Le regole auree del previsore ideale secondo Julian Bigelow

Julian Bigelow (1913-2003), pioniere della cibernetica, fu uno stretto collaboratore di Norbert Wiener. Quando John von Neumann nel 1946 si accinse alla realizzazione del computer dell’Institute for Advanced Studies di Princeton e chiese a Wiener di segnalargli il nome di un candidato alla posizione di chief engineer, Wiener fece il nome di Bigelow, che divenne così un membro fondamentale del gruppo.

Il gruppo dello IAS

wikipedia.org / Julian Bigelow at The Princeton Institute for Advanced Study (Left to right: Julian Bigelow, Herman Goldstein, J. Robert Oppenheimer, and John von Neumann).

Nel 1940, Bigelow e Wiener furono incaricati da Warren Weaver (responsabile dei sistemi antiaerei statunitensi) di studiare un sistema di previsione e guida delle batterie: l’aviazione tedesca stava bombardando massicciamente la Gran Bretagna senza incontrare un’opposizione efficace, dal momento che all’epoca soltanto un proiettile antiaereo su 2.500 andava a bersaglio. Come racconta George Dyson nel suo Turing’s Cathedral, Bigelow e Wiener studiarono il problema in termini probabilistici. Nel dicembre del 1941, pochi giorni prima dell’attacco nipponico di Pearl Harbor, Bigelow scrisse a Warren Weaver una lunga (59 pagine!) lettera riservata, in cui erano tra l’altro contenute 14 «massime del previsore ideale».

Bigelow anzitutto raccomandava prudenza a proposito del concetto stesso di previsione:

We should clear any fog surrounding the notion of ‘prediction. […] Strictly and absolutely, no network operator – or human operator – can predict the future of a function of time. […] So-called ‘leads’ evaluated by networks or any other means are actually ‘lags’ (functions of the known past) artificially reversed and added to the present value of the function. [p. 112]

Le massime 7 8 e 9 recitano così:

  • Never estimate what may be accurately computed.
  • Never guess what may be estimated.
  • [If a guess is absolutely necessary] Never guess blindly. [p. 112]

Sul ruolo del parlamento, Monti ha ragione o torto?

Cercherò di rispondere alla domanda. Ma va da sé – e ad ogni buon conto lo ribadisco – che la mia risposta sarà personale e fortemente idiosincratica.

Il che non toglie che, in questa vicenda, ci sia più di un elemento oggettivo, che oggettivamente dunque – e non solo soggettivamente – può essere trattato.

Il primo elemento oggettivo è che, se non mi sbaglio e se non sono stato troppo superficiale, nella stampa italiana online è pressoché impossibile trovare il testo integrale dell’intervista rilasciata da Mario Monti a Der Spiegel. Un problema per chi, come me, non legge correntemente il tedesco. Si è costretti a fare riferimento alle sintesi pubblicate dai nostri quotidiani (per esempio, quella di La Repubblica è qui), che però non avevano ritenuto essenziale il passo che ha provocato tante reazioni. Per fortuna, Der Spiegel ha anche un’edizione inglese, in cui l’intervista è pubblicata integralmente (Interview with Italian Prime Minister Mario Monti | ‘A Front Line Between North and South’). Penso che Mario Monti non parli neppure lui correntemente il tedesco: perciò c’è qualche speranza che il testo inglese sia quello realmente originale, almeno per quanto riguarda le risposte di Monti.

Naturalmente, quando ieri (6 agosto 2012) si sono scatenate le reazioni tedesche (bipartisan) alle dichiarazioni di Mario Monti e le contro-reazioni italiane (altrettanto bipartisan), le pagine dei giornali si sono riempite della polemica, senza che si sentisse la necessità di (ri)proporre l’intervista ai lettori, possibilmente nella sua integrità.

E questa è la mia prima considerazione “oggettiva”: il governo Berlusconi è caduto, ma nei mezzi di comunicazione è rimasto il brutto vizio di dare più spazio alle reazioni, cioè alle dichiarazioni contro-dichiarazioni e prese di posizione delle diverse parti, che alla fonte alla base della polemica. L’effetto è che il lettore o spettatore – non essendosi potuto fare un’opinione di prima mano sull’oggetto del contendere – è automaticamente e inconsapevolmente portato a trovarsi d’accordo con lo schieramento d’appartenenza o di riferimento, che parla un linguaggio che gli suona familiare e immediatamente comprensibile. È un effetto di framing che non ha neppure bisogno di stabilire preliminarmente l’ordine del giorno del dibattito (agenda setting): si discute, semplicemente, su un oggetto assente, e ognuna delle parti “crea” il proprio oggetto secondo la propria convenienza (è quello che accade continuamente nelle cosiddette “trasmissioni di approfondimento”, in cui l’assenza di una materia condivisa di discussione consente di rendere di parte i fatti stessi, o la rappresentazione che – latitando i fatti – ne prende il posto). Qui è sparito il testo delle affermazioni di Monti, e ognuno lo ricostruisce come gli fa più comodo (come è più funzionale alla propria argomentazione) senza che nessuno dei giornalisti che raccolgono le “reazioni” si senta in dovere di chiedere: «Scusi, ma di che stiamo parlando, esattamente?». Italiani, non potendovi anch’io esortare alle storie, vi invito almeno a consultare le fonti. Nell’era dell’informazione non dovrebbe comportare uno sforzo sovrumano.

Secondo punto “oggettivo” e inquietante. In questa lunga e preoccupante crisi europea, non c’è maître à penser (italiano o d’oltralpe) che non ci abbia detto e autorevolmente ammonito che da questa crisi si esce in piedi soltanto se si costruisce più Europa, un’Europa oltre che monetaria anche bancaria e fiscale, e infine politica. Salvo poi, al minimo screzio, alla prima divergenza d’opinione, strepitare che noi italiani non prendiamo ordini di politica economica né lezioni di democrazia da nessuno. Al che osservo 2 cose:

  1. Che la costruzione dell’Europa come la vorremmo (o, quanto meno come la vorrei io), cioè come aggregazione di volontà politiche in direzione federalista, non potrà che passare attraverso compromessi, cessioni volontarie non soltanto di sovranità ma anche di convincimenti, consuetudini e istituzioni più o meno radicati. La politica, la politica democratica e liberale, si fa così. L’alternativa è una qualche forma di conquista imperiale e imperialistica, che l’Europa ha sperimentato fin troppe volte nella sua lunga storia, con conseguenze in genere disastrose per i popoli e le persone (sì, anche per i nostri avi quando comandavano i Romani: siete sicuri che se foste vissuti allora sareste stati ricchi patrizi e non poveri schiavi? e lo sapete che, in ogni caso, avreste goduto di un benessere, di possibilità di scelta e di prospettive di vita incomparabilmente minori di quelle che oggi considerate il minimo vitale?)
  2. Le lezioni di democrazia le possono dare tutti: è proprio questa l’essenza della democrazia. E non volersi far dare lezioni da nessuno, invece, è proprio tipico di un atteggiamento profondamente anti-democratico. E la finisco qui perché non mi va di essere predicatorio.
Mario Monti

spiegel.de

Veniamo piuttosto al passo incriminato dell’intervista di Mario Monti:

Monti: [… T]here are a few countries — and they lie to the north of Germany — who every time we have reached a consensus at the European Council (the EU body representing the leaders of the 27 member states) then say things two days later that call into question this consensus.

SPIEGEL: You are now referring to the Finns as well as others?

Monti: I can understand that they must show consideration for their parliament. But at the end of the day, every country in the European Union has a parliament as well as a constitutional court. And of course each government must orient itself according to decisions made by parliament. But every government also has a duty to educate parliament. If I had stuck to the guidelines of my parliament in an entirely mechanical way, then I wouldn’t even have been able to agree to the decisions that were made at the most recent (EU) summit in Brussels.

SPIEGEL: Why not?

Monti: I was given the task of pushing through euro bonds at the summit. If governments let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act, a breakup of Europe would be a more probable outcome than deeper integration. [i corsivi sono miei]

Qui, come annunciato, usciamo dal terreno “oggettivo” ed entriamo in quello delle opinioni personali e idiosincratiche. Ecco, secondo me la reazione tedesca a difesa del parlamentarismo è comprensibile, giusta e storicamente fondata. La reazione italiana sproporzionata e, come cercherò di spiegare, in una certa misura incostituzionale. Provo a spiegarmi. Il signore che vedete qui sotto è Hans Kelsen, un padre del diritto moderno.

Hans Kelsen

wikipedia.org

Kelsen è considerato il capostipite novecentesco della dottrina liberal-democratica del diritto su base giuspositivista. Nel 1920 Kelsen partecipò alla scrittura della Legge costituzionale federale per la Repubblica austriaca, che sarà poi un modello per la Legge fondamentale della Repubblica federale di Germania del 1949 e anche per la Costituzione della Repubblica italiana del 1946.

Per Kelsen, democrazia e parlamentarismo sono inscindibili:

La lotta combattuta alla fine del secolo XVIII ed al principio del XIX contro l’autocrazia fu essenzialmente una lotta in favore dell’istituto parlamentare, […] una costituzione che accorda alla rappresentanza popolare una parte decisiva nella formazione della volontà statale e mette fine alla dittatura del monarca assoluto o ai privilegi di un ordinamento giuridico per caste.

[… Il parlamentarismo è] formazione della volontà normativa dello Stato mediante un organo collegiale eletto dal popolo in base al suffragio universale ed uguale per tutti, cioè dunque democraticamente, secondo il principio della maggioranza.

[…] il principio della restrizione dei poteri governativi [è] il principio fondamentale del liberalismo politico. La democrazia moderna non può essere separata dal liberalismo politico. Il suo principio è che il governo non deve interferire in certe sfere di interessi proprie dell’individuo. [Hans Kelsen, La democrazia]

Per Kelsen, cioè, non si può «mettere seriamente in dubbio che il parlamentarismo non sia l’unica possibile forma reale in cui nella realtà sociale odierna possa attuarsi l’idea della democrazia.» Ne consegue che «la condanna del parlamentarismo [sarebbe] al tempo stesso la condanna della democrazia».

La cultura democratica e giuridica tedesca è fortemente impregnata del pensiero di Kelsen, che viene studiato non soltanto come un maestro della filosofia del diritto, ma anche come un padre della costituzione e un artefice della rinascita post-nazista e post-bellica. Non è un caso che Kelsen, ebreo di famiglia, sia dovuto fuggire davanti all’espansione del Reich millenario, prima da Colonia e poi da Praga.

Al pensiero di Hans Kelsen si era storicamente opposto, già all’inizio degli anni Trenta, quello di Carl Schmitt, per il quale il parlamento è legato a un sistema sostanzialmente oligarchico: «da teatro di una discussione libera e costruttiva dei liberi rappresentanti del popolo […] diventa il teatro di una divisione pluralistica delle forze sociali organizzate», mentre «le decisioni essenziali vengono prese fuori dal Parlamento.» [le citazioni di Carl Schmitt sono tratte da un articolo di Roberto Di Maria, “La vis expansiva del Governo nei confronti del Parlamento: alcune tracce della eclissi dello Stato legislativo parlamentare nel “ruolo” degli atti aventi forza di legge”].

Insomma, avete capito dove voglio andare a parare: in Italia nel dibattito politico (e implicitamente costituzionale) da oltre 20 anni, in nome della governabilità, ci si è allontanati dal quadro di riferimento kelseniano e avvicinati a quello schmittiano: si è cercato di risolvere il problema della frammentazione delle forze politiche rappresentate in parlamento abbandonando il sistema proporzionale (senza riflettere, se non tardivamente, che in Germania un sistema proporzionale ancorché con sbarramento ha garantito per 60 anni un bipartitismo pressoché perfetto); si è mutato l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’esecutivo e a scapito del legislativo (e, in prospettiva, del giudiziario); la stessa democrazia ha teso a perdere i caratteri di democrazia rappresentativa (come la intendeva Kelsen) per farsi democrazia identitaria (come la intendeva Schmitt).

Monti non è un giurista ma nemmeno uno sprovveduto. Non posso quindi pensare a una gaffe quando afferma che i governi non possono essere rigidamente vincolati alle decisioni dei parlamenti senza spazi di manovra (governments [cannot] let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act). Non di questo si tratta: i governi hanno questi spazi di manovra, ma devono riferirne e renderne conto ex post in parlamento, che in ultima istanza (e in ultima istanza solamente) ha l’arma della fiducia. E l’affermazione che i governi abbiano il dovere (assegnatogli da chi?) di educare i parlamenti (a duty to educate parliament) lo trovo peggio che insultante: manco i parlamenti fossero gattini da educare alla cassettina sfregandogli il nasino nella cacca.

E pensare che Monti aveva esordito, come presidente del consiglio dei ministri, richiamando le istituzioni europee a più metodo comunitario e meno decisioni del Consiglio europeo (che è composto dagli esecutivi degli Stati membri).

Sospetto, a questo punto, che Kelsen sia del tutto estraneo alla cultura e alla Weltanschauung di Monti: non per quel po’ d’ignoranza sugli altri campi del sapere che ogni specializzazione comporta, ma per il baratro che separa il Kelsen relativista nell’etica e “proceduralista” nella concezione della democrazia dal Monti legato al mondo cattolico e dunque diffidente verso ogni relativismo e portatore di valori “oggettivi”. Non penso sia un caso che Jacques Maritain, il filosofo cattolico caro a papa Montini, abbia scritto polemizzando proprio con Kelsen:

[N]on c’è tolleranza reale e autentica se non quando un uomo è fermamente e assolutamente convinto di una verità, o di quella che ritiene una verità, e quando, nel medesimo tempo, riconosce a quelli che negano questa verità il diritto di esistere e di contraddirlo, non perché siano liberi nei confronti della verità, ma perché cercano la verità a modo loro e perché rispetta in essi la natura umana e la dignità umana. [il corsivo è mio]

È in affermazioni come queste, temo, che Monti scopre il suo dovere di educare i parlamenti.

La strage e Fioravanti

Come spesso accade per questi eventi traumatici, ricordo perfettamente dove mi raggiunse la notizia della stragedi Bologna del 2 agosto 1980. Ero arrivato a Milano il giorno prima per passare qualche giorno con i miei prima delle vacanze “vere”; mia nonna accese la radio per un notiziario; pensammo subito tutti ai fascisti, erano anni che facevano le prove generali. Venendo da Roma, ero passato dalla stazione di Bologna quasi esattamente 24 ore prima, ma – dato che erano i giorni dell’inizio delle ferie di massa e data la posizione nodale di Bologna nel sistema ferroviario italiano – è una coincidenza che condivido con moltissimi.

Ho scritto da poco sulla strage, recensendo un romanzo bruttino (Strage) di Loriano Macchiavelli. Vi si adombra l’ipotesi (ancorché solo romanzescamente) dell’esplosione avvenuta per errore. Non lo penso. E per una volta non la pensa così neppure la magistratura: c’è una sentenza in giudicato (23 novembre 1995), che individua i responsabili, tra gli altri, in Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.

I 2 si proclamano innocenti, e ne hanno il diritto.

Forse qualcuno ricorderà Fioravanti come il figlio piccolo di una fortunatissima serie televisiva del 1968-69, forse la prima sit-com o soap-opera (non sono un esperto): era bravissimo e simpaticissimo. Cito da Wikipedia:

La famiglia Benvenuti è una serie TV italiana degli anni sessanta andata in onda su Raiuno e considerata la capostipite delle moderne fiction televisive in quanto scritta appositamente per la televisione da Alfredo Giannetti che ne cura anche la regia.

Narra le vicende di una famiglia italiana appartenente alla media borghesia: padre, madre, due figli e la governante. La serie riscuote molto successo da parte del pubblico in quanto – attraverso la narrazione di fatti quotidiani medi, non eccezionali – riesce ad attivare un forte meccanismo di personificazione e proiezione.

Ma per quanto il personaggio interpretato da Fioravanti da piccolo potesse essere simpatico, il Valerio terrorista e il Fioravanti ergastolano non suscitano in me alcuna comprensione. Lascio parlare Stefano Nazzi e l’articolo che ha scritto oggi per il Post, Il 2 agosto 1980 e altre storie.

C’è un documentario, Un solo errore, girato da Matteo Pasi e dedicato alla strage della stazione di Bologna. In un’intervista Giusva Fioravanti, che per quella strage è stato condannato all’ergastolo, dice «che il presidente dell’associazione delle vittime della strage (Paolo Bolognesi) in quell’attentato ha perso una suocera. E la suocera non è una vera perdita». Dice ancora Fioravanti: «Bolognesi è un vecchio partigiano, è la carica ideologica che lo muove». Dà le pagelle alle perdite: la suocera vale poco, evidentemente.

Quella suocera si chiamava Vincenzina Sala, il 2 agosto 1980 era andata alla stazione di Bologna con il nipotino Marco, sei anni, il figlio di Paolo Bolognesi. Erano lì ad aspettare Paolo e la moglie, che tornavano da un viaggio in Svizzera. L’esplosione li travolse: Marco venne devastato, sfigurato, riconosciuto dai genitori solo per una voglia sulla pancia. Il 3 agosto Sandro Pertini andò in ospedale, ne uscì piangendo, disse «Ho visto un bambino che sta morendo». Non morì Marco, ma i segni di quel giorno li porta ancora addosso: ha invalidità superiori all’80%. Il corpo di Vincenzina venne riconosciuto solo per una doppia fede nuziale al dito. La testa non fu trovata. Il deputato Raisi ha detto però che la suocera di Bolognesi non morì quel giorno, ma tre anni dopo.

Parlano. Giusva Fioravanti ha tutto il diritto di continuare a proclamare la sua innocenza. Ha tutto il diritto di dire, come chiunque altro, ciò che vuole. Ma io il diritto di ricordarmi che era Giusva Fioravanti. Ricordarmi di lui e di quelli che erano con lui: Alessandro Alibrandi, Massimo Carminati, Gilberto Cavallini che il 27 aprile 1976 insieme ad altri camerati in via Uberti, a Milano, squarciò a coltellate l’addome di Gaetano Amoroso, “vestito da compagno”. Ricordarmi di quando Fioravanti e i suoi venivano a Milano, per cercare compagni da ammazzare anche in trasferta.

Ci sono storie che continuano a mettere i brividi. Il 28 febbraio 1978 Fioravanti e i suoi a Roma sono a “caccia di rossi”. In piazza San Giovanni Bosco ci sono alcuni ragazzi su una panchina che si stanno facendo una canna: Fioravanti e i suoi scendono dall’auto, sparano. Scialabba è colpito al torace ma non è morto. Fioravanti gli sale a cavalcioni, lo guarda e lo finisce con due colpi in testa. Si stava solamente facendo una canna, Roberto Scialabba.

Ce ne sono tante di cose da ricordare, non solo il 2 agosto 1980.

Ecco, ricordatevi anche questo, di Giusva Fioravanti.

Obituary: Sally Ride (26 maggio 1951-23 luglio 2012)

Di Sally Ride avevamo parlato – per la verità in modo molto leggero – in un post di qualche tempo fa, che ieri ho riproposto, dopo essere venuto a conoscenza della sua scomparsa.

Sally Ride

sallyridescience.com

Oggi torno sull’argomento con più serietà, perché il necrologio ufficiale – pubblicato sul suo sito Sally Ride Science – mette in luce 2 aspetti della sua vita, uno poco noto e uno del tutto privato fino a ieri, che mi sembra valga la pena sottolineare:

  1. Dopo aver lasciato la NASA nel 1987, Sally è tornata a insegnare, prima a Stanford e poi all’UCSD (University of California San Diego, noto a noi Apple-isti della prima ora per UCSD Pascal) e nel 2001 ha fondato la propria società, Sally Ride Science, per perseguire la vera passione della sua vita: «inspiring young people, especially girls, to stick with their interest in science, to become scientifically literate, and to consider pursuing careers in science and engineering.»
    «The company creates innovative classroom materials, classroom programs, and professional development training for teachers.»
    «Long an advocate for improved science education, Sally co-wrote seven science books for children—To Space and Back (with Sue Oakie); and Voyager; The Third Planet; The Mystery of Mars; Exploring Our Solar System; Mission Planet Earth; and Mission Save the Planet (all with Tam O’Shaughnessy). Sally also initiated and directed NASA-funded education projects designed to fuel middle school students’ fascination with science, including EarthKAM and GRAIL MoonKAM.»
    Secondo il New York Times (“American Woman Who Shattered Space Ceiling“): «In 2003, Dr. Ride told The Times that stereotypes still persisted about girls and science and math — for example the idea that girls had less ability or interest in those subjects, or would be unpopular if they excelled in them. She thought peer pressure, especially in middle school, began driving girls away from the sciences, so she continued to set up science programs all over the country meant to appeal to girls — science festivals, science camps, science clubs — to help them find mentors, role models and one another. “It’s no secret that I’ve been reluctant to use my name for things,” she said. “I haven’t written my memoirs or let the television movie be made about my life. But this is something I’m very willing to put my name behind.”»
  2. Con grande discrezione e sottile understatement, il necrologio ci informa che Sally lascia «Tam O’Shaughnessy, her partner of 27 years». Nessuno, fuori dalla cerchia dei parenti e degli amici più intimi, lo sapeva, perché la discrezione e la riservatezza di Sally erano proverbiali.
    Tam, che lavora alla Sally Ride Science come Chief Operating Officer and Executive Vice President for Content, aveva incontrato Sally su un campo da tennis quando erano entrambe ragazze:
    «Sally Ride and Tam O’Shaughnessy became friends at the age of 12 when they both played tennis. While their lives took different paths, they stayed in contact over the years. Ride went to Stanford University, earned a BS, an MS, and a PhD in physics, and became the first American woman to fly in space; O’Shaughnessy became a professional tennis player and later earned a BS and an MS in biology from Georgia State University and a PhD in school psychology from the University of California–Riverside.»
    Sally non aveva mai parlato della sua sessualità. Nell’articolo del New York Times già citato si dice: «Dr. Ride was known for guarding her privacy. She rejected most offers for product endorsements, memoirs and movies, and her reticence lasted to the end. […] In 1983, writing in The Washington Post, Susan Okie, a journalist and longtime friend, described Dr. Ride as elusive and enigmatic, protective of her emotions. “During college and graduate school,” Dr. Okie wrote, “I had to interrogate her to find out what was happening in her personal life.”»
    La sorella di Sally, Bear Ride, ha dichiarato a BuzzFeeD (“First Female U.S. Astronaut, Sally Ride, Comes Out In Obituary“): «We consider Tam a member of the family. […] I hope it makes it easier for kids growing up gay that they know that another one of their heroes was like them. […] Sally didn’t use labels. Sally had a very fundamental sense of privacy, it was just her nature, because we’re Norwegians, through and through.»
    Nel medesimo articolo, Chad Griffin, presidente della Human Rights Campaign, afferma: «For many Americans, coming out will be the hardest thing they ever do. While it’s a shame that Americans were not able to experience this aspect of Sally while alive, we should all be proud of the fact that like many LGBT Americans, she proudly served her country, had a committed and loving relationship, and lived a good life. […] The fact that Sally Ride was a lesbian will further help round out Americans’s understanding of the contributions of LGBT Americans to our country. Our love and condolences go out to her partner.»
    Per effetto del DOMA (Defense of Marriage Act) Tam non può essere riconosciuta erede di Sally.
Sally Ride e Tam O'Shaughnessy

Flickr/The American Library Association

 

Scoop: perché Napoleone ha licenziato Laplace

Napoleone aveva una grande passione per gli uomini di scienza e fu tra i primi a cogliere le potenzialità della statistica per il governo (autoritario) dello Stato.

Napoleone Bonaparte

wikipedia.org

Laplace, dal canto suo, aveva una straordinaria capacità di voltare gabbana, politicamente parlando: figlio di piccoli proprietari terrieri, fu fervente repubblicano durante la rivoluzione, ma si mise poi al servizio di Napoleone che nel 1799 lo nominò ministro dell’interno.

Laplace

wikipedia.org

Laplace durò nella carica soltanto 6 settimane. Questa la motivazione del licenziamento, vergata dallo stesso Napoleone. Che serva di lezione a tutti noi tecnici e scienziati, quando ci viene la tentazione di darci alla politica:

«Géomètre de premier rang, Laplace ne tarda pas à se montrer administrateur plus que médiocre; dès son premier travail nous reconnûmes que nous nous étions trompé. Laplace ne saisissait aucune question sous son véritable point de vue: il cherchait des subtilités partout, n’avait que des idées problématiques, et portait enfin l’esprit des ‘infiniment petits’ jusque dans l’administration.»

«Matematico di prima categoria, Laplace non ha tardato a dimostrarsi un amministratore più che mediocre; dal suo primo lavoro noi abbiamo subito compreso che ci eravamo sbagliati. Laplace non coglieva alcuna questione sotto il suo giusto punto di vista: cercava delle sottigliezze ovunque, aveva solo idee problematiche, e infine portava lo spirito dell'”infinitamente piccolo” perfino nell’amministrazione.»

Consoliamoci pensando che, nonostante questa disavventura, Napoleone continuò ad apprezzarne il valore come matematico e nel 1806 lo nomino conte dell’impero. Laplace sopravvisse alla grande anche alla restaurazione borbonica, riuscendo a diventare marchese nel 1817.

«O Italiani, io vi esorto alle storie»

Una frase che mio padre citò più volte. A tavola, perché pranzare e cenare insieme (mio padre veniva sempre anche a pranzo, benché per stare un’oretta con noi si dovesse sobbarcare altrettanto di tram, tra andata e ritorno) era l’occasione per parlare insieme.

Erano altri tempi, e avevamo un atteggiamento più laico nei confronti del lavoro e della produttività: ne ha scritto il 20 luglio 2012 ilNichilista sul suo blog in un post intitolato Dalla fine del lavoro alla fine del tempo libero. Non ritengo necessario aggiungere niente, se non l’invito a rileggere l’editoriale che Luigi Pintor – penso – scrisse per il primo 1° maggio del quotidiano il manifesto, nel 1971 (l’ho ripubblicato qui il 1° maggio 2007). E vorrei anche dire che la produttività del lavoro aumenta realmente quando al lavoro vengono messi a disposizione strumenti (mezzi di produzione, avrebbe detto quello) più efficienti, non quando viene aumentata a dismisura la giornata lavorativa cancellando ogni confine tra tempo di lavoro e tempo libero …

Pranzi e cene erano spesso occasioni per discussioni, anche accese, sui massimi e sui minimi sistemi. Spero di essere riuscito a trasferire questa abitudine anche alla famiglia che poi ho formato e che i miei figli se ne ricordino in futuro come lo ricordo io: ma mi rendo conto, mentre lo scrivo, che al massimo ne ricorderanno la metà, perché io invece non sono mai tornato a pranzo, e sono spesso mancato anche a cena …

Quello che devo confessare è che non ho mai approfondito chi e in che contesto avesse pronunciato o scritto quella frase. Non lo chiesi mai allora (per timidezza o per superbia o per neghittosità – comunque già all’epoca “l’uomo che non deve chiedere mai,” e perciò rischia di non sapere e di non ottenere nulla), né lo andai a cercare su qualche enciclopedia. Vagamente, pensavo che l’avesse scritto qualche uomo di lettere del Risorgimento (non ero lontanissimo dalla verità) o magari un Machiavelli (questo sì sbagliatissimo), e che il senso fosse quello di invitare gli italiani a studiare il proprio passato per non ripeterne gli errori.

Poi passarono gli anni (sono più di 35 ormai da quando mio padre non c’è più). Sporadicamente la frase mi è tornata in mente, ma non la ricordavo esattamente, in ogni caso non abbastanza esattamente per Google. Ieri l’illuminazione. Una rapida ricerca e so quasi tutto.

Siamo nel 1809. L’anno prima Ugo Foscolo ha interrotto la sua carriera militare e si è candidato alla cattedra vacante di eloquenza dell’Università di Pavia (era stata di Vincenzo Monti). Il 18 marzo 1808 la ottiene e il 22 gennaio 1809 vi pronuncia l’orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura (l’esperienza accademica del nostro dura per poche lezioni perché Napoleone, ormai sospettoso di ogni libero pensiero, gli sopprime la cattedra – non si chiamava ancora riforma o manovra o spending review, ma gli effetti erano gli stessi).

Riprendo da wikipedia:

Nell’appassionata orazione sull’importanza della parola, che Foscolo legge il 22 gennaio 1809 alla lezione inaugurale del corso che è chiamato a tenere all’Università di Pavia, si trovano tutte le linee della sua poetica. Il fulcro tematico dell’orazione è l’esaltazione della parola che l’autore ritiene uno strumento insostituibile per rappresentare il pensiero e dare forma alla fantasia. Egli sostiene che l’esigenza di comunicare sia tipica dell’uomo e abbia una funzione sociale utile a mantenere l’ordine e l’armonia. Con la parola, dice Foscolo, si fanno nascere le leggi, vengono fondate le religioni, si tramandano le conoscenze. Se la società si sviluppa è perché c’è stato lo sviluppo della lingua che è indice di progresso, di civilizzazione e di letteratura. Nell’orazione Foscolo tratta anche del rapporto tra scienza e letteratura, che ritiene essere complementari e quindi necessarie. Infine prende in analisi il fiorire delle lettere nella Grecia antica e le cause della sua corruzione che individua nell’opera dei sofisti, colpevoli di aver ridotto la poesia in retorica e di aver condannato il pensiero di Socrate.

Ugo Foscolo

wikipedia.org

Se capisco bene, Foscolo – in modo sorprendentemente moderno per me, che evidentemente su di lui so ben poco al di là dei Sepolcri e dei Sonetti – ritiene che la parola sia una facoltà innata e senza parola non vi possa essere pensiero:

Ogni uomo sa che la parola è mezzo di rappresentare il pensiero; ma pochi si accorgono che la progressione, l’abbondanza e l’economia del pensiero sono effetti della parola. E questa facoltà, di articolare la voce, applicandone i suoni agli oggetti, è ingenita in noi e contemporanea alla formazione de’ sensi esterni e delle potenze mentali, e quindi anteriore alle idee acquistate da’ sensi e raccolte dalla mente; onde quanto più i sensi s’invigoriscono alle impressioni, e le interne potenze si esercitano a concepire, tanto gli organi della parola si vanno più distintamente snodando. Ché le passioni e le immagini nate dal sentire e dal concepire o si rimarrebbero tutte indistinte e tumultuanti, mancando di segni che nell’assenza degli oggetti reali le rappresentassero, o svanirebbero in gran parte per lasciar vive soltanto le pochissime idee connesse all’istinto della propria conservazione, ed accennabili appena dall’azione o dalla voce inarticolata.

Nell’articolare questo ragionamento, Foscolo giunge a teorizzare un rapporto di complementarità tra letteratura e scienza e, di conseguenza, l’origine della decadenza del pensiero nella trasformazione della letteratura in retorica a opera dei sofisti. Assume di conseguenza a modello del suo insegnamento Socrate, anch’egli vittima dei sofisti:

O Ateniesi, adorate Dio, e non aspirate a conoscerlo: amate il paese ove la natura vi ha fatto nascere, e seconderete le leggi dell’universo: non disputate sull’anima, ma dirigete le vostre passioni verso le cose che giovarono a’ nostri padri. O miei concittadini, non a tutti è dato di essere oratore o poeta: coltivate i vostri poderi, permutate i frutti e le merci, poiché tutti abbiamo necessità della terra e a pochi manca l’industria: tutti i padri possono educare i loro figliuoli a venerare gl’iddii, ad obbedire alle leggi, ad amare la patria, e tutti i giovani possono difenderla co’ loro petti; ma in ogni studio ascoltate il proprio Genio, e sarete onorati e benemeriti cittadini.

Con la condanna e la morte di Socrate – secondo Foscolo – «la sapienza fuggì dal governo, e l’eloquenza ammutì, e Atene fu serva de’ retori, che fecero esiliare tutti i filosofi». Lo stesso accadde in Italia, quando Domiziano nominò il retore Quintiliano console (ricevendone immediatamente un immeritato elogio nelle Istitutiones: le radici della piaggeria e del lèche-culismepardon my french – sono profonde).

Così l’arte andò deturpando sino a’ dì nostri le lettere: non però valse ad annientare il decreto della natura che le destinò ministre delle immagini, degli affetti e della ragione dell’uomo.

E finalmente siamo al punto. Perché Foscolo vede nella storia la scienza che può ristabilire il legame di complementarità con la parola e la letteratura e risollevare le sorti della cultura italiana, ma non vede – al di là di tentativi limitati e parziali («e cronache e genealogie e memorie municipali, e le congerie del benemerito Muratori, ed edizioni obbliate di storici di ciascheduna città d’Italia») – una storia d’Italia.

Mi viene da commentare che, anche più di 200 anni fa, gli intellettuali più avveduti individuavano i vizi di fondo della cultura italiana (i) nell’accondiscendenza al potere politico e (ii) nella preferenza per la retorica esercitata «nelle arcadie e nei chiostri» rispetto al lavoro della ricerca scientifica (perché la scienza storica era, per la cultura e la sensibilità di Foscolo, la cosa più vicina alle discipline scientifiche che potesse concepire).

Di qui, finalmente, l’esortazione. È lettura faticosa, ma merita.

O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perché angusta è l’arena degli oratori […] Ma nelle  storie, tutta si spiega la nobiltà dello stile, […] tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi e i benemeriti dell’italiano sapere. […] Forse la sola poesia e la magnificenza del panegirico potranno rimunerar degnamente il principe che vi dà leggi e milizia e compiacenza del nome italiano? […] Quali passioni frattanto la nostra letteratura alimenta, quali opinioni governa nelle famiglie? Come influisce in que’ cittadini collocati dalla fortuna  tra l’idiota ed il letterato, tra la ragione di Stato che non può guardare se non la pubblica utilità, e la misera plebe che ciecamente obbedisce alle supreme necessità della vita, in que’ cittadini che soli devono e possono prosperare la patria, perché hanno e tetti e campi ed autorità di nome e certezza di eredità, e che, quando possedono virtù civili e domestiche, hanno mezzi e vigore d’insinuarle tra il popolo e di parteciparle allo Stato? L’alta letteratura riserbasi a pochi, atti a sentire e ad intendere profondamente; ma que’ moltissimi che per educazione, per agi e per l’umano bisogno di occupare il cuore e la mente sono adescati dal diletto e dall’ozio tra’ libri, denno ricorrere a’ giornali, alle novelle, alle rime; così si vanno imbevendo dell’ignorante malignità degli uni, delle stravaganze degli altri, del vaniloquio de’ verseggiatori; così inavvedutamente si nutrono di sciocchezze e di vizi, ed imparano a disprezzare le lettere. Ma indarno […] e i Germani e gl’Inglesi ci dicono che la gioventù non vive che d’illusioni e di sentimenti, e che la bellezza non è immune dalle insidie del mondo; e che, poiché la natura e i costumi non concedono di preservare la gioventù e la bellezza dalle passioni, la letteratura deve, se non altro, nutrire le meno nocive, dipingere le opinioni, gli usi e le sembianze de’ giorni presenti, ed ammaestrare con la storia delle famiglie. Secondate i cuori palpitanti de’ giovinetti e delle fanciulle, assuefateli, finché sono creduli ed innocenti, a compiangere gli uomini, a conoscere i loro difetti ne’ libri, a cercare il bello ed il vero morale: le illusioni de’ vostri racconti svaniranno dalla fantasia con l’età;  ma il calore con cui cominciarono ad istruire, spirerà continuo ne’ petti. Offerite spontanei que’ libri che, se non saranno procacciati utilmente da voi, il bisogno, l’esempio, la seduzione li procacceranno in secreto.

Il maiale, la scolastica e i metadati (8)

Leggendo un romanzo che recensirò tra breve, mi è tornato alla mente un brano che ricordavo abbastanza precisamente, e che avevo letto anni fa su un bellissimo e memorabile saggio di Marco d’Eramo. Soltanto la pigrizia mi aveva trattenuto dal ricercarlo (è quando cerchi su un libro di carta che apprezzi la rapidità – e la pulizia, se il libro è vecchiotto e polveroso – della ricerca informatica su un testo digitale) e dal condividerlo con voi (il che ha implicato un lavoretto di trascrizione, che non vi farò pesare più di tanto).

Ma andiamo con ordine. Il tema è ancora una volta quello dei metadati, su cui stiamo conducendo una lacunosa riflessione. Le precedenti puntate le trovate qui: ink: prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta e settima.

Il libro di Marco d’Eramo è questo: Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro. Milano: Feltrinelli. 1995 (ma io faccio riferimento all’edizione che ho, che è la prima nell’Universale economica, del 1999).

Una piccola digressione: in un post di ieri attribuivo ad AD il merito di avermi fatto amare, se non conoscere, Astor Piazzolla. E oggi mi accorgo, vedi la coincidenza, che le va ascritto anche il merito di avermi fatto apprezzare questo libro, che è stato un suo regalo.

Il maiale e il grattacielo

anobii.com

Marco d’Eramo ci sta spiegando la trasformazione di Chicago, da capitale della manifattura agro-alimentare a capitale del commercio agro-alimentare e della sua finanza. Ma ci spiega che al tempo stesso questo processo ridefinisce il modo di pensare alle merci, attraverso la standardizzazione, e la natura delle merci stesse. È un passo che ci fa toccare con mano l’immane potenza dell’astrazione – per parafrasare Hegel – e le conseguenze materiali che un processo che apparentemente avviene tutto nel pensiero ha sulla realtà immediata.Tra i maestri di Marco d’Eramo, oltre a Bourdieu, c’è evidentemente anche Marx. L’astrazione di cui vediamo la potenza è quella della standardizzazione – un’ossessione americana – ma è anche quella dei metadati, che definendo le categorie concettuali ridefiniscono la realtà. È un tema che in continuazione si ripropone ai nostri occhi: ad esempio, tutte le volte che un intervento normativo o di regolazione retroagisce sul quadro delle “convenienze” e delle “opportunità” e, per questa via, sulla struttura produttiva ed economica. La drammatica crisi che stiamo attraversando è anche, anzi forse è soprattutto, una crisi non dei soggetti economici e sociali, ma dell’ecosistema in cui essi si muovono.

levoni.it

Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Facciamo parlare Marco d’Eramo:

Il commercio di prodotti agricoli e dei loro futures ha fatto la grandezza di Chicago, l’ha plasmata. Nel frattempo ha modificato i prodotti agricoli stessi, ha “ridefinito” i buoi, i manzi, il grano, il legname. Uno dei problemi con i contratti in avanti è che bisogna avere ben chiari gli standard della merce futura da vendere e comprare. Quale qualità di grano, quale percentuale di umidità, quale deviazione dalla media è consentita. Per poterla vendere come se fosse denaro, bisogna che la merce stessa sia scambiabile ed equivalente.

Se non c’è standardizzazione non c’è mercato dei futures e, a sua volta, il mercato dei futures può vendere e comprare solo beni standardizzati. E il mercato dei futures rappresenta solo la forma finanziaria per cui nelle società opulente la merce-cibo è disponibile sempre, ovunque, nei supermercati, con qualità controllabili, con caratteristiche paragonabili. Non ci si stanca mai di riflettere sulla potenza dispiegata dalla standardizzazione, sui meccanismi che essa è in grado di generare, dalle prese dei telefoni che funzionano solo se sono tutte uguali, alle viti e ai bulloni che compriamo indifferentemente da un ferramenta o da un altro perché sappiamo che passo e calibri sono standardizzati, intercambiabili. In tutto l’immenso territorio degli Stati Uniti, camper e roulotte possono attingere acqua in tutti campeggi perché prese e bocchettoni sono uniformi. Nathan Rosenberg ha mostrato come nel 1800 la standardizzazione sia stata il fulcro dell’innovazione tecnologica creando l’industria delle macchine utensili. A contrario, chi oggi usa il computer sa quali guai crei la mancanza di uno standard comune nel software.

Perché sia possibile un mercato dei futures agricoli, il singolo contratto deve essere il più determinato possibile: va stabilito quando si può contrattare, quali sono i minimi limiti di oscillazione, quando la data di consegna, quale l’esposizione massima, qual è l’unità da scambiare. Nel caso di beni già immateriali come le monete, è facile determinare le caratteristiche della “partita”: una sterlina inglese è uguale a un’altra sterlina. Ma quando si comprano manzi o maiali, come si fa a essere sicuri della quantità e qualità della merce che si compra? Ci si premunisce esigendo criteri uniformi di qualità, quantità, peso, volume…, anche se nel mondo delle macchine, degli utensili e delle monete la standardizzazione sembra più naturale, più intrinseca, in quanto questi strumenti sono artificiali, pensati per essere standard. Molto di più colpisce la standardizzazione in una gallina, un uovo, un vitello, un porcellino o una qualità di grano.

Niente è lasciato al caso. A questo scopo, si deve stabilire che il bovino vivo (live cattle, unità di 40.000 lb, circa 18 tonnellate) deve essere composto da animali ognuno di 1.050-1.200 libbre (480-540 chili) di peso medio, con un massimo di deviazione individuale di 100 libbre. Nei futures del legname si stabilisce per l’unità (4.400 metri cubi) un massimo di umidità del 19%; il legno deve essere tagliato in assi rettangolari, legato con nastri d’acciaio, avvolto in carta, in pacchi di assi di lunghezza omogenea non minore di 2,4 e non più lunga di 6 metri, soddisfacente i criteri federali per il legno da costruzione, proveniente solo dai seguenti stati Usa e province canadesi – California, Idaho, Montana, Nevada, Oregon, Washington, Wyoming, British Columbia e Alberta – e così via con altre definizioni.

Ma il primo passo in assoluto è creare una discontinuità, stabilire un criterio discontinuo di classificazione che istituisca un numero limitato di qualità per ogni prodotto, mettiamo cinque e solo cinque qualità diverse di carote, ordinate in modo che la qualità 1 sia la più a buon mercato e la qualità 5 sia la più cara. Creare queste qualità, nominare questi tipi diversi di carota, è un’operazione commerciale ma è anche – senza scherzi – un’operazione epistemologica

In natura infatti non crescono carote tutti uguali di qualità 1 o pere tutte uguali di qualità 2, ma carote, pere e frutti di sapori, qualità e misure diverse, anche se simili, che l’uomo raggruppa arbitrariamente sotto un unico nome. Per esempio, nel grano, le diverse specie si differenziano in modo quasi continuo, con scatti lievissimi per dimensioni dei chicchi, tenore di umidità, consistenza, colore e potere nutritivo della farina prodotta. A questa scala continua di beni che la natura ci porge, perché essi diventino merce scambiabile in astratto, su carta, il mercante di futures deve sostituire una graduatoria discontinua di limitate qualità diverse: qualità 1, 2, 3…

Queste qualità definiscono una zona, un’area in cui sono raggruppati grani diversi che poi vengono tutti catalogati con lo stesso nome. Due grani molto simili possono trovarsi in qualità diverse perché vicini al limite tra le qualità, come paesi contigui in nazioni diverse perché sulla frontiera. Ora, non conviene coltivare specie della qualità bassa vicino al limite con la qualità alta; meglio coltivare specie situate verso il basso della qualità alta, che rende di più. La definizione interviene così nella selezione delle specie, favorendo sempre le specie situate verso il basso delle qualità superiori e sfavorendo le specie situate verso l’alto delle qualità inferiori. Intere varietà situate in queste zone sfavorite scompariranno, a causa di una definizione originariamente arbitraria.

Definire per esempio cinque e solo cinque tipi di mele farà sì che le mele prodotte saranno tutte di cinque e non più di cinque tipi. Senza saperlo, il mercato dei futures affronta e risolve a modo suo la discussione medievale sugli universali, il dibattito tra nominalisti e realisti, quando gli scolastici cercarono di risolvere il dilemma se i nomi delle cose sono pura convenzione, alito di voce, o se le idee corrispondano alla realtà oggettiva di ciò di cui esse sono l’idea, o se ancora esse hanno una realtà propria indipendente da noi che le pensiamo e dagli oggetti che vediamo. Per vendere e comprare un bue-futuro, il mercato deve definire “il bue ideale”, “l’idea di bue”. Una volta definita quest’idea, fissato lo standard, la realtà del bue allevato deve adeguarvisi, altrimenti non trova mercato. Negli Stati Uniti ogni anno migliaia di tonnellate di mele sono buttate perché di dimensioni inferiori di qualche millimetro a quelle fissate dagli standard ufficiali. Qui, per quanto all’inizio derivi da una pura convenzione arbitraria, il nome della cosa produce la sua cosa. Non solo. Esso ne definisce l’essenza, la quidditas, e perciò esclude dalla sua sostanza tutto ciò che non rientra nella definizione. Nel mercato dei futures di manzo non è definito il sapore della bistecca, come nei futures delle mele non è definito il sapore, ma solo la varietà, la dimensione, il colore. Quindi la quidditas della mela, la “melità” è definita dal colore, dalla consistenza, dalla dimensione, più in generale dalla forma, ma non dal sapore. E se il sapore è troppo “definito”, esso si scosta dalla norma. Meglio un non sapore che un sapore troppo preciso. Quella stessa definizione che si disinteressa del sapore della cosa tende a produrre cose senza sapore.

Ecco perché nei supermercati le galline sono tutte uguali, le mele hanno identiche dimensioni, le arance hanno indistinguibili colori. E nulla ha sapore. Per poter essere sottomessa al mercato dei futures. Perché i signori di Chicago (e New York, e Hong Kong, e Londra, e Singapore) possano scommetterci, puntarci, non nelle bische clandestine, come i comuni mortali, ma nei grandi templi del denaro, nel “culpii”, come li chiama Oipaz, il protagonista del bellissimo romanzo dello storico inglese Edward Thompson. [pp. 41-44]

Colore e qualità delle mele dell'Alto Adige

freshplaza.it

Obituary: Nora Ephron 1941-2012

Da: Harry ti presento Sally, 1989

Harry Burns: I love that you get cold when it’s 71 degrees out. I love that it takes you an hour and a half to order a sandwich. I love that you get a little crinkle above your nose when you’re looking at me like I’m nuts. I love that after I spend the day with you, I can still smell your perfume on my clothes. And I love that you are the last person I want to talk to before I go to sleep at night. And it’s not because I’m lonely, and it’s not because it’s New Year’s Eve. I came here tonight because when you realize you want to spend the rest of your life with somebody, you want the rest of your life to start as soon as possible.

Le acciughe hanno ragione

La vita è una dura maestra (o quella era la storia? o la luna?). Insomma, in genere non è molto clemente: se fai uno sbaglio, te la fa pagare duramente. A volte, per fortuna, l’errore è virtuale e le conseguenze che paghi sono minime. [Uno scherzo nello scherzo: è stato il romanzo di Robert Heinlein, The Moon Is a Harsh Mistress, a rendere popolare l’acronimo TANSTAAFL!, There Ain’t No Such Thing As A Free Lunch! – era il 1966.]

Tanstaafl

wikipedia.org

Ma andiamo con ordine. Da qualche giorno gironzola viralmente per la rete (io l’ho vista su Facebook) questa vignetta:

Don't Panic, Organise

media.tumblr.com

L’altro ieri, dopo averla vista, commentandola, mi sono messo a polemizzare. Mi sembrava che l’organizzazione della seconda vignetta non fosse un’organizzazione vera, ma un’organizzazione soltanto apparente. In altro parole: sembra un pesce più grosso di quello che scappa, ma non lo è realmente. Basta che il predatore ora in fuga rifletta un secondo, che si gira e ti si mangia i pescetti in un boccone.

Pensavo di avere ragione, influenzato anche dal poeta che ammonisce che sì, “le acciughe fanno il pallone” ma che il tonno non si fa ingannare e se non sei veloce con la rete “non te ne lascia una.”

Le acciughe fanno il pallone
che sotto c’è l’alalunga
se non butti la rete
non te ne lascia una

alla riva sbarcherò
alla riva verrà la gente
questi pesci sorpresi
li venderò per niente

se sbarcherò alla foce
e alla foce non c’è nessuno
la faccia mi laverò
nell’acqua del torrente

ogni tre ami
c’è una stella marina
amo per amo
c’è una stella che trema

ogni tre lacrime
batte la campana
passano le villeggianti
con gli occhi di vetro scuro

passano sotto le reti
che asciugano sul muro
e in mare c’è una fortuna
che viene dall’oriente

che tutti l’hanno vista
e nessuno la prende
ogni tre ami
c’è una stella marina

ogni tre stelle
c’è un aereo che vola
ogni tre notti
un sogno che mi consola

bottiglia legata stretta
come un’esca da trascinare
sorso di vena dolce
che liberi dal male

se prendo il pesce d’oro
ve la farò vedere
se prendo il pesce d’oro
mi sposerò all’altare

ogni tre ami
c’è una stella marina
ogni tre stelle
c’è un aereo che vola

ogni balcone
una bocca che m’innamora
ogni tre ami
c’è una stella marina

ogni tre stelle
c’è un aereo che vola
ogni balcone
una bocca che m’innamora

le acciughe fanno il pallone
che sotto c’è l’alalunga
se non butti la rete
non te ne lascia una
non te ne lascia una
non te ne lascia

Poesia, poesia, “perché di tanto inganni i figli tuoi?”

Dopo essermi incaponito a vilipendere la virale vignetta e chi me l’aveva mandata, tornato sobrio sono andato ad abbeverarmi alla più affidabile scienza, e mi sono dovuto ricredere: la strategie delle acciughe funziona.

Ecco che cosa ho trovato, sull’archivio di Tuttoscienze, inserto scientifico de La Stampa.

SCIENZE DELLA VITA. STRATEGIE DIFENSIVE
Acciughe, argento vivo
Banchi compatti contro i predatori
di Matteo Perelli
17 dicembre 1997

ERO a 15 metri sotto la superficie marina quando all’improvviso fui colpito dal luccicare di una massa argentea che si muoveva davanti a me. Non era un sommergibile nucleare né un grosso mammifero marino e nemmeno un grosso squalo bianco ma semplicemente un banco di acciughe. Mi tuffai allora dentro quella nuvola argentata, costituita da almeno un migliaio di individui, nel tentativo di toccarne qualcuna. Il banco di acciughe cambiò però rapidamente direzione e si dileguò lasciandomi a mani vuote. Come potevano tanti pesci spostarsi contemporaneamente così da costituire un unico insieme indivisibile sia nella forma sia nei movimenti?
Le acciughe sono pesci dalle abitudini gregarie che trovano il loro meccanismo difensivo nel rimanere uniti in modo da confondere i predatori; il gioco di luci che si viene a creare sui loro corpi è uno spettacolo meraviglioso, ma tentare di fissare lo sguardo su una sola creatura in questa massa scintillante è quasi impossibile. I predatori rimanendo così confusi non riescono a catturare un singolo individuo perché non sanno scegliere la loro vittima.
Il colore argenteo è prodotto da microscopiche lamelle rifrangenti che ricoprono le loro squame. Esse sono formate da iridociti, sorta di cristalli opachi composti da un materiale chiamato Guanina (composto chimico presente anche negli acidi nucleici, come Dna ed Rna, comuni alle cellule di tutti gli esseri viventi). Questo cristallo riflette la luce in vari modi, tanto che a volte conferisce al pesce un colore argenteo mentre altre volte il colore è bianco. L’unione di diversi strati di Iridociti ad uno strato di pigmento normale, in cui si mescolano anche alcuni di questi cristalli opachi, produce l’iridescenza. Non è ancora ben chiaro come la luce è riflessa, ma probabilmente gli strati sovrapposti di cristalli permetterebbero ad alcune lunghezze d’onda, o colori, di essere riflesse con un angolo particolare, mentre altre verrebbero assorbite. L’acciuga (Engraulis encra sicholus) appartiene all’ordine dei Clupeiformi, pesci apparsi nel Cretaceo comprendenti le principali famiglie dei Clupeidi e degli Engraulidi. Ai Clupeidi appartengono specie come l’aringa (Clupea harengus), la sardina (S. pilchardus sardina), l’alaccia (Sardinella aurita) e l’alosa (Alosa alosa) con la quale non dobbiamo confondere invece l’acciuga. In particolare viene infatti spesso confusa dal profano con la sardina. Anche se si tratta di pesce azzurro, esistono alcune particolari diversità per le quali è pressoché impossibile incorrere nell’errore. È presente in tutto il Mediterraneo, nell’Oceano Atlantico, nonché nel Baltico e nel Mare del Nord.
L’acciuga, chiamata anche alice, ha il corpo affusolato, poco compresso, con la superficie ventrale liscia. L’occhio è grande e circolare. La bocca, apparentemente piccola, è in effetti molto grande. Il colore del dorso è azzurro-verdastro quando è ancora viva ma dopo pescata assume una colorazione bluastra. Fianchi e ventre sono argentati. Può raggiungere una lunghezza totale di 20 cm. La sardina invece ha una corporatura più massiccia con il ventre leggermente carenato, presenta varie macchie nere non ben definite dietro l’opercolo branchiale, che è nettamente striato. Inoltre ha il dorso verde oliva e lungo i fianchi corre una striscia bluastra. […]

Sull’argomento torna, due settimane dopo (nel numero del 31 dicembre 1997), Isabella Lattes Coifmann:

SCIENZE DELLA VITA. STRATEGIE DEI PESCI PICCOLI
La salvezza è nel branco
E tanti sistemi per comunicare
di Isabella Lattes Coifmann
31 dicembre 1997

SI è parlato recentemente su queste pagine dell’esperienza di un biologo che, durante un’immersione, capita in mezzo a una miriade di acciughe. Un’esperienza affascinante, perché mette l’uomo a contatto diretto con quella che si può definire una delle più efficienti strategie difensive della natura. Al fenomeno del “banco di pesci” ha dedicato anni di ricerche una biologa americana, Evelyn Shaw della Stanford University. Cos’è il banco? E’ la forma più semplice di raggruppamento sociale. Non è una vera e propria società, come potrebbe essere quella delle api o dei babbuini, in cui c’è un ordine gerarchico e una suddivisione del lavoro. Non esiste un leader, un capofila che guida lo sciame, ma i pesci che nuotano in prima linea si scambiano frequentemente il posto con quelli che si trovano in posizioni arretrate. È come se i componenti del banco rispondessero a una misteriosa parola d’ordine: “Attenzione! Mantenere le distanze. Nuotare paralleli ai compagni di destra e di sinistra. Pronti a virare se gli altri virano. Sempre compatti e all’unisono in tutti i movimenti”. È la strategia vincente per sopravvivere in un mondo, come quello acquatico, popolato da predoni affamati. La adottano i pesci piccoli, come quei graziosi pesciolini giallo-rossi lunghi una decina di centimetri che rispondono al nome di Anthias squamipinnis, ma la adottano anche pesci più grossi come le acciughe, le aringhe, i merluzzi, i tonni e tanti altri. Sono banchi costituiti da esemplari di dimensioni pressoché identiche e quindi presumibilmente della stessa età, che possono contare anche milioni di individui e ricoprono allora superfici immense. Si è accertato che l’attrazione reciproca si basa su stimoli visivi. È l’immagine del conspecifico che determina la reazione dell’individuo e lo fa adeguare immediatamente alla posizione degli altri. Una così perfetta sincronia di movimenti si evolve durante lo sviluppo. Negli esperimenti fatti in laboratorio dalla ricercatrice americana sui piccoli pesci argentei del genere Menidia, è apparso evidente che le larve di questi pesciolini, che alla nascita misurano quattro millimetri e mezzo, incominciano a formare banchi riunendosi in gruppo soltanto quando raggiungono gli undici o dodici millimetri di lunghezza. Man mano che crescono, l’istinto gregario si fa sempre più accentuato e i banchi diventano più compatti.
Indubbiamente il gruppo ha un effetto deterrente sul predatore, un banco di pesci piccoli che procede compatto simula un pesce grosso e la sua vista generalmente scoraggia il predatore. Ma anche nel caso che non raggiunga lo scopo di intimorirlo, riesce tuttavia a ridurre le perdite al minimo. Perché tutto quel turbinio di pesci che si muovono all’unisono intorno a lui, quel balenio di riflessi argentei finiscono per confonderlo. Non riesce a mangiarne che una minima parte, mentre ne mangerebbe assai di più se nuotassero isolati.
[…]
Per tutt’altro scopo si coalizzano le inoffensive e graziose donzelle (Coris julis). Non hanno nessuna intenzione di commettere un’azione teppistica come quella degli Zebrasoma. Vogliono semplicemente unire le proprie forze per scacciare un visitatore importuno. Lo fanno per esempio per mettere in fuga un grosso polpo che tenta d’insediarsi nella loro tana, oppure per cacciar via un barracuda che vorrebbe stabilirsi nel loro territorio. Queste coalizioni di creature inermi per combattere un nemico assai più forte di loro prende nome di “mobbing“. E’ un termine inglese che si può tradurre: ” raggrupparsi in bande”. Una strategia abbastanza diffusa nel mondo animale.
[…]
La straordinaria coesione del banco di pesci presuppone che esista un sistema di comunicazione tra i suoi membri. Qualche volta si tratta di una vera e propria comunicazione vocale a base di fruscii, di strofinii, di crepitii, in barba al detto che i pesci sono muti. Un altro canale di comunicazione è quello chimico. Come gli insetti e i mammiferi, anche i pesci emettono messaggi odorosi, i cosiddetti feromoni, che trasmettono messaggi di vario tipo. E infine vi sono pesci che comunicano mediante l’elettricità. Come i mormiridi africani che producono debolissime scariche elettriche. Non appena si profila all’orizzonte la sagoma di un predatore, l’avvistatore passa parola (elettrica, naturalmente) ai compagni che nuotano in ordine sparso e in men che non si dica si aggregano tutti a simulare un pesce grosso che tiene il nemico a distanza. La salvezza, dunque, sta nel numero.

[In entrambi gli articoli, i corsivi sono miei]

Il senso dell’ingiustizia tra le scimmie cappuccine

Frans de Waal – probabilmente il più grande primatologo vivente – riproduce in questo breve filmato un esperimento fatto da lui e dai suoi collaboratori più di 10 anni fa.

Frans de Waal

wikipedia.org

A due scimmie cappuccine, esposte per la prima volta a questo esperimento, viene dato un semplice compito: restituire un sasso che la sperimentratrice le ha dato. Se lo fa (e lo fa con grande facilità) riceve un premio una fettina di cetriolo.

Scimmia cappuccina

wikipedia.org

Fin qui tutto bene: nella prima replicazione dell’esperimento, entrambe le scimmie – che sono fianco a fianco in una gabbia trasparente e quindi si vedono tra loro – fanno l’esercizio e ricevono la loro fettina di cetriolo in premio.

Ma dalla seconda replicazione in avanti, la scimmia di sinistra continua ad avere il cetriolo, mentre la seconda viene premiata con un acino d’uva.

Guardate voi stessi che cosa succede:

Chiunque di voi abbia subito il trattamento del cetriolo, ormai proverbiale, sa la rabbia che si prova.

Fransiscus Bernardus Maria de Waal, conosciuto semplicemente come Frans de Waal (‘s-Hertogenbosch, 29 ottobre 1948), è un etologo e primatologo olandese. La sua attività scientifica verte principalmente sullo studio comportamento sociale dei primati, in particolare scimpanzè e bonobo. È professore di Primate behavior (comportamento dei primati) presso la Emory University, direttore del Living Links Center presso lo Yerkes National Primate Research Center e membro della Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen e della National Academy of Sciences. È inoltre autore di molti libri divulgativi su bonobo e scimpanzè. [dalla voce di wikipedia]

Qui sotto, se volete, l’intera conferenza: