Perché il sesso è rumoroso?

Una cosa che non smette mai di sorprendermi è il modo in cui i media generalisti (stampa, radio, televisione, siti web) riportano le notizie scientifiche. Mi sembra abbastanza chiaro che i grandi giornali hanno uno o più scout incaricati di spulciare le grandi riviste scientifiche, come Nature e Science, o divulgative come Scientific American e New Scientist, i repository online come Arxiv o PLoS per scovare ricerche rivoluzionarie o quanto meno interessanti o, al limite, curiose. Quello che non mi spiego bene sono i meccanismi di latenza, quando un articolo, con tutte le caratteristiche per essere ripreso dai media generalisti, non lo è immediatamente, cioè subito dopo la sua pubblicazione, ma dopo una latenza anche di alcuni mesi. Mentre non è sorprendente – dato che i mezzi d’informazione sono molto attenti a spiare quello che succede presso la concorrenza (il terrore di ogni giornalista è quello di bucare la notizia) – che poi la notizia compaia epidemicamente in più luoghi.

È il caso, ad esempio, di questo articolo di Gayle Brewer e Colin A. Hendrie, “Evidence to Suggest that Copulatory Vocalizations in Women Are Not a Reflexive Consequence of Orgasm,” pubblicato online sugli Archives of Sexual Behavior il 18 maggio 2010. Che il sesso incuriosisca e faccia vendere copie dei giornali, e dunque sia newsworthy, come si dice in inglese (in italiano ho letto la traduzione notiziabile, che mi fa sinceramente venire la pelle d’oca), non è una novità. Se poi riflettiamo sul fatto che le copulatory vocalizations sono i gemiti e gli altri suoni che accompagnano l’atto sessuale, davvero stupisce che la notiziola sia rimasta sottotraccia per quasi 2 anni, riemergendo sporadicamente.

Per quanto sono riuscito a ricostruire, ne ha parlato per primo msnbc.com il 30 giugno 2010 (poco più d’un mese dopo la pubblicazione dell’articolo di Brewer e Hendrie) con un colorito articolo di Brian Alexander, l’autore (a me ignoto fino a oggi) del saggio America Unzipped: In Search of Sex and Satisfaction (a me altrettanto ignoto). Alexander non trascura nessuno dei doverosi pezzi di colore (come tutti, ha o ha avuto una vicina particolarmente vocale; come tutti cita la scena di Harry, ti presento Sally…), ma poi ricostruisce lo studio e i suoi risultati abbastanza fedelmente:

  • lo studio è stato condotto su 71 donne eterosessuali sessualmente attive di età compresa tra i 18 e i 48 anni (media 21,68 anni ± 0,52)
  • le vocalizzazioni sono state classificate in categorie quali:
    • silenzio
    • gemito/mugolio
    • urlo/strillo/grido
    • parole (“sì/no/mio dio/il nome del partner”: una vecchia storiella chiamava queste varianti “affermativa, negativa, mistica e mendace”)
    • istruzioni (“ancora/più forte”)
  • è stato chiesto ai soggetti sperimentali se emettessero le vocalizzazioni in coincidenza/in prossimità del loro orgasmo e, in caso negativo, perché vocalizzassero
  • è risultato che spesso le vocalizzazioni sono emesse consapevolmente per influenzare il partner piuttosto che come espressione diretta e incontrollabile di eccitazione sessuale
  • l’intento delle vocalizzazioni era spesso quello di accelerare l’eiaculazione del partner in situazioni di noia, affaticamento, disagio o mancanza di tempo
  • il 92% delle donne è convinta che le vocalizzazioni stimolino l’autostima del partner
  • più del 25% delle partecipanti finge l’orgasmo, nella quasi totalità dei casi quando si rende conto che non lo raggiungerà realmente.

A questo punto, Alexander procede citando un altro studio (Charlene L. Muehlenhard e Sheena K. Shippee, “Men’s and Women’s Reports of Pretending Orgasm“, Journal of Sex Research, 25 agosto 2009): secondo questo studio le donne fingono l’orgasmo più spesso degli uomini perché aderiscono a una “sceneggiatura del rapporto sessuale” in cui una donna può avere un orgasmo in qualunque momento e con qualsiasi tipo di stimolazione (anche più volte), ma l’uomo ha di regola un solo orgasmo durante il coito e dopo l’orgasmo maschile l’attività sessuale ha termine. Questo spiega i motivi registrati nello studio di  Muehlenhard e Shippee (li scrivo in inglese per pigrizia e proteggere l’innocente):

  • Orgasm was unlikely or taking too long (25% dei maschi del campione, contro il 7% delle donne)
  • Wanting sex to end (82% degli uomini, 61% delle donne: ma nel caso degli uomini l’obiettivo della finzione era terminare l’attività sessuale, in quello delle donne consentire al partner maschile di avere un orgasmo e solo dopo terminare la copula)
  • Using their partner’s imminent orgasm as a cue to act out their own orgasm (motivazione quasi esclusivamente femminile)
  • To avoid negative consequences from not orgasming, especially hurting their partner’s feelings (78% delle donne, 58% degli uomini)
  • To get positive consequence of orgasming, most often pleasing their partner or making their partner feel good about him/herself (47% delle donne, 13% degli uomini)

Inoltre, lo studio di  Muehlenhard e Shippee conferma un’altra tesi (Roberts C., Kippax S., Waldby C. e Crawford J. “Faking it: The story of «Ohh!»”. Women’s Studies International Forum, 18-1995, pp. 523-532) secondo la quale esiste una “«orgasm for work» economy of heterosexuality” in cui il «lavoro» dell’uomo è provocare l’orgasmo nella donna  e l’orgasmo di lei prova la qualità del lavoro di lui. “Because women do not ejaculate, there is a demand for noisy and exaggerated display” (p. 528).

Pochi giorni dopo, il 2 luglio 2010, la notizia viene ripresa da un giornale britannico (penso), il Daily News (80% of women admit to ‘faking it’ in the bedroom): abbastanza curiosamente, anche se lo studio originario di Brewer e Hendrie è inglese, la notizia è esplicitamente “figlia” del pezzo americano di Alexander. Ancora pochi giorni e il 6 luglio la notizia è su Metro, sempre nel Regno Unito (More than a quarter of women scream during sex to make men feel good): questa volta ho l’impressione che la fonte sia lo studio scientifico originario, e non gli articoli giornalistici appena citati.

Women use vocalisations during sex to make their men feel good, scientists claim

metro.co.uk

A questo punto la notizia sparisce dai giornali, e fin qui nulla di strano. Ma poi, inaspettatamente, molti mesi dopo – il 17 febbraio 2011 – la notizia riaffiora sull’autorevolissimo Wall Street Journal, in una rubrica/blog intitolata Ideas Market, con questo ambizioso programma:

The Ideas Market blog delivers the latest news and commentary from the world of ideas, brought to you by Review. The blog’s regular contributors include Review editor Gary Rosen, deputy editor Ryan Sager, lead blogger Christopher Shea, columnist Jonah Lehrer and photo editor Rebecca Horne.

The latest news and commentary! pare vero!

L’articolo (Female ‘Vocalization’ During Sex) è firmato da Christopher Shea, non aggiunge nulla a quando già detto nei trafiletti del Daily News e di Metro, ma conclude – con involontaria comicità – che “the study, by Gayle Brewer and Colin A. Hendrie, is forthcoming in the Archives of Sexual Behavior.” Forthcoming 8 mesi prima!

Passa un altro anno e finalmente, pochi giorni fa (il 23 febbraio 2012) la notizia è ripresa da Salon, che è dove poi l’ho letta io. Va riconosciuto che, almeno, questo articolo di Lucy McKeon (Our nation of moaners) qualche cosa l’aggiunge: i macachi e i babuini, le tartarughe, i memi del porno (dalla vocalizzazione alla depilazione), le censure di Hollywood, le vocalizzazioni sportive. Ma anche in questo caso, scrivere “New research is shedding light on the question: Why do some people make so much noise during sex?” 2 anni dopo la pubblicazione dell’articolo mi pare francamente eccessivo.

Scripta manent, verba volant

Ho trovato un estratto di questa bella lettera di John von Neumann a Ernest Nagel sul blog di Giorgio Israel. Mi è sembrato bellissimo e profondo (oltre che una scusa ready-made per declinare o contenere inviti) e per questo la voglio condividere con voi.

John von Neumann

wikipedia.org

[…] I think it is better for someone who does not feel the spontaneous desire to write on a subject not to be induced by external circumstances into taking on such a project. I have participated in the past in group discussions and symposia and derived much benefit and satisfaction from them, and would be more than happy to participate in the one that you are now arranging, if my part in it could stay on the oral level. If it has to be connected with publication, then I am afraid I must excuse myself. I am sure I could not produce anything satisfactory for the occasion unless I felt a strong subjective desire to write on the topic, i. e. unless I felt that I had ideas on the subject, of sufficient scope, which have not been expressed before – and this is not the case. I think the maxim “verba volant, scripta manent” is not necessarily an argument against “verba”. [von Neumann, John / Rédei, Miklós (editor). Selected Letters. Providence RI: American Mathematical Society. 2005. pp. 189-190. il .pdf della lettera citata potete trovarlo qui: Letter von Neumann]

Questa la traduzione che Giorgio Israel pubblica sul suo sito:

… penso che sia meglio che una persona che non sente il desiderio spontaneo di scrivere su un argomento non venga indotto da circostanze esterne a farlo. Ho partecipato nel passato a discussioni di gruppo e a simposi e ne ho ricavato molti benefici e molta soddisfazione, e sarei più che felice di partecipare all’incontro che lei sta organizzando, se la mia parte in esso si limiterà al livello orale. Se occorre essere coinvolti in una pubblicazione, allora temo di dovermi scusare. Sono certo di non poter produrre nulla di soddisfacente in questa occasione a meno che non senta un forte desiderio soggettivo di scrivere sull’argomento, cioè a meno che non senta di avere sul tema idee abbastanza rilevanti e non espresse finora – e questo non è il caso. Penso che la massima, “verba volant, scripta manent” non sia necessariamente un argomento contro i “verba”.

Incapace di intendere e di volere

Leggo una notizia d’agenzia:

(AGI) – Roma, 5 mar. – “Le dichiarazioni incommentabili di Umberto Bossi sul Presidente Monti, non lasciano spazio alcuno a considerazioni di tipo politico. Il Signor Umberto Bossi e’ chiaramente incapace di intendere e di volere”. Cosi’ Francesco Boccia, deputato del Pd, sulle dichiarazioni di Bossi su Monti. [AGI.it – Bossi: Boccia (PD), incapace di intendere e di volere]

Con tutto il rispetto, caro Boccia, non ci siamo. Il problema è che Bossi è verosimilmente:

Incapace di intendere, capace di volere.

E quel che è ancora peggio, è che è a capo di un partito in cui i fanatici non mancano, e sono forse la maggioranza. In cui forse, cioè, si troverebbe qualcuno disposto a mettere in atto le minacce del capo. Senza nemmeno tirare in ballo i “cattivi maestri” da una parte, o l’NSDAP dall’altra.

Umberto Bossi

adn.kronos / Foto Paolo Parenti

6 clip per insegnare ai ragazzi a pensare criticamente

Anche se sono in inglese, mi sembrano ben fatti e avvincenti. Penso siano un aiuto prezioso per apprendere il pensiero critico, cioè a separare la realtà dalla finzione.

Sono stati realizzati da Mike McRae e James Hutson.

Ci sono i sottotitoli in inglese, ma perché qualche volonteroso non prova a tradurli?

Eli Gottlieb – The Face Thief

Gottlieb, Eli (2012). The Face Thief. New York: HarperCollins. 2012.
ISBN 9780061735059. Pagine 256. 11,33 €

The Face Thief

bookbirddog.blogspot.com

Avrei voluto iniziare la mia recensione levando il calice alla nascita di un’altra indimenticabile dark lady, come non ne incontravo da tempo. Ma poi una mia giovane amica, dotata di antica saggezza e cultrice della materia, mi ha domandato: “Dark lady, o gatta morta?” E, davanti alla mia espressione sconcertata, ha subito chiarito: “Dark lady è Barbara Stanwick in La fiamma del peccato, gatta morta è Anne Baxter in Eva contro Eva.”

Giusto per capire meglio le differenze, ecco la dark lady (La fiamma del peccato l’ho recensita qui: vi voglio anche segnalare che su YouTube è disponibile qui per intero, naturalmente nella versione originale):

PHYLLIS (Standing up again) Mr. Neff, why don’t you drop by tomorrow evening about eight-thirty. He’ll be in then.
NEFF Who?
PHYLLIS My husband. You were anxious to talk to him weren’t you?
NEFF Sure, only I’m getting over it a little. If you know what I mean.
PHYLLIS There’s a speed limit in this state, Mr. Neff. Forty-five miles an hour.
NEFF How fast was I going, officer?
PHYLLIS I’d say about ninety.
NEFF Suppose you get down off your motorcycle and give me a ticket.
PHYLLIS Suppose I let you off with a warning this time.
NEFF Suppose it doesn’t take.
PHYLLIS Suppose I have to whack you over the knuckles.
NEFF Suppose I burst out crying and put my head on your shoulder.
PHYLLIS Suppose you try putting it on my husband’s shoulder.
NEFF That tears it.
Neff takes his hat and briefcase.
NEFF Eight-thirty tomorrow evening then, Mrs. Dietrichson.
PHYLLIS That’s what I suggested.
They both move toward the archway.
NEFF Will you be here, too?
PHYLLIS I guess so. I usually am.
NEFF Same chair, same perfume, same anklet?
PHYLLIS (Opening the door) I wonder if I know what you mean.
NEFF I wonder if you wonder.
He walks out.

Anche la protagonista del romanzo di Gottlieb, Margot Lassiter, ha questa grande capacità dialettica, di contrastare e battere l’antagonista maschile sul suo stesso terreno e al suo stesso gioco (Margot, professionista dell’inganno, si fa beffe di un professionista della lettura e del disvelamento dell’inganno, Lawrence Billings, autore di un manuale di successo intitolato The Physique of Finance: The Art of Face Reading and Body Language for Professional Advantage), di fare del predatore la sua preda.

La gatta morta, invece, agisce diversamente. Si finge umile, indifesa, cedevole, ma alla fine micidiale. La gatta morta ottiene ciò che vuole. Chiara Moscardelli, che ci ha scritto un libro (che io però non ho letto: Volevo essere una gatta morta) la descrive così:

La gatta morta è una categoria poco conosciuta, nascosta, silenziosa ma micidiale.
Ha pochi pensieri, chiari, semplici. Nessuna dietrologia, nessuna complicazione. Ha una vita serena perché ha un unico scopo: il matrimonio.
A diciotto anni ha le idee chiare su tutto ed è in grado di realizzare una cena completa per otto persone con sedici portate. Voi non ne siete capaci? Imparate alla svelta.
A venti ha deciso quale sarà l’uomo che sposerà. Magari non è un uomo in carne e ossa ma è comunque la categoria a cui appartiene che inizia a prendere di mira: l’avvocato, l’architetto, il notaio, il dottore. Le qualifiche sono importanti.
[…]
Io le ho studiate a fondo e me ne sono fatta un’idea ben precisa. Le gatte morte sono geniali.
Dietro la loro apparente passività si nasconde una forza, un’aggressività senza pari. Sono burattinaie che muovono i fili di marionette inconsapevoli. Non c’è niente da fare. Contro di loro non esistono armi. Ve lo dico con tutto il cuore, arrendetevi! Perché gatta morta si nasce, non si diventa.

L’idealtipo della gatta morta è la Eva Harrington di Eva contro Eva, che fingendo una smisurata ammirazione per l’attrice Margo Channing (Bette Davis) si intrufola nella sua vita e le porta via la parte, il successo, il critico teatrale di riferimento (di cui diviene amante) e (poco ci manca) il fidanzato. Qui di seguito la scena memorabile in cui la nostra santarellina racconta a ciglio asciutto come abbia perso il marito in guerra e come la sua fervida adorazione l’abbia portata a seguire per anni la diva ad ogni suo spettacolo. Non c’è bisogno di capire l’inglese: guardate gli occhi e le posture.

Per completare il quadro delle tassonomie ci sarebbe anche la femme fatale, affine alla dark lady, ma a differenza di questa fatale, appunto, ma non necessariamente malvagia. Non necessariamente, cioè, infligge il male volontariamente, per conseguire un obiettivo o per desiderio di annientamento dell’altro. Anche qui, nella mia mente, c’è un idealtipo, ed è la Lola Lola (Marlene Dietrich) dell’Angelo Azzurro di Sternberg (qui in edizione integrale).

Un altro vocabolo che ha continuato a frullarmi per la testa durante la lettura del romanzo di Gottlieb è stato predatrice. E questo aspetto è quello che alla fine mi fa pensare che Margot Lassiter è soprattutto una dark lady. Margot persegue i suoi obiettivi e distrugge le sue vittime (perché in una certa misura potrebbe conseguire i suoi obiettivi anche senza annientare la vittima – come nel caso di John Potash – oppure indulge nella distruzione della vita di Lawrence Billings anche senza grande tornaconto economico) e lo fa reificandole, trattandole come oggetti, utilizzando la prevedibilità del corteggiamento maschile come arma contro i corteggiatori stessi, come accade per il principio dell’attacco-difesa proprio dello judo:

Yawara significa adeguarsi alla forza avversaria al fine di ottenere il pieno controllo. Esempio: se vengo assalito da un avversario che mi spinge con una certa forza, non devo contrastarlo, ma in un primo momento debbo adeguarmi alla sua azione e, avvalendomi proprio della sua forza, attirarlo a me facendogli piegare il corpo in avanti […] La teoria vale per ogni direzione in cui l’avversario eserciti forza. [Jigorō Kanō, (2005). Fondamenti del Judo. “Cos’è il Kodokan Judo”: pp. 23-24. Citato in Wikipedia]

Per scrivere di dark ladies è necessaria una buona dose di misoginia, perché la rappresentazione della dark lady (e delle sue varianti richiamate in precedenza) si pone all’estremo opposto della scala di idealizzazione della donna che vede all’estremo opposto la donna angelicata di Dante e l’eterno femminino di Goethe, ma anche di fascinazione. È necessario anche quel distacco dialettico che permette di comprendere che il comportamento che ci inorridisce in queste eroine femminili al negativo è la pratica quotidiana e la moneta corrente del comportamento maschile nei confronti delle donne, e non sarebbe nemmeno pensabile senza la premessa dell’atteggiamento maschile (ancora una volta il punto di vista dello judo).

Resta da dire che il romanzo, senza essere un capolavoro, è anche ben scritto e ben costruito: ben costruito, perché 4 storie e 4 piani temporali sono alternati e ricostruiti in flashback (in 3 casi su 4, per la verità) a partire dal rovinoso ruzzolone iniziale, mantenendo sempre vivissima l’attenzione (e la voglia di andare avanti) del lettore. Ben scritto, perché è evidente il divertimento dello scrittore nello sfottere un certo mondo (quello dei pomposi manuali per top manager, ad esempio) e nel mantenere la distanza dai suoi personaggi e dalla sua materia.

Di seguito, qualche piccolo esempio del suo stile e qualche curiosità (senza rovinare nulla del thriller):

Her nails were ridgeless and attested to a diet rich in vitamin B and iron, but the moons, he noticed, were invisible: pituitary problems? [616]

The science of touch is called haptics. [1297]

And it was at that moment, for the very first time, that Lawrence Billings felt old. He’d felt mature before; he’d felt accomplished; he’d felt at midcareer, midpoint, midlife before. But at the moment, beached on the sound of that word dear, he simply felt dusty. [1675]

Sex and curiosity occupied the same part of the brain. [2988]

Down in the Boondocks

Ci sono occasioni nella vita in cui ci si trova davanti all’abisso della propria ignoranza e la tentazione di buttarvicisi è quasi irresistibile.

Mi frulla nelle orecchie da un paio di giorni un allegro motivetto (come direbbero a Croda):

La conoscevo come una delle canzonette divertenti, un po’ tex-mex, che compaiono nella fase Borderline e Bop Till You Drop di Ry Cooder.

Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks

Ev’ry night I watch the lights from the house up on the hill
I love a little girl who lives up there and I guess I always will
But I don’t dare knock on her door
‘Cause her daddy is my boss man
So I have to try to be content
Just to see her when ever I can

Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks

Down in the boondocks
Down in the boondocks

One fine day I’ll find the way to move from this old shack
I’ll hold my head up like a king and I never never will look back
Until that morning I’ll work and slave
And I’ll save ev’ry dime
But tonight she’ll have to steal away
To see me one more time

Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks

Tanto per cominciare la canzone non è di Ry Cooder, ma è stata composta da Joe South e portata al successo nel 1965 da Billy Joe Royal:

Ma poi, al di là del fatto di suonare buffo e dal contesto che permette di capire che il ragazzo che viene dai boondocks e che chiede misericordia è uno spiantato e un sempliciotto, che cosa significa il termine boondocks?

Il termine compare in inglese (o meglio in American English) subito dopo l’intervento statunitense delle Filippine iniziato nel 1898 e sfociato in un’occupazione coloniale protrattasi per tutta la prima metà del XX secolo. Fu lì che i militari delle truppe di stanza nell’arcipelago appresero il termine tagalog bundok (montagna). Nell’uso dei filippini inurbati nelle città costiere, le zone rurali e montagnose dell’interno erano selvagge, e i loro abitanti (Taga-bundok) erano bollati con lo stereotipo di individui ignoranti, analfabeti, incivili e ingenui. La circostanza che nelle zone interne infuriasse la guerriglia contribuì, nell’uso americano, ad aggiungere ai concetti già visti quelli di confusione e stupore.

Sia come sia, il termine si diffuse nello slang e nella lingua parlata, con riferimento alle zone rurali isolate e (di conseguenza) arretrate, a prescindere dalle loro caratteristiche orografiche, e alla “cultura” dei residenti.

Giusto per farvi capire che mi sono veramente applicato: The Boondocks è anche una striscia a fumetti e una serie televisiva di cartoni animati opera del fumettista afro-americano Aaron McGruder.

Open data anche per il Comune di Firenze

Questa volta la segnalazione l’ho trovata su Cacao, che ringrazio:

Firenze la prima wikicittà

Grazie a un accordo tra l’amministrazione comunale di Firenze e l’associazione Wikitalia è nato il portale http://opendata.comune.fi.it/ . All’interno ci sono tutte le informazioni, liberamente consultabili, che riguardano la vita della città. Dalle spese dell’amministrazione alle opere pubbliche in cantiere, dall’istruzione al turismo, per un totale di 180 aree tematiche. Ogni giorno viene inserito un dato nuovo. L’idea è del sindaco Matteo Renzi.
(Fonte: Corrierecomunicazioni.it)

A me piace particolarmente la sezione Geoportale.

L’imprinting e Lucio Dalla

Secondo il Vocabolario Treccani, l’imprintingëmprìnti› sostantivo inglese [propriamente «impressione, stampa», derivato di (to) imprint «stampare, imprimere»], usato in italiano al maschile – In etologia, particolare forma di apprendimento precoce, irreversibile o comunque durevole, di alcune specie animali, per il quale, per esempio, l’individuo, nelle primissime ore della vita, riconosce e segue i suoi genitori, oppure un loro surrogato, che può essere rappresentato da individui di altra specie o anche da oggetti inanimati, purché in movimento, che cadano per primi nel suo campo di osservazione. Il termine è talvolta tradotto in italiano con impressione o, più raramente, con conio.

Contrariamente a quanto credevo io (e immagino molti con me) l’imprinting non è stato scoperto da Konrad Lorenz, che pure ne parla ne L’anello di Re Salomone in una narrazione indimenticabile di cui è protagonista l’oca Martina.

Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l’orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato “piip”. Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell’uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell’uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un “parallelo” sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si è chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l’intera calotta del guscio.
La mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno, divenisse abbastanza robusta per poter ergere il capo e muovere alcuni passetti.
La testina inclinata, essa mi guardava con i suoi grossi occhi scuri; o meglio, con un solo occhio, perché, come la maggior parte degli uccelli, anche l’oca selvatica si serve di un solo occhio quando vuole ottenere una visione molto netta. A lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e “mi salutò”: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio. Il suo saluto era identico, preciso identico a quello di un’oca selvatica adulta, identico al saluto che essa avrebbe pronunciato migliaia e migliaia di volte nel corso della vita; ed era come se anche lei mi avesse già salutato migliaia e migliaia di volte nello stesso identico modo. Neppure il migliore conoscitore di questo cerimoniale avrebbe potuto comprendere che quello era il primo saluto della sua vita. E io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero assunto per il fatto di aver subito l’ispezione del suo occhietto scuro e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del saluto.
La mia intenzione era infatti di affidare, una volta che fossero usciti dall’uovo, anche i piccoli covati dalla tacchina alla summenzionata oca domestica […]. Portai l’uccellino in giardino, […i]nfilai la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia e vi sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito. E invece mi restava ancora molto da imparare. Trascorsero pochi minuti, durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo: “ vivivivivi”. In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso verso, solo espresso nella sua tonalità: “gangangangang”. Ma, invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò su con un solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò singhiozzando: “fip… fip… fip…”. Così pressappoco suona il lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento di questo genere. La povera piccina se ne stava lì tutta tesa, continuando a lamentarsi ad alta voce, a metà strada fra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo proteso, salutandomi con il più fervido: “vivivivivi”. Era proprio commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi dunque la piccola, la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: “fip… fip… fip…”: la poveretta mi correva dietro disperatamente.
[…]
Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile:
ero io sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa. Pesava allora non più di cento grammi, ma sapevo benissimo come mi sarebbe stata greve, quanta dura fatica e quanto tempo mi sarebbe costato portarla degnamente.
Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina.

In realtà, secondo l’Enciclopedia Treccani, il fenomeno è stato descritto per la prima volta da D.A. Spalding nel 1873 e soltanto “riscoperto” da Lorenz, ancorché in modo così colorito.

Tutto questo per raccontare che il mio imprinting con Lucio Dalla (morto ieri, 1° marzo 2012), cioè la prima volta che ricordo di averlo ascoltato e notato, è stato con una canzone molto diversa da quelle che poi ne avrebbero segnato il successo. Era il 1966 e la canzone si intitolava Quand’ero soldato. Anche in quegli anni in cui in Italia spirava un vento di contestazione e sperimentazione musicale, quella canzone sembrò alle mie orecchie curiose e aperte a ogni novità degna di nota per il modo in cui era cantata e arrangiata, oltre che per le parole che parlavano della naja in maniera fortemente ironica (il testo è di Sergio Bardotti, la musica di Gian Franco Reverberi):

Quando ero soldato
allora sì che era bella la vita anche per me
15 mesi senza i problemi di casa mia
quando ero soldato trattato bene meglio di un re
senza pagar mai una lira di tasca mia

e con le ragazze le sole che poi non ti chiedano
un matrimonio …

Quando ero soldato beato me
la guerra non c’era adesso c’è
l’han dichiarata tutti d’accordo contro di me
quando ero soldato vivevo tranquillo
ora son tanti a bombardare la vita mia.

In questa esecuzione dell’epoca (come si usava allora, fintamente dal vivo ma rigorosamente in playback), oltre a un giovane ma già marpionissimo Gianni Boncompagni (allora presentatore di Bandiera Gialla il sabato pomeriggio), si riconosce Luigi Tenco.

Lo stesso anno, Dalla era andato a Sanremo e aveva presentato Paff….bum!, sempre della coppia Bardotti-Reverberi, ma molto meno bella. All’epoca a Sanremo succedeva (o forse era la regola) che le canzoni fossero presentate in doppia esecuzione, da una coppia di esecutori italiani o più spesso in abbinamento con qualche star straniera: venne persino Louis Armstrong, mi pare, ma certamente Wilson Pickett che cantò Un avventura con Lucio Battisti. L’abbinamento al Paff….bum! di Dalla furono gli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui, qui e qui). Erano una leggenda già nel 1996, noti per avere due chitarre soliste in formazione (Jeff Beck e Jimmy Page, scusate se è poco), e per essere, un paio d’anni dopo, il gruppo che “gemmò” i Led Zeppelin. L’ineffabile Mike Buongiorno, presentandoli, ne tradusse il nome in Gallinacci, come racconta Adele Gallotti su Stampa Sera del 29 gennaio 1966:

Sanremo, sabato sera. Nefasta è stata per la pallida Carla Puccini – denutrita da tre giorni di quasi digiuno, dovuti a delle misteriose pillole che le tolgono l’appetito – il titolo dell’ultima canzone in gara ieri sera Paff… bum. Al «bum» Carla è crollata in terra, mentre Mike – per questa volta umorista – spiegava che “yard-birds” vuole dire gallinacci.

Ecco l’esecuzione sanremese, questa volta effettivamente live, anche se priva di video: