La cassetta degli attrezzi dello scettico (Panicology 2)

Alla presentazione da parte dei media di storie che contengono informazione statistica o scientifica, a meno di essere creduloni, è facile reagire con il cinismo. Noi incoraggiamo piuttosto lo scetticismo. Per questo, vi proponiamo una cassetta degli attrezzi per l’interpretazione dei dati e delle informazioni in cui ci imbattiamo nella vita quotidiana.

  • Interesse particolare: Chi ha fatto quella specifica affermazione? Poteva avere un suo interesse? Ci ha detto tutto?
  • Espressioni ambigue: Dovrebbero far scattare subito un campanello d’allarme – soprattutto quelle fortemente connotate emotivamente, come “peste”, o quelle che sembrano indicare una strada senza ritorno verso la catastrofe, come “inevitabile”. È inevitabile che dopo il giorno venga la notte, ma non che ci sarà un attacco terroristico. Puoi essere in “irreparabile in ritardo” per una riunione iniziata un’ora fa, ma un’eruzione vulcanica, un terremoto o un’epidemia può essere “in ritardo” soltanto sulla base di un’argomentazione basata sul calcolo delle probabilità. Altre parole potrebbero avere un significato “tecnico” diverso da quello corrente. Quando le statistiche ufficiali parlano delle “forze di lavoro” contano tutti quelli che hanno lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento, e dunque un boom degli occupati potrebbe dipendere dall’impiego di studenti come baby-sitter o come barman una sera alla settimana. Voi lo considerate lavoro?
  • Rilevazioni e sondaggi: Chi li ha fatti? Sono attendibili? Hanno una motivazione ovvia? Chi li ha finanziati? Interi ambiti di studio possono diventare pericolosamente dipendenti dal finanziamento da parte di una sola fonte, sia essa commerciale, governativa o di un gruppo di pressione. I quesiti sono formulati in modo neutrale? Quanto è grande il campione? Troppo piccolo e i risultati saranno distorti; troppo grande e gli autori potrebbero cercare di persuadervi schiacciandovi sotto una mole di dati. La dimensione del campione e i margini d’errore sono pubblicati? Quando un produttore di cibo per gatti afferma che 4 gatti su 5 preferiscono il suo prodotto, lo ha fatto assaggiare solo a 5 gatti? Come sono stati raccolti i dati?
  • Dati: Confrontateli tra loro. Guardate a tutti i possibili effetti di un cambiamento, non soltanto a uno. Confrontate passato e presente. Confrontate tra loro i Paesi. E se non ci sono i dati per fare questi confronti così ovvi, chiedetevi il perché: qualcuno vi sta nascondendo qualche cosa?
  • Percentuali e valori assoluti: Chi ha una storia da raccontare o una tesi da sostenere sceglie sempre il modo più impressionante di presentare le cose.
  • Aneddoti e statistiche: I timori si diffondono per passaparola e per notizie televisive e di stampa che riprendono vicende individuali strazianti; le autorità spesso rispondono con statistiche roboanti. Un confronto sensato tra aneddoti e statistiche è molto difficile. In un certo senso, possono entrambi essere “veri”.
  • Grafici: Come i testi e le cifre, possono essere soggetti a errori o a distorsioni deliberate. Non date loro credito acriticamente soltanto perché tecnici all’apparenza.
  • Scala temporale: Questa è una cosa importante, che parole come “inevitabile” confondono. Il livello del mare sta salendo, ma in un arco temporale molto più lungo di quello della pianificazione urbanistica: quindi c’è tutto il tempo per adattarsi e porvi rimedio. Molte serie di dati hanno 3 componenti: una tendenza di lungo periodo, variazioni cicliche di più breve durata e le singole osservazioni (spesso erratiche). È importante esserne avvertiti, in modo da non cadere in inganno.
  • Perché adesso?: Chiedetevi perché la notizia viene divulgata proprio ora e se sarebbe stato altrettanto degna di pubblicazione in un diverso momento. Gli articoli sul riscaldamento globale sono più frequenti d’estate; quelli sui pericoli dei viaggi alla vigilia delle vacanze; i sondaggi sul sesso per San Valentino.
  • Disfattismo: State in guardia quando vi viene detto che a proposito di qualche cosa non c’è niente da fare: se così fosse, perché dircelo? Solo per allarmarci e per diffondere il panico?
  • Paure classiste: Diffidate dei timori legati a vantaggi di cui una qualche élite gode ma che si vogliono negare agli altri. Per esempio, quando si afferma che le crisi ambientali o sanitarie sono provocate o esacerbate dai voli low cost, dai cibi esotici, dall’automezzo privato, dalla scelta dei trattamenti sanitari, dall’istruzione universale e così via.
  • Scenari: Molti modelli di studio economici e scientifici producono una intera gamma di scenari futuri: accertatevi che quello che vi viene presentato non sia il solo scenario peggiore.
  • Considerate anche gli aspetti positivi: Non date per scontato che, se alcune cose vanno per il peggio, tutte seguano la stessa tendenza. Questo è il mestiere dei media sensazionalistici. Prendete il riscaldamento globale: è vero che tra 100 anni sarà più caldo, ma che cosa potrebbe aver escogitato l’intelligenza umana nel frattempo? Nuove fonti energetiche? Un metabolismo umano geneticamente modificato? Una fotosintesi più efficiente?  Fantascienza, direte. Certo, ma guardate che cosa è stato fatto negli ultimi 100 anni.
  • Il senso delle proporzioni: È un male se 100 persone muoiono di influenza aviaria, ma in un Paese di 50 milioni di abitanti è una frazione molto piccola. Quanti sono morti per altre cause?
  • Il senso del ridicolo: Cercate di tenere i piedi per terra, anche se i personaggi pubblici non lo fanno. Il ministro dell’interno tedesco Wolfgang Schaeuble insiste che il terrorismo islamico è la più grande minaccia alla stabilità tedesca. Vi sembra anche solo remotamente credibile o sta semplicemente cercando di dare importanza al suo ruolo nel governo?
L'urlo di Munch

wikipedia.org

* * *

In questo modo si conclude Panicology, il libro di Aldersley-Williams e Briscoe che ho recensito un paio di giorni fa. È, a parer mio, la parte migliore del libro e merita di essere meditata da tutti, indipendentemente dalla recensione (lo so che molti di voi, quando vedono che il post è una recensione, dicono «Che palle!» e cliccano su un’altra pagina). Sopra c’è la mia traduzione ma, poiché mi sono preso qualche libertà, propongo qui sotto ai più volonterosi l’originale.

For those not inclined to credulousness, it is easy to be cynical about the media in its presentation of stories involving statistical or scientific information. We would rather encourage skepticism. With this in mind, we offer this toolkit for the interpretation of data or information that come our way.

  • Vested interest: Ask yourself who has made a particular statement. Why might they have done this? Are we being told the whole story?
  • Weasel words: These should ring alarm bells – especially emotive ones such as “plague,” or ones that put us on a one-way trip to disaster such as “inevitable” and “overdue.” It is inevitable that night follows day, but it is not inevitable that there will be a terrorist attack.You can be overdue for a meeting that started an hour ago, but a volcanic eruption, an earthquake, or an outbreak of disease is only ever overdue based on arguments of probability. Other words may not have the obvious meaning. Government surveys of the “work force” count anyone who has worked one hour or more in a week, so a boost in the numbers working could be down to children babysitting or students spending an evening behind a bar. Is this what you consider work?
  • Surveys: Who conducted it? Are they credible? Do they have an obvious motive? Who paid them? Whole fields of study can become unhealthily dependent on funds from one source, whether that source is commercial, governmental, or charitable. Were the questions neutrally worded? How big is the sample? Too small, and the result may be skewed; too big, and the authors may be trying to use sheer weight of numbers to persuade you. Is the sample size and margin of error shown? When a pet food manufacturer says that four out of five cats prefer their product, did they only feed five cats? How were the data collected?
  • Figures: Try to compare figures. Look at as many of the effects of a change as possible, not just one. Compare the present with the past. Compare one country with another. If the data aren’t there to make the obvious comparison, ask yourself what is being obscured.
  • Percentages and actual numbers: People with a story to tell will choose the more impressive way of putting things.
  • Anecdote and statistics: Fears are spread by word of mouth, press, and television reports based on harrowing individual stories; authorities frequently counter these with broad statistics. Meaningful comparison between the two is hard. Both may be “true”.
  • Graphs and charts: Like words and figures, these may be subject to error or deliberate distortion. Don’t automatically believe them because they look technical.
  • Timeframe: This is an important factor that words like “inevitable” gloss over. Sea levels are rising, but over a longer period than housing planning cycles, so there is time to adapt. Many data series have a long-run trend, a shorter cyclical variation, and then (often erratic) individual data points. Be aware of each so as not to be tricked.
  • Why now: Ask yourself why the story is appearing now, and whether it would be equally newsworthy at another time. Global warming stories appear more in the summer. Travel fears play well as people set off on their holidays. Sex surveys are often released in time for Valentine’s Day.
  • Defeatism: Be wary when told there is nothing we can do about something. Why then are we being told about it? Is it merely to alarm us, or to put us in a state of fear?
  • Scare snobs: Distrust scares where an elite is trying to deny others advantages they already enjoy, for example environmental and health crises exacerbated by cheap flights, exotic food, private modes of transport, choice in medicine and education.
  • Scenarios: Many economic and scientific studies model a range of future scenarios. Make sure that the outcome described is not just the worst-case scenario.
  • Accentuate the positive: Don’t discount the possibility that even if some things are getting worse, others may get better-which negative newspaper stories make it their business to do. It will get warmer in 100 years, but what might human ingenuity have devised by then? New energy sources? Genetically modified human metabolism? Improved photosynthesis? Science fiction, you might say, and so it is-for now. But think what has been achieved over the last 100 years.
  • The big picture: It’s bad if 100 people die of bird flu, but in a country of 50million, this is very few. How many died of everything else?
  • A sense of proportion: Try to keep one, even if the top brass won’t. Germany’s Interior Minister Wolfgang Schaeuble, insists that Islamic terrorism is the single largest threat to Germany’s stability. Does this seem remotely credible, or is somebody just bigging himself up?

Aldersey-Williams e Briscoe – Panicology

Aldersey-Williams, Hugh e Simon Briscoe (2009). Panicology: Two Statisticians Explain What’s Worth Worrying About (and What’s Not) in the 21st Century. New York: Skyhorse. 2009. ISBN 9781602396449. Pagine 304. 10,30 $

Panicology

latimes.com

Quello di cui questo libro ha da dire è ben riassunto dal sottotitolo: liberamente traducibile in “Due statistici spiegano di che cosa preoccuparsi (e di che cosa invece no) nel XXI secolo.” Ancora di più ci aiuta la sinossi resa disponibile da Amazon:

What exactly are your chances of being struck by a meteorite?
Think you’re having less sex than the French?
How high will sea levels actually rise?
We live in an increasingly uncertain world. There’s so much to worry about it is often hard to know what to really panic about. But stay calm! For Panicology is the perfect answer to the conundrums and questions that bedevil modern life. Putting a lit match to the lies, headlines and statistical twaddle that seeks to frighten us, it explores 40 reasons for worry: from binge-drinking to Frankenstein foods, bird flu to alien abductions – and explores what, if any, effect they will have on your life.
Why worry in ignorance when you can be a happy, informed sceptic?

I due scrivono molto bene (sono inglesi, non americani, e questo aggiunge in humour senza togliere nulla alla chiarezza), ma il libro è a volte un po’ superficiale. Non mi piace per nulla (lo trovo troppo puerile) la piccola trovata di dare un punteggio da 1 a 5 ai diversi aspetti del panico (rappresentato da una gallina in fuga), del rischio (i dadi) e di quanto in nostro potere (un pugno chiuso).

Per me, anche per motivi professionali, la parte più interessante è l’Introduzione, dove gli autori spiegano chiaramente la loro filosofia e che cosa li ha spinti a scrivere il libro: il panico è una pulsione forte e irrazionale, che non soltanto ci fa stare male, ma è anche una pessimo consigliere nelle scelte da fare. Soltanto il senso critico e l’informazione quantitativa attendibile ci possono aiutare: in questo, i temi di Aldersley-Williams (l’autore di Periodic Tales, che sto leggendo) e Briscoe (ex Statistics Editor del Financial Times e attualmente vice-presidente di Timetric) sono affini a quelli trattati da Dan Gardner in Risk, che ho recensito di recente.

Il loro spirito è ben riassunto (sempre nell’Introduzione) da una citazione tratta da Memoirs of Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds di Charles Mackay Il libro è nel pubblico dominio e lo trovate qui):

Men, it has been well said, think in herds; it will be seen that they go mad in herds, while they only recover their senses slowly, and one by one.

***

Qualche citazione. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

Numbers are the “fact” generator in today’s society and the currency in any debate about risk. But they are not all of equal quality – some are manipulated by governments while others are produced by people with a vested interest. Often, proper figures don’t exist – they are opinion surveys or come from administrative systems that do not give us data on the definition we want, leading to poor policy and weaker assessment.Yet those who wish to make a point on television or in the newspapers do it using numbers. Sound-bite statistics, sometimes invented and often inaccurate, seize the imagination even if they crumble under close inspection. [106]

The only alternative is to retreat into anecdote and hopelessly selective assumptions. [115]

Temporary migration, based on a permit system, might be appealing to a skeptical public and might be acceptable for some categories of low-skilled workers, but such newcomers are likely to be less adaptable and integrate more slowly. Ongoing, regular labor needs are unlikely to be met most satisfactorily by recycling temporary workers. [1327]

It will then become clearer that globalization is about massive waves of income redistribution: from workers to consumers, as they can shop around ever more widely for cheaper goods;from expensive labor to cheap labor, as employment expands rapidly in developing countries; and from energy users toward energy producers, as the demand for energy soars in developing countries. [1522]

[…] the key labor market divide going forward will not be between high-skilled and low-skilled workers, but between services that can be delivered electronically from off-shore and those that cannot be. [1532]

“It is a profound privilege to die from stress-related diseases,” says a professor from Stanford University. The point he makes, of course, is that in developed countries we have never had it so good, and that worrying about stress is itself a sign of how charmed our lives are. As a society we have wealth, job choice, and travel opportunities unimaginable only a generation ago, and in our free time we can gamble, drink, surf the Internet, and watch television on super-sized plasma screens to our heart’s content. We have legal safeguards against many of society’s ills, and the hard toil and infectious diseases that filled the Victorian graveyards with youthful corpses have all but gone. And yet it seems we are as miserable as sin and bogged down with stress. [1596]

A study by Britain’s Health and Safety Executive, the government body responsible for health and safety regulation, suggested that about half a million workers suffered from work-related stress in the latest year, the largest category after backache. [1622]

Do we mean overwork, acute boredom, or something more medical, such as depression or anxiety? [1656: a proposito della troppo vaga definizione di stress]

The National Weather Service puts the average U.S. death toll due to lightning at seventy-three people a year; the global figure must be over a thousand. [1717]

Ideally, we should focus on conserving habitat – then the species that live there will be saved automatically. But being the sentimental souls we are, we prefer to cherish glamorous species of rare orchid or the iconic panda. Fortunately, this is almost as good. If the Chinese succeed in saving the panda – despite the country’s galloping industrialization, conservation efforts are doing well, and recent fieldwork has shown there are more pandas than were thought – it will be because they saved enough of its habitat, and with it hundreds of other species without really trying. [2415]

Arthur C. Clarke famously wrote that any sufficiently advanced technology is indistinguishable from magic. So why is the magic now black? [2557]

[…] agriculture always has a detrimental effect on the natural ecology-that, in a sense, is its purpose. [2602]

It is impossible to prove a negative, however, and so doubts persist […] [2765]

[…] official agencies are increasingly taking into account not only scientific evidence but also the vagaries of public opinion, evidence-based or not. [2769]

Rugarli, Bachtin e i metadati (7)

Il libro di Rugarli che ho appena recensito (Le galassie lontane) riporta una curiosa conversazione a tavola a proposito delle teorie di Michail Michajlovič Bachtin, che sono decisamente rilevanti per la frammentaria discussione che andiamo conducendo sul tema dei metadati (per le altre puntate seguite i link: prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta).

Bachtin

wikipedia.org

«La scoperta di Bachtin» Stanish tenne cattedra, «sta nell’aver messo il dito sulla inadeguatezza, sulla incompletezza delle parole. Le parole, contrariamente all’opinione più diffusa, non dicono niente di ciò che vorrebbero dire. O quasi niente. Sono fucilate che non colpiscono mai il bersaglio. Se affermo o scrivo “albero”, in realtà ho evocato una entità del tutto generica, perché di alberi, faggi, castagni, ciliegi, peri e così via, ve n’è un numero quasi infinito, e ciascuno perde o non perde le foglie, dà o non dà frutti commestibili, ha dimensioni, forme, colori assolutamente diversi. L’indeterminatezza non si esaurirebbe, se sostituissi al termine “albero” un termine più specifico, che so?, un termine come “acero”, perché gli aceri non sono eguali tra di loro. Il ragionamento dove porta? Non è che le parole siano da buttare via, niente affatto. Però è necessario sapere che esse alludono… che sono paragonabili a brevi accensioni di luce nella nebbia… e che guidano verso uno spazio congetturale, dove quello che manca, quasi tutto, deve essere aggiunto da chi ascolta o da chi legge. Spero di essere stato chiaro.» [p. 133]

Giampaolo Rugarli – Le galassie lontane

Rugarli, Giampaolo (2010). Le galassie lontane. Venezia: Marsilio. 2010. ISBN 978883170685. Pagine 240. 18,00 €

Le galassie lontane

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Un tenue filo lega la memoria di mio padre all’autore di questo romanzo, proprio attraverso la banca di cui si parla (ancorché con l’espediente di una minuscola foglia di fico, consistente nell’inventare qualche cognome un po’ storpiato o suggestivo, per me con un travolgente richiamo alle storie e alle parodie pubblicate su Topolino).

Il romanzo non è un capolavoro e si sgonfia un po’ via via che si procede: scrivere romanzi è evidentemente disciplina agonistica da passisti o da maratoneti. E poi non mi sembra perfettamente riuscito l’amalgama tra la vicenda politico-bancaria (chiaramente ispirata alla realtà storica e al vissuto dell’autore, come Rugarli stesso rivela nella prima appendice) e quella privato-sentimentale (tutta di fantasia, sempre a detta dell’autore).

Però Rugarli scrive molto bene, o quanto meno in uno stile che a me piace molto. E alcune frasi rivelano una vis polemica e sarcastica che mi è molto congeniale.

***

Qualche esempio:

«Zanardi!» non potei fare a meno di esclamare. «Ma era un guardaportone e per giunta pigro, svogliato…»
«Lei ha una mentalità classista, reazionaria…» Granozi continuò a rimproverarmi, tra il serio e il faceto. «Oggi non occorre sapere, ma appartenere. E se lei non fosse stato un cane sciolto, avrebbe scansato un mare di guai […]» [p. 143]

Con il bemolle la nota scende di un semitono, mentre si eleva con il diesis. Del bemolle avevo fatto il mio imperativo […]. [p. 178]

«[…] Ho fiducia nel futuro. Il nostro Paese non potrà che peggiorare.» [p. 187]

[…]alcuni degli appellativi coi quali Antòn [Čechov] si rivolge a Olga: «Attriciuzza, gioia mia, bambina cara, amore mio, tesoro, angelo mio, coccodrillo dell’anima mia, colombella, sfruttatrice dell’anima mia, cane, cane mio meraviglioso, cagnolino mio, mio insetto, mio pesce persico, cimicetta mia, mio bel bassotto, cane mio scodato, cavallina, scarafaggetto, piccola tacchina, capodoglietto mio» […]. [p. 237]

La statistica dei maschi incinti

Anche in Italia, come del resto in tutta l’Unione europea, negli istituti nazionali di statistica si discute da anni sulla necessità di utilizzare a fini statistici i “dati amministrativi”, cioè l’informazione prodotta a fini di gestione nelle organizzazioni complesse. Nato come un tema da addetti ai lavori (le rilevazioni dirette, tramite intervista o questionario, sono costose per chi le conduce e anche per chi è chiamato a rispondere), è ormai parte del grandissimo tema dei big data e dell’apertura al pubblico dei dati detenuti dalle pubbliche amministrazioni.

Tutto bene, allora? Purtroppo no, perché i dati amministrativi sono “sporchi”: spesso prodotti e maneggiati da personale non specializzato, sono in genere sufficientemente buoni per gli scopi gestionali per cui sono inizialmente creati, ma non per generare statistiche affidabili.

Il tema è molto delicato, e per questo è tra quelli al centro dell’attenzione di Straight Statistics, un sito dedicato a migliorare la comprensione e l’uso delle statistiche e a ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni che le producono.

Welcome to Straight Statistics

We are a campaign established by journalists and statisticians to
improve the understanding and use of statistics by government,
politicians, companies, advertisers and the mass media. By exposing
bad practice and rewarding good, we aim to restore public confidence
in statistics.

Numbers shape the world. Twisting them for political, business or
personal advantage is widespread – and often undetected.

L’ultimo “scandalo” riguarda i codici (di 3 o 4 lettere) che servono a classificare le condizioni dei pazienti ospedalieri e che sono utilizzati – oltre che per le statistiche – per contabilizzare le entrate e le uscite degli ospedali, per valutarne la performance e per analisi epidemiologiche. Sono di importanza vitale, ha dichiarato di recente il Royal College of Physicians (l’equivalente britannico dell’Ordine dei medici).

Ma una lettera pubblicata sul BMJ del 5 aprile 2012 (Hospital episode statistics – The importance of knowing context of hospital episode statistics when reconfiguring the NHS; una risposta,The riddle of the male obstetric patients: solved, è stata pubblicata il 24 aprile) getta un’ombra sull’accuratezza dei codici: nel 2009-2010, quasi 20.000 adulti risultano aver goduto di cure pediatriche ambulatoriali, mentre 3.000 pazienti sotto i 19 anni sarebbero stati ricoverati in cliniche geriatriche.

Ancora più sorprendente: ogni anno, dal 2003, tra i 15 e i 20.000 uomini sarebbero stati ricoverati in ostetricia, e altri 10.000 in ginecologia. Quasi 20.000 “eventi ostetrici” (nel gergo del servizio sanitario nazionale: si tratta per lo più di parti o aborti) hanno avuto un maschio come protagonista.

Evidentemente la pubblicità dell’uomo incinto – creata nel 1970 dall’agenzia di pubblicità Saatchi per lo Health Education Council e tuttora popolarissimo in Gran Bretagna (qui sotto) – era profetica, oltre che memorabile.

The Pregnant Man

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Festa della Repubblica e parata militare

È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):

“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.

Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]

Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]

Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.

La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.

2 giugno

wikipedia.org

Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]

A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:

Bellezza e necessità

Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.

La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.

  • La prima parata si tenne il 2 giugno 1948 su via dei Fori imperiali.
  • Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nella NATO, si svolsero 10 sfilate in altrettante città d’Italia.
  • Nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.
  • Nel 1963, papa Giovanni XXIII sta malissimo (morirà il 3 giugno) e la sfilata viene sospesa.
  • Nel 1976 – come ormai sanno anche i sassi – viene sospesa dal Ministro della difesa Arnaldo Forlani “a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.”
  • Nel 1977 (egge 5 marzo 1977, n.54), soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica è spostata alla prima domenica di giugno (data in cui, curiosamente, durante la monarchia si celebrava la festa nazionale dello Statuto albertino) e una sobria celebrazione delle Forze armate si svolge a piazza Venezia.
  • Nel 1978, nel suo discorso d’insediamento al Quirinale, Sandro Pertini pronuncia l’ormai celebre frase: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
  • Dal 1983, però, le sfilate riprendono, in tono minore e non su via dei Fori imperiali (salvo che nel 1984).
  • Nel 1989 La parata militare è sostituita da una Mostra Storico Rievocativa in Piazza di Siena.
  • Nel 1990 e 1991 si torna a Piazza Venezia.
  • Nel 1991, nuova sospensione.
  • Nel 1992 il neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro assiste alla sfilata su via dei Fori imperiali (ma senza cingolati per proteggere i monumenti: l’Italia ipocrita è anche questa!).
  • Ma poi è lo stesso Scalfaro a fermare la parata, sostituita dall’apertura alla popolazione dei giardini del Quirinale.
  • Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi la ripristina.

Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.

… e adesso è ora che io vada …

Gerontocrazia: il decalogo anti-Pagliaccio | Solferino 28 anni

Solferino 28/anni ospita un’altra testimonianza esclusiva di giovane scrittore italiano. Dopo Giusi Marchetta e il suo Tutto il niente che rimane, tocca ad Alcìde Pierantozzi confrontarsi con il disagio generazionale. In maniera ironica e “sovversiva”. Nato a San Benedetto del Tronto nel 1985, Alcìde vive a Milano. Ha pubblicato i romanzi Uno in diviso (Hacca, 2006) e L’uomo e il suo amore (Rizzoli, 2008). Ecco qua i suoi Dieci consigli per evitare il Pagliaccio. Buona lettura.

Alcide Pierantozzi

vivimilano.corriere.it

Gerontocrazia: il decalogo anti-Pagliaccio | Solferino 28 anni

Dieci consigli per evitare il Pagliaccio

«It di Stefano King! It di Stefano King! Me lo compri, nonno?».

Non parlavo ancora l’italiano, tantomeno l’inglese, ma sapevo che in quel volume dalla copertina grigiastra, il cui titolo spiccava per un rosso particolarmente acceso, si nascondeva qualcosa di… come dire? Sì, qualcosa di molto “mio”. Non era un’impressione inesatta, era la stessa che avrebbe avuto un qualsiasi ragazzino cresciuto negli anni ’90, per sempre provato dalla faccia del raccapricciante pagliaccio. Nel film per la tv che ne aveva tratto un certo Tommy Lee Wallace, e che nessuno della mia età riuscì a guardare fino alla fine, un gruppo di adolescenti molto affiatati nel dare la caccia al mostro (o, ben più probabile, nell’evitarlo) lasciava presagire uno sfondo romantico. Uno sfondo “nostro”.

Insomma, voi ve lo ricordate che fine faceva il Pagliaccio? Anzi, il Mostro? Ecco, più che stendere l’elenco dei problemi che riguardano la mia generazione (alla quale questo film, e il celebre libro da cui è tratto, fece da déjà vu), preferirei compilare un catalogo di tipo sovversivo. I miei sono solo i consigli di chi, in un modo o nell’altro, si è ritrovato molto presto ad avere il Pagliaccio davanti, a volte nelle vesti di un professore, altre in quelle di un editore, altre ancora di un amico; molto spesso si è trattato di un Pagliaccio gerontosauro. Sono dieci suggerimenti che ho appuntato con schietto linguaggio campagnolo. Ecco a voi.

Caro amico,

  1. Fidati solo delle persone che stimi. Avere un immediato ritorno economico non è fondamentale, ammesso che il tuo tempo sia a disposizione di un maestro, e non di un Pagliaccio. Se credi che stare alle dipendenze di un Pagliaccio prima o poi ti gioverà, facendoti salire di grado, allora sei destinato a fallire. Sarai un servo a vita.
  2. Tratta male il Pagliaccio che non ti rispetta. Mettigli i bastoni tra le ruote. Umilialo davanti a tutti. Cariche di potere enormi spesso sono gestite da Pagliacci che se la fanno sotto dalla paura. Approfittane.
  3. Mostra al Pagliaccio la tua cultura. La cultura è l’unica cosa che spaventa il Pagliaccio. Ricordati che il 90% dei Pagliacci con cui ti ritroverai a che fare ne sa meno di te. Se senti di non essere rispettato, umiliali con la tua cultura. Ricorda loro che devono cambiare mestiere, che non li vuoi lì dove sono.
  4. Non aspettarti che una mano santa scenda dall’alto e venga a pescarti dal tuo squallido monolocale. Lavora con il massimo impegno e alza il telefono, chiama direttamente le persone con cui vuoi lavorare e, senza troppi giri di parole, chiedi un incontro.
  5. Scarica tutti i film che vuoi guardare, e guardali. Ruba tutti i libri di cui hai bisogno, e leggili. Lascia i pochi soldi che hai solo per il cibo e per le sigarette.
  6. Non vergognarti di chiedere. A volte il Pagliaccio si maschera da servo, e ti dice che è il discendente di un sistema più grande, e che quindi non può fare nulla per te. Non è vero: il sistema più grande ignora l’esistenza stessa del Pagliaccio.
  7. 7vita di lavorare con chiunque faccia il proprio lavoro senza correre alcun rischio, vivendo 24 ore su 24 con l’unico obiettivo di mantenere il proprio culo al caldo. Costui è un Pagliaccio, e durerà poco. Dedica il tuo tempo solo agli ardimentosi.
  8. Se lavori nel campo della cultura, e ti ritrovi davanti un Pagliaccio che non sa dirti niente della Metafisica di Aristotele, alzati e vattene. E non dimenticarti di ridergli in faccia.
  9. Se hai inclinazioni artistiche, e credi di possedere un qualche talento, lascia perdere l’Università. Studia da solo, lasciati contaminare da tutto quello che ti circonda. Tuttavia, se hai inclinazioni culturali di altro tipo (ad esempio: traduzione, editoria, filosofia, scienza) resta nell’ambito dell’accademia. Se sei bravo, eviterai l’incontro diretto con i Pagliacci, ritrovandoti subito – e con qualche fortuna – a lavorare al grado più alto.
  10. Ricordati che sei vivo, e non lo sarai per molto. Sembrerebbe un monito alla Coelho, o una minaccia Maya, invece (e tu lo sai) è la verità.

Alcìde Pierantozzi

twitter@alciterribile

Perché il Bayern ha perso la finale di Champions’ League

Olaf Storbeck è il corrispondente da Londra dell’Handelsblatt, il principale quotidiano economico tedesco, e l’autore (insieme a Norbert Häring) di Economics 2.0: What the Best Minds in Economics Can Teach You About Business and Life (tradotto anche in italiano: Economics 2.0).

Dopo la sconfitta subita dal Bayern di Monaco nella finale di Champions’ League contro il Chelsea ha pubblicato un articolo sul suo blog Economics IntelligenceAn economic explanation of Bayern’s failure – cercando di capire le ragioni economiche della sconfitta della squadra tedesca (e anche le ragioni della sua previsione errata: sempre ricorrendo al ragionamento economico, aveva infatti previsto, pochi giorni prima, la vittoria del team bavarese – The Economics of Success – Why Bayern Munich will beat Chelsea).

La prima previsione era stata basata su una stima della forza relativa delle due squadre: il valore di mercato dei giocatori del Bayern era circa del 30% superiore a quello del Chelsea (291 contro 203 milioni di euro). La metodologia in questione era già stata adottata con successo dal think-tank tedesco DIW, che in questo modo aveva previsto i vincitori degli Europei del 2008 e dei Mondiali del 2006 e del 2010.

Penalty

wikipedia.org

Il pensiero economico, per fortuna, ha più di una freccia nella sua faretra. Oltre a spiegare perché il Bayern avrebbe dovuto vincere, può spiegare anche perché abbia perso.

Secondo la teoria proposta da Thomas Dohmen, un economista tedesco che insegna all’Università di Maastricht nei Paesi Bassi, il Bayern ha perso ai rigori proprio perché giocava in casa. In un suo paper del 2005 (Do Professionals Choke under Pressure?), Dohmen ha analizzato 3.619 rigori tirati tra il 1963 (1ª stagione della Bundesliga) e la stagione 2003-2004 nel massimo campionato tedesco. In media, non vengono realizzati 26 tiri dal dischetto su 100 (19 sono parati dal portiere, 7 mancano lo specchio della porta). Nella finale di coppa, il Bayern ne ha sbagliato la metà (3 sui 6 tirati, 1 nei supplementari e 5 nella “lotteria dei rigori”).

Questo, secondo Dohmen, è un problema tipico della squadra di casa, ed è particolarmente evidente nei casi in cui il rigore è tirato fuori o si stampa sui legni:  succede nel 5,6% dei casi alla squadra in trasferta, ma nel 7,5% dei rigori tirati dalla squadra che gioca in casa. In altre parole, i professionisti soccombono alle aspettative dei tifosi.

Penalty

Dohmen 2005

Argomenta Dohmen:

The evidence suggests that the social environment has an impact on the performance of individuals. In particular, players of the home team are more likely to choke. This is a very robust finding in the data. It provides evidence against the social support hypothesis, but in support of the hypothesis that positive public expectations induce choking.

E conclude:

The finding, which is consistent with the hypothesis that positive public expectations or a friendly environment induce individuals to choke, has ramifications for questions of workplace design and performance measurement. The empirical result of this paper implies, for example, that workers who might feel being observed, especially by well disposed co-workers or spectators, perform worse than they otherwise would.

Come evitare di farsi infinocchiare: un decalogo anti-bùbbole

Essere curiosi è alla base del progresso scientifico, oltre che dell’arricchimento delle conoscenze personali. Ma ha i suoi rischi. Il principale è quello di essere indotti a credere a delle bubbole. Ecco, dunque, che un po’ di sano scetticismo non guasta e che il direttore dello Skeptic Magazine, Michael Shermer, ci propone un decalogo per stabilire la credibilità di un’asserzione, senza cadere nel cinismo.

Michael Shermer

wikipedia.org

Ecco il decalogo anti-panzane:

  1. Quanto è attendibile la fonte dell’asserzione?
  2. La stessa fonte fa altre asserzioni simili?
  3. Le asserzioni sono state validate da qualcun altro?
  4. Quanto asserito concorda con quello che sappiamo di come funziona il mondo?
  5. Qualcuno ha provato a “falsificare” l’asserzione?
  6. In che direzione punta la maggior parte delle prove?
  7. Chi sostiene l’asserzione opera secondo le regole della scienza?
  8. Chi sostiene l’asserzione porta a sostegno della sua tesi delle prove positive?
  9. La nuova teoria dà conto dello stesso numero di fenomeni di cui dava conto la vecchia?
  10. L’asserzione è motivata da credenze personali?

Il video è realizzato dalla Richard Dawkins Foundation for Reason and Science e io l’ho trovato sul sempre prezioso Brain Pickings di Maria Popova: The Baloney Detection Kit: A 10-Point Checklist for Science Literacy.

Piazza della Loggia

La ferita quest’anno sanguina più che mai

Avatar di borislimpopoSbagliando s'impera

Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).

Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:

Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato…

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