Paolo Sorrentino – Hanno tutti ragione + Tony Pagoda e i suoi amici

Sorrentino, Paolo (2010). Hanno tutti ragione. Milano: Feltrinelli. 2010. ISBN 9788807018091. Pagine 319. 18,00 €

Hanno tutti ragione

lafeltrinelli.it

Sorrentino, Paolo (2012). Tony Pagoda e i suoi amici. Milano: Feltrinelli. 2012. ISBN 9788807018879. Pagine 159. 9,99 €

Tony Pagoda e i suoi amici

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Di Paolo Sorrentino, prima del 21 marzo 2010, sapevo soltanto che era un regista apprezzato e sulla strada di diventare famoso. Avevo visto, per la verità, un solo suo film, che però mi era piaciuto molto, soprattutto per la l’interpretazione quasi perfetta di Toni Servillo: Le conseguenze dell’amore del 2004. Non avevo visto i film successivi (L’amico di famiglia del 2006 e Il Divo del 2008), ma soprattutto non avevo visto il primo lungometraggio, L’uomo in più del 2001 (spiegherò tra un minuto perché è importante).

Poi ho visto la puntata del 21 marzo 2010 di Che tempo che fa, dove Paolo Sorrentino faceva pubblicità al suo primo romanzo. Al di là delle iperboli a profusione del solito Fabio Fazio, per il quale nulla è mai meno che straordinario, sono rimasto colpito dall’ironia sottilmente napoletana di questo Paolo Sorrentino, un quarantenne che dimostra più anni di quelli anagrafici, soprattutto per due guance da trombettista in disarmo.

Qui sotto vi faccio vedere un piccolo stralcio dell’intervista, ma se volete (ri)vederla tutta la trovate qui.

Tony Pagoda, il protagonista del romanzo, è un cantante melodico napoletano che si è ritirato dalle scene, vivendo per 18 anni nella giungla amazzonica, dopo un successo strepitoso che lo aveva portato a cantare davanti a Frank Sinatra al Met, ma anche dopo che la vita gli era crollata addosso. Il personaggio, con il nome di Tony Pisapia, era nato nel film L’uomo in più, dove era interpretato da Toni Servillo.

La vicenda, però, è ben poco importante. In realtà, l’interesse del libro è nel linguaggio e nello stile aforistico ed epigrammatico di Tony, che parla come un oracolo. Molta napoletanità, ma napoletanità moderna e non folcloristica.

Alla lunga, almeno a me. la cosa un po’ stanca. È innegabile, però, che la voce di Sorrentino (o di Pagoda) sia una voce fresca e originale nel panorama delle patrie lettere.

Tony Pagoda e i suoi amici non è un romanzo, ma una raccolta di articoli/racconti già comparsi su periodici. Alcuni sono molto belli, ma non tutti sono allo stesso livello. Né sono al livello di Hanno tutti ragione.

* * *

Difficile scegliere citazioni da libri che, come ho detto, procedono per aforismi. Mi accorgo ora che di Hanno tutti ragione, che ho letto oltre 2 anni fa e nell’edizione cartacea, non mi ero appuntato nessun passo. Qualche sprazzo, invece, da Tony Pagoda e i suoi amici (il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle):

Lasciala perdere. Ti fa accumulare la merda nella testa con una tale lentezza che il giorno che capisci che vuoi divorziare avrai compiuto novantasei anni. [52]

Perché quando ti butti in vetrina finisci sempre a gennaio col cartello dei saldi bene in vista. E con i saldi è sempre la stessa storia. Finisci per pensare che era roba che valeva poco anche quando la vendevano a prezzo pieno. [192]

Ma il pubblico non glielo ha mai chiesto veramente, è una sua supposizione. Non può essere altrimenti, perché il pubblico non chiede mai niente. Il pubblico, cioè la gente, ci ha un sacco di cazzi propri a cui pensare e non ha proprio il tempo di mettersi a chiedere a quelli che vanno in televisione cosa devono fare. [213]

Ma pare che sia la modernità. Si cattura a brandelli. Di fretta. Un pezzo di film, la strofa di una canzoncina, poche righe di un articolo, niente per intero, le frasi tutte sconnesse, incomplete, tutti pronti a ciò che viene dopo, nella speranza che quel dopo sia più rilevante, invece è rilevante solo ciò che viene dopo ancora e così via, fino a essere depositati lentamente dentro una bara. [362]

Uno fa finta che il mondo era meglio prima, ma non è vero, è un alibi, eri tu che eri meglio prima. [1030]

Si diceva che Roma è morta. Questo è il motivo per cui, stringi stringi, è il posto migliore del mondo in cui vivere. Per sentirsi vivi, non bisogna forse ossessivamente relazionarsi alla morte? [1210]

Le decisioni rapide sono peculiarità dell’anziano moderno per ovvie ragioni: lo stringato tempo rimanente di vita. [1327]

La zoppicante scalata del costrutto, prima. [1783: degna di Hegel]

Abbiamo teso centinaia di agguati, tutti architettati dentro una comicità da dilettanti. Nient’altro, poiché professionismo e narcisismo coincidono. Sono degenerazioni dell’animo umano. Aberrazioni per chi ha riflettuto. Non noi. [1869: «professionismo e narcisismo coincidono», considerazione profondissima]

Vogliamo migliorare il mondo, creare più equità, si anela a che tutti stiano bene e non muoiano di fame negli angoli della sconcezza. Va bene. Ma perché? Perché una volta che hanno mangiato, tutti possano avere la possibilità di ridere. Il comunismo è una grossa risata collettiva. Tutti insieme. [1886]

Una volta chiese a Totò: “Come si trova a lavorare con Pasolini?” e Totò rispose: “Noi attori siamo come i tassisti. Andiamo dove vuole il cliente”. [2033]

Ma persino Sorrentino mi cade su un epocale… [2010]

Epocale

Le parole abusate hanno due caratteristiche ricorrenti:

  1. l’essere usate fuori contesto, e spesso in un’accezione sbagliata (frequentemente si tratta di un falso amico preso in prestito da un’altra lingua, in questi tempi dall’onnipresente inglese)
  2. l’essere usate in modo enfatico, iperbolico, sopra le righe.

Un buon esempio è l’aggettivo epocale. Il Vocabolario Treccani online: ci spiega che la parola l’abbiamo presa a prestito dall’inglese (dove è peraltro recente, essendo attestata circa dal 1850).

aggettivo [dall’inglese epochal, derivato di epoch «epoca»], non comune [sic!] – Di un’epoca, relativo a un’epoca; più spesso, che segna un’epoca, che costituisce l’inizio di un periodo storico: momento epocale di una nuova era.

Non comune? Conosco persone che ne hanno fatto un intercalare: non c’è azione che abbiano compiuto, attività che abbiano avviato, risultato che abbiano conseguito, che non sia epocale. Un caso di delirio narcisistico? Può essere: ma non siamo qui a fare della psicopatologia della vita quotidiana, siamo qui a fare analisi critica del costume attraverso gli usi e i tic linguistici.

Allora, se epocale si dice di qualcosa che segna un’epoca, e specificamente l’inizio di un periodo storico, di un’era, sarà bene analizzare il significato di questi due termini, epoca ed era.

Època sostantivo femminile [dal greco ἐποχή, propriamente «sospensione, fermata», derivato di ἐπέχω «trattenere»]. –

  1. Propriamente, punto fisso nella storia, segnato da qualche avvenimento memorabile, da cui si comincia a contare una nuova serie di anni; o spazio di tempo compreso fra due di tali punti o momenti della storia. Più comunemente, periodo storico collegato a grandi avvenimenti: l’epoca delle Crociate, delle grandi scoperte geografiche; la caduta dell’Impero romano segnò l’inizio di una nuova epoca. Con senso più generico: viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni; l’epoca precedente alla nostra generazione; e nella locuzione aggettivale dell’epoca (o d’epoca), coevo, contemporaneo, appartenente proprio a quel tempo: una commedia cinquecentesca in costumi (o con arredamento) dell’epoca; esecuzione di musica vivaldiana con strumenti originali dell’epoca (con altro significato, un palazzetto d’epoca, arredamento d’epoca, antico, tipico di tempi passati). Meno propriamente, tempo in generale, momento e simili: all’epoca del mio matrimonio; nell’epoca in cui ero studente; in quell’epoca, da quell’epoca. Appartiene al linguaggio comune la locuzione fare epoca (calco del francese faire époque), di avvenimento o fatto notevole, destinato a lasciare traccia di sé: fu una scoperta che fece epoca; è una moda che farà epoca.
  2. In astronomia, l’istante dal quale convenzionalmente si incomincia a contare il valore di una quantità variabile con il tempo, per esempio quello della longitudine celeste media di un astro del sistema solare.
  3. Nella cronologia geologica, suddivisione del periodo (a sua volta suddivisa in età): il paleogene è suddiviso nelle epoche oligocene, eocene e paleocene.
  4. Nel linguaggio commerciale, data di decorrenza di termini. In particolare, nella pratica borsistica e bancaria, epoca di godimento, la data di decorrenza degli interessi su fondi pubblici e privati; metodo ad epoca, metodo indiretto per la tenuta di un conto corrente, che fissa, agli effetti del computo degli interessi, una data comune, detta appunto epoca, che deve essere anteriore a tutte le valute delle operazioni del conto.

Esclusa la 4ª accezione, specialistica, le altre 3 non sembrano giustificare l’apposizione dell’aggettivo epocale a cambiamenti o avvenimenti forse importanti, ma non tali da essere ricordati come spartiacque tra due periodi storici differenti, e meno che mai ad accadimenti o risultati rilevanti soltanto in ambito ristretto. Eppure, tutto è ormai epocale. Ho fatto in questo istante (sono le 16 del caldo e sonnacchioso pomeriggio del 20 luglio 2012) e ho cercato su twitter le ricorrenze della parola epocale nelle ultime 24 ore. Ecco che cosa ho trovato (ho fatto appena un minimo di editing per proteggere la privacy degli autori):

  1. «siamo sulla soglia di un cambiamento epocale. torneremo al medioevo fra poco.. entro l’anno. ma tanto chi governa se ne fotte..
  2. «Nulla sarà più come prima e il Paese uscirà a pezzi, tra molti anni, da questa epocale resa dei conti»
  3. «Sul Fatto epocale […] dissacra Ibra e dichiarazioni calciatori. Tipo: “Sono pienamente d’accordo a metà col mister”»
  4. «O Microsoft s’è comprata Twitter, oppure siamo vicini ad un altro down epocale
  5. «una scoperta epocale. perché se io Lupu Ululà, lei è il vero Castellu Ululì.»
  6. «L’ho sentito, la Brambilla dice che i cani in viaggio su@LeFrecce sono “un cambiamento epocale per questo Paese”. Epocale, per il Paese.»
Brambilla

milano.repubblica.it

Non male, vero? sembra quasi che siamo di fronte a un aggettivo jolly, che si può inserire al posto di qualunque altro.

Giusto per rigore riprendo da Wikipedia la voce sulla Scala dei tempi geologici:

La scala dei tempi geologici rappresenta un modo per suddividere il tempo trascorso dalla formazione della Terra condiviso dalla comunità scientifica internazionale e in continua evoluzione. Esiste un organismo internazionale delegato alla formalizzazione (quindi alla nomenclatura) di questa scala, la Commissione Internazionale di Stratigrafia che presiede alla ratifica dei GSSP.
[…]
Concettualmente ogni suddivisione raggruppa una fase della storia della Terra caratterizzata da determinati organismi spesso estinti al termine dell’Era geologica di appartenenza. L’età della Terra è stimata in circa 4570 milioni di anni (nella nomenclatura inglese, 4570 mya o, in “Ma”, 4570 Ma). Il tempo geologico o “profondo” della Terra in passato è stato organizzato in varie unità, a seconda degli eventi che si sono succeduti in ogni periodo. Differenti livelli della scala temporale sono spesso delimitati da grandi eventi geologici o paleontologici, come le estinzioni di massa. Per esempio, il limite tra il periodo Cretacico e il periodo Paleogene è definito dall’evento della estinzione dei dinosauri e di molte specie marine. Altri periodi, precedenti le rocce contenenti fossili guida, sono definiti in maniera assoluta da età radiometriche.

Unità Geocronologiche “Corrispondenza empirica” in anni
Eone miliardi di anni
Era centinaia di milioni di anni
Periodo decine di milioni di anni
Epoca milioni di anni
Età migliaia di anni
Epocale

wikipedia.org

E come chiameremo l’epoca segnata dai viaggi dei cani sul Frecciarossa? Brambillocene? L’era dell’Airedale bianco?

5+1 usi alternativi della pellicola d’alluminio

La pellicola d’alluminio, oltre all’uso ovvio di avvolgerci i cibi per conservarli o per cuocerli al cartoccio, può essere usata in mille altri modi. Qui di seguito 5 che ho trovato sull’Huffington Post:

  1. Conservare i pennelli sempre pronti a dipingere senza lavarli
  2. Tenere gli animali domestici lontano dai mobili
  3. Affilare le forbici
  4. Tenere pulito il ferro da stiro
  5. Lucidare le cromature.
Pellicola d'alluminio

huffpost.com / Flickr photo by public domain photos

Ecco l’articolo originale: 5 Other Uses For Aluminum Foil.

  1. Paint Brush Saver. One of the worst parts of painting is cleaning the brushes, especially if you know you’ll need them the next day. Instead of washing the brushes, wrap them up tightly in aluminum foil and stick them in your refrigerator. They may be a little cool to the touch, but they’ll be ready to go.
  2. Keep Pets Off Furniture. As much as we love our animals, there are certain pieces of furniture they shouldn’t go near. When you can’t be at home to shoo them away, try this trick: Place a sheet of aluminum on top of the couch, table or seat. The sound of the crinkling foil will remind them that this isn’t the best place to hang out.
  3. Sharpen Scissors. Sure, we should routinely sharpen our shears professionally, but that means a. Finding a pro who can do that and b. Making time for that appointment. Instead, take the DIY route: Just use the blunt scissors to cut through a few sheets of aluminum foil.
  4. Keeping Your Iron Clean. You can use a piece of aluminum foil to remove the starchy build-up on your iron. To do it? Just run the iron over a sheet of foil. The heat will transfer the starch to the foil sheet, leaving you with a nice clean iron.
  5. Shine Up Chrome. To restore chrome items back to their original shine, bring out the foil. Just wad it up into a ball, dip it in water and buff the chrome to remove rust, dirt and dullness. Similarly, you can use aluminum foil to restore silver items…check out the video to see how.

Ma il mio uso alternativo preferito per l’alluminio è per eliminare l’annerimento dell’argento senza sprecare un microgrammo d’argento (che sarebbe pur sempre un metallo prezioso, anche se non ci facciamo più sopra le malattie che ci fecero gli spagnoli fino a rovinarsi). L’annerimento dell’argento è l’effetto di una reazione chimica, in cui lo zolfo (elemento molto attivo e onnipresente nell’ambiente, e in particolare l’acido solfidrico, gas dal caratteristico odore d’uova marce, si combina con l’argento formando un sale nero, molto stabile e insolubile in acqua). Certo, lo si può rimuovere meccanicamente, ma in tal modo si perde il contenuto d’argento del sale stesso.

Meglio sfruttare la chimica, e in particolare il fatto che l’alluminio, metallo più attivo dell’argento, sottrae lo zolfo dal solfuro d’argento, lasciando solfuro d’alluminio e argento metallico puro. Ma poiché – come già sapeva Lavoisier – a e nulla si distrugge, in questo modo si consuma alluminio.

3 Ag2S + 2 Al = 6 Ag + Al2S3

Per attivare la reazione è necessaria un po’ di energia e un catalizzatore: il modo tradizionale di farlo (quanto meno quello che ho sempre utilizzato io) è di prendere una vecchia pentola d’alluminio: questo perché, come abbiamo detto, nella reazione si forma solfuro d’alluminio, un sale incolore e instabile, che esposto all’umidità dell’atmosfera si idrolizza trasformandosi in ossidi o idrossidi d’alluminio e acido solfidrico – quello della puzza d’uova marce. Il che, in pratica, porta a quei bucherelli che costellano le vecchie pentole d’alluminio… Quanto all’energia e al catalizzatore, basta mettere la pentola d’alluminio sul fuoco, dopo averla riempita d’acqua, deporre sul fondo gli oggetti d’argento da pulire e un cucchiaino di sale da cucina e uno di bicarbonato di sodio come catalizzatori.

Per salvare la pentola d’alluminio, e per oggetti piccoli, può bastare un pezzo di pellicola d’alluminio e un recipiente di vetro o plastica, come s’illustra nel filmato qui sotto:

Giancarlo De Cataldo – Io sono il Libanese

De Cataldo, Giancarlo (2012). Io sono il Libanese. Torino: Einaudi. 2012. ISBN 9788858406335. Pagine 131. 6,99 €

Io sono il Libanese

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Sono un lettore appassionato di Giancarlo De Cataldo. Mi era molto piaciuto, alla sua uscita, Romanzo criminale (nessuna recensione, perché questo blog non era nato). Ancora di più mi è piaciuto Nelle mani giuste., che ne era in più d’un senso il seguito; mi era sembrato potente e coraggioso (affiorava il tema della trattativa tra Stato e mafia, ed è un romanzo pubblicato 5 anni fa). Purtroppo quella resta, secondo me, la sua prova migliore. La forma della paura mi era sembrato un romanzo minore, dettato da esigenze dell’industria culturale (non so se nel frattempo ne abbiano tratto il film di cui il libro, più che un romanzo, sembrava la sceneggiatura). I traditori vedeva il ritorno di Giancarlo De Cataldo alle grandi ambizioni, ma non ai grandi risultati artistici. [Ho letto anche In giustizia – che non è un romanzo ma una riflessione sulla professione del giudice – in una versione e-book non Kindle, e il risultato è che non riesco più a trovarne traccia e, poiché non l’ho recensito subito, ne ho perso anche il ricordo: il che non mi sembra il sintomo che si tratti di una riflessione indimenticabile…]

Insomma, dovrei dire piuttosto: sono un lettore seriale e compulsivo, ma non corrisposto, di Giancarlo De Cataldo.

Io sono il Libanese è – lo si capisce già dal titolo – un prequel (una volta si diceva antefatto, ma suonava meno à la page) di Romanzo criminale. Già questo dovrebbe insospettire (e io mi sono insospettito, ma la compulsione ha prevalso). Il libanese è ancora un pischello, la vicenda si svolge tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977, ci sono le femministe e le gonne a fiori, e anche i collettivi, ma il Settantasette cupo ed esaltante è del tutto al di fuori dal romanzo e dalle corde di De Cataldo.

In realtà quello che mi viene da scrivere – con un pizzico di perfidia, ma molta verità – è che questo libro è un musicarello in prosa. E poiché la canzone in questione è una delle preferite di DM, eccola qui, nella versione del 1971:

E quella del quarantennale:

Potrei anche finirla qui, se non mi fosse rimasto un dubbio, di quelli che non gliene importa niente a nessuno, ma io mi ci arrovello (d’altro canto, diceva Albert Einstein: «I have no special talent. I am only passionately curious.»).

Scrive De Cataldo:

Sulle tegole spioventi, a mezzo metro sotto di lui, una gabbiana vigilava gli incerti passi del suo pulcino. Bianco spettro contro l’orizzonte, comparve il maschio, starnazzando minaccioso. [1656]

La domanda che mi turba il sonno: Ma all’inizio del 1977, a Roma, c’era già stata l’invasione di gabbiani reali (Larus cachinnans) che sperimentiamo ora?

Larus cachinnans

nature4stock.com

Circolare

La prima delle parole abusate, senza che ve ne sia un motivo particolare, se non l’averla sentita ossessivamente oggi in una riunione, è circolare. Non l’aggettivo («avente forma o proprietà affini a quelle del cerchio o della circonferenza») o il sostantivo («linea autofilotranviaria che segue un percorso circolare e il cui capolinea d’arrivo coincide perciò con quello di partenza» oppure «lettera inviata nella stessa forma a più persone per trasmettere ordini di servizio, comunicazioni o disposizioni di carattere interno»), ma il verbo usato in senso transitivo.

Armatevi di pazienza (ve l’ho già detto che sono esercizi di pedanteria). Partiamo dal Vocabolario Treccani online:

verbo intransitivo [dal latino circulari, latino tardo circulare, derivato di circŭlus «cerchio»] (io cìrcolo, ecc.; ausiliario avere ed essere).
Propriamente, andare in giro, andare attorno: circolavo oziosamente per le strade;
più genericamente, muoversi, passare: non si poteva circolare; «circolate!» ci disse il vigile; circolare!, ordine degli agenti della Polizia di stato in caso di assembramenti.
In particolare, dell’aria, passare da un luogo all’altro: lasciate che l’aria circoli liberamente nelle vostre case;
del sangue, scorrere per le arterie e per le vene;
figuratamente: e nelle vene Tornò più lieta a circolar la vita (V. Monti);
di notizie, idee, scritti, monete e simili, passare da una persona all’altra, di mano in mano: sono circolate gravi notizie sul suo conto; pare che circolino molte banconote false; il denaro non circola più come un tempo; fate circolare il foglio perché tutti lo leggano.

Qual è il punto? Il punto è: in italiano, il verbo circolare è intransitivo (se non vi ricordate la differenza tra verbi transitivi e intransitivi potete andare a leggere su Wikipedia, ma state attenti a non farvi beccare da un figlio o nipote che va a scuola perché rischiate di farvi prendere in giro vita natural durante). Non può essere usato in senso transitivo. Punto. Peccato, forse, ma è così. Non è questione di essere o non essere grammar nazi: è così e basta. Le regole grammaticali e sintattiche sono sì il risultato di una convenzione, ma di una convenzione che si è affermata, ancor prima di essere codificata. Teniamo la destra andando in macchina su una strada a due corsie non soltanto (direi: non tanto) perché è prescritto dal codice della strada, ma perché se non ci fossimo messi d’accordo su questa regola e non la rispettassimo faremmo molti più incidenti e ci impiegheremmo molto più tempo negli spostamenti. Fateci caso, in condizioni normali (cioè se non ci sono particolari ostacoli) anche il traffico pedonale tende a rispettare la regola del tenere la destra (almeno in Italia) non appena si addensa un po’. Insomma, alla fin fine è una questione di costi e di benefici, di incentivi e disincentivi. E nella lingua? Nella lingua l’incentivo è a capirsi. Il linguaggio confuso si presta all’incomprensione, all’ambiguità, al rallentamento della comunicazione. Il primo costo lo paga chi sta (volta per volta, nel caso di una comunicazione bidirezionale) dalla parte ricevente, magari anche solo in termini di irritazione. Ma alla lunga è tutto lo scambio comunicativo a soffrirne: cioè, i costi li pagano tutti.

Ricapitolando. Si può dire: il foglio deve circolare in modo che tutti possano leggerlo (variante dell’esempio riportato dal Vocabolario Treccani). Non si può dire: circolate il foglio in modo che tutti possano leggerlo. Meno che mai si può dire (ahimè, ho dovuto leggere anche questo): circolarizzate il foglio in modo che tutti possano leggerlo.

E allora, come si fa in italiano ad attribuire un carattere transitivo al concetto? si può usare fare circolare, così:  fate circolare il foglio in modo che tutti possano leggerlo. Due sillabe in più: capisco il problema. Ma l’italiano è una lingua ricca: distribuite, diffondete, divulgate, fate girare il foglio in modo che tutti possano leggerlo.

No, non ci sono né scuse né attenuanti.

Relativity

wikipedia.org

Abuso

So che è una parola di cui tutti conoscete il significato e l’etimologia. Mi serve però per lanciare una nuova categoria di post, quella delle parole abusate.

Cominciamo da quello che dice il Vocabolario Treccani online:

  1. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di un’autorità: abuso del vino, del fumo, degli alcolici; fare abuso di farmaci, di tranquillantiabuso della buona fede altrui; reprimere gli abusi; ogni abuso sarà punito.
  2. per estensione: Atto che faccia uso della forza fisica per recare danno ad altri; violenza: abuso sui minori (nel linguaggio giornalistico, più spesso, abuso di minore), abusi sessuali.
  3. In particolare, nel diritto, si definiscono abuso varie ipotesi di reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’uso illegittimo di una cosa o l’esercizio illegittimo di un potere; per es.: abuso di autorità o abuso di ufficio, delitto commesso dal pubblico ufficiale che abusi dei poteri inerenti alle sue funzioni per recare ad altri un danno o per procurar loro un vantaggio (nella legislazione militare, commette abuso di autorità il superiore che compia atti di minaccia, ingiuria o violenza verso l’inferiore); abuso di autorità contro arrestati o detenuti, delitto contro la libertà personale compiuto dal pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui gli sia affidata la custodia; abuso della credulità popolare, contravvenzione che consiste nel cercare con qualunque impostura di abusare, anche senza fine di lucro, della credulità del pubblico; abuso di distintivo, di titoli o di onori, delitto consistente nel portare abusivamente in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, di un corpo politico, o indossare abusivamente l’abito ecclesiastico, o nell’arrogarsi dignità e gradi accademici, titoli, decorazioni o qualità inerenti a pubblici impieghi e uffici o a professioni per le quali occorre speciale autorizzazione dello stato; abuso di foglio in bianco, delitto di chi, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, abusa di un foglio firmato in bianco, o del pubblico ufficiale che vi scriva o faccia scrivere un atto pubblico diverso da quello ch’era previsto o prescritto; abuso della patria potestà, violazione dei doveri inerenti alla patria potestà, commessa sia esercitando i poteri relativi in modo contrario ai fini della potestà stessa, sia omettendo di adottare i provvedimenti che dovrebbero essere adottati nell’interesse del figlio (attualmente la fattispecie analoga si denomina «decadenza sulla potestà dei figli»); abuso di mezzi di correzione o di disciplina, delitto di chi abusi di mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità (per esempio, figli minori) o a lui affidata per ragioni varie (educazione, vigilanza, custodia, ecc.); abuso edilizio, intervento edilizio realizzato in assenza di una preventiva autorizzazione o in contrasto ad essa.

Tutti e tre i significati sono rilevanti per la categoria che mi accingo a introdurre: le parole abusate sono prima di tutto usate malamente e impropriamente, ma sono anche sottoposte a un trattamento ingiusto e violento, solo che ce le immaginiamo personificate. Ma a ben pensare, a subire il trattamento ingiusto e violento siamo noi che le ascoltiamo o le leggiamo. Ed è vero anche che chi le usa in questo modo commette un abuso nella terza accezione del termine, forse meno grave dell’abuso d’ufficio e d’autorità, ma molto più frequente.

Lo so, è un esercizio di pedanteria.

Herbert James Draper, Ulysses and the Sirens, 1909

wikipedia.org / Draper, Ulysses and the Sirens

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4 errori da non fare nello scrivere un curriculum

In realtà, si tratta di errori molto comuni in tutte le forme di comunicazione scritta, e non soltanto per il curriculum.

Le prime due sono valide anche per l’italiano, le altre valgono soltanto per l’inglese.

  1. Non usate le forme passive.
    Ve lo ricordate, spero, dai tempi di scuola. I verbi transitivi hanno una forma attiva e una passiva. Nella forma attiva l’attenzione è sulla persona che fa un’azione. Nella forma passiva, invece, l’attenzione è sull’oggetto o sulla persona che subisce l’azione. In un curriculum (o anche in una comunicazione scritta che propugna un progetto o un’attività), voi volete attirare l’attenzione del capo su quello che sapete e volete fare. Quindi l’attenzione dev’essere sul soggetto attivo.

    No: «Il progetto Questoequello è stato realizzato dal mio gruppo.»
    Sì: «Il mio gruppo ha realizzato il progetto Questoequello.»

  2. Attenzione alla struttura della frase negli elenchi.
    È facile, quando si scrive in forma di elenco o di lista, perderne di vista la struttura. Il risultato è un’impressione di generale sciatteria.

    No:

    • Responsabile di …
    • Capo-progetto di …
    • Ha guidato il gruppo …

    Sì:

    • È stato responsabile di …
    • È stato  capo-progetto di …
    • Ha guidato il gruppo …

  3. Attenzione alle parole omofone.
    In inglese ce ne sono molte, e sbagliarne lo spelling vi qualifica immediatamente come una persona incompetente: non solo perché non sa l’inglese, ma perché non ha neanche il sospetto di poter sbagliare e l’umiltà di andare a controllare. Due cattive qualità che nessuno vorrebbe avere nei suoi collaboratori.
    Un esempio? They’re / there / their. Siete sicuri di sapere la differenza e quando usare ciascuna delle 3 forme?
  4. Attenzione alle differenze tra plurali, possessivi e genitivi sassoni.
    Facile apparentemente, ma spesso insidioso.
    Anche qui pochi esempi:

    My dogs / My dog’s
    It’s relocation / Its relocation.

Qui l’articolo originario: Four mistakes you probably don’t know you’re making in your resume | TechRepublic.

IMU: giornalismo cialtrone e giornalismo che pensa

Il 14 luglio 2012, il Corriere della sera , il quotidiano italiano più diffuso (su carta) ha pubblicato questo articolo o, meglio, questa tabella:

VERSAMENTI IMU

I versamenti Imu provincia per provincia

Dalla Provincia di Roma il contributo maggiore

Versamenti I.M.U. per provincia aggiornati alle deleghe del 4 luglio 2012

Corriere

Ecco, questa è una tabella che si potrebbe portare a scuola per spiegare agli alunni delle medie (o come diavolo si chiama adesso la scuola che frequentano i ragazzi tra gli 11 e i 13 anni) come non si fa informazione usando i numeri. Perché l’unica cosa che si può vedere da questa tabella, espressa in valori assoluti, è che quanto più estesa e popolosa è una provincia, tanto maggiori sono stati i versamenti IMU. Tante grazie. Ci sarebbe da preoccuparsi, e molto, se non fosse così.

Una tabella con oltre 100 righe e 4 colonne. Più di 300 valori assoluti. Numeroni dell’ordine dei milioni. Contenuto informativo prossimo a zero.

E infatti l’unico commento che accompagna la tabella è: «Dalla Provincia di Roma il contributo maggiore.»

Mi perdonerà il bravo Donato Speroni, che sul Corriere della sera cura l’ottimo blog Numerus, se chiedo il suo parere?

Peraltro, il Corriere non è solo: non c’è quasi mattina che il Giornale Radio Rai (direttore Antonio Preziosi, come ci ricordano ossessivamente) non ci scodelli la statistica quotidiana: sul consumo di carne (o di canne), sul numero di canarini d’appartamento o sulle cadute sulle scale: invariabilmente, «guida la classifica la Lombardia» mentre «è la Val d’Aosta il fanalino di coda». Non sarà perché sono fenomeni legati alla dimensione demografica e la Lombardia è la regione più popolosa d’Italia e la Val d’Aosta la meno popolosa?

Il Post, quotidiano online diretto da Luca Sofri, pubblica la medesima notizia il 15 luglio, ma dà al ben più titolato Corriere una bella lezione di data journalism (a mio insindacabile giudizio, naturalmente).

Chi ha pagato più IMU

La classifica dei versamenti della tassa per province: ad Aosta 348 euro per abitante, a Crotone si è pagato un quinto

15 luglio 2012

Il Ministero dell’Economia ha pubblicato sul suo sito i dati sulla riscossione dell’IMU nelle diverse province, che vedono le cifre principali raccolte naturalmente nelle città più grandi. Questo è invece l’elenco ordinato col criterio delle cifre versate in rapporto alla popolazione di ogni provincia: criterio genericamente indicativo, ma si tengano in considerazione le caratteristiche della tassa, legata alle proprietà immobiliari e non ai residenti.

Province Importo Comune Importo Stato Importo totale Per abitante
1 Aosta 24.776.388 19.882.991 44.659.379 348,28
2 Savona 50.802.597 39.952.061 90.754.658 315,22
3 Olbia-Tempio 24.844.571 20.869.932 45.714.503 289,59
4 Imperia 30.354.199 24.625.774 54.979.973 246,94
5 Genova 130.789.989 84.073.246 214.863.235 243,41
6 Roma 630.649.797 370.136.938 1.000.786.735 238,62
7 Livorno 46.779.773 30.521.283 77.301.056 225,40
8 Sondrio 21.410.399 18.806.325 40.216.724 219,56
9 Grosseto 28.465.404 21.149.214 49.614.618 217,46
10 Milano 401.759.658 279.225.674 680.985.332 215,73
11 Bologna 128.781.561 84.752.768 213.534.328 215,27
12 Ravenna 49.281.640 35.037.026 84.318.666 214,85
13 Rimini 39.971.859 30.350.075 70.321.933 213,55
14 Bolzano 64.162.165 43.861.107 108.023.273 212,79
15 Trento 62.732.543 49.365.123 112.097.666 211,72
16 Lecco 42.323.478 29.675.518 71.998.995 211,66
17 Parma 53.399.925 39.649.481 93.049.407 210,46
18 Belluno 24.469.296 19.984.698 44.453.995 208,24
19 Como 73.049.594 50.394.193 123.443.787 207,47
20 Lucca 46.129.209 33.121.927 79.251.136 201,25
21 L’Aquila 25.307.823 19.587.192 44.895.014 200,86
22 Siena 33.221.516 21.131.992 54.353.507 199,36
23 Vercelli 19.799.714 15.516.631 35.316.345 196,68
24 Piacenza 31.470.976 23.854.993 55.325.969 190,86
25 Pisa 48.426.556 31.096.433 79.522.989 190,35
26 Firenze 114.855.034 74.688.102 189.543.135 189,90
27 Torino 263.008.636 165.203.697 428.212.333 185,99
28 Pordenone 35.239.864 23.260.785 58.500.649 185,53
29 Padova 104.608.599 65.395.840 170.004.439 181,98
30 Verona 96.411.322 70.563.694 166.975.017 181,46
31 Alessandria 45.763.860 33.744.184 79.508.044 180,45
32 Forli’ 41.550.437 29.427.278 70.977.715 179,47
33 Verbania 16.168.673 12.935.530 29.104.203 178,28
34 Biella 18.933.959 13.475.923 32.409.882 174,46
35 Vicenza 89.298.657 62.545.083 151.843.740 174,38
36 Ferrara 37.591.842 25.174.991 62.766.833 174,36
37 Trieste 26.835.119 14.248.462 41.083.581 173,67
38 Viterbo 32.346.490 22.816.404 55.162.894 172,23
39 Prato 26.645.498 16.259.176 42.904.674 171,77
40 Novara 36.303.990 26.706.401 63.010.391 169,47
41 Cuneo 54.053.754 44.092.570 98.146.324 165,70
42 Massa Carrara 19.849.424 13.603.074 33.452.498 164,06
43 Brescia 114.385.842 90.699.576 205.085.419 163,28
44 Udine 51.395.476 36.740.713 88.136.188 162,76
45 Venezia 80.078.272 58.983.319 139.061.591 161,11
46 Reggio Emilia 48.374.261 35.914.055 84.288.316 158,93
47 Treviso 83.738.700 55.506.159 139.244.859 156,76
48 Modena 62.650.181 46.257.291 108.907.471 155,38
49 Bergamo 96.486.474 73.558.628 170.045.102 154,76
50 Gorizia 13.009.760 8.525.893 21.535.653 151,23
51 Monza e della Brianza 77.990.732 49.591.489 127.582.221 150,16
52 Varese 75.662.840 55.341.745 131.004.586 148,32
53 La Spezia 27.147.287 18.712.161 45.859.448 148,02
54 Cremona 30.228.123 22.549.918 52.778.041 145,15
55 Ancona 40.857.179 28.557.066 69.414.245 144,30
56 Arezzo 29.087.790 21.189.520 50.277.310 143,79
57 Pistoia 24.169.306 17.910.024 42.079.330 143,59
58 Teramo 25.113.959 19.615.343 44.729.301 143,25
59 Chieti 32.689.374 24.039.034 56.728.408 142,85
60 Pavia 43.304.196 34.457.136 77.761.333 141,82
61 Pescara 27.102.364 18.577.914 45.680.278 141,34
62 Perugia 55.335.408 39.572.783 94.908.192 141,27
63 Bari 105.926.577 69.669.856 175.596.434 139,51
64 Macerata 26.158.156 19.151.923 45.310.079 139,26
65 Rovigo 19.185.090 14.898.182 34.083.273 137,50
66 Lodi 17.814.547 13.325.239 31.139.786 136,78
67 Latina 42.680.562 32.756.314 75.436.876 135,75
68 Mantova 31.104.844 24.837.882 55.942.725 134,66
69 Isernia 6.513.210 4.903.237 11.416.447 128,72
70 Taranto 43.217.328 31.002.054 74.219.382 127,96
71 Pesaro e Urbino 26.546.482 20.363.561 46.910.044 127,83
72 Terni 17.257.336 12.698.104 29.955.440 127,65
73 Campobasso 17.164.583 12.190.850 29.355.433 127,03
74 Siracusa 29.035.266 22.080.239 51.115.505 126,44
75 Ascoli Piceno 15.203.982 11.802.663 27.006.646 126,16
76 Foggia 46.617.385 33.360.921 79.978.306 124,80
77 Cagliari 41.848.024 27.576.216 69.424.240 123,27
78 Brindisi 27.643.540 21.023.493 48.667.033 120,69
79 Asti 14.569.729 12.087.531 26.657.261 120,25
80 Fermo 11.801.738 9.568.241 21.369.980 120,11
81 Sassari 23.929.863 16.426.698 40.356.560 119,67
82 Barletta-Andria-Trani 27.511.876 19.207.881 46.719.757 118,92
83 Rieti 10.387.988 7.965.068 18.353.056 114,37
84 Trapani 27.912.021 21.491.545 49.403.566 113,15
85 Ragusa 19.851.794 15.612.690 35.464.485 111,33
86 Nuoro 10.295.352 7.185.071 17.480.423 108,79
87 Lecce 47.807.771 37.823.789 85.631.560 104,99
88 Napoli 186.044.399 131.557.889 317.602.288 103,09
89 Salerno 65.296.817 46.123.017 111.419.834 100,40
90 Catania 63.810.586 44.737.574 108.548.161 99,58
91 Caserta 52.030.026 37.956.510 89.986.536 98,19
92 Carbonia-Iglesias 7.317.680 5.343.436 12.661.117 97,51
93 Matera 11.449.288 8.206.080 19.655.368 96,48
94 Messina 33.898.011 28.739.442 62.637.452 95,81
95 Benevento 16.249.173 11.298.458 27.547.631 95,69
96 Frosinone 26.649.942 19.477.570 46.127.512 92,59
97 Cosenza 36.799.232 29.284.851 66.084.083 89,95
98 Agrigento 22.665.108 18.040.423 40.705.531 89,66
99 Avellino 22.630.090 16.483.323 39.113.414 89,07
100 Palermo 61.296.693 48.842.284 110.138.977 88,14
101 Ogliastra 2.906.551 2.144.392 5.050.942 87,14
102 Oristano 8.313.041 6.021.515 14.334.556 86,23
103 Catanzaro 15.414.836 13.292.874 28.707.711 77,88
104 Potenza 16.453.665 13.228.919 29.682.583 77,34
105 Reggio Calabria 24.005.630 19.286.732 43.292.362 76,36
106 Medio Campidano 4.485.138 3.300.443 7.785.581 76,02
107 Caltanissetta 11.380.951 9.157.362 20.538.312 75,58
108 Enna 6.825.290 5.660.862 12.486.152 72,39
109 Vibo Valentia 5.990.941 5.175.933 11.166.875 67,04
110 Crotone 6.155.166 5.477.671 11.632.837 66,62

Perché questa tabella contiene molta più informazione dell’altra? Perché il giornalista sa (anche se non ce lo spiega benissimo) che i valori vanno normalizzati, cioè espressi in termini tali da eliminare il fattore di scala, e che un modo grezzo ma efficace di farlo è di osservare i versamenti pro capite, cioè per residente. E a questo punto si vede bene quello che nella tabella del Corriere non si vedeva (i valori assoluti sono gli stessi e vengono dalla stessa fonte): che l’imposta colpisce di più le province dove ci sono più proprietà immobiliari in proporzione al numero di residenti. Cioè, ad esempio, dove ci sono più seconde case: e infatti, nelle prime 15 province della graduatoria ci sono sì quelle delle 2 maggiori metropoli italiane (Roma e Milano), dove i prezzi unitari e le rendite sono più elevati, ma le altre sono tutte province a spiccata vocazione turistica marina o montana.

Rapallo

Rapallo & hotelmiro.net

Bastava poco, no?

David Byrne – Bicycle Diaries

Byrne, David (2009). Bicycle Diaries. London: Penguin. 2010. ISBN 9781101347942. Pagine 328. 18,71 $

Bicycle Diaries

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Darei per scontato che tutti, o almeno tutti i miei lettori, sappiano chi è David Byrne. Chi non lo sapesse vada a leggere la biografia di questo mio coetaneo scozzese trapiantato a New York su Wikipedia. E poi provi a immaginare il piacevole shock che provammo noi, 35 anni fa, quando sentimmo questo brano:

David Byrne è ancora un ottimo musicista, anche se i Talking Heads non esistono più da tempo. Qualche anno fa, il 20 luglio 2009, è venuto alla cavea dell’Auditorium di Roma a presentare lo spettacolo Songs of David Byrne e Brian Eno (superfluo dire che io c’ero). Dato che David Byrne consente l’uso di macchine fotografiche e telecamere durante i suoi concerti, c’è una bella documentazione di quella tournée italiana su YouTube:

Questo libro documenta un’altra attività di David Byrne, quella di ciclista, a Manhattan e nelle città in cui va per lavoro o diletto (portando con sé una bicicletta pieghevole). E poiché la bicicletta è un mezzo che consente di guardare, vedere e pensare a proprio agio, e poiché ha studiato (un po’) architettura, il libro – senza essere impegnativo – è interessante.

* * *

Anche perché il libro l’ho letto un paio d’anni fa, anche se lo recensisco soltanto ora, e perché non è strutturato se non sulla base delle città descritte e percorse in bici, la cosa più onesta che posso fare mi sembra quella di inanellare le citazioni che mi ero appuntato durante la lettura.

Non inalberatevi subito e andate avanti a leggere: alcune delle riflessioni di David Byrne, ve l’assicuro, sono veramente profonde e stimolanti. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

“He Got What He Wanted but Lost What He Had” [273: è una citazione di Little Richard]

They are beautifully spartan and purely functional—in their austerity they are in perfect keeping with nineteenth-century architect Louis Sullivan’s dictum “form follows function.” He claimed, “It is the pervading law of all things organic and inorganic, of all things physical and metaphysical.” The implication was that this was not just a style or aesthetic guideline. This was a moral code. This was how God, the supreme architect, works. [385]

The two biggest self-deceptions of all are that life has a “meaning” and that each of us is unique. [930]

In the morning I decide to bike out to Tierra Santa (the Holy Land) in hopes of some photo opportunities. It’s a theme park located close to the river out past the domestic airport that advertises “a day in Jerusalem in Buenos Aires.” I find that it is closed today, but from outside the gate I can see “Calvary” with its three crosses poking out of the top of an artificial desert hill. [1250]

It’s often said that proximity doesn’t matter so much now—that we have virtual offices and online communities and social networks, so it doesn’t matter where we are physically. But I’m skeptical. I think online communities tend to group like with like, which is fine and perfect for some tasks, but sometimes inspiration comes from accidental meetings and encounters with people outside one’s own demographic, and that’s less likely if you only communicate with your “friends.” [1608]

One wonders if the things that people do to relax—after work and after-hours—is a mirror of their inner state, and therefore a way to see unspoken hopes, fears, and desires. Views and expressions kept bottled up in public, in the daytime, and kept hidden in typical political discourse. Nightlife might be a truer and deeper view into specific historical and political moments than the usual maneuverings of politicians and oligarchs that make it into the record. Or at least they might be a parallel world, another side of the coin. [1632]

The palace in the end became a miasma of schemes, intrigues, paranoia, and backstabbing. [1879: a proposito del palazzo di Marcos a Manila]

Impermanence is an accepted part of life in the tropics. There’s a permanence embodied in the continuity of patterns and relationships, but not in physical buildings or things. [2027]

Any kind of taxonomy might be as good or valid as any other, though we might not know for sure until some time in the future when a scientific paper “discovers” that hexagonal or bulbous shapes, or similar colors or textures are functions that in some way determine content, in the way that the form of a DNA molecule defines and is its function. Form doesn’t follow function in that case—form is function. I wonder to myself if genetics might be on the verge of some such wider revelation, beyond our understanding of DNA, based on molecular structures that are common across life-forms and species. Temple Grandin, in her book Animals in Translation, proposes that all animals with a white patch of fur on their bodies are less likely to be shy than their cousins. On the surface such an idea might seem completely irrational. As if my hair color could be an indication or even a determinant of my personality. But if such ideas can be proven then we’re not that far from pointy things and bulbous things as legitimate classifications. [2411]

I suspect that to imagine, and thus to create, one has to envision something that doesn’t exist yet. Fictionalizing is thus very close to lying—it’s imagining the existence of something that isn’t literally true, and writing or speaking about it as if it is real. Most fiction aims to tell us a story in a way that leads us to believe it is happening or has happened. The motivations behind storytelling and lying are different, but the creative process behind them is the same. [2828]

The city is a 3-D manifestation of the social, and personal—and I’m suggesting that, in turn, a city, its physical being, reinforces those ethics and re-creates them in successive generations and in those who have immigrated to the city. Cities self-perpetuate the mind-set that made them. [3064]

Here are more of Peñalosa’s thoughts, from a piece he wrote called “The Politics of Happiness”:

One common measure of how clean a mountain stream is is to look for trout. If you find the trout, the habitat is healthy. It’s the same way with children in a city. Children are a kind of indicator species. If we can build a successful city for children, we will have a successful city for all people…
All this pedestrian infrastructure shows respect for human dignity. We’re telling people, “You are important—not because you’re rich or because you have a Ph.D., but because you are human.” If people are treated as special, as sacred even, they behave that way. This creates a different kind of society. [3534]

* * *

Qualche altra recensione (in inglese) la trovate a partire dalla pagina del sito di David Byrne dedicata al libro.

Bivacco

Non è quella cosa che fanno due mucche su un prato, come avevamo imparato alle elementari (dai compagni di scuola, l’unica istruzione che resta, non dai maestri). Secondo il Vocabolario Treccani online ha due significati, peraltro molto prossimi l’uno all’altro:

  1. Sosta all’aperto, di breve durata e per lo più notturna, di truppe in movimento, o di gruppi di persone in viaggio, durante una lunga marcia, e simili: il bivacco degli zingari intorno ai fuochi.

    L'armata napoleonica bivacca durante la ritirata di Russia

    wikipedia.org

  2. In alpinismo, sosta notturna nel corso di ascensioni che si prolungano per più di una giornata, possibilmente al riparo dalla caduta di pietre, dall’acqua e dal vento; può effettuarsi in una tenda portatile o in una grotta naturale o anche sul fondo di un piccolo crepaccio; si può essere costretti anche a un bivacco in parete su una cengia rocciosa.

    Bivacco nella neve

    wikipedia.org

    Bivacco fisso, piccola costruzione in legno e lamiera con tetto a forma semicircolare o ellittica, fornito di posti letto e di materiale per il pernottamento fino a un massimo di 10 alpinisti, situato in genere all’attacco di impegnativi itinerarî di ascensioni.

    Bivacco Perugini

    wikipedia.org

Una volta tanto, sull’etimologia sono d’accordo più o meno tutti: praticamente è entrato nell’uso di tutte le lingue europee (italiano e inglese comprese) attraverso il francese bivac 0 bivouac, ma deriva probabilmente dal tedesco o da un suo dialetto biwacht «guardia notturna di riserva», composto della preposizione bei- associata al sostantivo Wacht. In italiano era stato proposto serenare, senza molto successo, anche se lo usa ad esempio Ippolito Nievo.

Peraltro la radice indoeuropea VAR di Wacht è la stessa di veglia, vigilia e vigilare, ma anche di guardia e guardare. In inglese – dove bivouac è attestato all’inizio del XVIII secolo, probabile importazione dal continente legata alla Guerra dei 30 anni – succede qualcosa di simile: la stessa radice indoeuropea ha dato to watch «osservare» ma anche to wake «vegliare, svegliare». E da quest’ultima parola viene una svolta curiosa, quella che porta a witch «strega», wicked «malvagio» e Wicca (la Grande Madre dell’omonima religione neopagana): questo perché streghe e stregoni erano creduti in grado di svegliare (cioè resuscitare) i morti.

Strega polacca

wikipedia.org