Ancora su Piazza Fontana: Corrado Stajano e Goffredo Fofi

Intervengo di nuovo sull’argomento, non con parole mie ma con 2 interventi comparsi sulla stampa, che riproduco per comodità dei lettori del blog e perché ho visto che non è poi così semplice trovarli in rete.

I funerali

cinquantamila.corriere.it

Il primo è di Corrado Stajano, un cronista “storico” delle vicende di quegli anni. Condivido appieno il suo punto di vista e mi rammarico di non poter leggere che cosa scriverebbero Marco Nozza, Giorgio Bocca e Camilla Cederna, che furono anch’essi protagonisti della battaglia civile di quegli anni (e mi immagino Stajano lì a fare gesti apotropaici!).

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

CORRADO STAJANO – Corriere della Sera | 28 Marzo 2012

Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni

Furono anni torbidi, furono anche anni fervidi. La strage di piazza Fontana, per Milano e per l’intero Paese, fu una ferita profonda. Ma la città seppe resistere rivelando il meglio di se stessa. Basta guardare ancora una volta le immagini dei funerali delle vittime, in piazza del Duomo, tre giorni dopo la bomba nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura che aveva lo scopo di distruggere le fondamenta della Repubblica e della Costituzione. La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso, la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata. Il possibile golpe, si può dire, fallì quel giorno.
Non deve esser stato facile per Marco Tullio Giordana, il regista dei Cento passi e della Meglio gioventù, rappresentare, quasi mezzo secolo dopo, con il suo Romanzo di una strage, quel che avvenne in quei giorni e in quegli anni, la macelleria dei corpi, il sangue, le trame eversive, le collusioni e i tradimenti di chi aveva il dovere di tutelare la Repubblica e complottò invece per abbatterla e dar vita a uno Stato autoritario.
12 dicembre 1969, la strage. 15 dicembre 1969, l’arresto di Pietro Valpreda e la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima. Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori.
La stanza del questore Guida sembrava più un morbido salotto che un ufficio di polizia. Esordì così, Guida, che nel 1942 era stato direttore del confino politico fascista di Ventotene: «Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa».
Un giornalista chiese chi era Pinelli. Rispose Calabresi: «Sembrava un uomo incapace di ricorrere alla violenza, un uomo tranquillo, ma i suoi rapporti, le sue implicazioni politiche dovevano rivelare il contrario». Chiese un altro giornalista qual era stata l’ultima domanda a Pinelli, quali le ultime cose dette e se esistevano i verbali. Nessuno rispose, senza mostrare imbarazzo. Il giornalista ripeté la domanda, Guida disse allora che l’interrogatorio non comprometteva altre persone. «Era stato convalidato dalla magistratura il fermo che durava da 72 ore?» domandò un altro giornalista. Il questore rispose impudentemente di sì, poi parlò d’altro. Uno dei cinque giornalisti chiese a Calabresi come mai non era sceso in cortile a vedere Pinelli. Di nuovo silenzio.
A colpire, in quella notte difficile da dimenticare, era la percezione che quegli uomini dello Stato non mostrassero neppure un moto di amarezza e di dolore per la morte di un uomo entrato da libero cittadino in Questura e uscito morto. Erano responsabili della sua vita: cinque uomini, in una piccola stanza, non riuscirono a impedirgli di buttarsi dalla finestra lasciata aperta?
Calabresi è stato giudicato innocente dalle inchieste della magistratura. Ma esiste soltanto la responsabilità penale? Si avvertiva quella notte una sottile euforia: la pratica Pinelli era chiusa e con quella morte poteva chiudersi anche la pratica più grossa, la strage.
La città, la società, nel film di Giordana, sono assenti, come le atmosfere di allora. Non c’è traccia del conflitto tra innocentisti e colpevolisti, profondo, e neppure dei tentativi appassionati dell’altra Italia alla ricerca della verità, diversa da quella ufficiale. Ci sono molti buchi nel racconto. Non si sa quasi nulla di Pietro Valpreda, il predestinato capro espiatorio della tragedia. Non sono sufficienti, poi, quei ritagli del giornale e poche scritte sui muri per rendere l’ossessiva campagna denigratoria di Lotta Continua contro Calabresi accusato di essere l’assassino di Pinelli.
Il film gioca di continuo, pericolosamente, tra realismo e finzione. È «liberamente tratto» dal librone di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, ambiguo, con fonti non verificabili.
Moro, il ministro degli Esteri di allora, impeccabilmente interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una parte sovrabbondante, un jolly utile per raccontare ciò che serve, ma chi visse il dramma della strategia della tensione non fu mai a conoscenza di quella scelta così progressista di Moro, del suo misterioso dossier che svelava il carattere golpista e neofascista della strage, mostrato a Saragat.
Nel film, Federico Umberto D’Amato, a capo degli Affari riservati, offre a Calabresi di diventare il suo braccio destro al Viminale e fa assurde rivelazioni che ancora una volta stravolgono quel che si sa dagli atti dei processi, dalle inchieste, non poche, di quegli anni. Un altro scoop, poi: furono due i taxi e due le bombe scoppiate in quel tragico buco della banca. Una rossa, gentile, solo per spaventare un po’, portata da Valpreda; e una nera, per uccidere e dare avvio allo stato di emergenza, portata da Sottosanti, il sosia. La fonte? Cucchiarelli, a pag. 641 del suo libro. Di nuovo i doppi estremismi, le piste rosse e quelle nere.
Un gran garbuglio reso ancor più fosco mezzo secolo dopo, tra mister X, legionari e spioni, trafficanti di armi e di esplosivi, la Grecia dei colonnelli, gli infiltrati ovunque, i partiti, tutti, informati e silenti, gli uomini dello Stato dal doppio o triplo gioco.
I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire.
Giustizia non è stata fatta. Lo Stato non ha avuto la forza e il coraggio di processare se stesso. Dopo 11 processi di condanna, 4 giudizi in Cassazione, apposizioni del segreto politico-militare, la serranda della legge è calata il 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati a pagare le spese di giudizio.
La verità storica e politica, a ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio Affari riservati.
Peccato, bisogna dirlo con amarezza, che in questo smisurato film un po’ asettico non si ritrovino né la passione né le emozioni di quegli anni infuocati.

Il secondo è di Goffredo Fofi (che in quegli anni scriveva su Quaderni piacentini feroci recensioni cinematografiche, poi raccolte – mi pare di ricordare – nell’ormai quasi introvabile Il cinema italiano: servi e padroni).

Il cinema italiano: servi e padroni

hobbylibri.com

Il Sole 24 ore 1 aprile 2012

Il telefilm della bomba
Marco Tullio Giordana non è riuscito a fare, nonostante i mezzi, un lavoro decente su Piazza Fontana.

Un male comune…

di Goffredo Fofi

Rimando volentieri alla più saggia delle possibili stroncature politiche del film di Marco Tullio Giordana, scritta qualche giorno fa da Corrado Stajano sul «Corriere della sera». Le incongruenze e gli opportunismi che segnano la ricostruzione della strage di piazza Fontana e i suoi retroscena, operata dal regista con i suoi due sceneggiatori (già autori con lui di un film non eccelso ma onesto su illusioni e sconfitte della generazione del ’68, La meglio gioventù) a partire da un libro dove le illazioni dominano, vi sono elencati con ferma convinzione e non scivolano nell’opinione ma si attengono al concreto dei fatti dimostrati e dimostrabili. Piuttosto che lanciarci nelle diatribe sul vero e sul falso e sul probabile che il film sta scatenando, per la maggior parte opinabili, diciamo subito che il film in sé non merita molta attenzione né molto riguardo e che a noi preme, da critici, rilevarne i limiti in quanto film, e più che i limiti la sostanza e l’idealità della fattura.

Invece che di “romanzo” e di film bisognerebbe, per cominciare, parlare di «docufiction» o di «telefilm» dei più rozzi, nonostante i mezzi a disposizione. E bisognerebbe anzitutto fare il paragone con le altre ventate non di televisione ma di cinema detto politico presenti nella nostra tradizione. Il neorealismo e la commedia o tragedia degli anni del boom e successivi furono in presa diretta su un presente da raccontare scavare discutere, e quando fu possibile, dal 1959 in avanti, vennero tentate anche operazioni di ricostruzione storica di grande portata (dopo La grande guerra, dopo Tutti a casa) dettate dal bisogno di spiegarsi e spiegare le radici del presente. Ho visto più volte un film su un episodio di estrema delicatezza nella nostra storia, Il processo di Verona, diretto da Lizzani e scritto da Pirro, ammirandone ogni volta di più la precisione e la misura. E ho visto, anche questo con il massimo interesse, il lavoro televisivo francese in più puntate di Olivier Assayas sul terrorista Carlos, e cioè su argomenti almeno altrettanto difficili di piazza Fontana, più vicini a noi e perfino più scabrosi da raccontare. Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiana non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema e -perché no, se altrove è possibile? – di una buona televisione. E duro è individuare colpe che riguardano alla fine un po’ tutti – una complicità molto diffusa, benché diversificata – ma in primo luogo i nostri media maggiori. Il cinema politico non è servito, in Italia e, mi pare, neanche altrove, a migliorare la coscienza civile degli spettatori, ma semmai, a seconda delle parti, a sollecitare le loro false coscienze di “buoni” in un mondo di “cattivi”. Ma come è stato possibile che, quindici-vent’anni dopo i fatti (una dittatura, una guerra mondiale, due anni di guerra civile…) il nostro cinema riuscisse a dare dei grandi film civili, e che a più di quarant’anni dagli anni più caldi della nostra storia democratica non sia ancora possibile raccontare la crisi espressa e provocata dal ’68 con uno sguardo sufficientemente limpido, sia pure non di maggioranza? Non ponendosi, come pretende ipocritamente la televisione, e come è impossibile fare, «al di sopra delle parti». Com’è che artisti, intellettuali e profe ssionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai 0 quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio? Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i  morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione. E i giornalisti e gli sceneggiatori a scrivere, i registi a filmare, perché, si sa, lo spettacolo deve andare avanti.

I manager a lezione di programmazione

Il Financial Times del 28 marzo 2012 racconta di un’iniziativa di formazione continua inconsueta: i top executive della City londinese vanno a lezione di programmazione per capire meglio la tecnologia, come un tempo erano invitati ad apprendere una seconda lingua.

A lezione di programmazione

ft.com

Qui il link all’articolo: Coding as a second language – FT.com.

Alliott Cole sees a large number of tech start-ups in his work as principal in the early-stage investment team of private equity firm Octopus. The trouble is that he often struggles to comprehend what those writing the software that underpins those companies are talking about.

“For several years I have worked hard to understand how new infrastructure, products and applications work together to disrupt markets,” he says, explaining why he recently decided to take a course that claims to be able to teach even the most IT-illiterate person how to create a software application, or app, in just a day.

“While [I am] conversant in many of the trends and the – often confusing – array of terminology, it troubled me that I remained an observant passenger rather than an active driver, particularly in the realms of computer programming.”

Mr Cole is not alone, which is why eight executives and I are sitting in a penthouse apartment perch­ed on top of a 1930s office block in London’s trendy Clerkenwell having our turn on the same course.

The programme is run by Decoded, a training business created by three former advertising executives – Steve Henry, Kathryn Parsons and Richard Peters – and Alasdair Blackwell, an award-winning web designer and developer.

They appear to have tapped into a widely felt, but rarely discussed, problem. Tech talk is increasingly commonplace in business and life. Many of us rely on smartphones and the web for work, but most people, including senior executives, find the language used by software engineers, social media professionals and the “digital natives” for whom modern technology is intuitive, baffling.

Sofri – 43 anni

Sofri, Adriano (2012). 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film. e-book. 2012.

Ho parlato molte volte di Piazza Fontana, e del significato che quei giorni hanno avuto per me.

Una prima volta, nel giugno del 2007, recensendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo, ho scritto (non mi cito per autocompiacimento, ma perché mi sono accorto rileggendo che tra queste cose, scritte in periodi diversi, c’è un filo conduttore che mi sembra spiegare sia il mio immutato interesse per l’argomento, sia la necessità di tornarci sopra che – evidentemente e per ragioni comprensibili ma non banali – ha evidentemente anche Adriano Sofri):

Una digressione personale: per me, piazza Fontana è una fredda sera d’inverno, mio padre che rientra dall’ufficio in anticipo rispetto ai suoi orari abituali e mi chiede di accompagnarlo a fare un lavoro in cantina, e una volta là sotto mi racconta della bomba e dei morti, e poi mi racconta dell’attentato al cinema Diana nel 1921 (23 marzo: 21 morti e 80 feriti), attribuito agli anarchici ma comunque utilizzato dai fascisti. Imparo che le cose possono essere diverse da quello che sembrano e che ci raccontano la televisione e il Corriere della sera. A scuola si discute del suicidio di Pinelli, della colpevolezza di Valpreda (il mostro), del tassista Rolandi… Non avevo mai pensato, prima, che le istituzioni potessero essere così impunemente e spregiudicatamente parte in causa, che potessero usare questi metodi…

Ci sono tornato sopra pochi mesi dopo, proprio il 12 dicembre, parlando più del momento storico che della mia personale esperienza:

La strage di Piazza Fontana. Un evento che ha segnato la mia generazione (ho già parlato in questo blog dei miei ricordi personali). Avevo 17 anni. Non sono così ingenuo da pensare che un solo evento può segnare lo spartiacque di una vita, di una generazione, della storia di un Paese. Ma più passa il tempo e più sono convinto che quel freddo pomeriggio di dicembre segnò una svolta. Non lo comprendemmo subito, e forse allora non lo capì nessuno: ma con Piazza Fontana si chiuse un capitolo. Quello dell’idea di democrazia progressiva, quello di una trasformazione graduale ma inarrestabile che avrebbe dato più voce e più potere ai lavoratori, sul luogo di lavoro, nella società, nella politica. Quella che, con sfumature diverse, aveva segnato i progetti di Kennedy, di Chruščёv, del Concilio Vaticano II, delle lotte operaie dell’autunno caldo, del 1968. Continuammo a crederci e a lottare, negli anni seguenti. Ma eravamo stati irrimediabilmente sconfitti. Quello che chiamavamo riflusso fu una sconfitta storica. E ne paghiamo ancora il prezzo. Hanno vinto. E non vedo nessuna luce, nessun arcobaleno all’orizzonte.

Anche qui, non mi autocito per puro narcisismo ma perché – Sofri scriveva dopo, nel 2009, ma escludo che gli potesse essere capitato di leggere i miei post – Sofri riprende un’idea analoga nel suo La notte che Pinelli:

Il 12 dicembre fu un giorno – una sera – così. Si sentì che la vita non sarebbe stata più la stessa, che c’era stato un prima, e che cominciava un dopo. Mi servo di questi modi di dire usati, ragazza, benché sappia che quello sbigottimento non si può davvero comunicare. Bisognava esserci, dicono sospirando certi vecchi, certe vecchie scuotendo la testa. E dicono: Tu non puoi capire.
Era un altro mondo, del resto. Quarant’anni fa – quasi il doppio del tempo che separava il 12 dicembre da una guerra mondiale! [p. 16]

Eppure Sofri – e questo lo dice nell’instant book che sto recensendo in questo momento, la pensa diversamente da me su quella sconfitta storica: nel senso che a me è sembrato e sembra tuttora un tragico male – nonostante tutto. e invece a lui (e a Mauro Rostagno) un bene – nonostante tutto.

Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. [p. 110]

Ecco, io non sono d’accordo né con Giordana né con Sofri. Ci hanno aiutato a perdere, ma abbiamo perso da soli: in questo darei ragione a Sofri. Ma che abbiamo perso non è stato un bene: per quanti errori abbiamo fatto, per quanti difetti e soprattutto eccessi avessimo, l’aver perso ha consegnato a noi e ai nostri figli un mondo peggiore di quello che avremmo tentato di realizzare. Ma, naturalmente, non c’è prova controfattuale da invocare. E la storia, che non si fa con i se e con i ma, figurarsi se si fa con i nonostante tutto.

Previsioni e caffè

Disclaimer preventivo: non è un pesce d’aprile.

Infatti non sto parlando dell’antica arte divinatoria della caffeomanzia (ma in realtà ignoro se e quanto sia antica, ma certamente scrutare i fondi di caffè è meno schifoso che analizzare le interiora degli animali come facevano etruschi e romani).

Le tecnica che vi propongo è dotata di un certo fondamento scientifico e, comunque, di una certa utilità pratica (ammesso che tu sia privo di copertura internet ma dotato di caffettiera e fornelletto). La previsione è però limitata alle previsioni atmosferiche.

Originariamente la tecnica è stata illustrata sulla rivista americana Backpacker, ma io l’ho trovata qui: Predict weather with a cup of coffee.

Si comincia con la preparazione del caffè (l’autore afferma che il metodo funziona anche con la cioccolata e il tè bollente, e che i risultato migliori si ottengono con il caffè macchiato e zuccherato).

A questo punto, osservate le bollicine più grossolane. Se migrano abbastanza rapidamente verso il bordo della tazzina, il tempo nelle 12 ore successive sarà bello.

Bel tempo si spera

instructables.com

Se invece le bollicine più grossolane restano al centro della tazza, il tempo sarà brutto.

Maltempo in vista

instructables.com

Il tempo incerto, ma tendente al miglioramento, è segnalato da una migrazione molto lenta delle bollicine verso il bordo della tazzina.

Il fondamento scientifico della previsione sarebbe l’effetto della pressione atmosferica sulla dinamica della schiuma.

Sospendo il giudizio.

Certo è che il Farmer’s Almanac presenta la medesima tecnica, ma giunge a conclusioni opposte:

What does coffee have to do with the weather?

by Peter Geiger | Friday, September 21st, 2007

According to weather lore, coffee supposedly can foretell what type of weather is in store for you. There is a belief that if the bubbles of coffee collect in the center of your cup, you can expect fair weather. If they adhere to the cup, forming a ring, you should expect rain. If they separate without assuming any fixed pattern, changeable weather should be on its way.

Shields – Reality Hunger

Shields, David (2010). Reality Hunger: A Manifesto. New York: Vintage. 2010. ISBN 9780307387974. Pagine 242. 13.79$

Reality Hunger

davidshields.com

Libro difficile da classificare, per esplicita scelta dell’autore. David Shields è (era?) essenzialmente un romanziere, ma la stessa Wikipedia lo definisce “an American author of non-fiction, fiction, and works that resist generic classification.”

Il libro ha molti temi, ma la sua tesi principale mi sembra essere quella che in una cultura così frammentata e ricca di informazione, le persone (i lettori) sono affamati di realtà, mentre il romanzo, la fiction, più in generale la forma-libro sono rimasti legati a categorie tradizionali. Frammentazione e ubiquità dell’informazione spingono ineluttabilmente verso il mash-up (più che il collage) e la letteratura non può sottrarsi a questa tendenza. Inevitabilmente, quindi, un altro tema di fondo del testo è il plagio (e la proprietà intellettuale).

Sotto il profilo strutturale, il libro è articolato in 26 capitoli (uno per ogni lettera dell’alfabeto inglese) a loro volta articolati in 618 paragrafi numerati (confesso che non ho potuto fare a meno di pensare al Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, anche se è una somiglianza assolutamente superficiale).

Il libro è ampiamente debitore di citazioni di altri autori, di ogni epoca e di ogni disciplina, citati letteralmente o parafrasati o rielaborati. Mai citati tra virgolette, anche se metà delle parole del libro (per ammissione dell’autore) non sono originali. Su richiesta dei legali dell’editore, alla fine del libro le attribuzioni sono riconosciute paragrafo per paragrafo, ma Shields invita a non leggere quelle pagine, anzi a tagliarle via dal volume (cosa alquanto difficile nella versione elettronica) per conservare il desiderato effetto di disorientamento.

This book contains hundreds of quotations that go unacknowledged in the body of the text. I’m trying to regain a freedom that writers from Montaigne to Burroughs took for granted and that we have lost. Your uncertainty about whose words you’ve just read is not a bug but a feature.
A major focus of Reality Hunger is appropriation and plagiarism and what these terms mean. I can hardly treat the topic deeply without engaging in it. That would be like writing a book about lying and not being permitted to lie in it. Or writing a book about destroying capitalism but being told it can’t be published because it might harm the publishing industry.
However, Random House lawyers determined that it was necessary for me to provide a complete list of citations; the list follows (except, of course, for any sources I couldn’t find or forgot along the way).
If you would like to restore this book to the form in which I intended it to be read, simply grab a sharp pair of scissors or a razor blade or box cutter and remove by cutting along the dotted line.
Who owns the words? Who owns the music and the rest of our culture? We do—all of us—though not all of us know it yet. Reality cannot be copyrighted.
Stop; don’t read any farther. [p. 208]

Quello di Shields è insieme un manifesto (nel senso politico del termine) e un esperimento. Il manifesto mi trova largamente d’accordo. Quanto all’esperimento, va detto che non è del tutto originale: in questo blog ho recensito, tempo fa, Una storia romantica di Antonio Scurati (e ci sono tornato su anche qui) e, più di recente, Il cimitero di Praga di Umberto Eco, entrambi scritti come pastiche o centoni di testi altrui più o meno rielaborati. Eppure, nei casi nostrani gli uffici legali delle case editrici non hanno obbligato gli autori a denunciare il prestito: resta il dubbio se la differenza dipenda dal fatto che in Europa siamo più avanti o più indietro degli Stati Uniti su questo terreno.

Qui un po’ di materiale promozionale, giusto per darvi un’idea di che tipo è questo David Shields:

Se volete (ma serve molto più tempo e più pazienza) un suo intervento all’università di Richmond:

* * *

E adesso, come di consueto, la parola al testo (non all’autore, ovviamente, perché non saprete mai di chi è la citazione originaria):

74. The opposite of broadcast: the distribution economics of the internet favor infinite niches, not one-size-fits-all. The web’s peer-to-peer architecture: a symmetrical traffic load, with as many senders as receivers and data transmissions spread out over geography and time. […] Art is a conversation, not a patent office. The citation of sources belongs to the realms of journalism and scholarship, not art. Reality can’t be copyrighted. [pp. 26-27]

140. Plot, like erected scaffolding, is torn down, and what stands in its place is the thing itself. [p. 47. So che auto citarsi – citarsi addosso, per dirla con Woody Allen – non è elegante, ma ho usato la stessa metafora in un articolo scritto insieme a una collega: Gauss trovava che per rendere elegante una dimostrazione fosse necessario abbattere i ponteggi intellettuali che ne avevano permesso la costruzione, mentre Renzo Piano nell’edificio del Beaubourg ne capovolge la concezione, facendo dell’infrastruttura l’involucro formale]

162. Reality takes shape in memory alone.
163. Memory: the past rewritten in the direction of feeling.
164. Human memory, driven by emotional self-interest, goes to extraordinary lengths to provide evidence to back up whatever understanding of the world we have our hearts set on—however removed that may be from reality. [p. 54]

173. […] In a sense, all memories have been forgotten. [p. 56]

185. Tell all the Truth but tell it slant – [p. 61]

197. We all stretch the truth and tell lies by omission. Just getting along with people involves both. Humans are hardwired to deceive. We deceive when we’re competing with other members of the same sex; we deceive when we’re trying to attract the other sex. Deception is more the state of nature than not deceiving. In the animal kingdom, virtually every species deceives all the time. Why don’t we lie even more? It helps our reputation for people to know they can believe us. [p. 64]

201. […] Everything is always already invented; we merely articulate, arrange. [p. 66]

224. […] friend of the great, the near great, the ingrate. [p. 72]

252. […] We like nonfiction because we live in fictitious times. [p. 83]

253. People like you are in what we call the reality-based community. You believe that solutions emerge from judicious study of discernible reality. That’s not the way the world really works anymore. We’re an empire now, and when we act, we create our own reality. And while you’re studying that reality (judiciously, as you will), we’ll act again, creating other realities, which you can study, too, and that’s how things will sort out. We’re history’s actors, and you—all of you—will be left to just study what we do. [p. 83]

289. […] Replication isn’t reproduction. The copy transcends the original. The original is nothing but a collection of previous cultural movements. All of culture is an appropriation game. [p. 98]

307. There’s no longer any such thing as fiction or nonfiction; there’s only narrative. (Is there even narrative?) [p. 108]

330. Everything I write, I believe instinctively, is to some extent collage. Meaning, ultimately, is a matter of adjacent data. [p. 113. Meaning is a matter of adjacent data. È vero? Quanto è vero? È una strada verso il web semantico? È un suggerimento su come offrire informazione (anche) statistica? Quanto conta il contesto? Quanto conta il montaggio? È deontologico il montaggio?]

350. Thomas Jefferson went through the New Testament and removed all the miracles, leaving only the teachings. Take a source, extract what appeals to you, discard the rest. Such an act of editorship is bound to reflect something of the individual doing the editing: a plaster cast of an aesthetic—not the actual thing, but the imprint of it. [p. 117]

382. The line of beauty is the line of perfect economy.
383. It is my ambition to say in ten sentences what everyone else says in a whole book—what everyone else does not say in a whole book. [p. 117]

403. Negative capability: capable of being in uncertainties, mysteries, doubts, without any irritable reaching after fact and reason. [p. 134]

448. […] To go on for five hundred pages developing an idea whose perfect oral exposition is possible in a few minutes! A better course of procedure is to pretend that these books already exist and then offer a résumé, a commentary. [p. 145]

525. I do not know if it has ever been noted before that one of the main characteristics of life is discreteness. Unless a film of flesh envelops us, we die. Man exists only insofar as he is separated from his surroundings. The cranium is a space traveler’s helmet. Stay inside or you perish. Death is divestment; death is communion. It may be wonderful to mix with the landscape, but to do so is the end of the tender ego. [p. 178. Contravvengo alle regole mie e di Shields: l’osservazione è di Nabokov]

566. We have too many things and not enough forms. [p. 185: questa è di Flaubert]

575. You can always recognize the pioneers by the number of arrows in their back. [p. 186: questa è di Nicholas Perricone, un dermatologo. Giuro]

597. A novel, for most readers—and critics—is primarily a “story.” A true novelist is one who knows how to “tell a story.” To “tell a story well” is to make what one writes resemble the schemes people are used to—in other words, their ready-made idea of reality. But a work of art, like the world, is a living form. It’s in its form that its reality resides. [p. 198: Alain Robbe-Grillet]

617. Never again will a single story be told as though it were the only one. [p. 202]

Guccini – Dizionario delle cose perdute

Guccini, Francesco (2012). Dizionario delle cose perdute. Milano: Mondadori. 2012. ISBN 9788852023378. Pagine 140. 4,99€

Dizionario delle cose perdute

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Doverosa premessa: sono un gucciniano, se non della prima, della seconda ora. Come tante cose di quegli anni, ho scoperto Guccini grazie a Per voi giovani, a una lunga intervista (di chi? Paolo Giaccio? Carlo Massarini? Raffaele Cascone?) che presentava Radici. Dunque era il 1970. Primavera, stanza inondata dal sole, caldo e finestra aperta ma scuola non ancora finita, se i ricordi non mi ingannano (il 1970, per motivi che non sto a raccontarvi, è stato un anno speciale per me). La casa sul confine dei ricordi per me era la casa dei nonni non lontana da Po e immaginavo che quella di Guccini, che sapevo modenese, non fosse poi lontana (mi sbagliavo, naturalmente, nulla sapendo all’epoca di Pàvana). Da Radici sono risalito a ritroso, L’isola non trovata e Due anni dopo e Folk Beat n. 1, e ho scoperto così che Guccini era l’autore di canzoni dell’Equipe84 che avevo amato. E per lungo tempo ho comprato il nuovo disco di Guccini, quando usciva, proprio quel giorno preciso lì, e lo studiavo quasi religiosamente (ancora adesso posso recitarvi a memoria lunghi brani, come di Foscolo o dell’Odissea). Posso persino raccontare di avergli scroccato un’MS una volta nel retropalco del Palalido.

Tutto questo per potervi dire in tutta tranquillità che questa è un’opera minore del nostro. Non perché l’idea sia cattiva, no, ma perché è troppo scontata, troppo raccontata in mille occasioni (dalle canzoni alle affabulazioni durante i concerti, alle interviste, alle altre sue opere letterarie).

E poi, sinceramente, un divertissement leggero leggero: la cosa che ricorda di più, anche come stile letterario, è La Genesi di Opera buffa. Ecco, la cosa che poteva scrivere uno bravo ma non secchione sul giornalino autogestito del liceo (non ci provo nemmeno a usare l’aggettivo goliardico, perché sono post-sessantottino e me ne vanto, e mi rattrista non poco aver dovuto veder cadere con ignominia anche l’ultima conquista del Sessantotto: che la laurea fosse una cosa di cui andare orgogliosi ma tutto sommato “normale” – “hai fatto la metà del tuo dovere”, ci dicevano, quando portavamo a casa un bel voto – da festeggiare tra amici, senza rituali tra il nonnismo e il bullismo).

D’altro canto, questa nuova collana di Mondadori è volutamente leggera, come il nome Libellule della nuova collana Mondadori rivela.. Ma in questo caso forse dovrebbe chiamarsi Pappi.

Pappo di tarassaco

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E allora continuerò anch’io questo gioco leggero e, avendo una dozzina d’anni meno di Guccini ma venendo quasi dalla stessa area geografica, ripercorrerò l’indice del libro scrivendovi quello che ricordo io.

  • La banana: direi che l’ho scampata. Ma la foto prono a culo nudo no. e i capelli il barbiere me li tagliava con la sfumatura alta, con la macchinetta. Odio tuttora tagliarmi gli ormai pochi che mi restano.
  • Il chewing gum: proibitomi dai miei per anni, e dunque perdutamente desiderato e invidiato.
  • La siringa: ahimè sì.
  • I cantastorie: ahimè no. Ricordo però i venditori ambulanti “porta a porta” e le giostre della sagra.
  • Il flit: certo che sì. E ricordo anche i lunghi studi (proibiti, e dunque fatti di nascosto) per capire come funzionasse.
  • La maglia di lana: sì, ma non fatta in casa, ma comprata (marca Alpina); ho smesso di soffrire di tosse e bronchite soltanto quando, in seconda media, mi sono rifiutato di portarla. E ricordo anche, e ho indossato, i micidiali costumi da bagno di lana.
  • Le targhe che invitavano a non bestemmiare e a non sputare per terra: oltre che nei negozi c’erano anche sui tram di Milano.
  • Il lattaio no, ma la carta moschicida sì.
  • Il chioccaballe: no.
  • I coperchini (tollini a Milano): sì. I miei figli qui a Roma giocavano a pignette, una variante più vicina alla natura ma sostanzialmente equivalente.
  • Le palline: sì, ma soprattutto quelle di plastica per metà trasparenti con la foto del ciclista.
  • La fionda: vietata, pochi timidi tentativi. Un po’ di più artigianali archi e frecce.
  • La cerbottana: no.
  • I cariolini: sì, il nonno me li faceva con i cuscinetti a sfere presi alla Rovere (era un fabbrica, un deposito?), ma in pianura non c’erano discese.
  • Il carro armato: un vago ricordo.
  • La lippa: da noi si chiamava sciàncul, ma io non ero capace.
  • Il Meccano: l’aveva qualche amico ricco, io l’ho sognato tanto da regalarlo appena in età al mio figlio maggiore, che l’ha schifato. Sic transit
  • Shangai e pulce: sì, e condivido i giudizi di Guccini (pallosi ma incredibilmente conducive alla rissa).
  • I taxi (neri con la riga verde allo chassis): sì, e Guccini dimentica di dire che, soprattutto le 600 multiple, mandavano all’interno un odore di fintapelle e fumo stantio che a me faceva immancabilmente vomitare.
  • Il postino e il bigliettaio: ma certo!
  • Il tubetto del dentifricio: Guccini dimentica di dire che il dentifricio era rigorosamente bianco (salvo l’esotica Pasta del Capitano, che era rosa) fino agli anni Sessanta, quando arrivarono quelli a strisce colorate bianche rosse e blu.
  • I balli: ero da festicciole casalinghe (un fatto di classe, mi sa).
  • I liquori: ho odiato la zuppa inglese (che ora invece mi piace, quando la trovo: è rarissima) per quell’alchermes schifoso.
  • I treni a vapore: il Parma-Suzzara, che si vede in qualche film di Don Camillo, detto la rana, aveva i vagoncini separati da balconcini da far west; sul Modena-Verona (via Carpi-Suzzara-Mantova, che Guccini cita ampiamente in Vacca d’un cane) le carrozze ex-terza classe con una porta per scompartimento e i sedili di legno hanno resistito fino ad anni Settanta inoltrati.
  • Le braghe corte: tutto vero!
  • La naia: fortunatamente “scartato” ai 3 giorni.
  • La ghiacciaia: in casa d’altri, a casa mia da che ricordo io c’era il frigo (un vero monumento), ma il camioncino con le stecche di ghiaccio lo rammento.
  • Il telefono: tutto vero. Lo zio in farmacia (è stato il primo ad averlo) aveva il modello che si vede nei film americani, che si gira la manovella.
  • I pennini: quando racconto la storia del calamaio, della bidella con la brocca dell’inchiostro, delle palline di carta assorbente lasciate a macerare, mi guardano come se fossi pazzo. La mia maestra imponeva dei pennini razionalisti con tre fori (bellissimi, con il senno di poi) mentre mia sorella usava i barocchissimi Torre (che le invidiavo).
  • La topolino: no.
  • Il caffè d’orzo: non a casa mia, la ricordo a casa d’altri (sia La Vecchina che la Miscela Leone). A me hanno provato a dare l’orzo solubile Ecco (aveva una scatola a fasce diagonali bianche e nere e la o finale rossa) che odiavo. E dell’orzo odiavo anche la pubblicità, per il ricordo (sia Orzobimbo – bim bum bam – sia Orzoro con gli odiosi Guardacampo e Beccofino).
  • Il prete: ineludibile nei gelidi inverni. E conserviamo ancora sul balcone una mitica stufa Becchi di terracotta.
  • Le sigarette: anch’io ho sperimentato e ricordo le Turmac bleu ovali che fumava il mio raffinato nonno materno e le Giubek del più spartano nonno paterno, oltre alle più tarde Muratti Ambassador di mio padre (che prima però fumava le Nazionali esportazione). Io ho cominciato in Irlanda nel 1966, con le fighette Benson & Hedges.
  • Il cinema: epoche diverse, da quello dell’oratorio (né sigarette né brustolini, ma le stringhe di liquirizia per me), alle sale di terza visione (anche con due spettacoli), ai cineforum, alla cineteca nazionale di Milano durante l’università.

Un robot che salta 10 metri | KurzweilAI

Hanno inventato un giocattolo meraviglioso, e io lo vorrei subito per giocarci.

Sand Flea robot

Boston Dynamics (spectrum.ieee.org)

Invece pare che quei pazzi degli americani lo vogliano usare come “esploratore” in Afganistan.

Sand Flea robot

Boston Dynamics (spectrum.ieee.org)

Tutta la storia l’ho trovata qui: Boston Dynamics’ sand flea robot jumps 10 meters | KurzweilAI.

Boston Dynamics has just posted a new video of the Sand Flea jumping robot in action, IEEE Spectrum Automation reports..

Sand Flea has no trouble clearing a 10-meter obstacle (about 30 feet), and it’s accurate enough that you can ask it to jump through a window two stories up and it’ll do it.

The piston (which fires out the back of the robot) is powered by a carbon-dioxide cannister, and Sand Flea can make 25 jumps in a row before it needs to juice itself up again.

Sand Flea is intended to be used in Afghanistan to hop over walls, take a look around, and hop right back home again.

 

Impressionante: come sarebbe l’economia americana senza Apple?

Nel febbraio del 2012, Jonathan Golub, un economista dell’UBS, ha lanciato una nuova moda, pubblicando le sue previsioni per l’andamento dell’indice di borsa S&P500 in 2 versioni, con e senza Apple: nel primo trimestre dell’anno, secondo Golub, la crescita sarebbe stata del 6,8% per l’intero aggregato, ma soltanto del 2,8% escludendo il titolo Apple. Molti altri analisti (tra i quali: Morgan Stanley, Goldman Sachs, Barclays e Wells Fargo) hanno fatti esercizi simili.

Qui sotto un grafico elaborato da Barclays Capital che illustra l’andamento degli utili nel settore tecnologico con e senza Apple.

Con e senza Apple

Barlays Capital via Business Insider

Qui trovate l’articolo nella sua versione integrale:

The S&P 500 with and without Apple: Round 2 – Apple 2.0 – Fortune Tech

The picture is even more striking than it was a month ago

In February, Jonathan Golub at UBS started a new fashion on the Street by publishing two versions of his regular quarterly forecast: one for the S&P 500, and another for what he called the “S&P 500 ex-Apple.”

Strategists at Morgan Stanley, Goldman Sachs, Barclays and Wells Fargo soon followed suit.

In Golub’s February calculation, the S&P 500’s Q1 2012 earnings were on track to rise 6.8% with Apple (AAPL), but would shrivel to 2.8% without.

“By stripping away that one single company,” Golub told the Wall Street Journal, “it is like seeing light through a prism — you see things more clearly.”

Last week, Dan Sanborn of Ned Davis Research took another look at the S&P 500 through Golub’s prism and saw an even wider spread. Now, according to Sanborn, the index’s total earnings growth drops from 7.8% year over year with Apple to just 2.7% without.

Meanwhile Barclays Capital has produced the chart above — spotlighted Sunday on Business Insider by Joe Weisenthal — showing the earnings growth of the tech sector with and without its star player. What was a gap has become a chasm.

I’m reminded of Horace Dediu’s response the last time this came up. In his Feb. 22 Critical Path podcast, the founder of Asymco.com described his “visceral reaction” to the notion that Wall Street would take Apple’s stellar performance as a sign of pessimism, an indication that things aren’t as rosy in the broader economy as they seem.

In his view, these with-and-without-Apple analysts have it exactly backward.

Rather than being the exception, he suggests, Apple may be the rule that defines a new era in business. The company is not there to make up for the deficiencies of the rest of the economy. Rather, it is the engine of growth for its era, redefining our ideas about marketing and productivity and changing business processes across whole industries, much as GM (GM) did in its time and IBM (IBM) did in its.

See Apple as the new GM for a summary of Dediu’s analysis and the last third of The Critical Path, Episode 26, for the whole megillah.

L’apprendimento permanente e il porno

Secondo Wikipedia, l’apprendimento permanente (o life-long learning)

è un processo individuale intenzionale che mira all’acquisizione di ruoli e competenze e che comporta un cambiamento relativamente stabile nel tempo. Tale processo ha come scopo quello di modificare o sostituire un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni sociali o lavorativi, in campo professionale o personale.
Con il termine life-long learning si intende l’educazione durante tutto l’arco della vita, dalla vita alla morte, quell’educazione che inizia ancor prima della scuola e si prolunga fin dopo il pensionamento.

Lo so che lo sapevate, ma portate ancora un po’ di pazienza. Ho bisogno di un’altra premessa.

AlterNet è una rivista online statunitense (e anche una comunità di utenti-produttori, i famigerati pro-sumers) di forte orientamento democratico e liberal, attiva fin dal 1998. Vanta quasi 4 milioni di visite al mese. Loro stessi si presentano così:

AlterNet is an award-winning news magazine and online community that creates original journalism and amplifies the best of hundreds of other independent media sources. AlterNet’s aim is to inspire action and advocacy on the environment, human rights and civil liberties, social justice, media, health care issues, and more. Since its inception in 1998, AlterNet.org has grown dramatically to keep pace with the public demand for independent news. We provide free online content to millions of readers, serving as a reliable filter, keeping our vast audience well-informed and engaged, helping them to navigate a culture of information overload and providing an alternative to the commercial media onslaught. Our aim is to stimulate, inform, and instigate.

Bene, adesso avete tutti gli elementi che vi servono. AlterNet ha pubblicato ieri, 26 marzo 2012, un articolo sulla pornografia negli USA (The Absurd Myths Porn Teaches Us About Sex | | AlterNet) – il tema è d’attualità negli Stati Uniti, dove la lotta alla pornografia e l’attribuzione di ogni male sociale al suo presunto dilagare soprattutto tra i giovani è un cavallo di battaglia dei candidati repubblicani – in cui si presenta questa singolare tesi:

Alan McKee, an Australian university professor and pornography researcher, tells AlterNet, “Pornography is good at teaching lifelong learning, open communication, that sexual development should not be aggressive, coercive, or joyless, self-acceptance, awareness and acceptance that sex is pleasurable, and competence in mediated sexuality.”

news.qut.edu.au / Alan McKee

Il professor McKee non è nuovo a queste posizioni. Alcuni anni fa ha pubblicato un articolo [McKee, Alan (2007). “Positive and negative effects of pornography as attributed by consumers“. Australian Journal of Communication 34(1):pp. 87-104.] che presentava i risultati di un’indagine volta ad accertare gli (eventuali) effetti del consumo di pornografia sulle attitudini sessuali e il loro segno. Dei 1023 consumatori australiani che hanno compilato il questionario, il 58,8% ha dichiarato di avere riscontrato effetti positivi o molto positivi, il 6,8% effetti negativi o molto negativi, mentre il 34,6% ha affermato di non non aver notato alcun effetto. Tra gli effetti positivi (in ordine decrescente di segnalazione): l’essere meno repressi; l’essere più aperti; l’essere più tolleranti della sessualità altrui; provare piacere (al 4° posto?!); apprendere cose nuove; sostenere l’interesse sessuale in una relazione di lungo termine; imparare a essere più attenti alle esigenze del partner; aiutare a trovare un’identità o una comunità; aiutare a parlare con il/la partner di sesso. Tra gli effetti negativi più citati: la reificazione delle persone e dei rapporti; la creazione di aspettative sessuali non realistiche; problemi di coppia; caduta del desiderio; dipendenza.

Schumpeter: “Essere imprenditori vuol dire sfidare il guadagno facile”

Sul quotidiano online Linkiesta, lo “storico sociale delle idee” David Bidussa ripropone un intervento tenuto da Joseph Schumpeter a Bonn all’associazione degli industriali metallurgici tedeschi il 22 maggio 1929: “Essere imprenditori vuol dire sfidare il guadagno facile” | Linkiesta.it

Dalla presentazione di Bidussa:

Secondo Schumpeter la funzione imprenditoriale richiede capacità di leadership, intuizione, risolutezza, caratteristiche, queste, che connotano un tipo specifico di personalità e di condotta. Chi le rappresenta oggi?

Joseph Schumpeter

New York Review of Books

Ecco il testo pubblicato da Linkiesta:

Joseph Alois Schumpeter, Essere imprenditore

Se vogliamo afferrare il nocciolo della funzione dell’imprenditore, occorre fare una precisazione: definire quella che possiamo chiamare la gestione dell’industria, il management. Con questo termine s’intende la direzione tecnica, commerciale, organizzativa, rappresentativa, disciplinare delle aziende. Essenziale in tutti i comparti, è il momento della formazione ed esecuzione della decisione, anche se quasi ogni imprenditore, a seconda della sua formazione, svolge anche un lavoro corrente di natura tecnica, giuridica, ecc.. Tuttavia non sta qui il nocciolo della questione, sebbene queste cose riempiano normalmente la vita quotidiana dell’imprenditore. (…)

Il nocciolo della questione e la vera funzione dell’imprenditore consistono piuttosto nel tradurre in pratica nuove combinazioni tecniche e commerciali, ovvero per dirla in termini più accessibili, nell’essere egli il protagonista del progresso economico. A questa funzione di guida sono legati i profitti dell’imprenditore, spesso molto alti ma per la loro natura temporanei, che sono all’origine della maggior parte dei patrimoni industriali, quando non sono frutto di situazioni di monopolio di guadagni fortunosi. Quando si dice, e lo si fa spesso, che il progresso industriale è un atto dell’intero sistema sociale, si dice naturalmente una cosa esatta nella sua genericità, ma che non elimina il fatto che per aiutare il sistema sociale a compiere questo atto occorre una guida particolare e che le qualità necessarie ad esercitarla sono presenti soltanto in una piccola frazione della popolazione.

Quando inoltre si sostiene che il metodo capitalistico del progresso economico destina questo progresso a privato vantaggio di una piccola minoranza, occorre replicare che, anche prescindendo dall’importanza di questo metodo per la formazione del capitale e la reazione di risorse fiscali, è appunto questo collegamento tra profitto privato ed efficace applicazione di nuovi metodi di produzione – da distinguere nettamente dalla loro invenzione, che è funzione di tutt’altra specie – , rafforzato dalla responsabilità personale per le perdite in caso d’insuccesso, ad assicurare il perfetto funzionamento del meccanismo, e che in seguito i risultati del processo vanno automaticamente a vantaggio dell’intera collettività.

La domanda che dobbiamo porci a questo proposito è allora la seguente: L’imprenditore dà prova di essere, nella sua funzione amministrativa, l’amministratore scrupoloso delle forze produttive nazionali affidategli, e nella sua funzione di guida, un capo energico ed efficiente?

[Ökonomie und Psychologie des Unternehmers [1929], in Aufsätze zur Tagespolitik: Ökonomie und Psychologie des Unternehmers. Eds. Ch. Seidl, W. F. Stolper. J. C. B. Mohr. Tübingen 1993, pp. 193-204 (trad. it. “Economia e psicologia dell’imprenditore”, in J.A. Schumpeter, L’imprenditore e la storia dell’impresa, a cura di Alfredo Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 1993, pp. 76-90. Il passo si trova a pp. 80-81)].