal sito cyberteologia.it, probabilmente per l’aggiornamento al post Beati gli hacker, perché loro è il regno dei cieli. Per questo ho bisogno di un po’ di eresia e di libero pensiero.

Secondo il Vocabolario Treccani:

1. Dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa cattolica e, per estensione, alla teologia di qualsiasi chiesa o sistema religioso, considerati come ortodossi.

2. per estensione e in senso figurato:

a. Idea o affermazione contraria all’opinione comunemente accettata: eresia poetica; eresia artistica; un articolo, un discorso pieno di eresie; i suoi giudizî sul nostro Risorgimento sono grosse eresie; in riferimenti politici, atteggiamento che contrasta con i principî dottrinali e le linee direttive (di un partito, di un regime, ecc.).

b. Grosso sproposito, richiesta esagerata: stai dicendo eresie; mille euro per la riparazione? ma è un’eresia!

c. familiare: Bestemmia: non mi far dire eresie!

3. anticamente: Discordia; con questo significato anche nel proverbio: la prima è moglie, la seconda compagnia, la terza eresia.

Jan Hus al rogo

wikipedia.org

Come spesso accade, l’etimologia ripulisce il termine dal senso “denigratorio” assunto nel tempo (ovviamente per responsabilità di chi gli eretici, potendo, li bruciava vivi) e lo nobilita riportandolo alla libertà di scelta e di pensiero.

Eresia, infatti, ci giunge – attraverso il latino haerĕsis, che ha già il significato ecclesiastico – dal greco αἵρεσις, che significa «scelta» e deriva dal verbo αἱρέω «scelgo».

Sono parenti di eresia anche aferesi (soppressione di una vocale o sillaba iniziale: la Puglia invece di Apulia), dieresi (la divisione di un gruppo vocalico nel corpo di una stessa parola, in modo che le due vocali non formino dittongo ma appartengano a due sillabe diverse – pa-ùra – e il segno diacritico con cui in determinati casi si segna tale divisione – rëale, atrïo) e la sineresi (che è il contrario della dieresi: pau-roso per pa-u-roso).