È morto oggi, 20 agosto 2013, Elmore Leonard.

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È morto oggi, 20 agosto 2013, Elmore Leonard.

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Questo è uno di quei post che una persona saggia e matura non scriverebbe mai. Ma io ho la maturità di un bambino di 3 anni ed eccomi qui a scrivere di una cosa soltanto perché sono contento di averla: ma non mi basta tenermela tutta per me e quindi lo devo sbandierare ai 4 venti. Forse anche, ma appena appena un po’, per farvi schiattare d’invidia.
Ho ricevuto in regalo un Raspberry Pi. Che cos’è? È un computerino, piccolo ma potente, progettato nel Regno Unito a fini didattici. Costa pochissimo (tipicamente 35$). Grande grosso modo come una carta di credito, ha tutto quello che deve avere: un processore ARM11 a 700 MHz, 512 mega di RAM, 2 porte USB, una porta mini-USB per l’alimentazione, un lettore di schede SD per la memoria di massa, uscite audio e video, incluso un’uscita ad alta risoluzione HDMI. Leggi il seguito di questo post »
Mi sono chiesto più d’una volta, nelle mie passeggiate mattutine all’Eur, chi sia Carlo Ciocci e quali suoi meriti abbiano indotto il servizio di toponomastica comunale a dedicargli il parco incuneato tra la via Cristoforo Colombo, viale dell’Umanesimo, piazza Pakistan (il Fungo, per capirsi), viale Iran e viale Libano. Una collinetta lunga e stretta, ma non certo piccola, e ricca di alberi d’alto fusto, soprattutto pini marittimi.
Sulla targa, che vedete qui sotto, c’è scritto: Carlo Ciocci, benefattore.
Una mia prima ricerca mi aveva indotto a credere che si trattasse di Carlo Alberto Ciocci, democristiano di lungo corso e romano, per 4 mandati (1971, 1976, 1981 e 1985) consigliere comunale e per una legislatura (la X, 1987-1992) deputato alla Camera. Nella sua carriera parlamentare si registrano 6 interventi in aula (non so, per la verità, se si debba dire in tal caso soltanto 6 interventi o ben 6 interventi: quali sono i valori registrati per il deputato tipico?): 2 nel 1989, 3 nel 1990, 1 nel 1991, nessuno nel primo e nell’ultimo anno della sua carriera. Tra i suoi interventi, quello che mi ha colpito di più – se escludo un’interrogazione, insieme all’onorevole Silvia Costa, «in merito alla notizia secondo la quale l’amministratore di un condominio ad Asti avrebbe negato la sistemazione di una motocarrozzella nell’androne del palazzo» che testimonia della sua sensibilità ai temi della disabilità – è una veemente difesa del sindaco Pietro Giubilo (uno dei peggiori che Roma abbia mai avuto) e l’orgogliosa vanteria «di essere romano da sette generazioni» in un torrido 31 luglio 1989.
Carlo Alberto Ciocci sarebbe stato perfetto per la storia che voglio raccontare. Ma le date non tornano: Carlo Alberto Ciocci è nato nel 1932 e morto nel 2007, il nostro misterioso benefattore è nato nel 1903 e morto nel 1974. E non ci aiuta neppure il servizio toponomastica del Comune di Roma (Capitale), che registra la dedica del parco al suo nome (con delibera della Giunta comunale n. 131 del 17 marzo 2004), ma non riporta alcuna notizia su chi fosse il signor Ciocci e su quali buone azioni gli abbiano meritato l’assegnazione di un toponimo e la memoria in qualità di benefattore.
Il parco, come dicevo, è bello. Ma non era ben frequentato, almeno fino a qualche mese fa, perché le strade che lo circondano e le pendici che scendono verso la Colombo sono da anni territorio dei trans (non sono in grado di dire se transessuali o transgender o transché: credetemi, non ho mai avuto voglia o ritenuto opportuno approfondire l’argomento). Di notte, beninteso, perché di giorno qualunque cittadino poteva goderne.
Dalla metà di febbraio sono iniziati dei lavori. Inizialmente soltanto di recinzione, poi (apparentemente) di sistemazione del giardino, poi di costruzione di diverse strutture. Un giorno mi sono fermato a leggere il cartello che era stato affisso dietro nuova recinzione.
Non sono servite grandi doti da investigatore o da giornalista d’assalto per scoprire qualche cosa. La Verde Verticale snc è un’impresa specializzata nella realizzazione «di parchi avventura e di percorsi acrobatici in altezza», fondata da Alessandro Ruffi (che qui figura anche come direttore del cantiere) e da Paola Freschi. A un primo sguardo hanno un curriculum di tutto rispetto e hanno realizzato parchi avventura un po’ in tutta Italia (anche se, mi pare di capire, non in ambito urbano).
Eurpark, che gestirà il parco, è un’impresa che opera sul mercato e dunque per il profitto. Onestamente, so ben poco di più. Posso dire che la musica che parte non appena ci si connette al sito è fastidiosissima (non ho capito se e come si disattiva e ho dovuto togliere il volume) e, per i miei pur ecumenici gusti, molto brutta. Anche il testo promozionale del parco (da mesi il sito induce a credere che il parco sia già operativo, anche se non lo è) mi pare discutibile. Ma giudicate voi stessi.
Eur Park è un meraviglioso parco avventura che propone divertenti ed emozionanti attrazioni sugli alberi e immerse nella natura, è il parco avventura unico su Roma e fra i parchi a tema più grandi in Italia, con i suoi 9 percorsi garantisce divertimento per bambini, ragazzi ed adulti in totale sicurezza ed immersi in un ambiente incontaminato ed adrenalinico. Cavi, passerelle, reti sospese, carrucole, ponti di tutti i tipi, tunnel, pareti d’arrampicata e molto altro sono solo alcune delle attrazioni che fanno di Eur Park una meta unica ed ambita per trascorrere una giornata fuori dal comune. All’Eur Park tutti possono sentirsi Tarzan, Rambo o un Avatar che si muove agile fra gli alberi. Il grande numero dei percorsi e la variegata tipologia di giochi consente un divertimento sia ai principianti sia ai più temerari. Percorsi ed attrazioni 3 percorsi per bambini, 6 per ragazzi ed adulti, un’area playground per i più piccini, 1 meraviglioso percorso paramiliare a terra che riproduce immerso nel bosco l’addestramento dei marines, 1 parete d’arrampicata di 10 mt con scuola di roccia per mettere alla prova anche le doti dei più atletici. Servizi Per chi non accede ai percorsi, o per i momenti a terra, tanti, tanti servizi: Area Relax, Connessione WiFi ad internet, Area Pic-nic ed un fornitissimo Bar. Sicurezza La sicurezza nell’accedere ai percorsi è garantita da attrezzature professionali da alpinismo e dalla presenza di Istruttori esperti che curano con attenzione, cortesia e simpatia tutta la preparazione, l’istruzione e l’attività sui percorsi. Famiglie, gruppi e molto ancora! Ideale per gite di famiglia o di gruppo, Eur Park propone un’intera giornata di divertimento no limits con la possibilità di testare i vostri limiti in un’attività divertente, sana ed entusiasmante. Per i gruppi organizzati (ospitiamo fino a un massimo di 200 persone) diamo anche la possibilità di provare una delle nostre attività ausiliarie quali una divertentissima gara di orientering (caccia al tesoro naturalistica) ed un istruttivo percorso didattico nel circostante Parco (il più grande di Roma che con quasi 1 ettaro di verde da spazio a tutta la Vs. fantasia). Compleanni Se c’è una cosa che ci riesce bene è regalare a voi e ai vostri cari una festa di compleanno davvero indimenticabile! Massima elasticità e il divertimento assicurato sono il nostro motto. Addii al Celibato/Nubilato Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park ! Gite scolastiche Oltre 100 scuole all’anno scelgono di fare un’esperienza divertente e formativa nel nostro parco avventura. Il nostro parco fa riscoprire giocando sensazioni che fanno parte di noi e ci mettono alla prova con un divertimento attivo che ci fa superare i nostri limiti e le nostre paure in modo sano ed emozionante. Rendete la vostra gita un successo, organizzatela all’Eur Park in un mix di divertimento, avventura, natura e cultura. Eventi Aziendali e Team Building Costruire e fortificare un team di lavoro non è cosa facile. La fiducia va cementata, le gerarchie vanno per un attimo dimenticate e si deve attuare il difficile passaggio mentale di sapersi divertire con persone con cui normalmente si lavora. Tutto questo è possibile e facilmente realizzabile organizzando un evento aziendale o una giornata di Team Building all’Eur Park. Il nostro parco saprà risvegliare lo spirito di squadra che c’è in voi. Mettervi alla prova in situazioni ludiche ma impegnative implementerà enormemente l’empatia ed i rapporti umani di uno staff di lavoro, aumenterà la cooperazione e creerà legami che trascenderanno la singola giornata e si riverbereranno positivamente sul quotidiano dell’azienda.
La mia tentazione è stata quella di smettere alla seconda o terza riga («parco avventura unico su Roma», «ambiente incontaminato ed adrenalinico»: ambiente adrenalinico? ma che cos’è, un’avventura nel parco delle ghiandole surrenali?). Se avete la stessa tentazione, vi incito a farvi forza e andare avanti. Sarete ricompensati da questa boiata, con tanto di apostrofo a «qual è»:
Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park!

eurpark.it
OK, si sarà capito ormai che il parco avventura non è il mio tipo di svago. Ma naturalmente ciascuno è libero di trascorre il suo tempo libero come crede. La mia unica obiezione è che una vasta area (quasi un ettaro, per esplicita ammissione dei beneficiari) è ora sottratta al libero utilizzo ricreativo da parte dei cittadini e resa “fruibile” (brutta parola, lo so), sia pure con servizi aggiuntivi, al prezzo di 16€ nei giorni infrasettimanali e 18€ il sabato e la domenica. Responsabilità non di Verde Verticale o di Eurpark, ma di Eur SpA, sul cui sito non sono riuscito a trovare nessuna documentazione sulla privatizzazione di questo parco pubblico.
Pare che le considerazioni che seguono siano da attribuirsi a Mark Twain.
Il percorso con cui le ho scoperte è molto tortuoso: partono da un post di Maria Popova, How Not To Worry: A 1934 Guide to Mastering Life, che parla di un libro di James Gordon Gilkey (You Can Master Life) che a sua volta cita la Tavola delle preoccupazioni (Worry Table) predisposta da “un grande umorista” che, secondo Maria Popova, è Mark Twain, accreditato anche di aver detto:
I’ve had a lot of worries in my life, most of which never happened.
Ecco la tavola delle preoccupazioni, nella mia traduzione (per l’originale vi rimando al post di Brain Pickings How Not To Worry: A 1934 Guide to Mastering Life:
In sostanza, commenta Gilkey, per ridurre l’ansia è sufficiente concentrarsi sull’8% di preoccupazioni con un fondamento reale, trascurando il 92% di preoccupazioni infondate. In questo modo si può ridurre l’ansia del 92% oppure – guardando le cose da un altro punto di vista – essere liberi da preoccupazioni per il 92% del tempo.
Il ragionamento di Gilkey-Twain richiama l’opera di un artista americano, Andrew Kuo, di cui aveva parlato Brain Pickings in un’altra occasione, con questa didascalia:
Andrew Kuo presents his inner worries, arguments, counterarguments, and obsessions in the form of charts and graphs. In the three-tiered graph my Wheel of Worry, originally published in the May 16. 2010, New York Times Magazine, Kuo illustrates the things in his life that concern him and his specific feelings about each. On the graph’s innermost ring Kuo shows what causes him anxiety in the moments before sleep (loneliness, death, money, bedbugs, and the new York Knicks); in the middle ring he charts his very specific reactions to his credit card statement; on the outermost ring, what he thinks about as he scratches a lottery ticket. In this chart and others, Kuo brings the graphic language of scientific fact to the irrational emotions associated with everyday life.

brainpickings.org
Naturalmente questo post è affettuosamente dedicato a una persona, di cui non farò il nome ma che non farà fatica a riconoscersi.
Sono sempre troppo ottimista. Sono passato di nuovo, nelle mie passeggiate di salute (ma chiamarlo brisk walking fa più figo), davanti al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur a Roma. Campeggiava sul portone il cartello che proponeva l’acquisto o l’affitto di un prestigioso appartamento del 270 m2. Svelato l’arcano. Altro che eterogenesi dei fini, siamo davanti a una dura lezione della realtà.
Ora non ci resta che immaginare che il Defender dei Carabinieri stia diffondendo il suo puzzolente miscuglio di particolato, monossido di carbonio e altri gas di scarico in qualche altro quartiere di Roma o di qualche altra città.
fiammeblu.it
Non so chi abiti, a Roma, al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur. Non mi interessa neanche tanto, e dico fin da subito – a scanso di equivoci e di possibili attenzioni poliziesche o giudiziarie – che la mia è una semplice osservazione / considerazione da cittadino che si trova a passare di lì nello svolgimento di attività salutistico-sportive.
Ho immaginato che si tratti (o si trattasse) di una personalità, e più esattamente di una personalità elettiva. Davanti a quella bella palazzina o villa unifamiliare (anche questo lo ignoro, dal momento che oltre alla recinzione metallica e alla siepe, l’abitazione è nascosta alla vista da un’impenetrabile staccionata in pannelli di legno) ha stazionato per mesi, 24 ore su 24, un Defender dei Carabinieri (a volte un diverso mezzo, e non posso escludere che a volte si sia trattato persino della Polizia di Stato). Sempre con il motore acceso. Sempre.
Non so per la verità da quanto tempo, dal momento che la mia attività sportiva, ancorché assidua, è piuttosto recente. Ma che il motore fosse sempre acceso (di notte e d’inverno per il freddo, suppongo; di giorno e d’estate per il caldo; nelle ore e nelle stagioni intermedie per noia o distrazione, chissà) ne sono certo.
Due o tre giorni dopo le elezioni, il mercoledì o il giovedì, la scorta e l’automezzo sono spariti. Naturalmente, mi sono figurato che il nostro sia uno dei tanti non eletti. Ma non ne sono certo e mi rallegro soltanto per l’alleviamento della sua impronta ecologica…
fiammeblu.it
Se vi state chiedendo il perché del titolo di questo post, posso riassumere così (da Wikipedia):
L’espressione eterogenesi dei fini, in tedesco Heterogonie der Zwecke, fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali».
Oltre alla B, rispettivamente del cognome e del nome, anche la B di Blasco.

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Riprendo da ilPost di oggi 1° marzo 2013 l’articolo di Luigi Zagni Bersani e l’orgoglio:
Oggi il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, in un’intervista con Massimo Giannini di Repubblica, dice che gli insulti di Grillo a lui rivolti non lo “impressionano”. Bersani è noto da tempo per la sua passione per Vasco Rossi.
Ma se Grillo le risponde picche, e le ripete che lei è un “morto che cammina” che si fa?
«Mi aspettavo che Grillo rispondesse così. Ma sbaglia di grosso, se pensa di aver davanti uno che si impressiona. A Grillo voglio solo dire che accolgo il suggerimento di Vasco Rossi: “fottitene dell’orgoglio”»
La canzone di Vasco Rossi cui Bersani cita un verso è Giocala ed era nell’album Bollicine, del 1983. Confesso di saperne quasi a memoria le parole e di averla usata come un mantra in più di un momento difficile. Ma vedi tè, direbbe Vasco.
Che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirgli cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
si chiama orgoglio
quello che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala
giocala…giocala…giocalama c’è qualcosa che ti frena
certo è il tuo orgoglio
che ti frena
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
prendila…prendila…prendila
prendila…prendila…prendila
prendilache cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirmi cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
è sempre il solito orgoglio
che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala…
prendila…prendila…prendila…
prendila
Stamattina all’alba il quartiere romano dell’Eur era bellissimo. [Per i pignoli e gli amanti di Robert Musil, erano le 6:50 del 27 febbraio 2013.] Il cielo era sereno, azzurro intenso, striato di cirri delicatamente tinti di rosa dalle dita di Aurora. Ho iniziato la mia passeggiata mattutina infreddolito ma beato e pieno di ottimismo. Nel cratere lasciato dalla sciagurata distruzione del velodromo olimpico (ne abbiamo parlato qui e qui) ristagnava candida e batuffolosa la nebbia.
Poco più avanti, anche sul laghetto dell’Eur si muovevano pigramente alcuni fiocchi di nebbia. Ho cominciato a percorrere la Passeggiata del Giappone, che fa il periplo del lago e che prende il nome “[dal]l’impianto in massa di Prunus da fiore donati dalla città di Tokyo” [La Passeggiata del Giappone all’Eur]: donati, penso (ma non sono riuscito a trovarne attestazione), in occasione delle Olimpiadi romane del 1960, come ideale staffetta verso le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Le bocchette dell’acqua che alimenta il lago fumavano nell’aria gelida, dando al paesaggio un vago sentore newyorchese.

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Manco del necessario lirismo per descrivere l’incanto della passeggiata e lo stato di grazia in cui mi trovavo stamattina. Per mia fortuna, parole sufficientemente alate non difettano a Francesco Tonini, il blogger che ho già citato poco fa:
Percorrere i vialetti di questa area è molto piacevole, un continuo avvicendarsi di quinte chiuse ed aperte si susseguono tra percorsi sinuosi contornati da specie vegetali sempre diverse, tra sali scendi che permettono di apprezzare visuali diverse dei grattacieli dell’eur, il tutto immersi in un clima rilassato ed isolato dal traffico cittadino.
Il successo della Passeggiata è evidente: centinaia di persone la percorrono ad ogni ora per passeggiare, fare jogging e sostare sulle panchine all’ombra degli alberi con serenità.[La Passeggiata del Giappone all’Eur]
Il percorso, oltrepassato il primo dei 2 ponti sotto via Cristoforo Colombo (se pensate che l’espressione “dormire sotto i ponti” sia una trita metafora, mettetevi nei panni di quel poveretto che, infagottato, ci dorme davvero), arriva alla sezione di passeggiata che si chiama Parco delle cascate.
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Ecco, la vedete al centro dell’immagine: quella è la passerella realizzata pochi anni fa per consentire il periplo completo del lago (al momento, per la verità, reso di nuovo impraticabile dai lavori per la costruzione del nuovo acquario Mare Nostrum, sulla sponda opposta). Ma lasciamo parlare ancora una volta Francesco Tonini:
Per permettere la connessione integrale del periplo del lago dell’Eur composto dalla Passeggiata del Giappone, tra 2006 e 2007 Eur SPA ha realizzato due progetti di Franco Zagari, quello della terrazza galleggiante Cythera e quello della passerella Hashi. Entrambe le opere sono contraddistinte da composizioni di materiali che ne tracciano la presenza nella contemporaneità, acciaio, vetro e legno.
La passerella è posizionata esattamente in corrispondenza dell’asse di caduta dell’acqua e promette uno spettacolo unico nei momenti di funzionamento della cascata. Per la descrizione dell’opera ci affidiamo nuovamente alle sognanti parole di Franco Zagari:
“HASHI” è una nuova passerella pedonale posta sulla cascata centrale del Lago dell’Eur. Il nome significa “ponte” in giapponese, nel suo doppio senso di passaggio e limite. La dedica è alla Passeggiata del Giappone, vi era infatti – dopo il passaggio a Ovest reso possibile da Cythera – ancora una discontinuità del percorso in corrispondenza della cascata centrale, aggirabile solo con un lungo sentiero che obbligava ad entrare in profondità nel giardino, in una zona per il momento non aperta al pubblico se non per avvenimenti eccezionali. Quattro nuovi cancelli colorati introducono al Giardino delle Cascate, in previsione della ricostituzione della recinzione originaria di rose rampicanti lungo i due rami del viale Cristoforo Colombo. La passerella connette direttamente le due rive della cascata centrale, scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%), in modo di avere un impatto visivo contenuto. In questo modo si raggiunge la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua. Per dare un riscontro armonico alla geometria voluta da De Vico, un elegante disegno a forma di diapason, si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta. La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa. La struttura portante, tutta in acciaio inox, ha un’anima centrale con mensole a sbalzo che sostengono il piano di calpestio. Il pavimento è in doghe di legno esotico pregiato, sui due lati, e in vetro serigrafato in corrispondenza del passaggio sull’acqua. Le balaustre sono in rete inox per la parte che corre sulla cataratta, garantendo il massimo della trasparenza (la stessa soluzione della terrazza galleggiante), mentre i raccordi in corrispondenza delle rive sono in lamiera traforata per adattarsi meglio alla conformazione del suolo e favorire attraverso i fori la crescita della vegetazione delle ripe. Hashi, pur essendo in fondo solo una breve passerella, ha una notevole qualità tecnologica, che ha permesso di ottenere una particolare leggerezza e trasparenza.
Ho trovato sufficientemente interessante percorrere la passerella, che sembra progettata per essere ben inserita nel contesto, anche se per il momento ci sono segni inequivocabili che indicano ancora un po’ di tempo per il completamento dei lavori. Sono sicuro che non appena l’opera sarà totalmente assorbita dalla vegetazione e dall’acqua della cascata, la Passeggiata del Giappone troverà in questo punto un luogo indimenticabile. [Hashi, la passerella di completamento della Passeggiata del Giappone]

paesaggiocritico.com / foto di Francesco Tonini
Malimor…, come si dice a Roma. Luogo indimenticabile di sicuro. E non certo per responsabilità di Francesco Tonini, il cui parere estetico condivido e che comunque sul posto, a giudicare dalla data dei suoi post, c’è andato alla fine di maggio di quasi 3 anni fa. Per responsabilità di quella mente eccelsa, di quel visionario professionista che tutto il mondo ci invidia, Franco Zagari.
Perché ce l’ho con lui? – mi precipito a dirlo prima che scatti la denuncia nei miei confronti. Ce l’ho con lui perché io oggi ci sono rovinosamente caduto, sulla sua passerella. E non soltanto per mia imperizia e imprudenza (una modica quantità gliela posso concedere, che non si nega a nessuno, come il concorso di colpa che appioppano al povero pedone travolto sulle strisce pedonali mentre attraversava con il semaforo verde), ma perché il suo progetto di passerella è demenziale. E per di più – come potete ben vedere qui sotto – ride, ride, come quell’infame di Franti.
ilsole24ore.com
Ci sono rovinosamente caduto perché oggi la passerella, nella sua parte vitrea, ancorché serigrafata, era una perfetta lastra di invisibile ghiaccio. E io ci sono scivolato, nonostante mi sia reso conto per un interminabile istante del guaio in cui mi stavo cacciando e abbia tentato in extremis di aggrapparmi alle inutili «balaustre in rete inox». Ora io posso capire che le giornate di gelo di Roma (25-30 all’anno secondo i dati climatologici) possano sembrare poche al professor Zagari; oppure il prof. Zagari si immagina che i giardinieri dell’Eur verifichino ogni mattina le condizioni della passerella e collochino, zelanti come addetti alle pulizie dei bagni dell’autogrill o dell’aeroporto, apposita segnaletica di pericolo, oppure chiudano per precauzione i «quattro nuovi cancelli colorati» che dànno accesso al Giardino delle cascate.

safeatwork.ch
Ma oltre ai giorni di gelo – grosso modo 30 su 365 – il prof. Zagari si è interrogato sulle altre circostanze in cui la passerella «in doghe di legno esotico pregiato […] e in vetro serigrafato» avrebbe potuto essere bagnata, e dunque scivolosa? Praticamente sempre, caro professore: anche senza esami di meteorologia o di fisica dei fluidi, ma con un modicum di capacità di ragionamento e di osservazione si sarebbe potuto (e dovuto) giungere alla conclusione che un ponticello vicino a un lago e in prossimità dei 10 getti d’acqua della monumentale fontana (guardate, vi prego, la 2ª foto di questo post) sarebbe stato perennemente bagnato, soprattutto se si è avuta la lungimiranza di far raggiungere «la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua».
Ma non basta, la passerella è in pendenza [«scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%)»] e se non bastasse è in curva [«si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta»].
Dunque il prof. Zagari è un sadico? Il suo ghigno è davvero quello infame di Franti? Non lo penso davvero, e non è certo questo il mio punto. La mia convinzione, in questo caso e in molti altri, è che il progettista abbia privilegiato i valori formali ed estetici [«La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa»], trascurando del tutto, e colpevolmente, quelli pratici e funzionali.
Avrei potuto farmi molto male (ho rischiato di battere anche la nuca, oltre alla regione sacro-coccigea), e invece sono qui a ragionarne e a riderne con voi. Proprio una gran botta di culo!

francozagari.it
C’era una volta, tanto tanto tempo fa, l’aristocrazia operaia. Erano lavoratori manuali che con i loro utensili prima, e con le loro macchine utensili dopo, sapevano fare cose straordinarie. Dico con le loro macchine, ma è un modo di dire. Eravamo già in una società capitalistica, e gli strumenti del lavoro, gli utensili, le macchine, non erano loro di proprietà. Erano di proprietà del padrone. Loro le potevano usare durante l’orario di lavoro, e ci facevano cose da virtuosi.
Erano i tempi in cui la manifattura si chiamava così perché la manualità aveva ancora una sua importanza, anche se gli operai lavoravano tutti insieme, in fabbrica, e non ognuno da solo, o pochi in piccoli gruppi, nell’officina.
L’idealtipo di questi operai, per me almeno, è il Tino Faussone di La chiave a stella di Primo Levi, di cui abbiamo parlato qui:
È sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasarto. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran raccontatore: è anzi piuttosto monotono, e tende alla diminuzione e all’ellissi come se temesse di apparire esagerato, ma spesso si lascia trascinare, ed allora esagera senza rendersene conto. Ha un vocabolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che gli sembrano arguti e nuovi; se chi ascolta non sorride, lui li ripete, come se avesse da fare con un tonto. [p. 3]
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una felicità che non molti conoscono. [p. 81]
È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabli, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoto, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge. [p. 81]
Faussone è in cima all’aristocrazia operaia: lavora in proprio e viene chiamato in giro per il mondo per la sua competenza e per la sua abilità. In questo è una rarità, se non un’eccezione.
Di solito, invece, si trattava di operai salariati particolarmente bravi. E questo, anche nel capitalismo selvaggio dell’accumulazione originaria dei robber barons, della giungla di Upton Sinclair, dava loro un potere contrattuale: potevano andare a lavorare da un’altra parte, con buone probabilità che la loro bravura li rendesse appetibili sul mercato del lavoro. In ogni caso, altri padroni (padroni B, chiamiamoli) potevano fare un’asta per assicurarsi le loro prestazioni portandoli via ai primi padroni (chiamiamoli padroni A). L’unico rimedio a disposizione dei padroni A era quello di alzare artificialmente il costo della transazione, sia per il lavoratore sia per i padroni B.
Nascono così una serie di strumenti: la liquidazione, retribuzione differita che cresce con la durata della permanenza presso lo stesso padrone; la pensione di anzianità, proporzionale anch’essa agli anni passati nella stessa occupazione; e gli scatti di anzianità, progressioni di salario che si realizzano dopo un certo numero di anni trascorsi nella stessa posizione.
Come avrete già capito, gli operai specializzati (e qualificati: non è la stessa cosa) sono disposti su un continuum, che va dal vertice di Tino Faussone al grado zero di Lulù Massa (il protagonista di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri), che è un operaio di catena, ma un virtuoso del cottimo, almeno all’inizio del film.
Ecco, dopo arriva il fordismo, e con il fordismo l’operaio-massa. Nella prima metà del XX secolo negli Stati Uniti. Molto dopo da noi. L’aristocrazia operaia viene spazzata via dall’operaio massa. Anche Ludovico Massa, detto Lulù, si risveglia dalla falsa coscienza dello stakanovista per scoprirsi una pedina tra le tante (se volete vedere il film, su YouTube c’è tutto).
Adesso il valore è la flessibilità, la mobilità. Dunque, l’anzianità non andrebbe premiata, ma scoraggiata. E allora, perché gli incentivi alla tenure restano nei contratti, amati dai sindacati come dai datori di lavoro. Per la verità, nel privato i datori di lavoro cominciano a chiederne l’abolizione, come mi raccontava mia moglie. Nella pubblica amministrazione, invece il feticcio dell’anzianità resta, caro al sindacato ma, in realtà, anche all’amministrazione, che ne fa uno strumento di governo un po’ paternalistico.
Me lo sono chiesto qualche tempo fa, quando nell’amministrazione pubblica in cui lavoro ho dovuto dedicare molte ore ai cosiddetti «passaggi di fascia». Trovo curioso che in una situazione in cui il dipendente pubblico di ruolo, che per avere vinto un concorso matura un diritto quasi reale a restare abbarbicato al suo scoglio come una cozza (c’è stata una volta che uno mi ha detto, scherzando ma non proprio: «Io 15 anni fa ho vinto un regolare concorso, e quindi lo stipendio il 26 del mese mi spetta; se volete anche vedermi lavorare, mi dovete dare un incentivo, o almeno una prospettiva di carriera!»), ci si preoccupi di premiare l’anzianità. Eppure, per farla breve, i contratti di lavoro prevedono che oltre ai “livelli” (per passare di livello ci vuole un concorso, anche se non sempre e non necessariamente un concorso “pubblico”, cioè aperto a tutti) ci siano delle “fasce” che si raggiungono per anzianità. Tipicamente, dopo un certo numero di anni passati in un dato livello nella fascia di base si “matura” il diritto di passare alla fascia superiore, che dà diritto a uno scatto retributivo.

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Questa la sostanza della cosa. Ma siamo nel regno dell’apparenza, quello che rende la nostra burocrazia più borbonico-spagnolesca che sabaudo-napoleonica o germanico-calvinista. Quindi non si matura un diritto alla fascia, ma soltanto un requisito oggettivo a poter essere preso in considerazione per il passaggio di fascia. Che viene attribuito sulla base di una relazione scritta dall’interessato, che racconta che cosa ha fatto negli anni trascorsi nella fascia inferiore; poi il suo diretto superiore controfirma la relazione (ne prende visione senza responsabilità sui contenuti? oppure l’assevera nel merito?); e se per caso – ma evidentemente accade quasi sempre – il candidato ha cambiato posizi0ne lui oppure se si sono avvicendati più superiori, le firme aumentano a dismisura.
A questo punto viene formata una commissione interna, che non fa un vero concorso, ma comunque valuta “nel merito” le relazioni presentate. Ma che in ogni caso poi attribuisce il passaggio di fascia, solo che ne esistano i requisiti soggettivi (x anni trascorsi nella fascia inferiore): non si è mai visto che una fascia non venga attribuita. Quand’anche si stesse parlando di un tossicodipendente assenteista conclamato, perché «si creerebbe un precedente», cosa che evidentemente non vogliono né l’amministrazione né il sindacato.
A rendere la situazione ancora più paradossale, le retribuzioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono congelate dal 24 maggio 2010 e la norma stabilisce chiaramente che gli aumenti che sarebbero dovuti intervenire durante il blocco (la cui fine non sembra imminente) non potranno essere recuperati mai. Quindi tutto l’esercizio che ho appena descritto, che costa tempo e danaro ai lavoratori e all’amministrazione, ha come unico risultato che sul cedolino dello stipendio e sugli altri documenti dell’ufficio del personale il dipendente troverà scritto, ora, terza fascia invece di seconda fascia. Bello, no? Son soddisfazioni. Ma non un centesimo in più.
E non finisce qui. Nel contratto è anche previsto che un’esigua minoranza dei lavoratori (al massimo il 10%, mi pare stabilisca il contratto integrativo), se è trascorsa almeno le metà della durata della permanenze prevista per il passaggio alla fascia successiva, possa accedere a un passaggio anticipato di fascia, con procedure naturalmente un pochino più complesse e time consuming, ma con lo stesso risultato pratico: potersi fregiare di una dicitura cui non corrisponde alcun vantaggio economico, né lavorativo, né di prestigio. Credetemi.
Chi ne sa anche poco di statistica e probabilità (materia ormai introdotta nei programmi di matematica delle scuole secondarie) sa che anche eventi indipendenti e relativamente rari possono presentarsi in modi che contraddicono le nostre aspettative. Restiamo comunque stupiti quando in un lancio di monetine ci viene testa per 5 volte di fila o se due fratelli muoiono entrambi perché, a distanza di anni e di km, un’aquila lascia cadere sulla loro testa una tartaruga.
Quindi, la circostanza che nel giro di 6 mesi ci siano stati su 2 spiagge inglesi 2 ritrovamenti fortuiti di ambra grigia, quando il fenomeno è rarissimo e accade di solito nel Pacifico [come racconta Christopher Kemp nel suo Floating Gold: A Natural (and Unnatural) History of Ambergris, che ho recensito qui, ma di cui avevo parlato anche qui], lascia – se non stupefatti – almeno un po’ pensosi.
Del primo ritrovamento era stato protagonista un bel bambino biondo di 8 anni, Charlie Naysmith, che aveva trovato un pezzo di 6 etti di ambra grigia (valore stimato in 50.000 €) su una spiaggia vicino a Bournemouth, sulla costa meridionale inglese, di fronte all’estrema punta della Normandia. Ne avevamo parlato qui.
Charlie Naysmith / bournemouthecho.co.uk
Più di recente, il 31 gennaio (se ho ricostruito bene) un disoccupato inglese, Ken Wilman, ne ha trovato un pezzo di quasi 3 kg mentre passeggiava con il suo cane su una spiaggia di Morecambe (vicino a Lancaster, Inghilterra nord-occidentale). Si parla di un valore di 100.000 £ (115.000 €), ben superiore a quello del pezzo, più piccolo, trovato da Charlie.
Ken Wilman e il suo cane / huffpost.com
Naturalmente i quotidiani, compreso il prestigioso The Guardian, non si sono sottratti al solito sciocchezzaio sul vomito di balena.
Whale vomit found on beach could be worth £100,000 – video
Per fortuna The Guardian è un giornale serio e non ci ha messo molto a correggersi:
It’s not ‘whale vomit’, it’s ambergris. It’s a nice word, and useful, so let’s use it
It’s condescending and banal to reach for simpler, less accurate words for something when perfectly good ones already exist
di Deborah Orr
The Guardian, Saturday 2 February 2013Ambergris is a beautiful and long-established word for a strange and unusual substance, produced in the digestive system of sperm whales, and eventually excreted through one of only two possible exits. It has been used since ancient times in the manufacture of perfume. So it’s rather a shame that the media now prefers to refer to it as “whale vomit” or, for a bit of variation, “whale poo” – as if the world is a kindergarten. It has been in the news because Ken Wilman found a lump while walking on the beach with his dog. Unlike whale vomit or whale poo, it’s valuable.
So, if you’re of a romantic nature, but for some reason unable to say “amber” or “gris”, you can opt for “floating gold”. And if you’re as condescending and banal as so many journalists appear to be, you can refer to gold as “ground riches”, in case anyone in your audience is three.
E i quotidiani italiani? Il prestigioso Il corriere della sera l’avevamo già beccato, con un articolo scopiazzato del suo “prestigioso corrispondente” Elmar Burchia in occasione del ritrovamento di Charlie Naysmith. Adesso è il turno di La Repubblica del 2 febbraio 2013:
Trova vomito di capodoglio: vale 117mila euro
Ken Wilman e il suo labrador Madge si sono imbattuti, camminando sulla spiaggia del Lankashire [sic!], in una pietra rarissima del valore di circa 100mila sterline (117mila euro). Lì per lì Ken non si è reso conto della fortuna ma tornato a casa, dopo qualche ricerca, è tornato indietro a prenderla. Infatti la pietra preziosa è di vomito di capodoglio, chiamato anche ambra grigia o oro fluttuante, e viene usato per produrre profumi come Chanel No.5, incensi e aromi gastronomici. “Di primo impatto il profumo era fastidioso, ma più la odoravo e più diventava piacevole” ha affermato Ken. Un profumiere francese gli ha già offerto 50mila euro.
Ma la responsabilità prima (ma La Repubblica non va comunque assolta, perché non farebbe male un po’ di fact checking – di cui recentemente tutti si riempiono la bocca più o meno a proposito – e anche un po’ di controllo ortografico, per scrivere Lancashire) va all’agenzia ANSA che la notizia, il 31 gennaio, l’ha battuta così:
Gb: trova raro ‘vomito balena’ in spiaggia,vale 50 mila euro
(ANSA) – LONDRA, 31 GEN – Sembra una roccia giallastra e maleodorante ma in realtà nasconde un tesoro. Un britannico ha trovato in una spiaggia del nord-ovest dell’Inghilterra il cosiddetto ‘vomito di balena’, la rarissima ambra grigia usata in profumeria, e per il reperto gli sono stati offerti 50 mila euro.
Ken Wilman è così finito col suo cane Madge sulle tv e sui giornali del Regno Unito. “Quando l’ho vista mi sono fermato e per curiosità l’ho presa in mano ma dopo aver sentito la puzza l’ho subito rimessa sulla sabbia”, ha spiegato il britannico, descrivendo la sostanza che viene prodotta nell’intestino dei capodogli durante la digestione. Ma poi non ha resistito e l’ha portata via scoprendo che si trattava di un pezzo rarissimo. Ora si è fatto avanti un acquirente francese che la vorrebbe, molto probabilmente per usarla nella preparazione di profumi.(ANSA).