I 100 anni di Woody Guthrie

Lo festeggiamo con questo documentario della BBC, realizzato nel 1988.

Bello. Curiosa però la scelta della musica di Brian Eno per la sigla.

Italo Calvino – Perché leggere i classici

Calvino, Italo (1991). Perché leggere i classici. Milano: Mondadori. 2010. ISBN 9788852015915. Pagine 332. 2,99 €

Perché leggere i classici

bookrepublic.it

Ho letto questa raccolta postuma di saggi di Italo Calvino (o meglio, l’ho “riletta”, perché i classici si rileggono sempre, non si leggono mai una prima volta) perché Maria Popova ne ha parlato lo scorso 6 luglio 2012 in un post intitolato Italo Calvino’s 14 Definitions of What Makes a Classic.

Il testo che dà il titolo alla raccolta (che fu pubblicata dopo la morte dell’autore dalla moglie) merita da solo la piccola spesa (l’ebook costa meno di 3 euro, ma anche l’edizione Oscar in brossura costa 9,50 e amazon.it la offre a 8,62).

Ricordavo di avere letto questo testo di Calvino, anche se penso di poter escludere di averlo fatto in occasione della sua pubblicazione originaria (sotto il titolo «Italiani, vi esorto ai classici» su L’Espresso del 28 giugno 1981), dal momento che all’epoca non acquistavo né ero un lettore assiduo del pur glorioso settimanale.

Seguirò l’esempio di Maria Popova e metterò soltanto le 14 regole proposte da Calvino, ma vi dico subito che i commenti e le notazioni che seguono ciascuno dei punti sono assolutamente da leggere. Conto di farvi venire voglia di correre a leggere.

  1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»
  2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
  3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
  4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
  5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
  6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
  7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
  8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
  9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
  10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.
  11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
  12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
  13. È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
  14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità incompatibile fa da padrona. [625-715]

Mi rendo conto, nel riportare questi 14 punti, che ho ceduto anch’io all’insopportabile (perché inflazionata, o meglio inFazionata) mania degli elenchi. Pazienza. Vi risparmio però la lista dei miei dieci classici preferiti.

* * *

Il resto del volume è una raccolta di saggi, articoli occasionali, prefazioni a volumi tenuti insieme da un riferimento non proprio stringente ai “classici”. Certamente, vi si trovano rispecchiate molte preferenze di Calvino. Ma, come spesso accade in questi casi, non tutte le cose sono dello stesso livello, né dello stesso interesse.

Con le sue curiosità e le sue divagazioni, Italo Calvino sarebbe stato un blogger eccelso. Anche soltanto per questo varrebbe comunque la pena di leggere il libro e io, da parte mia, vi metto di seguito un florilegio di citazioni. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura» [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964] [48]

«Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione» [430: Risposta a un’inchiesta di Nuovi argomenti sull’estremismo, nel 1973]

[Sempre nel 1973] Viene ultimata la costruzione della casa nella pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove Calvino trascorrerà d’ora in poi tutte le estati. Fra gli amici più assidui Carlo Fruttero e Pietro Citati. [432: chi sa chi si nasconde sotto il mio pseudonimo sa anche perché riporto questo dato biografico di Calvino]

Nell’inconscio collettivo, il principe travestito da povero è la prova che ogni povero è in realtà un principe che ha subìto un’usurpazione e che deve riconquistare il suo regno. [794: parlando dell’Odissea]

In Senofonte è già ben delineata con tutti i suoi limiti l’etica moderna della perfetta efficienza tecnica, dell’essere «all’altezza della situazione», del «far bene le cose che si fanno» indipendentemente dalla valutazione della propria azione in termini di morale universale. Continuo a chiamare moderna questa etica perché lo era quando ero giovane io, ed era questo il senso che si ricavava da tanti film americani, e anche dai romanzi di Hemingway, e io oscillavo tra l’adesione a questa morale tutta «tecnica» e «pragmatica» e la coscienza del vuoto che si apriva sotto. [920]

D’un solo aspetto della vita umana Plinio non si sente d’indicare primati o di tentare misurazioni e confronti: la felicità. Chi sia e chi non sia felice è indecidibile, in quanto dipende da criteri soggettivi e opinabili. («Felicitas cui praecipua fuerit homini, non est humani iudicii, cum prosperitatem ipsam alius alio modo et suopte ingenio quisque determinet», VII, 130). [1217]

Il falcon che sul nido i vanni inchina,
porta Raimondo, il conte di Devonia.
Il giallo e negro ha quel di Vigorina;
il can quel d’Erbia; un orso quel d’Osonia.
La croce che là vedi cristallina,
è del ricco prelato di Battonia.
Vedi nel bigio una spezzata sedia:
è del duca Ariman di Sormosedia.
[1637: è un’ottava dell’Orlando furioso sull’araldica in cui l’Ariosto traduce buffamente la toponomastica inglese. Meraviglioso «il ricco prelato di Battonia»: pare di vederlo, pallido e grassoccio come il mago Otelma]

«Vedevo immagini aeree che sembravano composte di minutissimi anelli come di una maglia di ferro (“lorica”) sebbene io non ne avessi allora mai viste, e che sorgevano dall’angolo destro ai piedi del letto, salivano lentamente tracciando un semicerchio e scendevano all’angolo sinistro dove sparivano […]» [1742: è una citazione da Gerolamo Cardano e fa pensare alla descrizione di un’aura che precede l’attacco di emicrania]

Di Cardano, Calvino cita anche la passione (anche scientifica) per il gioco d’azzardo, che fu per una parte della sua vita, un modo di sbarcare il lunario:
[…] la passione dominante per il gioco (dadi, carte, scacchi) […] [1763]
[…] un trattato sui giochi d’azzardo (De ludo aleae). Quest’ultima opera ha un’importanza anche come primo testo di teoria della probabilità: così viene studiato in un libro americano che, capitoli tecnici a parte, è molto ricco di notizie e godibile, e mi pare l’ultimo studio apparso su di lui a tutt’oggi (Oystein Ore, Cardano the gambling scholar, Princeton 1953). [1773]

La Luna ospita tra l’altro il Paradiso impropriamente detto terrestre, e Cyrano casca proprio sull’Albero della Vita impiastricciandosi la faccia con una delle famose mele. Quanto al serpente, dopo il peccato originale Dio lo relegò nel corpo dell’uomo: è l’intestino, serpente avvoltolato su se stesso, animale insaziabile che domina l’uomo e lo obbliga ai suoi voleri e lo strazia coi suoi denti invisibili.
Questa spiegazione è data dal profeta Elia a Cyrano che non sa trattenersi da una salace variazione sul tema: il serpente è anche quello che spunta dal ventre dell’uomo e si tende verso la donna per schizzarle il suo veleno, provocando un gonfiore che dura nove mesi. Ma Elia questi scherzi di Cyrano non li gradisce affatto, e a una impertinenza più grossa delle altre lo caccia dall’Eden. Il che dimostra che in questo libro tutto scherzoso, ci sono scherzi che vanno presi come verità e altri detti solo per scherzo, anche se non è facile distinguerli. [1931]

Questo saggio spirito spiega perché i Lunari non solo s’astengano dal mangiare carne, ma anche per gli ortaggi usino particolari riguardi: mangiano solo cavoli morti di morte naturale, perché decapitare un cavolo è per loro un assassinio. Nulla ci dice infatti che gli uomini, dopo il peccato d’Adamo, siano più cari a Dio dei cavoli, né che questi ultimi siano più dotati di sensibilità e di bellezza e fatti più a immagine e somiglianza di Dio. «Se dunque la nostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani, i piedi, la bocca, la fronte, le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio». E quanto all’intelligenza, pur ammettendo che i cavoli non abbiano un’anima immortale, forse partecipano d’un intelletto universale, e se delle loro conoscenze occulte non ci è mai trapelato nulla è forse solo perché noi non siamo all’altezza di ricevere i messaggi che ci mandano. [1941: sempre su Cyrano, che ci spiega che i seleniti sono vegani ante litteram]

«l’anima si sazia di tutto quello che è uniforme, anche della felicità perfetta» [2334: è una citazione di Stendhal]

Proprio perché l’esistenza è dominata dall’entropia, dalla dissoluzione in istanti e in impulsi come corpuscoli senza nesso né forma, egli vuole che l’individuo si realizzi secondo un principio di conservazione dell’energia, o meglio di riproduzione continua di cariche energetiche. Imperativo tanto più rigoroso quanto più egli è vicino a comprendere che l’entropia sarà comunque alla fine la trionfatrice, e dell’universo con tutte le sue galassie non resterà che un vorticare d’atomi nel vuoto. [2520: ancora su Stendhal]

Non è mai né comico né tragico, è curioso. [2755: Calvino cita Pavese che parla di Balzac]

«Quale onore, – disse la madre offrendo da baciare una guancia sensibile e affettuosa quanto la parte convessa d’un cucchiaio» [2849: è una citazione da Il nostro comune amico di Dickens]

Capire come Tolstoj costruisce la sua narrazione non è facile. Quel che tanti narratori tengono allo scoperto – schemi simmetrici, travi portanti, contrappesi, cerniere rotanti –, in lui resta nascosto. Nascosto non vuol dire che non ci sia: l’impressione che Tolstoj dà di portare pari pari sulla pagina scritta «la vita» (questa misteriosa entità per definire la quale siamo obbligati a partire dalla pagina scritta) non è che un risultato d’arte, cioè d’un artificio più sapiente e complesso di tanti altri. [2906: a completamento della metafora di Gauss e Renzo Piano]

I racconti che hanno per tema il denaro sono ben indicativi di questa duplice tendenza: rappresentazione d’un mondo che non ha altra immaginazione che economica, in cui il dollaro è l’unico deus ex machina operante, e insieme dimostrazione che il denaro è qualcosa di astratto, cifra d’un calcolo che esiste solo sulla carta, misura d’un valore in sé inafferrabile, convenzione linguistica che non rimanda ad alcuna realtà sensibile. In The Man That Corrupted Hadleyburg (1899), il miraggio d’un sacco di monete d’oro scatena la degradazione morale d’un’austera città di provincia; in The $ 30,000 Bequest (1904) un’eredità fantomatica viene spesa nell’immaginazione; in The £ 1,000,000 Bank-Note (1893), una banconota di taglio troppo grosso attira la ricchezza senza bisogno d’essere investita e neppure cambiata. Nella narrativa dell’Ottocento il denaro aveva avuto un posto importante: forza motrice della storia in Balzac, pietra di paragone dei sentimenti in Dickens; in Mark Twain il denaro è gioco di specchi, vertigine del vuoto. [2996: un utile complemento/collegamento a The End of Money di David Wolman]

Contro alle più diffuse analisi negative dello stalinismo, che partono pressappoco tutte da posizioni trozkiste o bukariniane, cioè parlano di degenerazione del sistema, Pasternak parte dal mondo mistico-umanitario della cultura russa pre-rivoluzionaria, per giungere a una condanna non solo del marxismo e della violenza rivoluzionaria, ma della politica come principale banco di prova dei valori dell’umanità contemporanea. [3424: la la recensione del Dottor Zivago, che pure ha delle intuizioni molto profonde, mi pare troppo condizionata dalla prudenza dovuta all’appartenenza comunista del Calvino dell’epoca]

Il romanzo di Roma, scritto da un non romano. Gadda infatti era milanese e s’identificava profondamente con la borghesia della sua città natale, i cui valori (concretezza pratica, efficienza tecnica, principî morali) sentiva travolti dal prevalere d’un’altra Italia, arruffona e chiassosa e senza scrupoli. Ma anche se i suoi racconti e il suo romanzo più autobiografico (La cognizione del dolore) hanno le radici nella società e nella parlata dialettale di Milano, il libro che lo mise in contatto col grande pubblico è questo romanzo scritto in gran parte in dialetto romanesco, in cui Roma è vista e compresa con una partecipazione quasi fisiologica anche ai suoi aspetti infernali, da sabba stregonesco. [3657]

[…] la Prima guerra mondiale combattuta e sofferta come ufficiale scrupoloso, con l’indignazione che non era mai venuta meno in lui per il male che può essere provocato dall’improvvisazione, dall’incompetenza, dal velleitarismo. Nel Pasticciaccio, la cui azione è supposta svolgersi nel 1927, agli inizi della dittatura di Mussolini, Gadda non si limita a una facile caricatura del fascismo: analizza capillarmente quali effetti provoca sull’amministrazione quotidiana della giustizia il mancato rispetto della divisione dei tre poteri teorizzata da Montesquieu (e il richiamo all’autore dell’Esprit des lois viene fatto esplicitamente). [3676]

[…] Forse un mattino andando in un’aria di vetro, una delle poesie che ha continuato a ruotare più sovente sul mio giradischi mentale […] [3761]

«… riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…» [4257: è una citazione di Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano

«Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte diverse alternative, opta per una ed elimina e perde le altre; non così nell’ambiguo tempo dell’arte, che assomiglia a quello della speranza e dell’oblio.» [4276: ancora Borges]

«Ma la logica è anche un’arte, e l’assiomatizzazione un gioco. L’ideale che si sono costruiti gli scienziati nel corso di tutto questo inizio di secolo è stato una presentazione della scienza non come conoscenza ma come regola e metodo. Si dànno delle nozioni (indefinibili), degli assiomi e delle istruzioni per l’uso, insomma un sistema di convenzioni. Ma questo non è forse un gioco che non ha nulla di diverso dagli scacchi o dal bridge? Prima di procedere nell’esame di questo aspetto della scienza, ci dobbiamo fermare su questo punto: la scienza è una conoscenza, serve a conoscere? E dato che si tratta (sin questo articolo) di matematica, che cosa si conosce in matematica? Precisamente: niente. E non c’è niente da conoscere. Non conosciamo il punto, il numero, il gruppo, l’insieme, la funzione più di quanto conosciamo l’elettrone, la vita, il comportamento umano. Non conosciamo il mondo delle funzioni e delle equazioni differenziali più di quanto “conosciamo” la Realtà Concreta Terrestre e Quotidiana. Tutto ciò che conosciamo è un metodo accettato (consentito) come vero dalla comunità degli scienziati, metodo che ha anche il vantaggio di connettersi alle tecniche di fabbricazione. Ma questo metodo è anche un gioco, più esattamente quello che si chiama un jeu d’esprit. Perciò l’intera scienza, nella sua forma compiuta, si presenta e come tecnica e come gioco. Cioè né più né meno di come si presenta l’altra attività umana: l’Arte». [4430: è una lunga citazione di Queneau]

I versi essendo 14, si avranno virtualmente 1014 sonetti, ossia centomila miliardi. [4547, ma anche 4309: per due volte, parlando di Cent mille milliards de poèmes di Queneau trovo questo curioso errore, 1014 invece di 1014. Nell’edizione Oscar che sono riuscito a consultare su Google Books a p. 294 è scritto correttamente 1014 ma a p. 277 erroneamente 1014]

Il venerdì 13 del razionalista

Sono un razionalista inveterato e sbeffeggio i creduloni, quelli che hanno fiducia nell’oroscopo e nelle previsioni, quelli che scansano i gatti neri e giocano al gratta e vinci.

Il venerdì 13 (e anche il venerdì 17, se è per quello) sono più determinato e più insopportabilmente sprezzante del solito.

Fallo alato

staticflickr.com / © Fiore S. Barbato

Ma poi:

  1. stamattina, andando in ufficio, il convoglio della metropolitana su cui ero (in piedi e senza aria condizionata) si è guastato in una nuvola di fumo di freni bruciati, e me la sono fatta a piedi;
  2. alle 10:30 si è interrotto il collegamento a internet del mio pc: ci sono volute 4 ore per scoprire che il guasto era nella presa di rete (grazie, comunque, ai colleghi che hanno scoperto dov’era il guasto: era tutt’altro che facile);
  3. alle 19:00, dopo un’oretta che lavoravo a un post piuttosto difficile da scrivere, al momento del “pubblica” sono stato tradito da WordPress, che prima mi ha detto che non era riuscito a salvare e di riprovare, e poi mi ha fatto vedere di non aver conservato nessuna traccia del post stesso;
  4. Alle 19:30 ho ripreso la metropolitana: dopo aver atteso 9 minuti alla stazione di Cavour, il treno su cui sono salito – in piedi e senza aria condizionata – si è rotto a Circo Massimo. Sono abbastanza sicuro, dalla voce sgarbata e dal nevrotico accendere e spegnere le luci per farci smontare, che fosse lo stesso autista della mattina. Il diavolo, probabilmente.

OK. So what?!

Birra e chiesa dividono l’America

Birra e religione possono andare insieme? Sì, secondo una vecchia boutade: «Everybody needs to believe in something. I believe I’ll have another beer.»

Homer Simpson

2spare.com

È riportata di frequente sulle t-shirt e da molti attribuita a Homer Simpson (che probabilmente l’ha detta).

Ma è abbastanza certo che la battuta sia stata originariamente scritta e pronunciata da W. C. Fields (William Claude Dukenfield, 1880-1946), in genere in questa piccola variante: «Everybody’s got to believe in something. I believe I’ll have another drink.»

Con altrettanta sicurezza si può affermare che W. C. vestiva meglio di Homer.

In occasione dell’Indipendence Day, il 4 luglio, che i cittadini americani passano tradizionalmente tra cerimonie religiose, barbecue innaffiati di birra e fuochi d’artificio, floatingsheep.org – un sito creato e gestito da un gruppo di giovani geografi di diverse università statunitensi e inglesi – ha analizzato la geografia dei tweet contenenti, rispettivamente, la parola “church” (chiesa) o la parola “beer” (birra).

L’iniziativa nasce all’interno del progetto Dolly (Data On Local Life and You: Bringing Local Geodata to the People – questi sono proprio ossessionati dalle pecore), volto a costruire un sito web per condividere e rappresentare cartograficamente statistiche ufficiali e dati derivanti dalle interazioni sociali, per consentire ai cittadini di meglio analizzare i luoghi in cui vivono e operano. Il progetto sta costruendo un database che raccoglie tutti i tweet georeferenziati a partire da dicembre del 2011 (siamo nell’ordine dei 5 milioni di messaggi al giorno).

Poiché il progetto Dolly non è ancora operativo, per celebrare il 4 luglio e per darci un primo assaggio delle sue potenzialità gli estrosi geografi di floatingsheep.org hanno raccolto tutti i tweet inviati tra il 22 e il 28 giugno dal territorio degli Stati Uniti continentali (esclusi Alaska e Hawaii, per capirci), a condizione che fossero georeferenziati (sono tuttora un’esigua minoranza, tra l’1 e il 3% di tutti i tweet inviati, ma si tratta pur sempre di circa 10 milioni di messaggi). Poi hanno estratto quelli contenenti la parola church (17.686 tweet, per la metà inviati domenica 24) o beer (14.405 tweets più uniformemente distribuiti durante la settimana).

Vediamo subito la mappa, prima di entrare in qualche dettaglio tecnico.

Beer vs. Church

floatingsheep.org

Come forse riuscite a leggere, si tratta delle frequenze relative dell’occorrenza dei due termini a livello di contea.

L’uso della georeferenziazione dei tweet presenta dei problemi (un articolo fondamentale lo trovate qui). È importante sottolineare che nell’analisi sono stati utilizzati i dati relativi al luogo da cui il messaggio è stato inviato (spesso da terminali dotati di GPS) e non quelli registrati nel profilo dell’utente, e che nel 90% dei casi questo consente una precisione geografica al livello del comune (dell’agglomerato urbano) o migliore.

A livello di contea, Los Angeles ha il primato per il numero di tweet rilevanti registrati. Dallas è la città più religiosa (chiesa batte birra 178 a 83), San Francisco la più birrosa (191 a 46). Naturalmente, trattandosi di tweet (149 caratteri), l’occorrenza della parola chiesa non è garanzia dell’intenzione religiosa del mittente (“@pamela vorrei visitare la tua chiesa dalla cupole gemelle”), né viceversa (“@donegidio per fioretto mi asterrò dalla birra per 6 mesi”). Malgrado questi limiti, l’analisi consegna una geografia definita in modo impressionante. in cui si individua chiaramente la Bible Belt negli Stati del sud e una netta prevalenza della birra nel New England, sulla East Coast e nel Midwest.

C’è dunque un beer divide negli Stati Uniti? Per approfondire la questione, i geografi di floatingsheep.org hanno utilizzato il test I di Moran per misurare l’auto-correlazione spaziale. I risultati sono statisticamente molto significativi. Senza entrare troppo nei dettagli, la mappa sottostante mostra quali contee con un numero elevato di tweet con la parola chiesa sono vicine a contee con le stesse caratteristiche (in rosso), e quali contee a prevalenza di birra sono prossime a contee con le stesse caratteristiche (in blu). La divisione tra nord e sud è nettissima, a segnalare la riconoscibilità di pratiche profondamente radicate anche quando le si rileva con riferimento alle tecnologie di comunicazione più aggiornate.

Birra e chiesa: Moran's I

floatingsheep.org

E balza agli occhi la rassomiglianza con la mappa dei risultati elettorali del 2008 (in blu le contee dove hanno vinto i democratici, in rosso quella a maggioranza repubblicana).

Mappa elettorale 2008 per contea

Mark Newman, umich.edu

De Rita premier?

Oggi (10 luglio 2012) Giuseppe De Rita ha pubblicato su Il corriere della sera un articolo che reputo molto equilibrato e importante.

Giuseppe De Rita

premiomazzotti.it

Potete andarlo a leggere alla fonte (L’altro fronte dell’economia – Corriere.it), ma per vostra comodità l’ho anche riprodotto in una pagina di questo blog.

La decimazione del dirigente pubblico

Il titolo è volutamente sbagliato. È un vecchio trucco, che serve ad attirare l’attenzione del lettore.

In realtà a essere decimato è il dipendente pubblico (tagliare il 10% dei dipendenti pubblici significa eliminarne – vabbè, non letteralmente, diciamo mandarne a casa – 1 su 10). E per me l’immagine dei cittadini rastrellati e messi in fila, e dell’SS che li passa in rassegna e contando dice «tu», «tu», «tu» e «tu», è trita ma irresistibile. Invece, un verbo che si riferisce all’eliminazione di 1 su 5 non mi risulta che ci sia.

Peccato, perché 1 su 5 è veramente tanto. È più della probabilità di farsi un buco nella tempia giocando alla roulette russa con una pistola a tamburo a 6 colpi carica con una pallottola sola: un gioco che non penso nessuno di voi farebbe, anche se magari tra voi c’è qualcuno che gioca al Superenalotto (dove la probabilità di fare 6 è una su 622.614.630).

È la probabilità di trovare una sorpresa speciale nell’ovetto kinder:

Ma come è possibile che nella pubblica amministrazione italiana un dirigente su 5 sia in eccesso? Già mi sembra sconvolgente che il governo (cioè la pubblica amministrazione stessa, che per il governo e per suo ordine ha istruito il provvedimento) abbia detto che un dipendente pubblico su 10 è di troppo. Mai tra i dirigenti il numero raddoppia. Quali perversi meccanismi hanno operato per arrivare a questo risultato disastroso?

Vorrei provare a fare 2 ragionamenti.

Ma prima un disclaimer e una confessione: nella vita vera, fuori dal web voglio dire, sono un dirigente pubblico. Quindi non aspettatevi da me un’assoluta neutralità.

Demetrio Pianelli

wikipedia.org

Primo ragionamento.

Ammettiamo per un attimo che l’assunzione nella pubblica amministrazione non risponda mai a nessun criterio virtuoso. Ci sono, è vero, i concorsi pubblici per titoli e/o per esami. Ma è tutta una burletta. Nessuno ha mai funzionato, se non perversamente. Hanno invece operato il nepotismo, la raccomandazione politica e non so quale altro meccanismo di selezione avversa, come dicono gli economisti. Risultato? 1 su 10 è indegno di fare parte della pubblica amministrazione? Può essere. Ma non abbiamo modo di affermarlo con certezza. Può darsi che il meccanismo di selezione, pur non avendo operato nel senso sperato (separando i migliori dai mediocri) non abbia nemmeno operato del tutto nel verso opposto (selezionando i peggiori): se nella popolazione di partenza gli incapaci fossero 1 su 10, il procedimento di selezione avrebbe alla fin fine operato in modo neutro.

Quindi non può essere questa, razionalmente, la motivazione del provvedimento. Se il provvedimento ha una ratio, allora, è quella che un dipendente pubblico su 10 non è abbastanza produttivo, è un lusso che non ci possiamo permettere in questi tempi cupi, e per questo lo mandiamo a casa.

A questo punto mi viene un dubbio. Perché un tasso di disoccupazione del 10% è giudicato altissimo (infatti il tasso di disoccupazione più recentemente diffuso dall’Istat, e relativo al mese di maggio 2012, era del 10,1% e ha suscitato vasto e giustificato allarme), mentre distruggere il 10% dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione è cosa buona e giusta? Perché la nostra pubblica amministrazione è troppo costosa e i nostri dipendenti pubblici sono troppi, no?

No. Dati Eurostat relativi al 2010, citati dall’Istat in Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, edizione 2012:

Peso del settore pubblico. La rilevanza del comparto pubblico sul complesso dell’economia dei paesi occidentali può essere misurata in termini di spesa per abitante. Ne emerge un quadro che, in rapporto agli altri paesi europei, ridimensiona fortemente il ruolo delle Amministrazioni pubbliche (Ap) nel nostro Paese. Nel 2010, la spesa pubblica ammonta a circa 13 mila euro per abitante. Questo valore colloca l’Italia poco sopra la media europea. […].
L’Italia presenta livelli di spesa per abitante inferiori alle principali economie dell’Unione. Nel 2010, la pubblica amministrazione italiana spende poco meno di 13 mila euro per abitante e si colloca al dodicesimo posto nella graduatoria europea, subito dopo la Francia (16.878 euro per abitante), la Germania (14.503) e il Regno Unito (13.833). Ai vertici della graduatoria si trovano il Lussemburgo con oltre 33 mila euro per abitante, la Danimarca e l’Irlanda con oltre 23 mila euro seguite dagli altri paesi nordici. Tra le grandi economie dell’Unione, solo la Spagna spende meno dell’Italia con poco più di 10.400 euro per abitante. A molta distanza, infine, quasi tutti i paesi di nuova adesione.

Per quanto riguarda i dipendenti del settore pubblico i dati non sono così aggiornati e dobbiamo andare all’edizione 2010 di Noi Italia, che utilizza dati Eurostat riferiti al 2008.

Occupati del settore pubblico.
In calo il peso occupazionale del settore pubblico
UNO SGUARDO D’INSIEME
L’importanza del comparto pubblico nel complesso dell’economia dei paesi occidentali è da tempo al centro dell’attenzione. Il peso occupazionale del settore pubblico misura, da un lato, il ruolo delle Amministrazioni pubbliche (Ap) negli equilibri del mercato del lavoro; dall’altro – ancorché indirettamente – la capacità di erogare servizi alla collettività.
In Italia nel 2008 il settore pubblico rappresenta il 14,4 per cento della forza lavoro impiegata, con una dinamica in costante calo fin dal 1990.
[…]
L’ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO
Nel 2008, il peso occupazionale del settore pubblico è del 20 per cento nel complesso dei paesi dell’Unione europea e risulta in calo di 1,7 punti percentuali rispetto al 2000. L’Italia, con il 14,4 per cento, si colloca al ventitreesimo posto della graduatoria europea, poco al di sopra della Germania.
Il contesto europeo si caratterizza anche per una forte variabilità tra i paesi. Nelle economie di nuova adesione il peso del settore pubblico è ancora molto elevato, anche se in forte riduzione. Svezia e Danimarca, paesi dove lo stato sociale è fortemente radicato, si attestano rispettivamente al 33,9 e al 32,3 per cento. Sul versante opposto, in Austria e in Lussemburgo il peso occupazionale del settore pubblico è il più basso d’Europa (11,8 e 10,8 per cento, rispettivamente).
Quasi tutti i paesi europei presentano inoltre dinamiche di riduzione più o meno accentuate, con alcune eccezioni di rilievo: il Regno Unito (+1 punto percentuale tra 2000 e 2006), Grecia (+1,2) e Svezia (+0,2 tra 2000 e 2007).
LA SITUAZIONE NAZIONALE
[…] Nel complesso, il comparto pubblico è in costante riduzione, sia in valori assoluti sia rispetto al totale delle unità di lavoro. Tra il 2000 e il 2008 si rileva una diminuzione dello 0,8 per cento delle unità di lavoro delle Ap, mentre la riduzione rispetto all’inizio degli anni Novanta (-4,8 per cento) è ancora più consistente.
Andamento analogo ha il peso delle Ap rispetto al totale dell’occupazione: si passa dal 16,2 per cento del 1990 al 15,5 per cento del 2000, per arrivare al 14,4 per cento del 2008. La diminuzione tra il 1990 e il 2008 ammonta quindi a 1,8 punti percentuali (la maggiore riduzione si rileva nel periodo 2000-2008, con 1,1 punti percentuali).

Non voglio tanto attirare la vostra attenzione sul fatto che nessuno ha citato questi numeri. Vorrei piuttosto che rifletteste sulla circostanza che nessuno ha presentato dati di sorta, nemmeno che smentissero questi. Nessuno ha bisogno di dire che i dipendenti pubblici sono troppi o troppo pagati. Nessuno – a fronte di provvedimenti su cui le diverse parti politiche hanno variamente sentito il bisogno di far registrare il proprio dissenso (Alfano, PdL: «Da mesi diciamo: ‘Meno spesa, meno debito, meno tasse’»; Bindi, PD: «È un’altra manovra: il Paese la regge? È quello che ci vuole?»; Zaia, Lega: «Sono assolutamente convinto che la Spending review così, com’è impostata, sia incostituzionale»; Di Pietro, IdV: «È un rimedio peggiore del male») e persino Confindustria ha alzato la voce abbastanza da far scattare la reprimenda del premier (Mamma, lo vedi Paolino che fa salire lo spread?) – ha sentito il bisogno di sostenere con qualche argomentazione o con qualche dato la correttezza della scelta di far perdere il lavoro al 10% dei dipendenti pubblici. È una verità autoevidente come quelle richiamate dal preambolo della Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776 o la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite. I dipendenti pubblici sono troppi, improduttivi e troppo pagati. I genovesi sono avari. I torinesi falsi e cortesi. Le ferraresi versate nell’arte della fellatio.

Grosz Gray Day

wikipaintings.org/

Secondo ragionamento.

Perché i dirigenti meritano una decurtazione ancora più severa, in effetti il doppio più severa di quella già importante inflitta agli altri dipendenti pubblici? Sono, verrebbe da dire, doppiamente in eccesso, doppiamente improduttivi, doppiamente troppo pagati?

Dev’essere così per forza. Ma per essere così, dev’essere successo qualcosa di ancora più perverso nel processo di selezione dei dirigenti pubblici: tutto il processo di carriera, di scelta dei dirigenti e di conferma dei loro incarichi deve aver operato nella direzione di far avanzare sistematicamente i più improduttivi e inefficienti tra la platea di improduttivi e inefficienti che costituivano la base su cui operare la scelta. Soltanto così si può passare da una concentrazione di improduttivi e inefficienti del 10% (tra i dipendenti pubblici nel complesso) a una del 20% (tra i dirigenti pubblici)

Per non annoiarvi ulteriormente, ripetendo e ampliando quanto ho già detto con riferimento al caso generale, voglio qui citare come evidenza aneddotica il racconto che mi ha fatto un collega, che mi ha chiesto di rispettare il suo anonimato:

Non ho lavorato sempre nel settore pubblico. Ho lavorato anche come dipendente privato e come libero professionista, per 15 anni. Ho scelto (sì, almeno in parte ho avuto il privilegio di scegliere) la carriera nella pubblica amministrazione anche per una motivazione deontologica: l’Italia aveva attraversato la crisi del 1992 ed era ancora in difficoltà; c’era, anche allora, un governo “tecnico”; con Cassese c’erano spinte per l’ammodernamento della pubblica amministrazione; io avevo passato i 40 anni. Partecipai a un concorso per dirigente, direttamente per la posizione più elevata prevista in quella amministrazione. Era un concorso per titoli, in cui sono stato giudicato soltanto sulla base di quanto avevo prodotto, in modo documentato, nei 15 anni di attività precedenti. Non lo dico per autoincensarmi, ma per far capire che le possibilità di truccare la partita erano abbastanza poche, o meno dell’ordinario. Almeno spero. Per di più, ero uno che veniva da fuori e concorreva con persone che in quell’amministrazione ci lavoravano da anni e avevano un percorso di carriera tutto interno. Un outsider.

Ho vinto. Meritatamente? Io penso di sì, ma non è essenziale per gli sviluppi della storia.

Dopo 6 mesi mi è stata affidata la responsabilità di una struttura. Dopo 6 anni sono diventato un direttore (si poteva essere direttore a due livelli, e io lo ero al livello più basso; ma ero comunque nei top twenty di un’organizzazione di oltre 2.000 persone), e lo sono ancora adesso. Ma non sono stato abbarbicato al mio scoglio come una patella. Il contratto privatistico che mi veniva fatto periodicamente firmare era a tempo determinato (2 o 3 anni, mai di più) e l’amministrazione avrebbe potuto interromperlo ad nutum (cioè senza dovermi spiegare il perché) anche soltanto perché si riorganizzava. Ma non l’ha fatto. Nei 12 anni intercorsi dalla mia promozione a direttore, il contratto è stato valutato e rinnovato più volte: l’amministrazione, cioè, pur rinnovandosi e ristrutturandosi, e pur ritenendo di affidarmi aree di responsabilità diverse, mi ha sempre confermato come direttore. Inoltre, fin dall’inizio una parte del mio stipendio era legato alla valutazione della mia performance: all’inizio di ogni anno mi venivano (e mi vengono tuttora) formalmente assegnati degli obiettivi e il loro conseguimento veniva (e viene tuttora) valutato da un Organismo indipendente per la valutazione. Ho sempre conseguito il massimo. Una burletta, direte voi. Possibile; ma una valutazione regolata dalle leggi di questo Paese e, quella sì, al di fuori della mia responsabilità.

Adesso che abbiamo visto un caso particolare, allarghiamo lo sguardo all’insieme dei dirigenti delle altre amministrazioni pubbliche sottoposte al procedimento di decimazione, o meglio di “quintazione”: hanno tutti storie simili da raccontarvi. Da una quindicina d’anni, infatti, dalla riforma Bassanini in avanti, si lavora così nelle posizioni di responsabilità della pubblica amministrazione.

Comunque sia gestita, questa operazione – su cui nessuno ritiene di dover sprecare un commento o una lacrima – sarà sommamente ingiusta.

Anche perché, ditemi: perché mai una pubblica amministrazione che ritenete sia stata incapace di selezionare dei dirigenti efficienti, dovrebbe miracolosamente essere capace di selezionare correttamente quelli inefficienti?

«O Italiani, io vi esorto alle storie»

Una frase che mio padre citò più volte. A tavola, perché pranzare e cenare insieme (mio padre veniva sempre anche a pranzo, benché per stare un’oretta con noi si dovesse sobbarcare altrettanto di tram, tra andata e ritorno) era l’occasione per parlare insieme.

Erano altri tempi, e avevamo un atteggiamento più laico nei confronti del lavoro e della produttività: ne ha scritto il 20 luglio 2012 ilNichilista sul suo blog in un post intitolato Dalla fine del lavoro alla fine del tempo libero. Non ritengo necessario aggiungere niente, se non l’invito a rileggere l’editoriale che Luigi Pintor – penso – scrisse per il primo 1° maggio del quotidiano il manifesto, nel 1971 (l’ho ripubblicato qui il 1° maggio 2007). E vorrei anche dire che la produttività del lavoro aumenta realmente quando al lavoro vengono messi a disposizione strumenti (mezzi di produzione, avrebbe detto quello) più efficienti, non quando viene aumentata a dismisura la giornata lavorativa cancellando ogni confine tra tempo di lavoro e tempo libero …

Pranzi e cene erano spesso occasioni per discussioni, anche accese, sui massimi e sui minimi sistemi. Spero di essere riuscito a trasferire questa abitudine anche alla famiglia che poi ho formato e che i miei figli se ne ricordino in futuro come lo ricordo io: ma mi rendo conto, mentre lo scrivo, che al massimo ne ricorderanno la metà, perché io invece non sono mai tornato a pranzo, e sono spesso mancato anche a cena …

Quello che devo confessare è che non ho mai approfondito chi e in che contesto avesse pronunciato o scritto quella frase. Non lo chiesi mai allora (per timidezza o per superbia o per neghittosità – comunque già all’epoca “l’uomo che non deve chiedere mai,” e perciò rischia di non sapere e di non ottenere nulla), né lo andai a cercare su qualche enciclopedia. Vagamente, pensavo che l’avesse scritto qualche uomo di lettere del Risorgimento (non ero lontanissimo dalla verità) o magari un Machiavelli (questo sì sbagliatissimo), e che il senso fosse quello di invitare gli italiani a studiare il proprio passato per non ripeterne gli errori.

Poi passarono gli anni (sono più di 35 ormai da quando mio padre non c’è più). Sporadicamente la frase mi è tornata in mente, ma non la ricordavo esattamente, in ogni caso non abbastanza esattamente per Google. Ieri l’illuminazione. Una rapida ricerca e so quasi tutto.

Siamo nel 1809. L’anno prima Ugo Foscolo ha interrotto la sua carriera militare e si è candidato alla cattedra vacante di eloquenza dell’Università di Pavia (era stata di Vincenzo Monti). Il 18 marzo 1808 la ottiene e il 22 gennaio 1809 vi pronuncia l’orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura (l’esperienza accademica del nostro dura per poche lezioni perché Napoleone, ormai sospettoso di ogni libero pensiero, gli sopprime la cattedra – non si chiamava ancora riforma o manovra o spending review, ma gli effetti erano gli stessi).

Riprendo da wikipedia:

Nell’appassionata orazione sull’importanza della parola, che Foscolo legge il 22 gennaio 1809 alla lezione inaugurale del corso che è chiamato a tenere all’Università di Pavia, si trovano tutte le linee della sua poetica. Il fulcro tematico dell’orazione è l’esaltazione della parola che l’autore ritiene uno strumento insostituibile per rappresentare il pensiero e dare forma alla fantasia. Egli sostiene che l’esigenza di comunicare sia tipica dell’uomo e abbia una funzione sociale utile a mantenere l’ordine e l’armonia. Con la parola, dice Foscolo, si fanno nascere le leggi, vengono fondate le religioni, si tramandano le conoscenze. Se la società si sviluppa è perché c’è stato lo sviluppo della lingua che è indice di progresso, di civilizzazione e di letteratura. Nell’orazione Foscolo tratta anche del rapporto tra scienza e letteratura, che ritiene essere complementari e quindi necessarie. Infine prende in analisi il fiorire delle lettere nella Grecia antica e le cause della sua corruzione che individua nell’opera dei sofisti, colpevoli di aver ridotto la poesia in retorica e di aver condannato il pensiero di Socrate.

Ugo Foscolo

wikipedia.org

Se capisco bene, Foscolo – in modo sorprendentemente moderno per me, che evidentemente su di lui so ben poco al di là dei Sepolcri e dei Sonetti – ritiene che la parola sia una facoltà innata e senza parola non vi possa essere pensiero:

Ogni uomo sa che la parola è mezzo di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che la progressione, l’abbondanza e l’economia del pensiero sono effetti della parola. E questa facoltà, di articolare la voce, applicandone i suoni agli oggetti, è ingenita in noi e contemporanea alla formazione de’ sensi esterni e delle potenze mentali, e quindi anteriore alle idee acquistate da’ sensi e raccolte dalla mente; onde quanto più i sensi s’invigoriscono alle impressioni, e le interne potenze si esercitano a concepire, tanto gli organi della parola si vanno più distintamente snodando. Ché le passioni e le immagini nate dal sentire e dal concepire o si rimarrebbero tutte indistinte e tumultuanti, mancando di segni che nell’assenza degli oggetti reali le rappresentassero, o svanirebbero in gran parte per lasciar vive soltanto le pochissime idee connesse all’istinto della propria conservazione, ed accennabili appena dall’azione o dalla voce inarticolata.

Nell’articolare questo ragionamento, Foscolo giunge a teorizzare un rapporto di complementarità tra letteratura e scienza e, di conseguenza, l’origine della decadenza del pensiero nella trasformazione della letteratura in retorica a opera dei sofisti. Assume di conseguenza a modello del suo insegnamento Socrate, anch’egli vittima dei sofisti:

O Ateniesi, adorate Dio, e non aspirate a conoscerlo: amate il paese ove la natura vi ha fatto nascere, e seconderete le leggi dell’universo: non disputate sull’anima, ma dirigete le vostre passioni verso le cose che giovarono a’ nostri padri. O miei concittadini, non a tutti è dato di essere oratore o poeta: coltivate i vostri poderi, permutate i frutti e le merci, poiché tutti abbiamo necessità della terra e a pochi manca l’industria: tutti i padri possono educare i loro figliuoli a venerare gl’iddii, ad obbedire alle leggi, ad amare la patria, e tutti i giovani possono difenderla co’ loro petti; ma in ogni studio ascoltate il proprio Genio, e sarete onorati e benemeriti cittadini.

Con la condanna e la morte di Socrate – secondo Foscolo – «la sapienza fuggì dal governo, e l’eloquenza ammutì, e Atene fu serva de’ retori, che fecero esiliare tutti i filosofi». Lo stesso accadde in Italia, quando Domiziano nominò il retore Quintiliano console (ricevendone immediatamente un immeritato elogio nelle Istitutiones: le radici della piaggeria e del lèche-culismepardon my french – sono profonde).

Così l’arte andò deturpando sino a’ dì nostri le lettere: non però valse ad annientare il decreto della natura che le destinò ministre delle immagini, degli affetti e della ragione dell’uomo.

E finalmente siamo al punto. Perché Foscolo vede nella storia la scienza che può ristabilire il legame di complementarità con la parola e la letteratura e risollevare le sorti della cultura italiana, ma non vede – al di là di tentativi limitati e parziali («e cronache e genealogie e memorie municipali, e le congerie del benemerito Muratori, ed edizioni obbliate di storici di ciascheduna città d’Italia») – una storia d’Italia.

Mi viene da commentare che, anche più di 200 anni fa, gli intellettuali più avveduti individuavano i vizi di fondo della cultura italiana (i) nell’accondiscendenza al potere politico e (ii) nella preferenza per la retorica esercitata «nelle arcadie e nei chiostri» rispetto al lavoro della ricerca scientifica (perché la scienza storica era, per la cultura e la sensibilità di Foscolo, la cosa più vicina alle discipline scientifiche che potesse concepire).

Di qui, finalmente, l’esortazione. È lettura faticosa, ma merita.

O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perché angusta è l’arena degli oratori […] Ma nelle  storie, tutta si spiega la nobiltà dello stile, […] tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi e i benemeriti dell’italiano sapere. […] Forse la sola poesia e la magnificenza del panegirico potranno rimunerar degnamente il principe che vi dà leggi e milizia e compiacenza del nome italiano? […] Quali passioni frattanto la nostra letteratura alimenta, quali opinioni governa nelle famiglie? Come influisce in que’ cittadini collocati dalla fortuna  tra l’idiota ed il letterato, tra la ragione di Stato che non può guardare se non la pubblica utilità, e la misera plebe che ciecamente obbedisce alle supreme necessità della vita, in que’ cittadini che soli devono e possono prosperare la patria, perché hanno e tetti e campi ed autorità di nome e certezza di eredità, e che, quando possedono virtù civili e domestiche, hanno mezzi e vigore d’insinuarle tra il popolo e di parteciparle allo Stato? L’alta letteratura riserbasi a pochi, atti a sentire e ad intendere profondamente; ma que’ moltissimi che per educazione, per agi e per l’umano bisogno di occupare il cuore e la mente sono adescati dal diletto e dall’ozio tra’ libri, denno ricorrere a’ giornali, alle novelle, alle rime; così si vanno imbevendo dell’ignorante malignità degli uni, delle stravaganze degli altri, del vaniloquio de’ verseggiatori; così inavvedutamente si nutrono di sciocchezze e di vizi, ed imparano a disprezzare le lettere. Ma indarno […] e i Germani e gl’Inglesi ci dicono che la gioventù non vive che d’illusioni e di sentimenti, e che la bellezza non è immune dalle insidie del mondo; e che, poiché la natura e i costumi non concedono di preservare la gioventù e la bellezza dalle passioni, la letteratura deve, se non altro, nutrire le meno nocive, dipingere le opinioni, gli usi e le sembianze de’ giorni presenti, ed ammaestrare con la storia delle famiglie. Secondate i cuori palpitanti de’ giovinetti e delle fanciulle, assuefateli, finché sono creduli ed innocenti, a compiangere gli uomini, a conoscere i loro difetti ne’ libri, a cercare il bello ed il vero morale: le illusioni de’ vostri racconti svaniranno dalla fantasia con l’età;  ma il calore con cui cominciarono ad istruire, spirerà continuo ne’ petti. Offerite spontanei que’ libri che, se non saranno procacciati utilmente da voi, il bisogno, l’esempio, la seduzione li procacceranno in secreto.

China Miéville – Railsea

Miéville, China (2012). Railsea. London: Pan MacMillan. 2012. ISBN ,9780230765368. Pagine 384. 8,77 €

Railsea

amazon.com

Questo è il libro che, come dicevo, ha vinto la mia ritrosia a cercare e riprodurre un passo da Il maiale e il grattacielo di Marco d’Eramo. Non tanto per l’aspetto “metadati”, quanto per quello strettamente legato della “standardizzazione”. L’ossessione, soprattutto nordamericana, della standardizzazione è quella che – ben prima della mania del tagging, social o meno – ha portato alla minuziosa classificazione dei generi musicali: andate a vedere, anche soltanto sul vostro iTunes, quante opzioni presenta la tendina “genere”. Oppure andate su un sito specializzato come allmusic.com: 21 generi articolati ognuno in 20-30 sottogeneri, quasi 300 moods, 180 themes: se queste dimensioni si possono tutte incrociare tra loro, parliamo di 25-30 milioni di possibilità… Anche limitandosi alla List of popular music genres proposta dall’omonima pagina di wikipedia c’è da farsi prendere dalle vertigini.

Lo stesso accade con i generi letterari. Amazon permette di esplorare 32 generi principali, ma ognuna delle voci è articolata in profondità, quasi un regresso infinito.

Tutto questo per dire che Railsea non è un romanzo normale. Non soltanto appartiene a un genere (quello che noi chiamiamo fantascienza, ma che Amazon cataloga sotto Books → Literature & Fiction → Genre Fiction, ma anche sotto Books → Science Fiction & Fantasy → Fantasy), ma appartiene anche alla Young-adult fiction (YA), cioè opere di fiction scritte, pubblicate o commercializzate per un pubblico di età compresa tra i 12 e i 18 anni (teenager), oppure, secondo una definizione più estensiva, tra i 10 e i 24 anni. La definizione della categoria è abbastanza lasca: il tema e lo stile passano spesso ma non sempre in secondo piano, rispetto agli elementi della trama, dell’ambientazione e dei personaggi, in modo da catturare più immediatamente e agevolmente l’attenzione dei giovani lettori; la stragrande maggioranza delle storie YA vede un adolescente come protagonista; si tratta in molti casi di un Bildungsroman (in inglese si dice coming-of-age novel). Sono abbastanza tranquillizzato dalla constatazione – se non ho guardato male (il sito della YALSA, cioè della sezione dell’American Library Association che si occupa di letteratura per i giovani adulti, non era raggiungibile) – che non esiste un codice per la regolamentazione o per l’autoregolamentazione (tipo il famigerato codice Hays) dei libri per adolescenti.

Codice Hays

wikipedia.org

Un sospiro di sollievo, quindi? No, perché dopo che abbiamo letto quel passo da Il maiale e il grattacielo conosciamo l’immane potere della standardizzazione. Il solo fatto che nelle biblioteche e nelle librerie statunitensi (e, in misura minore, in tutto il mondo anglosassone) esista una sezione YA (la data di nascita si fa convenzionalmente risalire al 1967, anno di pubblicazione di The Outsiders di Susan Eloise Hinton) è sufficiente, come abbiamo visto, a creare il genere YA come un genere separato.

Fatemi fare una breve digressione (chiedervi il permesso è una figura retorica, ho il potere assoluto di farlo, e voi di smettere di leggermi per ripicca). Nel giugno del 2008 ero a Dublino per qualche giorno di vacanza. Avevo letto Firmin, spacciato per bestseller negli Stati Uniti per creare un bestseller italiano (e l’operazione era riuscita, potenza del marketing, benché negli Stati Uniti non fosse stato un successo editoriale). Benché uscito nel 2005, ai primi 10 posti in classifica sia nel sito statunitense sia in quello britannico c’era invece Twilight. Allora sono entrato in una storica e grande libreria di Dublino, Hodges Figgis, ma sono rimasto stupito non trovandolo esposto. Vincendo la mia naturale ritrosia, ho chiesto a una commessa, che – stupita della mia richiesta (sono un signore di mezza età di aspetto giovanile nei miei giorni migliori) – mi ha guidato nella sezione YA.

Torniamo a noi. Mettiamoci nei panni di un autore che si accinge a scrivere un romanzo che per le sue caratteristiche (ad esempio per il fatto di avere un adolescente come protagonista e di raccontare il suo passaggio all’età adulta) si potrebbe collocare “indifferentemente” nella categoria YA o nella letteratura tout court. Le leggi di mercato che Marco d’Eramo illustra così bene lo condizioneranno, orientandolo a collocarsi nella fascia di qualità “alta” della categoria più “bassa” (in questo caso la letteratura YA, in quanto letteratura “di genere”), piuttosto che nella fascia di qualità “bassa” della categoria più “alta”. E anche, impercettibilmente, a evitare quelle scelte narrative e stilistiche (ad esempio, gli eccessi di sesso, di violenza, di orrore o di linguaggio) che potrebbero nuocere alla collocazione nella categoria YA.

Ahimè, questo è quello che – non so quanto consapevolmente, ma suppongo di sì, dal momento che China Miéville è tutt’altro che uno sprovveduto – succede a Railsea. Che resta al di sotto dei livelli elevatissimi cui Miéville ci aveva abituato, anche se naturalmente stiamo parlando di uno scrittore vero, anni-luce avanti all’irritante Stephenie Meyer.

Raccontare una storia che ha talmente tanti antenati e ispirazioni (viene subito in mente Melville, anche per assonanza tra i due autori, ma le rassomiglianze di famiglia sono troppe per poter essere citate) e con così tante “voci” (Miéville passa in continuazione dalla narrazione alla meta-narrazione, lasciandoci vedere divertito l’autore all’opera con le sue impalcature narrative) richiede davvero una grande maestria.

* * *

Alcune sugose citazioni. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

“Well grubbed, old mole!” […] A traditional response to that traditional praise for such quarry cunning. [284 e ancora 5032: Miéville è un comunista che conosce bene il Marx del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte]

The devout thanked the Stonefaces or Mary Ann or the Squabbling Gods or Lizard or That Apt Ohm or whatever they believed in. Freethinkers had their own awe. [315]

[…] train travels & troubles. [548]

“What,” said Yashkan, “are you doing?”
I have no idea, he thought. [576]

“You do know,” the doctor had said, “that you don’t have to obey orders?”
“I thought that was the whole point of orders!”
“Oh yes, but no,” Fremlo’s voice had dropped. “I mean you are obligated to, formally, yes, but it’s not uncommon to not. […] [830]

PEOPLE HAVE WANTED TO narrate since first we banged rocks together & wondered about fire. There’ll be tellings as long as there are any of us here, until the stars disappear one by one like turned-out lights.
Some such stories are themselves about the telling of others. An odd pastime. Seemingly redundant, or easy to get lost in, like a picture that contains a smaller picture of itself, which in turn contains—& so on. Such phenomena have a pleasing foreign name: they are mise-en-abymes.
We have just had a story of a story. Tell it yourself, again, & a story of a story in a story will be born, & you will be en route to that abyme. Which is an abyss. [1466]

Pitted & oxidised mechanisms from the Heavy Metal Age; shards from the Plastozoic; printouts on thin rubber & ancient ordinator screens from the Computational Era. [1507: le diverse ere del pianeta di Railsea, che però è probabilmente questa nostra terra in un indeterminato futuro]

Fights are much taxonomised. They have been subject over centuries to a complex, exhaustive categoric imperative. Humans like nothing more than to pigeonhole the events & phenomena that punctuate their lives.
Some bemoan this fact: “Why does everything have to be put into boxes?” they say. & fair enough, up to a point. But this vigorous drive to divide, subdivide & label has been rather maligned. Such conceptual shuffling is inevitable, & a reasonable defence against what would otherwise face us as thoroughgoing chaos. The germane issue is not whether, but how, to divide. [1991: anche Miéville si pone il problema dei metadati!]

There were almost as many kinds of families as there were rock islands in the railsea – that, of course, Sham knew. There were many disinclined to take the shape that their homes would rather they did. & in those nations where the norms were not policed by law, if they were willing to put up with disapproval – as, it was clear, the Shroakes were – they could take their own shapes. Hence the Shroakes’ strange household. [2269]

“It was after everything went bad, & they were trying to make money again. With public works. People paid for passage, & rulers paid for every mile of build. So it went crazy. They were competing, all putting down new routes all over the place. Ruthless, because the more they built the more they made.
“They burnt off years of noxious stuff—that’s where the upsky comes from—& ended up chugging stuff into the ground, too, changing things. They could jury-rig the whole world. It was a company war. They laid traps for each other’s trains, so there’s trap-switches, trap-lines, out there.
“They made the lines,” Caldera said. “They destroyed each other. But they couldn’t stave off ruin. & all they left were the rails. We live in the aftermath of business bickering.” [2491]

Our minds we salvage from history’s rubbish, & they are machines to make chaos into story. [2878]

It was common to insist that the worst thing that could happen to a person was to get the wisdom for which they strove. [3956]

“You wouldn’t think,” said Dero, his voice hollow, “the rails could finish, would you?”
“Maybe they don’t,” Sham said. “Maybe this is where the railsea begins.” [5267]

* * *

Qualche altra recensione del romanzo la trovate su Scoop.it – Recensioni.

Forecasting and Tomorrow’s Jobs Report | Jared Bernstein | On the Economy

Jared Bernstein è un economista del lavoro statunitense ed è attualmente tra i consulenti di Barack Obama. Potete trovare qui una sua biografia un po’ meno sintetica.

Jared Bernstein

reuters.com

Ha un blog – On the Economy: Facts, Thoughts and Commentary by Jared Bernstein – da cui ho tratto l’articolo che segue (pubblicato il 5 luglio 2012, alla vigilia della pubblicazione dei dati di giugno sull’occupazione negli USA, e ripreso da Salon.com).

Forecasting and Tomorrow’s Jobs Report

I had a chat with a friend the other day – a prominent academic economist whose name I won’t disclose so he doesn’t get shunned in the faculty room – wherein we bemoaned the state of a) micro-theory (predicts implausible elasticities that never show up in the data; marginal product theory – a core premise – looking ever more suspect*) and b) macro-theory (a terrible muddle these days, as Paul K stresses).

But we agreed that econometrics still rules. Sure, there are those who practice eCONomeTRICKS, but “we regard them with scorn” (extra points for those who can source that quote without Google—even more points for those who can identify why it fits in an econometrics post).

I used to have decent econometrics – statistical analysis of economic data – chops, especially for a former musician/social worker, but alas, no more. I can still reliably run reduced form regressions and the Kalman Filter using the structural (or “state-space”) model I associate with Andrew Harvey (see previous link). But I simply haven’t kept up with the cutting edge stuff, though luckily, I know folks who have.

All of which brings me to the fool’s errand of forecasting employment growth for tomorrow’s jobs report. The consensus is for about 100K. I run a couple of models. At this point in the month, I run a regression of the log changes in payrolls on the lagged quarterly payroll growth, the monthly average of 4-wk UI claims, and the ADP (again, all in log changes) and forecast one month ahead (using the actual UI and ADP data for June).

I also try to tease out the longer term trend using the Kalman filter on the NSA data – this is a very good way to get at the underlying recent trend, which right now is running at around 90K, which is actually close to what I get with the standard time series regression noted above. So that’s about what I expect tomorrow, though given the confidence interval of 100K around these data along with the monthly revisions, the firm birth/death modeling – well, I don’t know anyone who has a great track record on this one.

However, that’s less a critique of econometrics than a warning about realistic expectations when forecasting high-frequency data.

Jared Bernstein

salon.com

Poche mie considerazioni:

  1. Beati i cittadini di paesi (che non sono moltissimi, temo) in cui un consulente del governo può permettersi di avere un blog e di dire liberamente la sua “senza filtro” e senza doversi nascondere dietro un nom de plume.
  2. l’asterisco nel primo capoverso rinvia a questa gustosa nota:
    The great Joe Stiglitz gave a talk recently at the LSE on his new book on inequality (I also interviewed Joe the other day).  Anyway, a bit into the interview, he tells the LSE students, and I’m paraphrasing, “You know, that marginal product theory you’re learning around wage setting—it’s not true…you still have to learn it, but it doesn’t really work.”
  3. Paul K è chiaramente Paul Krugman.
  4. eCONomeTRICKS è un gioco di parole.
  5. Ho dovuto usare Google, ma “we regard them with scorn” è un verso della canzone The Folk Song Army di Tom Lehrer.
  6. Per la cronaca, il dato pubblicato oggi è + 80.000.

10 trucchi per sembrare meno stupidi

Puoi anche essere un genio, ma il rischio di fare la figura del cretino è in agguato.

Calvin Sun sul blog 10 Things ha pubblicato oggi (6 luglio 2012) un decalogo per evitare figuracce:

  1. Conoscere a menadito la propria materia
  2. Anticipare il proprio interlocutore
  3. Non fingere di sapere la risposta
  4. Giocare l’ignoranza a proprio vantaggio
  5. Mettere in luce quanto si sa e si è fatto
  6. Fare domande di conferma (e incorporarvi i dubbi)
  7. Includere le ipotesi e i limiti di applicabilità nella risposta
  8. Ricordarsi che «certamente» può ritorcersi contro di voi
  9. Dire piuttosto «Sarei sorpreso se…» (la risposta del Capitano Renault)
  10. Avere a portata di mano dati e citazioni rilevanti.
La cena dei cretini

movieplayer.it/

10 things you can do to keep from looking stupid | TechRepublic

1: Know the material

As obvious as it sounds, nothing does more to prevent problems than knowing the subject you are discussing. The more you know, and the more insight you can provide based on your own experience, the less likelihood that you will misspeak or state an incorrect position. Even more important, knowing the material will give you confidence, and that confidence will show in the tone of your voice and in your body language. Do you know how to reduce the chances of being burned while working with a particular product? Don’t be afraid to share that knowledge.

2: Think three steps ahead of the other person(s)

This point relates to the first one. Not only must you know what you’re talking about, you also must anticipate the most likely questions you will get and prepare answers. In other words, you must do more than simply repeat information. You must be able to analyze it and show how it relates to the objectives and concerns of your listeners. If you are talking about a software implementation, what are the most likely areas where a problem will occur? What combination of hardware and software will be the most difficult to troubleshoot? If you have these answers, your listeners will appreciate your information more.

3: Don’t fake an answer

No matter how much you prepare, you might get a question for which you don’t know the answer. In such a case, resist the urge to guess. You might be right, but the chances are greater that you will be wrong, and an initial wrong answer followed by a correction will be worse than stating that you do not know the answer. Of course, if the question involves a complicated situation, people will be more understanding of your inability to answer than if you lack an answer to a basic question.

At the same time, try to answer what you can. If the question involves the interaction of multiple software products, for example, answer what you can about the individual products, then simply state that explaining the way they interact would take additional analysis.

4: Put a positive spin on lack of knowledge

Even though you might not know the answer, try to avoid saying so. Instead, try the old standard “That’s a good question.” Then explain the issues involved. If the answer will vary depending on different sets of circumstances or system configurations, you could talk about one specific circumstance or configuration and explain that one in detail. Then caution your listener that the results might be different in other circumstances.

5: Mention what steps you already took

Let’s say that you are a level one help desk analyst and you are escalating an issue to level two or beyond. When discussing the issue with the next analyst, make it clear what initial troubleshooting steps you already took and that they failed to work. If you don’t, that level two person might think that you neglected those steps and will think that you are incompetent. Better to be in front of the situation and explain what you already did than to have to react to the other analyst’s questions.

6: Incorporate alternatives when you ask a confirming question

If you are unclear about something you heard, incorporate into your question the possible alternatives. The person who is explaining might not be aware of those other alternatives and mistakenly believe your question is stupid.

For instance, suppose someone is explaining that a supplier is based in Arlington, and that person is aware of only the Arlington in Virginia. If you were to ask, “Do you mean Arlington, VA?” that person, and possibly others, might consider it a stupid question. If you instead ask, “Do you mean Arlington, Virginia, Texas, or Massachusetts?” you subtly make it clear that your question is not stupid at all. In the same way, rather than asking, “Do we need PowerPoint to run the presentation?” consider instead “Do we really need PowerPoint or just the viewer?”

7: Be clear in your answer about assumptions and limitations

Any answer you give will depend on specific facts and circumstances. Therefore, be clear about them, because in other cases the answer might be different.

For example, let’s say that you are vendor management person for your IT organization, and an issue has arisen with a vendor. Suppose someone in the organization asks you about the timeframe your company has in which to sue a vendor, and you know the answer. In giving it, you probably would want to qualify your answer to say, “In state X, the time limit to sue is y years, but in other states it might be different.”

8: Remember that “definitely [not]” can come back to haunt you

As soon as you say something “definitely” will or won’t happen, events will prove you wrong. As a result, you will end up with the proverbial egg on your face. A better alternative to “definitely will happen” is a response such as, “It might not happen, but the chances of that are really small.” An alternative to “definitely won’t happen,” might be, “It’s possible but extremely unlikely.”

9: Consider the Captain Renault “would be shocked” response

In the immortal movie Casablanca, Captain Renault declared that he was, “shocked, shocked I tell you” to find that gambling was occurring at Rick’s Café. You can use this dialog yourself to avoid looking foolish.

While the previous answers of “possible but unlikely” are better than the “definitely” or “definitely not,” they still carry an element of uncertainty. For that reason, my own preference is to answer so that the answer does have certainty. However, the certainty is not about the result, but about my reaction if the result is different. It also lets people know that you’re already aware that you might get egg on your face, so if you’re wrong, you don’t look quite as foolish.

So, for example, in response to the question “Does this Microsoft product have security issues?” I might answer, “If it doesn’t, I would be shocked.” If I am positive that a project will be late, I might say, “If this project comes in on time, I will be shocked.”

10:  Have data and citations in writing

If you are using data to support your points, have that data with you in writing or least have a citation to it. That way, you are not seen as making up numbers. Furthermore, people who disagree with you also have to disagree with data that came from someone other than you. Having the data and the citations gives you added credibility.