Gerald Durrell – La mia famiglia e altri animali

Durrell, Gerald (1956). La mia famiglia e altri animali (trad. A. Motti). Milano: Adelphi. 2012. ISBN 9788845907333. Pagine 352. 10,00 €

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Tra le mie abitudini più inveterate c’è quella (decadente, sibaritica, huysmaniano-dannunziana) di passare una parte consistente della mattina della domenica immerso in una vasca da bagno colma d’acqua calda. Ammetto anche che, da parecchi anni ormai, stiamo parlando di una jacuzzi (non hollywoodiana, ma parva sed apta mihi). Non faccio il bagno per lavarmi, per quello è molto più efficiente (e igienica) la doccia. Lo faccio per rammollirmi: in senso letterale, le unghie dei piedi; in senso figurato, i pensieri (come se ne avessi bisogno).

I pensieri, già, che ogni volta mi corrono irresistibilmente alla versioncina milanese della celebre Magic Moments portata al successo da Perry Como (ne ho già parlato qui; adesso una versione su YouTube c’è, ma non vale nulla e quindi non la riporto qui sotto: se la volete sentire la trovate qui).

In questi ozi non mi accompagnano né tartarughe vive (la scelta, immagino, di Huysmans) né paperelle di plastica gialla, ma le letture. Letture rigorosamente cartacee, perché non mi sembra prudente portarsi il Kindle o l’iPad nella vasca da bagno.

Per alcuni mesi, un capitolo per volta, mi ha accompagnato nelle mie abluzioni festive questo libro, il regalo di una giovane amica e collega , che lasciando il lavoro e la città per seguire la sua vocazione scientifica e accademica a scapito di qualche immediato vantaggio monetario, me l’ha dato aggiungendo, lusingandomi, che trovava il mio senso dell’umorismo vicino a quello di Gerald Durrell.

È un libro giustamente famosissimo e di lungo e duraturo successo: pubblicato originariamente nel 1956, la traduzione italiana di Adelphi è del 1975. La versione nella collana economica Gli Adelphi, del 1990, è giunta alla 24ª edizione.

La fama del libro non è certo usurpata: è una lettura divertente e piacevole, anche se di un umorismo a volte un po’ démodé. Ci sono anche momenti di sincera commozione (anche se Durrell non è uno da far trasparire troppo facilmente i suoi sentimenti), come in questo celebre passo sulla mamma di Kralefsky, che richiama irresistibilmente la Miss Havisham di Great Expectations.

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* * *

Già da qualche settimana studiavo con Kralefsky quando scoprii che non viveva solo. Di tanto in tanto, nel corso della mattinata, lui s’interrompeva tutt’a un tratto nel bel mezzo di una somma o di una filastrocca di capoluoghi di contea e piegava la testa da un lato come se tendesse l’orecchio.
«Scusami un momento» diceva. «Devo andare a vedere mia madre».
A tutta prima questo mi lasciò un po’ perplesso, perché ero convinto che Kralefsky fosse troppo vecchio per avere una madre ancora vivente. Dopo averci almanaccato sopra, arrivai alla conclusione che quello fosse soltanto un modo garbato di dire che desiderava andare al gabinetto, perché mi rendevo conto che non tutti avevano la disinvoltura della mia famiglia quando si toccava quel tasto. Non pensai affatto che, se la mia conclusione era giusta, Kralefsky si appartava molto più spesso di qualunque altra persona di mia conoscenza. Una mattina, a colazione, avevo mangiato nespole a tutto spiano, e cominciai a sentirne gli spiacevoli effetti mentre eravamo nel mezzo d’una lezione di storia. Visto che Kralefsky era tanto schizzinoso sull’argomento dei gabinetti, decisi che dovevo esprimere la mia richiesta in modo educato, e la soluzione migliore mi parve quella di adottare lo strano termine che usava lui. Lo guardai fermamente negli occhi e gli dissi che avrei desiderato fare una visita a sua madre.
«A mia madre?» ripeté lui stupefatto. «Una visita a mia madre? Adesso?».
Non riuscii a capire che cosa ci fosse di tanto strano, sicché mi limitai ad annuire.
«Be’,» disse in tono dubbioso «sono certo che mamma sarà felice di vederti, naturalmente, però sarà meglio che vada a vedere se non le è di disturbo».
Uscì dalla stanza, con un’aria ancora un po’ perplessa, e tornò dopo qualche minuto.
«Mamma sarà felice di vederti,» annunciò «ma dice che devi scusarla se è un po’ in disordine».
Pensai che parlare del gabinetto come se fosse un essere umano significava spingere la buona creanza un po’ troppo in là, ma visto che Kralefsky su quell’argomento era palesemente un tantino eccentrico, sentii che era meglio assecondarlo. Gli dissi che non me ne importava neanche un po’ se sua madre era in disordine, perché anche la nostra lo era molto spesso.
«Ah… ehm… sì, sì, lo immagino» mormorò lui dandomi un’occhiata un po’ allarmata. Mi accompagnò lungo un corridoio, aprì una porta e, con mia enorme sorpresa, mi fece entrare in una vasta camera da letto in penombra. La stanza era una foresta di fiori; vasi, conche e recipienti di coccio erano posati un po’ dappertutto, e da ognuno traboccava una massa di splendide corolle che scintillavano nell’oscurità, come pareti di gioielli in una grotta ombreggiata di verde. A un capo della stanza c’era un letto enorme, e nel letto, appoggiata a un mucchio di cuscini, giaceva una minuscola figura non più grande di un bambino. Quando mi avvicinai capii che doveva essere vecchissima, perché i suoi tratti fini e delicati erano coperti da un intrico di rughe che solcavano una pelle morbida e vellutata come quella di un fungo neonato. Ma in lei la cosa stupefacente erano i capelli. Le ricadevano sulle spalle come una gonfia cascata e poi si spargevano per un tratto giù dal letto. Erano d’un intenso e bellissimo color rame, luminosi e scintillanti come se fossero in fiamme, e mi fecero pensare alle foglie d’autunno e al vivido pelo invernale delle volpi.
«Mamma cara,» disse dolcemente Kralefsky, attraversando la stanza e sedendosi su una sedia accanto al letto «mamma cara, Gerry è venuto a trovarti».
La minuscola figura sul letto sollevò le palpebre trasparenti e pallide e mi guardò con grandi occhi bruni, vispi e intelligenti come quelli di un uccello. Trasse dal folto della sua ramata capigliatura una mano sottile e bellissima, appesantita di anelli, e me la porse, sorridendo maliziosamente.
«Sono così lusingata che tu abbia chiesto di vedermi» disse con una voce sommessa e velata. «Al giorno d’oggi, tanta gente considera una persona della mia età una vera seccatura».
Imbarazzato, mormorai qualcosa, e gli occhi brillanti mi guardarono ammiccando, e lei diede in una garrula risatina da merlo e batté la mano sul letto. «Siediti qua,» mi invitò «siediti e chiacchieriamo un momentino».
Con grande cautela raccolsi la massa di capelli ramati e la spostai da una parte per potermi sedere sul letto. I capelli erano morbidi, serici e pesanti, come un’onda color fiamma che mi scorresse tra le dita. La signora Kralefsky mi sorrise e ne prese una ciocca, facendosela rigirare tra le dita perché scintillasse.
«L’unica vanità che mi sia rimasta,» disse «tutto quel che resta della mia bellezza».
Contemplò quell’ondata di capelli come se fosse un cucciolo, o qualche altra bestiolina che non avesse nulla a che fare con lei, e se li accarezzò affettuosamente.
«È strano,» disse «molto strano. Io ho una teoria, sai? Che alcune cose belle s’innamorano di se stesse, come Narciso. E quando questo succede, non hanno nessun bisogno di aiuto per vivere; diventano così prese dalla propria bellezza che vivono soltanto per quella, nutrendosi di se stesse, per così dire. In questo modo, più si fanno belle e più forti diventano; vivono in un circolo. I miei capelli hanno fatto proprio questo. Sono autosufficienti, crescono soltanto per se stessi, e il fatto che il mio corpo sia andato in rovina non li turba minimamente. Quando morirò, se ne potrà colmare tutta la mia bara, e probabilmente loro continueranno a crescere anche quando il mio corpo sarà ridotto in polvere». [pp. 260-263]

Alan Bennett – Smut

Bennett, Alan (2010-2011). Smut: Stories. New York: Picador. 2012. ISBN 1846685265. Pagine 214. 7,78 €

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Un lettore onnivoro e impenitente si deve aspettare di tutto dai suoi impulsi. Anche di essere indotto a comprare e a leggere un libro da Facebook. La storia è questa (anche se su FB tutto è ultrapubblico tacerò i nomi): il 27 luglio 2012 un’amica (nell’accezione FB ma, mi auguro, anche in quella più ampia della vita reale) pubblica il seguente “aggiornamento di stato”: «Eh sì. Per me, letturine sporche. Anche.». E sotto questo libro, con il link alla bella copertina adelphiana e il testo del risvolto di copertina:

adelphi.it

Questa volta Alan Bennett svela una inusitata vena piccante: «lo scrittore più amato della Gran Bretagna» – ma non meno amato dai nostri numerosissimi lettori di Nudi e crudi e La sovrana lettrice – ci tuffa infatti in due farse scanzonate e impertinenti. Entriamo così nell’atmosfera briosa di Mrs Donaldson ringiovanisce, dove una rispettabile vedova di mezza età, dedita al mestiere di simulatrice di malattie in una clinica universitaria, si trova inopinatamente nel ruolo di apprendista voyeur; e poi nell’esilarante girandola di amplessi e ricatti incrociati di Mrs Forbes non deve sapere, la sorniona pochade familiare dove finiremo per godere del più grande fra i privilegi – quello di scoprire i segreti per primi. Tutto da ridere? Come sempre con Bennett, non proprio. Il nostro «maestro dell’osservazione» guarda il mondo come uno Swift fattosi malinconico e bonario; e con un’ironia mai livida, spesso affettuosa, irride le inibizioni, i convenzionalismi, le piccole miserie delle persone che si dichiarano normali nella loro vita di ogni giorno. Riuscendo anche questa volta, con la sua maliziosa levità, a insinuarsi nella psiche di tutti.

Nel mio animo alberga, neppur troppo sotterranea per la verità, una componente licenziosa e libertina. Più precisamente porcellina o porcellona, anzi. E quindi mi sono fiondato a comprare il libro su Kindle. Poi sono passati i mesi, altre urgenze, meno carnali e più intellettuali, hanno guidato le mie letture. Fino a quando, qualche giorno fa, l’ho aperto e divorato.

Sgombriamo subito il campo: non siamo di fronte a un romanzo porno, neppure nell’accezione soft delle 50 sfumature di tutto. Meno che mai ai sulfurei bagliori del divino marchese o dell’Histoire d’O. Nemmeno all’ikebana pubico di Lady Chatterley:

With quiet fingers he threaded a few forget-me-not flowers in the fine brown fleece of the mound of Venus.
‘There!’ he said. ‘There’s forget-me-nots in the right place!’
She looked down at the milky odd little flowers among the brown maiden-hair at the lower tip of her body.
‘Doesn’t it look pretty!’ she said.
‘Pretty as life,’ he replied.
And he stuck a pink campion-bud among the hair.
‘There! That’s me where you won’t forget me! That’s Moses in the bull-rushes.’

Siamo piuttosto di fronte a un divertito racconto britannico, pieno di compiaciuto understatement e di piacevolissima lettura. Il primo racconto è decisamente migliore del secondo, anche se è quest’ultimo a contenere le citazioni più memorabili e i dialoghetti più abrasivi. Il risvolto di copertina forse esagera i pregi dell’opera. Ma è il mestiere suo, e la fa molto bene, tanto che ho la tentazione di scrivere che è il brano più riuscito del libro…

Chissà se è poi piaciuto alla mia amica di FB-

* * *

Qualche citazione che, per una volta, dànno un’idea molto precisa dello stile e del tono dell’autore (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

She was (or thought herself) a conventional middle-class woman beached on the shores of widowhood after a marriage that had been, she supposed, much like many others…happy to begin with, then satisfactory and finally dull. [140]

‘If you are getting married in church, Graham, the vicar likes you to pretend you believe in God. Everyone knows this is a formality. It’s like the air hostess going through the safety drill. God’s in His heaven and your life jacket’s under the seat.’ [1307]

‘[…] What’s she like? Pretty?’
‘No,’ said Graham honestly. ‘
Big tits?’
‘Not particularly.’
‘Expecting?’
‘No.’
‘So what’re you marrying her for?’ [1352]

One of the functions of women, Mr Forbes had long since decided, was to impart an element of trouble into the otherwise tranquil lives of men. [1503]

There was, too…and this may be harder to understand…there was affection. Monstrous as she was, a tyrant and a snob, Graham’s mother was an ogre of such long-standing that her feelings (though they could often only be guessed at) nevertheless merited respect. Not yet an ancient monument she was a survival and on that score alone her outlook and her armour-plated ignorance merited preservation. [1843]

Jeff Noon – Channel SK1N

Noon, Jeff (2012). Channel SK1N. Kindle. 2012. ASIN B008RZD9ZI. Pagine 228. 5,96 €

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Sono un grande lettore e ammiratore di Jeff Noon, di cui negli anni Novanta ho divorato i 4 volumi della tetralogia di Vurt (Vurt, Pollen, Automated Alice, Nymphomation) e, più tardi, il bellissimo Falling Out of Cars di cui ho scritto agli albori di questo blog (qui e qui). Di Jeff Noon ammiravo non soltanto la scrittura personalissima ed elegante, ma anche e soprattutto la capacità di prendere il quotidiano e distorcerlo, facendolo vedere in una luce diversa con l’espediente della torsione, a volte semplice, a volte anche molto complessa. Noon raccontava l’Inghilterra d’oggi (soprattutto, la Manchester d’oggi) e insieme ci faceva vedere quanto essa fosse straniante e aliena.

Poi Jeff Noon è stato silente per 10 anni (Falling Out of Cars è stato pubblicato nel 2002)  e soltanto alla fine dello scorso anno è uscito questo nuovo romanzo: soltanto in edizione e-book.

Naturalmente mi sono precipitato a comprarlo e a leggerlo: cocente delusione.

Jeff Noon non ha certo perso la capacità di scrivere (e di giocare con le parole, una delle sue caratteristiche più notevoli), anche se il romanzo è appesantito da un eccesso di lirismo (alcuni brani sono scritti come poesie in verso libero) e di sperimentalismo (interi capitoletti di segni diacritici e d’interpunzione). Il problema è che il tema del romanzo è – a parer mio – del tutto irrilevante e per nulla originale. Lasciamo parlare le note di copertina:

Welcome to the new interface.
Channel SK1N tells the story of Nola Blue: pop prodigy, the girl every teen wants to be, or be with. She has talent, hit tunes, international fame, everything she could possibly want. But when she begins to pick up TV signals on her skin, Nola is forced on a journey far beyond the boundaries of the mega-stardom she was moulded for.
This is a Frankenstein tale for the X-Factor Generation. Saturated with the same parasitic media that prey on Nola, Channel SK1N broadcasts Noon’s lyrical mastery on a viral frequency.

Vi suona familiare? Non è un caso. Videodrome di David Cronenberg è del 1983! Nel film, al protagonista Max Renn si apre una fessura nello stomaco, dove entrano pistole e videocassette. Trent’anni dopo, le prime immagini di Channel SK1N escono dallo stomaco di Nola Blue: una lunga incubazione, evidentemente.

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Un’altra vicenda cui Channel SK1N è chiaramente debitore è quella del Pleasure Dome, versione intimistica dell’universo artificiale di The Truman Show di Peter Weir (e qui siamo nel 1998).

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Qualcuno avverta Jeff Noon che in questi anni la televisione è diventata largamente irrilevante e che nessuno – meno che mai i ggiovani che erano i lettori del Noon della serie di Vurt – guarda più la televisione. Meno che mai i reality alla Grande fratello e, mi sa, neppure i talent show alla X-Factor. Posso sbagliarmi, naturalmente, perché non sono un esperto e non appartengo certo alla X-Factor Generation (ma non so se è un bene o un male), ammesso che esista. Ma mi appello ai miei diritti di lettore per dire chiaramente che il romanzo non mi è piaciuto.

* * *

Che resta allora? Dietro a tutta quest’impoesia (come direbbe Benedetto, vecchio e sordo), dopo avere setacciato tutta la sabbia, resta qualche pepita di poesia? ¡Claro que sí! (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

‘Truth is not born from beauty. It’s born from dirt.’ [1072]

[…] her metabolism like an animal living inside, needing to be fed. [1497]

‘We have flooded ourselves with the media in all its many forms. Our minds are now open to signals. We have become aerials.’ [1711: la frase è evidentemente debitrice a quest’altra – «We no longer have rootes, we have aerials» – riportata in epigrafe e tratta da Virtual Geography: Living with Global Media Events di McKenzie Wark]

‘This isn’t an illness. This is a change in the world’s zeitgeist.’ [1716]

And then her body started to respond and to speak softly of its own desires. A child’s voice rose from her skin like a cloud telling a story, a tale of the drifting moon lost at sea and the ship made of beeswax that lugged the moon home again. [1739]

The road itself, filmed from the air and projected on her skin, becoming knowledge.
Body knowledge, skin knowledge. [2011]

She could hear subconscious drift and babble. Images, emotions, thoughts. Lines of dialogue. Crackle-fire of synapse, skull noise. Character, personality, the sound of blood moving through veins. Each member of the audience was monitored and measured. Data flowed across Nola’s skin. So many bags of skin, each one containing bone, hair, veins, muscle, nerves, teeth and nails, eggs, organs, blood, sputum, sperm, mucus, excrement, urine, hormones, brain matter, impulses, hunger, love, greed, hatred, lust, tenderness, desire, the whole chaotic tumult of the psyche seeping out through the borderlines of flesh, and then through the screen. [2190]

Of fog and fragments and jewels she was made. [2417]

‘Are you going to swear?’
George looked at the producer. ‘What? Yes. Obscenities. Of course. Very, very probably.’
Cleo turned to the crew. ‘Okay. I need a five-second delay, with autobleep.’ [2535]

All the couch-bound commentators, home-video terrorists, moonlagged astronauts, cowboy builders, soapstar cocaine sniffers, flagging actors, high-flying superheroes, all the back-pedalling politicians and the femme fatales, every last amateur chef, make-over expert, petrolhead, cultural reviewer, shock-tactic micro-entity, every trailer-trash confessor of barely comprehended perversions, all the pretend-at-life kings and queens of daytime dreams; Nola was all of them brought together, in pieces, in motion,
in dreams. [2802-2804]

Cloud Atlas, il romanzo: un supplemento

Nella speranza che molti di coloro che sono andati a vedere il film siano stati spinti a leggere il romanzo che – lo ripeti – è veramente bello, vi segnalo una nuova recensione che ho scovato sul web:

Ho guardato L’atlante delle nuvole (Frassinelli 2005), per anni, almeno cinque, su una mensola della mia libreria, senza trovare la voglia di aprirlo e leggerlo, forse perché scoraggiato dalla sua palese ambizione di essere un romanzone epocale, oppure perché non ho mai sentito nessuno dire: è un libro importante, bisogna leggerlo per forza. Ed è rimasto sulla mensola, fino a quando, un paio di settimane fa, non ho visto il trailer di Cloud Atlas, mega-kolossal semi-indipendente, tratto appunto dal libro dell’inglese David Mitchell, scritto e diretto dai fratelli Wachowski e da Tom Tykwer, uscito a ottobre negli Stati Uniti e da dopodomani nelle sale italiane. Il lancio del kolossal mi ha fatto ritornare la curiosità. Giudizio sintetico a fine lettura: è un ambiziosissimo romanzone epocale. Ma anche: raggiunge livelli molto alti nella scala del puro piacere di leggere. Strano, ho pensato a lettura ultimata, che se ne sia parlato così poco in questi anni, così tanto poco. Strano non averlo letto fino a oggi. [continuate a leggere qui: L’atlante della letteratura di Cristiano de Majo]

rivistastudio.com

Naturalmente, a proposito di recensioni, mi farà piacere se avrete voglia di leggere anche la mia, oltre a quelle che pubblica the compleat review e a quelle che ho raccolto con Storify.

The Mongoliad: Book Two (The Foreworld Saga)

Stephenson, Neal, Erik Bear, Greg Bear, Joseph Brassey, Nicole Galland, Cooper Moo, Mark Teppo (2012). The Mongoliad: Book Two (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2012. ISBN 1612185606. Pagine 452. 5,01 €

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Teppo, Mark (2012). Sinner: A Prequel to the Mongoliad (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2012. ISBN 9781611092455. Pagine 56. 1,78 €

foreworld.com

Teppo, Mark (2012). Dreamer: A Prequel to the Mongoliad (The Foreworld Saga). Las Vegas: 47North. 2012. ISBN 9781611096354. Pagine 46. 0,00 €

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Ben poco da dire, rispetto alla recensione che ho fatto sul primo volume della saga: una lettura piacevole, ottima per superare una noiosa influenzetta, e poco più. Continuano a essere fastidiosi gli errori di latino.

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Zachar Prilepin – San’kja

Prilepin, Zachar (2006). San’kja (trad. E. Striano). Roma: Voland. 2011. ISBN 9788862432788. Pagine 288. 7,99 €

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Chi ama la lettura lo sa: quando si comincia a esplorare un territorio nuovo – una letteratura, un autore, un filone – si rischia seriamente l’esplosione. Se nelle pagine di ogni nuovo libro letto si trova lo spunto o l’aspirazione per leggerne altri 2 o 3, il percorso di lettura assume immediatamente un andamento esponenziale (è uno dei pochi casi in cui è appropriato usare questa parola abusata). Anche il lettore più curioso e più veloce a leggere ha però dei limiti e si deve rassegnare a leggere linearmente. Un’eterna ghirlanda brillante, direbbe Doug Hofstadter.

Poi ci sono, più rare ma di grande soddisfazione, le convergenze: quando 2 o più libri che hai letto ti indirizzano verso uno stesso libro o autore. A me è successo per questo romanzo di Zachar Prilebin. Da una parte, Luciana Castellina incontra Prilepin e ne racconta nel suo Siberiana, che ho appena finito di leggere:

È qui all’Arsenal [il centro d’arte contemporanea di Nižnij Novgorod – nota mia], e poi anche nel successivo pranzo in un delizioso ristorante stile vecchia Russia – il Pjatkin’ – dotato di arredi e cibi pregiati, che incontriamo una delle rivelazioni della giovane letteratura russa: Zachar Prilepin, autore di un best-seller – Patologie – che trae ispirazione dalla sua personale esperienza negli Omon (i reparti speciali russi) durante la guerra in Cecenia, e di un libro da poco uscito in Italia, San’kja.
Di un Omon, Prilepin ha tutto l’aspetto: quarant’anni, alto e muscoloso, rapato, t-shirt nera. Parliamo della crudezza dei suoi racconti, della violenza di cui sono intessuti. La conversazione si allarga amichevolmente alla politica: Putin – racconta – ha invitato a discutere lui e qualche altro scrittore. Non ne è venuto fuori granché perché il presidente e il suo doppio, Medvedev, non leggono e non si interessano ai libri. “Una volta un mio amico ha chiesto a Putin: ‘Vladimir, nel suo tempo libero, cosa legge?’ La risposta è stata: ‘Mi godo il tempo libero’. Viviamo in due mondi separati”.
Se non entri in politica, però – aggiunge – non ti toccano. “Ma Patologie è molto politico,” obietto. “No,” taglia corto, “è un libro sull’amore. Per la vita”. Ed è vero: l’insensatezza della ferocia risalta ancora di piú perché accostata ai momenti di pietà e a quelli di tenerezza per la sua donna, Daša. Come gli eroi di Sank’ja, che sono brutali, ma anche struggenti nella loro compassione e fragilità.
Prilepin ammette che alla politica non si può sfuggire. Lui però ora vive in campagna, nei pressi di Nižnij Novgorod, con quattro figli che non manda nemmeno a scuola. Preferisce che a educarli sia la natura. (E però all’impegno non deve aver rinunciato perché poi ho scoperto che ha firmato l’appello del Fronte Civile Unito pubblicato sul sito internet “Putin dimettiti” nel 2010. E anche adesso organizza incontri a San Pietroburgo, Mosca e Nižnij che prendono il nome di “Strategia 31”, assemblee di ragazzi dell’opposizione che si riuniscono per rivendicare l’applicazione dell’articolo 31 della Costituzione che sancisce il diritto a radunarsi e ad associarsi).
Nonostante questo impegno, in lui c’è anche un ripiegamento disilluso, come accade a molti. “Il liberalismo borghese progressista da noi ha fallito,” dice. “Lo sanno tutti ormai. Libertà è sinonimo di mafia e le idee perdono di peso: dignità, giustizia, tutte bufale che lasciano indifferenti. La Russia oggi si sente un paese violentato, disgregato in molti pezzi, sente di essere stata venduta per poco”.
Prilepin è stato in passato (e di quella militanza porta tuttora un segno forte) un seguace di Eduard Limonov, il piú singolare e controverso autore russo, esiliato come dissidente negli anni ’70, diventato famoso a New York fra la beat generation, poi a Parigi negli ambienti letterari ufficiali, e tornato in patria nel ’90, dove ha fondato un partito che si chiama nientemeno che Nazional-Bolscevico. Un nome da rabbrividire, senonché Ediška, questo il suo affettuoso nomignolo, è diventato uno scrittore cult fra molti giovanissimi russi, ed è dunque una chiave per capirli. È il solo dissidente sovietico rimasto al cento per cento dissidente anche in Russia, e per questo Putin ha sciolto il suo partito e poi lo ha arrestato, costringendolo a passare quasi tre anni in carcere. [Siberiana, pos. Kindle 315-334]

voland.it

Ed eccola qui, la convergenza: non è soltanto che in passato Prilepin ha militato nei Naz-Bol di Limonov. Non è neppure soltanto che un qualche idem sentire i due lo devono ancora condividere, se anche Limonov milita in Strategia 31, ed è per questo che è stato recentissimamente arrestato il 31 dicembre 2012.

L’arresto di Limonov, il 31 dicembre 2012 (radio3.rai.it)

È che Sank’ja è sostanzialmente la storia di un giovane militante Naz-Bol e del suo gruppo, appena appena nascosto dietro un velo (il partito nazional-bolscevico si chiama partito rosso-bruno, il suo leader in carcere si chiama nel  romanzo Kostenko mentre il vero cognome di Limonov è Savenko …). Inevitabile – almeno per me che ho appena letto il Limonov di Carrère – leggere Sank’ja come la possibilità di accostarsi alla difficile Russia di oggi e alla sua dissidenza radicale da un punto di vista diverso da quello di Carrère.

Per prima cosa, allora, vediamo che cosa Prilepin (per bocca del protagonista del romanzo Saša) ha da dire su Kostenko-Savenko-Limonov:

Sia lui, sia il suo carattere – pensava Saša di Kostenko – sono racchiusi tra le due definizioni di ‘magnifico’ e ‘mostruoso’. Un uomo magnifico capace di gesti mostruosi. Sì, è così… La magnifica sfrontatezza di Kostenko e la sua mostruosa resistenza alla fatica. La parola ‘mostruosa’ qui è in senso metaforico, è vero… Ma appropriata.
E Saša ricordò a un tratto di come si fosse stupito nell’imbattersi in biblioteca, dopo i libri aggressivi di Kostenko – aggressivi in maniera talvolta sofisticata, talvolta indecente – nei suoi versi, infantili, assurdisti, stampati in una o due occasioni tanto tempo addietro, una ventina d’anni prima. Esprimevano una visione del mondo assolutamente irreale, primigenia, come un bambino di un anno che vada conoscendo il mondo e impari a parlare e a interpretare tutto ciò che vede per la prima volta – a interpretarlo autonomamente e a verbalizzarlo senza suggerimenti. Nei versi di Kostenko il mondo era straordinariamente armonioso, primigenio, quale dovrebbe essere o, meglio, quale è: soltanto che a noi ce lo hanno insegnato, presentato, illustrato in maniera inesatta. E da quel momento tante cose le vediamo senza capirne il senso, né lo scopo…
Quella stessa felice capacità di vedere tutto come per la prima volta Kostenko la metteva nei suoi libri filosofici, ma lì di fanciullesco era rimasto poco… Lì di bontà non ce n’era affatto. Vi traspariva talvolta qualche cosa di trascendente, quasi che gli esseri umani avessero deluso Kostenko una volta e per sempre. Le sapeva mostrare, lui, le proprie delusioni.
E mentre gli unionisti sognavano semplicemente di rimpiazzare il potere rivoltante, immorale e bugiardo del paese, Kostenko cercava di pensare come minimo a duecento anni più in là. Ci vedeva qualcosa di mirabolante. Ah, già, quasi dimenticavo, non di mirabolante; di magnifico e mostruoso. [2726]

Direi che combacia come una tessera di puzzle con il ritratto a tutto tondo che ce ne offre Carrère.

Ma questo è un aspetto tutto sommato secondario. Se ero partito con un intento quasi documentario, o storiografico se volete, mi sono però reso conto molto presto di essere davanti un autore vero, e a un romanzo bello e aspro. Ve lo raccomando vivamente e, per parte mia, non mancherò di leggere Patologie.

* * *

Il protagonista del romanzo è Saša, raccontato in terza persona ma con ampi squarci sul suo mondo interiore:

Da quando era diventato un uomo, dall’età di leva, tutto gli era diventato chiaro. Questioni insolubili non ne sorgevano più. Dio c’è. Senza padre si sta male. La madre è buona e cara. La Patria è una.
“La Volga si getta nel Caspio…” si prese in giro Saša, ma senza ridere. Era proprio così.
Ogni suo atto era la conseguenza di presupposti evidenti. [2024]

Ed egli comprese, o forse addirittura sognò, come Dio avesse creato l’uomo a propria immagine e somiglianza.
L’uomo è un immane vuoto frusciante, dove tra atomo e atomo ci sono correnti d’aria e distanze paurose. È il cosmo. Se si guardasse dentro un corpo morbido e caldo – quello di Saša, per esempio – essendo un milione di volte più piccoli di un atomo, tutto apparirebbe proprio così: un cielo frusciante e caldo sopra la testa.
E viviamo dentro un vuoto, sconosciuto, che ci atterrisce. Ma non è poi così terribile: in realtà siamo a casa, dentro qualcosa che è fatta a nostra immagine e somiglianza. [3258]

È falso, Lëva, quando dicono che la vita è fatta di scelte. Tutto quanto esiste di autentico nega il concetto stesso di scelta. [3491]

– Tutto rimarginato, sano come un cane.
– Di solito si dice ‘sano come un pesce’.
– E io sto come un cane. [3721]

Andò al bagno, lì in piedi sentiva la propria faccia resa estranea dall’ubriachezza, quasi fatta di plastilina. Gli sembrava che se avesse strizzato gli occhi e aggrottato la fronte con tutte le forze, dalla faccia si sarebbero staccati pezzetti di una sostanza estranea che ci si era rappresa sopra. [4525]

* * *

Anche Saša – come il principe Andréj in Guerra e pace e Konstantin Dmitrič Levin in Anna Karenina – si trova in una circostanza a osservare il “cielo alto”. Dev’essere un locus immancabile del romanzo russo:

Saša fu gettato in terra e guardò il cielo, che era sgombro.
I tipi, stanchi del loro lavoro da uomini duri, si accesero una sigaretta: a tratti facevano due passi per sgranchirsi, lanciavano occhiate a Saša. Erano stanchi…
Il Grigio gli si accovacciò accanto, di colpo Saša ne udì le vecchie ossa scrocchiare.
– Ascolta, Saša, sei arrivato – disse il Grigio. – E potresti non andartene più. Lo capisci benissimo. Sai quanta ce n’è di gente come te sotterrata qui? E nessuno li cerca. In questo paese non è cambiato e non cambierà mai niente. Bisogna amarlo e custodirlo così com’è. Mi capisci?
Saša fissava il cielo. [3094]

* * *

Poi c’è la storia d’amore con la bella Jana, che ci viene presentata, la prima volta, come “sinceramente indifferente” [120]:

– Mi accompagni? E poi torni… – Jana guardò Saša seria, qualche frazione di secondo più del dovuto. Sul suo volto non c’era l’attesa di una risposta, ma il tentativo di prendere una decisione, o di convincersi di quanto già deciso. [2148]

Invece di rispondere lei si voltò di scatto, ma non verso Saša, verso la bottiglia di champagne sul pavimento. Ne bevve maldestramente a canna, qualche sorso. Riappoggiò la bottiglia sul pavimento, si lasciò cadere sulla schiena, e Saša vide i suoi occhi spalancati, smarriti, e il piccolo seno scoperto. Con una mano prese dolcemente Jana sotto il collo, si chinò e la baciò piano sulle labbra, sfiorandola appena. Sentì odore di champagne e poi la lingua svelta, felina, di Jana e i suoi piccoli denti.
Si baciavano piano, con concentrazione e perfino con cura, quasi come ciechi che si studino con le labbra.
Lui accarezzava Jana: era esile, sottile sottile, e ancora un po’ bagnata dopo la doccia, una leggera e fresca umidità, che soltanto in un punto si rivelò infuocata e sorprendentemente abbondante: lo avvertì con le dita… Lei emise un flebile sospiro.
[…]
Si sdraiò su un fianco vicino a Jana, la prese per una spalla voltandola a sé. Lei non fece resistenza, in un attimo furono faccia a faccia e lei lo abbracciò straordinariamente forte con il braccio libero, alla maniera dei bambini. Si strinse a Saša con il ventre e con il petto, lo baciò sugli zigomi, sul collo, sul mento.
Poggiò una gamba leggera sul bacino di Saša e si scoprì tutta. Lui si lasciò soltanto scivolare appena con il corpo, tenendo Jana per le piccole natiche, e via…
Si guardavano nel buio e non chiudevano gli occhi. A Saša pareva perfino che quelli di Jana si sgranassero sempre più. Quasi lui l’avesse sconcertata e avesse poi continuato a stupirla sempre più.
[…]
Saša non si voltava verso Jana, temendo quasi di sciupare quella dolcezza e quell’intimità, cui poteva essere subentrato qualcosa di assolutamente indesiderato. Ma sentì un tuffo al cuore dalla gioia, perché Jana saltò leggera sul divano letto e guizzò sotto le coperte, gli si sdraiò accanto, a qualche centimetro – e in qualche punto anche millimetro – tanto che i peli bianchi, impercettibili, sui loro corpi, parvero sfiorarsi. Sdraiata, ansante, fremeva come una liscia lucertola di una razza regale e ignota. Forse una lucertola lunare. E si poteva percepire che sorrideva, ma non col viso, né con le labbra, bensì con tutto il corpo esile ed elastico.
Saša la premette sotto di sé, bramoso, irruente e tenace per l’eccitazione. La baciava, la mordicchiava, ogni tanto si faceva indietro, la contemplava.
Capiva bene che lei non sarebbe scappata, non gli si sarebbe sottratta per nulla al mondo, ciononostante la teneva forte per le braccia, se le giaceva sopra, o per le anche e la schiena, se stava sotto.
– Hai questi occhi sfacciati – disse lei con piacere.
[…]
Senza chiudere gli occhi e probabilmente senza neppure essere semincosciente, Saša sentì che lo facevano cadere e lo colpivano diverse volte alla testa e in altri punti – sugli organi che riforniscono d’aria – con manganelli molto elastici. Aria non ce n’era più, ma dentro di sé ne trovava a sufficienza, tanta da permettergli di non respirare con la bocca.
Lo percuotevano a più non posso, a ritmo serrato e via via crescente, e lui si offriva ai colpi, vi tendeva con tutto il corpo. Sopportava l’umiliazione, sentendo di voler urlare, ma di non avere voce. Non c’era bisogno.
Aveva i crampi alle gambe. Picchiate sulle gambe, chiedeva, ho i crampi. Gli sembrava che, più forte l’avessero picchiato, più in fretta il dolore avrebbe abbandonato i muscoli attanagliati da quei duri lacci emostatici. E i muscoli si sarebbero distesi.
[…]
Era chiaro che volevano immortalare il momento della sua morte. Ma gli ultimi flash parvero confusi, sfocati, quasi lo stessero fotografando nella nebbia…
E tutto scomparve.
[…]
A quanto pare, lei lo aveva baciato. Dapprima sentì la sua bocca stanca e bollente – come dopo un tè caldo – e poi il proprio sapore bestiale, quasi svanito, ma ancora vivo sulle sue labbra, mischiato alla sua saliva; e questo era più che sufficiente.
…Più che… sufficiente…
Jana somigliava davvero a una lucertola, con quel corpo sfuggente e rapido. A volte pareva che lei, come una lucertola, non ce la facesse a restare sdraiata sulla schiena e volesse capovolgersi per sparire, guizzare, scappare. Saša la prendeva forte per le braccia, per le spalle, in modo da esaminarla, coglierne il respiro, lo sguardo perennemente fuggevole, le pupille scure e taglienti.
La accarezzava, comprendendo di colpo che la sua pelle non era affatto setosa e liscia, no; al contrario, era dura. E tiepida appena… come… Saša provò a ricordare a cosa somigliasse la sensazione del contatto con la schiena di Jana, con le sue gambe flessuose, e di colpo si vide in spiaggia, d’estate, da ragazzino, steso con il petto e la pancia sul cerchio nero di un pneumatico d’automobile che emanava un odore dolce e pungente, d’acqua, di sole, stordente. [2269-2361]

* * *

Infine, un pezzo di virtuosismo, tanto per farvi capire di che cosa Prilepin sia capace:

Entrò in un supermercato. Passava di banco in banco, ammaliato.
Osservava i pesci, rari perfino per un manuale di zoologia. Immersi nell’olio come metalli preziosi. Un tripudio di gamberi, polpi, aragoste, calamari, granchi, meduse e mitili, abbondanti come se provenissero da vivai del posto, come se li avessero tirati su con il retino nelle acque scandalosamente pullulanti di pesci di un vascone lì accanto. E dopo si chiedessero con qualche salsa servirli.
E poi i formaggi, provenienti da dispense e cantine di fiabe lette tanto tempo prima. Formaggi profumati come le donne più giovani e belle. Formaggi impossibili da mangiare, cui puoi solamente accostare una guancia e piangere.
Carne, una quantità indecente di carne, tanta da perderci la ragione. Una carne tanto nuda e inerme può andar bene all’aria aperta, alla luce di un falò, quando sei stato tu a cacciare, catturare, uccidere la preda: solo in quel caso lo spettacolo di carni sanguinolente, indifese, denudate e scuoiate può avere un senso. Qui invece la esponevano in bella mostra… e noi, cosa abbiamo fatto per meritarla?…
E ancora ghirlande di polli nudi, e oche lunghe e altezzose, anche se spennate e senza testa.
Ortaggi fragranti come in sogno, pomodori grandi e rossi come se ne mangiavano da bambini, cetrioli che non entrerebbero per intero in una natura morta.
Banchi di frutta stracolmi, succulente angurie spaccate a metà, grappoli di uva mollemente adagiati, arance dai fianchi rotondi, mandarini facili da sbucciare, la buccia leggera come un soprabito gettato sulle spalle. Kiwi irsuti come le attrattive maschili di un neanderthaliano, mele di tutti i colori, abbordabili pere, indecenti banane e certi frutti somiglianti all’occhio rosso di un semaforo staccato dai vandali.
File e file di bottiglie di birra, di marche ignote. File e file di bottiglie di vodka dalle forme più disparate, come se a progettarle fossero stati grandi architetti, distoltisi per un attimo dalla costruzione della città del futuro. E ancora alcolici, tanti da non riuscire a ricordare le etichette… [4805]

Luciana Castellina – Siberiana

Castellina, Luciana (2012). Siberiana. Roma: nottetempo. 2012. ISBN 9788874524112. Pagine 121. 4,99 €

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Avevo molti motivi ex ante per leggere questo libro. Dato che gli elenchi sono di moda, ne snocciolerò 3:

  1. sono in una fase russa, come testimoniano le recenti letture di Anna Karenina e di Limonov (e vi devo avvertire che non è ancora finita);
  2. da anni desidero “fare” la Transiberiana e che Luciana Castellina abbia realizzato questo mio sogno da arzilla ultra-ottantenne (anche se in un viaggio “addomesticato”, come racconta lei stessa) mi lascia qualche speranza per il futuro;
  3. come alcuni di voi sanno, alcuni anni fa ho militato nel manifesto e Luciana Castellina era ed è uno dei grandi miti di quella stagione.

Ex post? Piuttosto deludente.

Per prima cosa, mi aspetto da un e-book che mi offra qualche cosa di più, e non qualche cosa di meno, dell’edizione cartacea. Metto in conto il fatto che probabilmente le illustrazioni siano meno belle di quelle stampate, magari fuori testo. Posso persino accettare che siano in bianco e nero anche se l’originale era a colori (anche se ormai la cosa si giustifica sempre meno). Ma pretendo – pretendo! – che ci sia un minimo di interattività, qualche hyperlink: tra testo e note, nei richiami tra un capitolo e l’altro. Nulla di tutto questo in questa edizione. Anzi, i richiami alle note in fondo al testo non sono nemmeno in esponente e in corpo più piccolo, talché oltre a non servire a nulla interrompono il fluire della lettura, soprattutto se vengono (e accade abbastanza spesso) dopo un numero o una data.

Benché il viaggio sia stato organizzato e sponsorizzato da Banca Intesa, è anche un libro caro (5 € per 120 pagine). Per questa cifra si sarebbero anche potuti permettere un editor che evitasse gli errori più imbarazzanti: come l’idea di far confluire “vertiginosamente”a Nižnij Novgorod il Volga con l’Ob’ (pos. 299 sul Kindle). Vertiginosamente davvero: quando Luciana Castellina, alcuni giorni dopo, attraverserà effettivamente l’Ob’ avrà percorso circa 3.000 km! Il fiume che confluisce nel Volga a Nižnij Novgorod è l’Oka.

La lettura è tutto considerato piacevole, e mescola ricordi personali, impressioni di viaggio e storie della rivoluzione sovietica. Ma non è certo un libro imperdibile.

* * *

La cosa che mi è piaciuta di più nel libro è questo aneddoto, che Luciana Castellina estrae dai suoi ricordi giovanili moscoviti:

Fausto Ibba era sardo, giovanissimo, e lavorava all’Unità nazionale, che l’aveva mandato a Mosca a studiare – un’utile tappa per la carriera giornalistica. Ma lí, all’Università Lomonosov, si era perdutamente innamorato di una studentessa bulgara, già sposata con uno studente albanese (da cui aveva anche avuto una bambina), che era per di piú il potente segretario della cellula dei suoi connazionali. Quando il marito aveva brutalmente cercato di porre fine alla relazione della donna con l’italiano, strappando la figlia di pochi anni alla madre e mandandola al sicuro a Tirana, lei aveva tentato il suicidio e poi era stata rispedita in Bulgaria. Ma è a questo punto che arriva una decisione inaspettata: Fausto Ibba riceve l’ordine di espulsione dall’università e dall’Urss, quarantott’ore per rientrare in Italia. Una conclusione drammatica: per l’amore, che a quel punto perde ogni speranza, e per l’onore politico. Furibonda, la cellula dei giovani comunisti italiani dell’Università di Mosca convoca un’assemblea straordinaria, cui vengono invitati il compagno Bertini, che era il rappresentante permanente del Comitato Centrale del Pci, e la sottoscritta, membro della direzione della Federazione Giovanile, in quei mesi nella capitale sovietica per preparare il Forum per la pace. Era presente anche Maurizio Ferrara, corrispondente da Mosca dell’Unità.
Gli studenti reclamano un immediato intervento del Partito, da Roma, per sospendere l’“illegittimo” ordine di espulsione.
Ma il problema è reso piú complicato dal latente conflitto fra sovietici e cinesi-albanesi, che rende il caso imbarazzante, conferendogli una dimensione politica internazionale – questo cerca di spiegare il timidissimo compagno Bertini invitando tutti alla cautela –, argomento che gli studenti considerano degno di don Abbondio. Sempre piú in difficoltà, Bertini ricorre a un’altra motivazione: i costumi morali. Quelli degli albanesi, ma anche dei sovietici – dice – sono assai piú rigidi dei nostri, un rapporto extraconiugale appare loro uno scandalo. La sala a queste parole esplode […].
La conclusione fu l’incarico a Ferrara di telefonare a Botteghe Oscure per chiedere un appuntamento immediato, e una colletta per consentire a una studentessa, Rossana Platone, che stava rientrando a Roma con il treno, di poter invece prendere l’aereo, piú rapido, e incontrare Mario Alicata, incaricato del colloquio. Tutto per arrivare a far annullare l’ordine di espulsione entro le fatali quarantott’ore.
Il finale della storia è esemplare del carattere del Pci e dell’Italia: Alicata, che Rossana incontrò effettivamente subito, non si sognò neanche di chiedere ai sovietici di annullare la loro decisione, ma appena Ibba, sconvolto dalle pene d’amore e dall’onta politica subita, rientrò a Roma, l’Unità lo nominò corrispondente da Sofia. Lí poté riabbracciare la sua amata e da allora vissero felici e contenti. [1739-1761: riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle]

* * *

Qualche altra citazione.

Fra noi dieci c’è lo scrittore Roberto Pazzi, che sull’assassinio dei Romanov ha scritto un romanzo in cui ricostruisce con fantasia la tragica vicenda. […] A vedere da vicino i luoghi in cui avvenne il massacro si commuove e non condivide il mio relativismo storico quando gli dico che anche la Rivoluzione Francese era costata la testa a piú di un innocente, a cominciare dalla povera Maria Antonietta. Era indispensabile nel 1789, non nel 1917? No, naturalmente, in nessuno dei due casi. Ma si sa che le rivoluzioni “non sono un pranzo di gala”. Che faremmo però se non ci fossero piú? Io non vorrei rinunciarci, anche quando finiscono male, perché sono necessarie a pensare l’impensabile, a guardare al di là delle sbarre del presente. [660-664]

Il Lago Bajkal, che non avevo mai pensato di vedere in vita mia, è straordinario, gigantesco in tutto: per l’acqua dolce che contiene, un quinto di quella di tutta la Terra; per la sua profondità, quasi due chilometri; per la lunghezza delle sue coste; per il numero dei suoi affluenti: 336. È limpidissimo, mai vista una simile trasparenza dell’acqua, si possono distinguere ogni sasso e ogni pesce, l’immagine riflessa di un’enorme varietà di uccelli è nettissima, cosí come quella degli speroni rocciosi che si allungano nel bacino, arricchiti dalle immancabili betulle giallo-rosse. [1461-1462]

Emmanuel Carrère – Limonov

Carrère, Emmanuel (2011). Limonov (trad. F. Bergamasco). Milano: Adelphi. 2012. ISBN 9788845973291. Pagine 356. 11,99 €

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I miei lettori – qualcuno più dei 25 che con ironica modestia si attribuiva Manzoni, a dare retta alle statistiche di WordPress – e soprattutto il diretto interessato sanno che ho, in un paio di occasioni (qui e qui), reso nota su questo blog la mia insofferenza per lo stile di conduzione di Attilio Scarpellini della trasmissione mattutina di Rai Radio3 Qui comincia.

E invece qui voglio ringraziarlo pubblicamente per aver segnalato questo libro nella trasmissione dello scorso 3 gennaio 2013 (se volete, potete ascoltare il podcast).

Avevo già incontrato una volta Carrère nelle mie letture, e ancora prima nelle mie visioni cinematografiche. Carrère, infatti, è l’autore di L’avversario (L’adversaire), da cui è stato tratto nel 2002 l’omonimo bellissimo film di Nicole Garcia interpretato da un grandissimo Daniel Auteuil.

Jean-Marc Faure vive in Franca Contea, nei pressi del confine con la Svizzera, assieme alla moglie Christine e i piccoli Alice e Vincent. Da parecchi anni finge di essere ciò che non è: un medico e ricercatore presso l’OMS di Ginevra. Anche i genitori, i suoceri, gli amici e tutti quelli che lo conoscono lo pensano tale, e lui, apparentemente insospettabile, gode di una stima indiscussa.
In realtà ha smesso di dare esami al secondo anno di Medicina, e da allora ha mentito trascinando se stesso e gli altri in un vortice della menzogna da cui non può ormai più uscire. Ogni mattina parte “per il lavoro”, salvo poi sostare per ore in parcheggi fuori mano o affittare stanze d’albergo quando simula improvvise partenze per l’estero, o farsi vedere a Ginevra nei rari casi in cui ha dovuto concordare un appuntamento. Nei frequenti momenti di solitudine cresce in lui il tormento per una vita fittizia che comincia a condurlo, già fragile ab origine, nel baratro della pazzia.
I pochi soldi che è riuscito ad ottenere con la truffa (prevalentemente prestiti) stanno volgendo al termine e la moglie comincia ad avvicinarsi alla verità. Jean-Marc, allora, decide: un giorno di gennaio stermina la famiglia, qualche ora più tardi sopprime i genitori e durante la sera tenta di uccidere anche l’amante Marianne. Poi, per completare il folle disegno, dà fuoco alla casa e ingerisce barbiturici scaduti. Nello sconcerto generale vengono rinvenuti i cadaveri mentre i pompieri portano in salvo lo sventurato pseudo-dottore. (Wikipedia)

Per quanto agghiacciante (anche climaticamente) sia la trasposizione cinematografica, la storia vera raccontata da Emmanuel Carrère lo è ancora di più. E lo è, secondo me, non tanto perché – a differenza di quanto accade nel film – Carrère con cambia nessun nome e nessuna circostanza, ma aderisce con scrupoli da giornalista investigativo a ogni dettaglio, che cerca di ricostruire e chiarire quanto meglio è possibile, ma soprattutto perché “entra” personalmente nella storia che racconta, raccontandoci che cosa stava facendo quando ha sentito per la prima volta del tragico fatto di cronaca, confrontando la sua vita ed esperienza personale con le vicende narrate (come quando si mette un oggetto conosciuto vicino a un manufatto archeologico e a  uno scheletro di dinosauro per farcene apprezzare meglio le dimensioni), seguendo da vicino il processo. Diamogli la parola.

Il 9 gennaio 1993, Jean-Claude Romand ha ucciso moglie, figli e genitori. Poi ha tentato, invano, di suicidarsi. L’indagine ha rivelato che non era un medico come aveva sempre sostenuto e, cosa ancor più difficile da credere, non era nient’altro. Mentiva da diciotto anni, ma la sua menzogna non copriva nulla. Quando stava per essere scoperto, ha preferito sopprimere tutte le persone di cui non avrebbe mai potuto reggere lo sguardo. E’ stato condannato all’ergastolo. Io sono entrato in contatto con lui, ho assistito al suo processo. Ho tentato di raccontare con precisione, giorno dopo giorno, questa vita di solitudine, d’impostura e d’assenza. Di immaginare cosa gli passava per la testa durante le lunghe ore vuote, senza progetti né testimoni, che avrebbe dovuto trascorrere al lavoro e invece passava nei parcheggi autostradali o nel boschi del Jura. Di capire che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi ha toccato cosi da vicino. E tocca, credo, ciascuno di noi. [dalla quarta di copertina]

Ecco, con Limonov Carrère realizza un’operazione simile. Eduard Limonov è anche lui una persona vera e vivente, non un personaggio da romanzo (qui sotto la vediamo quando, non più tardi del 31 dicembre 2012, viene arrestato dalla polizia russa in una manifestazione contro Putin).

L’arresto di Limonov, il 31 dicembre 2012 (radio3.rai.it)

Ma Carrère ne fa un ritratto iperrealistico, una statua più grande del vero. Penso che si possa inventare per questo libro il termine meta-iperrealismo, perché Ed Limonov stesso è un’invenzione di Eduard Savenko, un’invenzione prima biografica che letteraria. Bigger than life, si dice in inglese. E perché lo stesso Limonov è autore di oltre 50 volumi e biografo di sé stesso: e questo mi sembra tutt’altro che secondario. Anzi è probabilmente la vera sfida che ha stimolato Carrère: scrivere qualche cosa di nuovo e di diverso, se non di definitivo, su un uomo che di sé ha scritto (e vissuto) tutto e il suo contrario. Diamo, ancora una volta, la parola allo stesso Carrère:

Limonov […] è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio. Comunque, […] ho pensato che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale. [357]

Il libro è – secondo me – molto bello: si legge d’un fiato e la scrittura di Carrère mi piace. Mi piace anche la traduzione di Francesco Bergamasco, salvo che per 2 dettagli cui, da incorreggibile pedante, attribuisco la massima importanza: l’uso dell’orrendo e burocratico prosieguo (pos. 4465: eppure poteva scrivere “nel resto della serata”) e una curiosa frase in cui i pesci si puliscono asportandone le branchie [pos. 4653: non sarebbe stato più igienico e ragionevole “asportarne le interiora”? Che cosa aveva scritto Carrère?). La cosa migliore che potete fare è andarlo a leggere direttamente, lasciando perdere le mie elucubrazioni.

* * *

Nel caso invece siate rimasti qui: se gironzolate un po’ su YouTube, le interviste a Carrère e al suo Limonov non mancano. Il 16 dicembre 2012 è anche stato intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa?

Ma mi sembra più divertente sentire come the one and only Ed Limonov ha commentato il Premio Renaudot vinto da Carrère per il libro su di lui:

* * *

Qualche citazione (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

[…] questa storia dell’opposizione democratica in Russia è come l’arrocco nella dama: un espediente non contemplato dalle regole del gioco, che non ha mai funzionato e non funzionerà mai. [262]

Eduard non ne conosce altri: le famiglie di ufficiali e sottufficiali che abitano nel palazzo dell’NKVD, in via dell’Armata Rossa, si frequentano solo tra loro e hanno scarsa considerazione per i civili, individui frignoni e indisciplinati che si fermano senza preavviso in mezzo al marciapiede, costringendo a modificare la sua traiettoria il soldato che invece cammina con andatura regolamentare, costante e sostenuta: sei chilometri all’ora. Così camminerà Eduard sino alla fine dei suoi giorni. [445: anch’io, per quello che conta, ho fatto dei 6 km/h una regola di vita…]

Eduard capisce allora una cosa fondamentale, ossia che ci sono due categorie di persone: quelle che si possono picchiare e quelle che non si possono picchiare, non perché siano più forti o meglio allenate, ma perché sono pronte a uccidere. È questo il segreto, l’unico, e il bravo piccolo Eduard decide di passare nella seconda categoria: sarà un uomo che nessuno colpisce perché tutti sanno che è capace di uccidere. [537]

«Agisci con coraggio e decisione, senza aspettare che ci siano tutte le condizioni ideali, perché le condizioni ideali non esistono» [590]

Nel mondo dei «decadenti» di Char’kov, infatti, il genio ha il dovere di essere non soltanto misconosciuto ma anche avvinazzato, eccentrico, disadattato. [856]

Il grande adagio dell’epoca, equivalente al nostro «lavorare di più per guadagnare di più», era: «Noi facciamo finta di lavorare e loro fanno finta di pagarci». Non è uno stile di vita esaltante, ma comunque funziona: si tira avanti. Non ci sono pericoli reali, a meno che uno non sia un vero piantagrane. Tutti se ne sbattono di tutto e, chiusi in cucina, rifanno dalle fondamenta un mondo che, a meno di non chiamarsi Solženicyn, si è certi resterà immutato per secoli, perché la sua ragion d’essere è l’inerzia. [974]

Il fatto è che a Eduard non piacciono i culti di cui non sia lui il destinatario. [1257: ne conosco più d’uno…]

A Saltov nessuno ha mai visto né vedrà mai un posto come quello. Nessuno tra gli invitati dei Liberman ha la più pallida idea di che cosa sia Saltov. Lui solo conosce entrambi i mondi, ed è questa la sua forza. [1562]

Uno dei migliori ricordi della vita di Eduard è quello di avere inculato Tanja davanti alla televisione, alla faccia del profeta che arringava l’Occidente e ne stigmatizzava la decadenza. [1610]

Per come la vede Eduard, in amore c’è chi dà e chi riceve, e lui ritiene di aver già dato abbastanza. [1809]

[…] la botte schifosamente piena e la moglie completamente ubriaca […] [2265]

[…] penso che quest’idea – ripeto: «L’uomo che si ritiene superiore, inferiore o anche uguale a un altro non capisce la realtà» — rappresenti il vertice della saggezza e non basti una vita a farsene permeare, ad assimilarla, a interiorizzarla in modo che cessi di essere un’idea e plasmi invece il nostro modo di vedere e di agire in ogni situazione. [2522]

Si sono separati più volte, e più volte rimessi insieme, secondo il classico schema: né con te, né senza di te. [2618]

E non a George Orwell, ma a Pjatakov, un compagno di Lenin, si deve questa frase straordinaria: «Se il partito lo richiede, un vero bolscevico è disposto a credere che il nero sia bianco e il bianco nero». [2699]

[…] c’era dentro di lui un pagliaccio amaro e autolesionista che boicottava l’opera delle fate buone che si erano chinate sulla sua culla. [2787]

Se mi considero incapace di ogni violenza gratuita, riesco pure a immaginare facilmente – forse troppo – le ragioni o le concatenazioni di eventi che in altre epoche avrebbero potuto spingermi al collaborazionismo, allo stalinismo o alla rivoluzione culturale. Forse tendo anche troppo a chiedermi se fra i valori accettati senza discutere dal mio ambiente – i valori che le persone del mio tempo, del mio paese e della mia classe sociale giudicano irrinunciabili, eterni e universali – non possa essercene qualcuno che un giorno risulterà grottesco, scandaloso o semplicemente sbagliato. [3428]

I moldavi erano talmente poveri che sognavano di ridiventare romeni, il che è tutto dire. [3816]

Lev Tolstoj – Anna Karenina

Tolstoj, Lev Nikolaevic (1877). Anna Karenina. Milano: Rizzoli. 2012. ISBN 9788858629994. Pagine 944. 0,99 €

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Della difficoltà e della probabile inutilità di recensire i classici ho già detto altrove, a proposito de La montagna magica di Thomas Mann:

Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.
Dunque, eccomi qui.

Poche e (per una volta) brevi considerazioni:

  1. Perché mi sono ridotto a leggere così tardi nella mia vita un romanzo universalmente considerato un capolavoro? Con l’aggravante che tutti mi considerano un grande lettore e in verità lo sono? L’unica spiegazione che riesco a trovare è che ho letto precocemente Guerra e pace (ricordo la casa e la poltrona dove l’ho letto e posso affermare con certezza che era prima dell’autunno 1969). Guerra e pace è un romanzo bellissimo, ma non breve né leggero. Avevo altri autori da leggere e altre urgenze adolescenziali. Per un po’ sono stato lontano da Tolstoj. Tutto qui.
  2. Perché leggere i classici lo ha scritto Italo Calvino meglio di quanto non potrei fare io, che peraltro ne ho parlato qui.
  3. Tutti i romanzi malriusciti si assomigliano fra loro, ogni capolavoro è un capolavoro a suo modo.

* * *

C’è un passo, secondo me, che da solo sarebbe valso la pena di intraprendere la lettura del romanzo (riferimento come sempre alla posizione sul Kindle).

La primavera non si manifestò per lungo tempo. Le ultime settimane di quaresima c’era un tempo sereno, gelato. Di giorno sgelava al sole, e di notte si giungeva fino ai sette gradi; lo strato di ghiaccio era tale che s’andava sui carri senza strada. Pasqua fu con la neve. Poi a un tratto, il secondo giorno della settimana di Pasqua si levò un vento caldo, si avanzarono le nubi, e per tre giorni e tre notti cadde una pioggia tempestosa e calda. Il giovedì il vento si calmò, e si avanzò una fitta nebbia grigia, come a nascondere i misteri dei mutamenti che si compivano nella natura. Nella nebbia scorsero le acque, scricchiolarono e si spostarono i massi di ghiaccio, si mossero più in fretta i torbidi, spumeggianti torrenti, e proprio in cima alla Kràsnaja Gòrka fin dalla sera si lacerò la nebbia, le nubi corsero via a pecorelle, il tempo si schiarì, e apparve la vera primavera. La mattina il sole vivo che s’era levato divorò in fretta il ghiaccio sottile, che aveva coperto le acque, e tutta l’aria tepida tremò per le evaporazioni della terra rianimatasi.
Verdeggiò l’erba vecchia e la nuova che spuntava in forma di aghi, si gonfiarono le gemme dell’oppio, del ribes e dell’attaccaticcia betulla da spirito, e su un ramo cosparso di color d’oro cominciò a ronzare un’ape lasciata fuori dell’arnia, che svolazzava qua e là. Trillarono le allodole invisibili sul velluto del verde e sulla stoppia gelata, piansero le pavoncelle sulle bassure e nelle paludi riempitesi d’un’acqua bruna che non se n’era andata, e in alto passarono volando con gridio primaverile le gru e le oche. Muggì nei pascoli il bestiame spelato, che solo in qualche punto non aveva ancora mudato, cominciarono a giocare gli agnelli dalle zampe curve intorno alle belanti madri che perdevano il pelo, corsero i ragazzi dalle gambe svelte per i sentieri che s’asciugavano con l’impronta dei piedi nudi, scoppiettarono sullo stagno le allegre voci delle donne con la tela, e batterono per le corti le accette dei muzikí, che aggiustavano gli aratri e gli erpici. Era venuta la vera primavera. [3586: colgo l’occasione per dire che la traduzione è quella classica del 1936 di Leone Ginzburg per Einaudi]

* * *

Molte altre, come è ovvio, le citazioni meritevoli di essere riportate (riferimento ancora alle posizioni sul Kindle).

«[…] Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.» [1228]

«[…] Essi probabilmente parlavano di me fra loro, o, ancora peggio, ne tacevano…» [1815]

[…] colta col pensiero la situazione e pesatala sulla bilancia interna […] [1844]

Egli, come uomo che aveva vissuto, non stupido e non malato, non credeva alla medicina […] [2844]

«[…] Uno dei due è sciocco. Ebbene, e voi lo sapete, di noi stessi questo non si può mai dire.»
«Nessuno è contento del suo patrimonio, e ognuno è contento della sua intelligenza» disse il diplomatico in tono sentenzioso. [3232]

«[…] La donna, vedi, è una materia che, per quanto tu la studi, sarà sempre completamente nuova.»
«Allora è meglio non studiarla.»
«No. Un certo matematico ha detto che il diletto non è nella scoperta della verità, ma nella sua ricerca.» [3816]

«E allora? Bisognava contare ogni albero?»
«Assolutamente contarli. Ed ecco, tu non li hai contati, ma Rjabínin li ha contati. I figli di Rjabínin avranno dei mezzi per la vita e l’istruzione, e i tuoi magari non ne avranno.» [4010-4011]

[…] giocatore, gozzovigliatore e non solo uomo senza regola, ma con regole immorali […] [4135]

«[…] Dice che siete una vera eroina di romanzo e che, se fosse un uomo, farebbe mille sciocchezze per voi. Strémov le dice che le fa anche così.» [6783: Tolstoj gioca con gli strange loops]

[…] questo scollo quadrangolare, malgrado il petto fosse molto bianco, o precisamente perché esso era molto bianco, toglieva a Lévin la libertà di pensare. [7476]

Quegli attacchi di gelosia, che negli ultimi tempi la prendevano sempre più spesso, gli mettevano orrore, e, per quanto egli cercasse di nasconderlo, lo raffreddavano verso di lei, benché sapesse che la causa della gelosia era il suo amore per lui. [8110]

«Amare chi ti odia, sì; ma amare quelli che tu odi non si può! […]» [8933]

«Ho sentito che le donne amano certi uomini per i loro vizi,» cominciò Anna a un tratto «ma io lo odio per la sua virtù. […]» [9624]

Il ricordo del male arrecato al marito suscitava in lei un sentimento simile alla ripugnanza, e analogo a quello che un uomo che sta per annegare proverebbe dopo aver strappato da sé un uomo aggrappatosi a lui. Quest’uomo era annegato. S’intende, era male, ma era l’unica salvezza, ed era meglio non ricordare questi terribili particolari. [10399]

Egli non lavorava mai con tanto ardore e successo come quando la sua vita andava male, e in particolar modo quando litigava con la moglie. [10517]

Egli sapeva che non si poteva proibire a Vrònskij di divertirsi con la pittura; sapeva che lui e tutti i dilettanti avevano pieno diritto di dipingere quel che pareva loro, ma gli dispiaceva. Non si può proibire a un uomo di farsi una gran bambola di cera e di baciarla. Ma se quest’uomo con la bambola venisse e si sedesse dinanzi a un innamorato e si ponesse a carezzare la sua bambola, come l’innamorato carezza colei che ama, all’innamorato questo dispiacerebbe. Un eguale sentimento spiacevole provava Michàjlov alla vista della pittura di Vrònskij: provava un’impressione e di canzonatura, e di stizza, e di pietà, e di offesa. [10715]

Soltanto allora egli capì chiaramente per la prima volta quello che non capiva quando, dopo le nozze, l’aveva condotta fuori della chiesa. Capì che non solo ella gli era vicina, ma che ora non sapeva dove finiva lei e cominciava lui. Lo capì da quel tormentoso senso di sdoppiamento che sentiva in quel momento. Si offese al primo impulso, ma nel medesimo istante sentì che non poteva essere offeso da lei, che lei era lui stesso. [10779: qualcuno si era chiesto, a suo tempo, se la pelle unisse o dividesse…]

Qualcosa di vergognoso, di molle, di capuano, com’egli lo definiva a se stesso, era nella sua vita di ora. [10862]

Evidentemente si compiva in lui quella rivoluzione che doveva fargli guardare alla morte come al soddisfacimento dei suoi desideri, come alla felicità. Prima ogni desiderio singolo, suscitato da una sofferenza o da una privazione, come la fame, la stanchezza, la sete, era soddisfatto con una funzione del corpo, ma adesso la privazione e la sofferenza non ricevevano soddisfazione, e il tentativo di soddisfazione suscitava una nuova sofferenza. E perciò tutti i desideri si fondevano in uno solo: il desiderio di liberarsi di tutte le sofferenze e della loro fonte, il corpo. Ma per esprimere questo desiderio di liberazione egli non aveva parole, e perciò non ne parlava, ma secondo l’abitudine voleva il soddisfacimento di quei desideri che non potevano più essere soddisfatti. [11248]

Egli occupava ancora un posto importante, era membro di molte commissioni e comitati, ma era un uomo che s’era consumato tutto e da cui non si attendeva più nulla. Qualunque cosa egli dicesse, qualunque cosa proponesse, lo si ascoltava come se ciò che proponeva fosse noto da lungo tempo e fosse proprio quello che non ci voleva. [11516]

E un sorriso furbesco le increspava le labbra, in particolar modo perché, pensando al romanzo di Anna, parallelamente a esso, Dàrja Aleksàndrovna si immaginava un suo romanzo quasi simile, con un immaginario uomo collettivo, che era innamorato di lei. Ella nello stesso modo come Anna confessava tutto al marito. E lo stupore, e la confusione di Stepàn Arkàdjevic’ a questa notizia, la facevano sorridere. [13544]

Se il lavoro messo nell’acquisto del denaro corrispondesse al piacere che procurava quel che veniva comprato con esso, questa considerazione era sfumata già da lungo tempo. [14982]

Questo posto, come tutti i posti simili, esigeva così enormi conoscenze e attività, che era difficile riunirle in una sola persona. E siccome l’uomo che riunisse queste qualità non c’era, tuttavia era meglio che questo posto l’occupasse un uomo onesto, piuttosto che un disonesto. [15908]

Per intraprendere qualcosa nella vita familiare, sono indispensabili o un completo dissidio fra i coniugi o un amorevole accordo. Quando invece i rapporti fra i coniugi sono indefiniti e non c’è né l’uno né l’altro, nessuna cosa può essere intrapresa.
Molte famiglie rimangono per anni nei vecchi luoghi, uggiosi ormai per tutt’e due i coniugi, soltanto perché non c’è né pieno dissidio, né completo accordo. [16333]

Per lei tutto in lui, con le sue abitudini, i pensieri, i desideri, con tutta la sua complessione spirituale e fisica, era una cosa sola: l’amore per le donne, e quest’amore secondo il sentimento di lei doveva essere tutto concentrato su lei sola. Quest’amore era diminuito; per conseguenza, secondo il ragionamento di lei, egli aveva dovuto portare parte dell’amore su altre o su un’altra donna, e Anna era gelosa. Era gelosa per lui non d’una qualche donna, ma della diminuzione del suo amore. Non avendo ancora un oggetto per la sua gelosia, lo cercava. [16345]

«Il rispetto l’hanno inventato per nascondere il posto vuoto dove dev’essere l’amore… […]» [16435]

Vedeva che fra quella generale sollevazione della società si erano messi in luce e gridavano più forte degli altri tutti i falliti e gli offesi; i comandanti in capo senza eserciti, i ministri senza ministeri, i giornalisti senza giornali, i capipartito senza partigiani. [17039]

Giacendo sul dorso, guardava adesso il cielo alto, senza nubi. [17641: è l’autocitazione di un celebre passo di Guerra e pace, quando il principe Andréj giace ferito sul campo di battaglia di Austerlitz:
«Che cos’è? Sto cadendo? Le gambe mi vacillano», pensò, e cadde supino. Aprì gli occhi, ma non vedeva nulla. Sopra di lui non c’era più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non sereno, ma pure infinitamente alto, con nuvole grigie che vi strisciavano sopra dolcemente. «Che silenzio! Che quiete! Che solennità!», pensò il principe Andréj, «non è più come quando correvamo gridando e battendoci; non è così che le nuvole scorrono su questo cielo alto, infinito. Come non lo vedevo prima, questo cielo così alto? E come son felice di averlo finalmente conosciuto. Sì! Tutto è vuoto, tutto è inganno, fuori che questo cielo infinito. Non c’è niente, niente all’infuori di esso. Ma anch’esso non esiste, non c’è nulla all’infuori del silenzio e della tranquillità. E Dio ne sia lodato!…»]

[…] pane, cetrioli e miele fresco. [17714]

«Ma se tu vuoi venire a conoscere lo spirito del popolo per via aritmetica, allora, s’intende, ottenere questo è molto difficile. E il suffragio non è introdotto da noi e non può essere introdotto, perché non esprime la volontà del popolo; ma per questo ci sono altre vie. Si sente nell’aria, si sente nel cuore. Non parlo poi di quelle correnti sottomarine, che si sono mosse nel mare stragrande del popolo e che sono chiare per qualsiasi persona non prevenuta; guarda la società in senso stretto. […]»
«Ma sono i giornali che dicono tutti la stessa cosa» disse il principe. «È vero. Dicono a tal punto la stessa cosa che sembrano proprio rane prima del temporale. Appunto per causa loro non si può sentire nulla.» [17813-17819]

Anche se non sono completamente d’accordo, può essere utile a complemento della mia recensione, che trovate qui.

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Crossposted on Naked Capitalism

I just finished reading Nate Silver’s newish book, The Signal and the Noise: Why so many predictions fail – but some don’t.

The good news

First off,  let me say this: I’m very happy that people are reading a book on modeling in such huge numbers – it’s currently eighth on the New York Times best seller list and it’s been on the list for nine weeks. This means people are starting to really care about modeling, both how it can help us remove biases to clarify reality and how it can institutionalize those same biases and go bad.

As a modeler myself, I am extremely concerned about how models affect the public, so the book’s success is wonderful news. The first step to get people to think critically about something is to get them to think about it at all.

Moreover, the book serves…

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