Antidiluviano

De Mauro online: “che risale a un’epoca anteriore al diluvio universale”; per estensione, “preistorico”; scherzosamente, “molto vecchio, antichissimo; antiquato, fuori moda”.

Il fatto che in inglese di scriva antedeluvian mi fa riflettere sul fatto che in italiano spesso non differenziamo il prefisso anti- nel senso di “prima di” – che sarebbe propriamente un ante-, come in anteporre – dal prefisso anti- nel senso di “contro, opposto” (come in anticrittogamico, anticristo, …).

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Blow-up

Blow-up, 1966, di Michelangelo Antonioni, con David Hemmings e Vanessa Redgrave.

Ho pensato molte volte che essere miopi è anche un atteggiamento mentale, addirittura un approccio epistemico. Mi sono chiesto anche se venga prima la miopia, come predisposizione genetica e patologia, o questo atteggiamento. Anche se so benissimo che in realtà la miopia ha in genere cause genetiche, non c’è dubbio che noi miopi abbiamo l’abitudine di guardare da vicino. Tanto più uno è miope (e Boris è davvero molto miope), tanto più ha la capacità di mettera a fuoco oggetti molto vicini e di osservare dettagli invisibili all’occhio sano. Con il tempo, questa abitudine diventa, come dicevo, un atteggiamento mentale, rivelato dall’uso corrente della frase “a uno sguardo più ravvicinato”.

La tecnica del blow-up – che consiste nel sottoporre un’immagine a ingrandimenti successivi – è l’equivalente fotografico dell’avvicinare lo sguardo.

A entrambi corrisponde, come dicevo, un approccio epistemico, quello della fiducia nella capacità esplicativa del procedimento analitico. Senza spingermi ad azzardare elaborazioni sulla correlazione tra IQ e miopia (cœteris paribus, si riscontrerebbe una differenza di 7-8 punti in più nei soggetti miopi), nella mia esperienza personale c’è un evidente rapporto tra miopia e attenzione ai dettagli. Semplicemente, quando non sono corretto, non ho alternative: il quadro d’insieme mi sfugge, non posso che concentrami sui dettagli.

Il problema che il film solleva, è che, in questo avvicinamento all’oggetto, il processo di parallelo avvicinamento alla realtà è illusorio. A un certo punto, i singoli elementi perdono i loro rapporti con l’insieme, e la realtà ci sfugge. Il procedimento analitico privilegiato dalla tradizione occidentale, suggerisce Antonioni, incorre nello stesso problema: quando ci sembra di averla colta, la realtà si dissolve sotto i nostri occhi.

La metafora fotografica è abbastanza scontata: il fotografo diventa detective, la scena diventa scena del crimine. Ma il procedimento fotografico dà forza all’argomentazione: nella fotografia, i successivi ingrandimenti incontrano un limite fisico nella “grana” della pellicola, e a un certo punto l’illusione fotografica (e cinematografica) è rivelata. L’immagine si dissolve nei singoli punti bianchi e neri individualmente presi.

Anche se la tecnica è diversa, potete farlo anche con i pixel dello schermo del vostro computer: avvicinatevi il più possibile e, se non avete al fortuna di essere miopi, prendete una lente d’ingrandimento. Ogni pixel è acceso o spento; l’immagine sparisce.

C’è una vicenda parallela che chiarisce questo punto. Bill (John Castle) è un pittore che realizza quadri a partire da singoli punti di colore (una via di mezzo tra cromoluminarismo di Seurat e il drip painting di Pollock) e rivela a Thomas (David Hemmings) che solo dopo anni riesce a capire che cosa ha rappresentato in realtà. Più tardi Patricia (Sarah Miles), osservando l’ingrandimento massimo realizzato da Thomas, dove si dovrebbe intravedere il cadavere, commenta: “Sembra uno dei quadri di Bill”.

Via via, l’incertezza si sposta dall’immagine al mondo esterno: Thomas vede il cadavere ma non può documentarlo, l’amico Ron (strafatto d’erba, in un party in cui Verushka dice d’essere a Parigi!) non lo vuole accompagnare e lo stesso Thomas si fa coinvolgere dal festino. Il mattino dopo, il cadavere è scomparso. Ricompaiono nel parco i mimi che avevamo visto nelle sequenze iniziali. In una celebre scena, giocano a tennis senza pallina, anche se si sente il rumore. Thomas è invitato a raccoglierla, la rilancia … e sparisce anche lui. The End.

Il film è tratto da un racconto di Cortázar, Las babas del diablo.

Oltre alla famose sequenza degli Yardbirds, c’è una canzone dei Loving Spoonful. La colonna sonora è scritta da Herbie Hancock con la partecipazione dei Pink Floyd.

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Lavoro coatto per i mendicanti

Cito dall’Unità online:

Nel cosiddetto “pacchetto legalità” ci sarà così – anticipano alcuni quotidiani – una norma per dare poteri eccezionali ai sindaci in fatto di ordine pubblico e persino una specie di nuovo reato – la «questua molesta» – per cui come sanzione si prevederebbe il lavoro coatto nei giardini o nella pulizia di edifici pubblici – gratis naturalmente – per le persone (provvedimenti specifici per i writers, mendicanti, venditori ambulanti). Questo sarebbe una proposta del ministro dell’Interno Giuliano Amato.

Suggerisco al ministro Amato di approfittare dei buoni rapporti con Vladimir Putin per chiedergli se, per la realizzazione di questi campi di lavoro coatto, può affittarci un sito dismesso nella Kolyma.

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The Emotion Machine

Minsky, Marvin (2006). The Emotion Machine: Commonsense Thinking, Artificial Intelligence, and the Future of the Human Mind. New York: Simon & Schuster. 2006.

Marvin Lee Minsky, con questo bel nome da Leningrad cowboy, è un decano dell’intelligenza artificiale. Nato a New York nel 1927, un Ph. D. in matematica a Princeton, ha vinto quasi tutti i premi scientifici che si possono immaginare, a partire dal Turing Award nel 1969.

Minsky è stato anche consulente di Kubrick per 2001 Odissea nello spazio (è molto amico di Arthur C. Clark). Asimov dichiarò di conoscere soltanto due persone più intelligenti di lui: Minsky, appunto, e Carl Sagan (quello di SETI, ispiratore del film Contact).

Nel 1951 ha costruito lo SNARC, la prima “macchina d’apprendimento” basata sulle reti neurali, che ha teorizzato per primo, insieme a Seymour Papert. Sempre con Papert, ha scritto il fondamentale Perceptrons: An Introduction to Computational Geometry (sempre sulle reti neurali) e ha sviluppato la versione grafica del linguaggio di programmazione Logo, particolarmente adatto all’apprendimento (il testo fondamentale qui è Mindstorms: Children, Computers, and Powerful Ideas di Seymour Papert).

A partire dagli anni ’70, sempre con Papert e altri, all’Artificial Intelligence Lab del MIT, ha sviluppato la teoria della mente come società (Society of Mind è stato pubblicato nel 1986).

Abbastanza naturale, quindi, che quando Minsky ha annunciato il suo primo libro di una certa ambizione e rivolto al pubblico non specialistico dopo vent’anni le aspettative fossero altissime. Invece, è una grossa delusione:

  1. Apparentemente, non ci sono progressi o evoluzioni sostanziali rispetto alle teorie sviluppate nel testo di vent’anni fa.
  2. Il libro è scritto in un finto dialogo assolutamente fastidioso, che contrappone opinioni altrui (vere – cioè citazioni da testi di autori reali, del presente o del passato anche remoto, da Aristotele a sant’Agostino – o fittizie – particolarmento odioso il “cittadino”).
  3. Le riflessioni di Minsky sono molte volte soltanto speculative, senza un collegamento diretto ai progressi delle neuroscienze o dell’intelligenza artificiale.
  4. L’approccio di Minsky è fortemente ingegneristico, ma i suoi schemi e le sue ricostruzioni sono raramente convincenti.
  5. In questo contesto, l’introduzione di termini quasi sempre vaghi, e talvolta proprio oscuri, non aiuta: che cosa significa, nel contesto del libro, il riferimento a termini come resource, imprimer, trans-frame, K-line e micromeme? Quali ricerche, quali risultati scientifici corroborano l’esistenza di processi quali quelli evocati e introdotti in ipotesi?

Beninteso, io simpatizzo con le ipotesi e con il punto di vista sostenuti da Minsky: che il cervello umano sia una macchina, complessa ma priva di una parte puramente mentale o di un misterioso fluido vitale. Ma proprio per questo sono deluso dalla sua trattazione e trovo più convincente Dennett o Humphrey.

Ci sono anche delle cose pregevoli. Alcune delle invenzioni linguistiche – simuli, panalogie … – sono molto belli e hanno alle spalle concetti ed elaborazioni interessanti.

Sul sito di Minsky trovate quasi tutto il libro in una versione preliminare.

2 ricette per il successo

  1. Non rivelare mai tutto quello che sai.