Clamoroso errore dell’Encyclopedia Britannica: Maradona brasiliano!

Maradona

Il clamoroso errore sulla rubrica «On This Day for 6/22 – Diego Maradona scored his “Hand of God” goal, Meryl Streep is born, and more» su www.britannica.com.

L’errore però è sul numero odierno (22 giugno 2012) della newsletter On this day (ci si abbona qui). Grazie a .mau. per la segnalazione del mio errore.

Don’t worry, be happy: Bobby McFerrin, Maria Popova, Valeria Pini e la cialtroneria di Repubblica.it

La Repubblica di oggi, 8 giugno 2012, nella sezione Scienze (!!!) pubblica un articolo dedicato a un’analisi della famosissima canzone di Bobby McFerrin “Don’t worry, be happy”:

“Don’t worry, be happy”
Questa canzone ci salverà

Il brano di McFerrin, uscito nel 1988, da più di 20 anni è un vero “inno alla felicità”. La rivista scientifica Brain Pickings svela per la prima volta quali sono i punti di forza di questo testo che trasmette impulsi positivi al nostro cervello e agisce quasi come un medicinale per l’umore

di VALERIA PINI

Il resto dell’articolo lo potete leggere qui: “Don’t worry, be happy” Video Questa canzone ci salverà – Repubblica.it.

Intanto, è comunque un’occasione per riascoltare la canzone di Bobby McFerrin:

Perché questo articolo mi sembra un esempio preclaro di cialtroneria? Proverò a spiegarlo per punti, aiutandomi con qualche citazione dal testo dell’articolo e da altre fonti.

Maria Popova

motherjones.com / Maryana Ferguson

  1. Cominciamo dall’occhiello: «La rivista scientifica Brain Pickings» – che i lettori abituali di questo blog dovrebbero ormai aver imparato a conoscere – non è affatto una rivista scientifica: è un blog che ha anche (non: è identiacemnte eguale a) una newsletter settimanale che viene inviata agli abbonato ogni domenica via e-mail e che contiene i migliori post della settimana (secondo il parere della curatrice, Maria Popova). Non è necessario essere giornalisti investigativi per scoprirlo: basta leggere il colophon del sito.
  2. «Maria Popova, neurologa e direttrice del giornale statunitense Brain Pickings»: che Brain Pickings non sia un giornale lo abbiamo appena visto. E allora, non dovrebbe nemmeno stupirci che Maria Popova non sia una neurologa. Nata in Bulgaria 27 anni fa, lei stessa si autodefinisce sul suo profilo twitter @brainpicker «Interestingness hunter-gatherer obsessed with combinatorial creativity». Luisa Carrada, che cura il blog del mestiere di scrivere, segue da tempo la Popova e il 22 dicembre 2011 ha pubblicato un bel post biografico che vi invito a leggere. Per i più pigri riporto l’essenziale: «È arrivata negli Stati Uniti dalla Bulgaria per fare l’università, ma invece di prendere l’MBA, come sognavano per lei i suoi familiari, si è districata tra mille lavoretti. Ha ancora un visto e fa ancora molti lavori, anche se migliori e sicuramente più remunerati di prima. […] Content curator, dicevamo. La Popova scova, naviga, legge, assembla e segnala. Quello che facciamo tutti in rete, dai post ai tweet. Quello che ci mette lei è quella che chiama la “creatività combinatoria”, cioè la sua capacità di assemblare in un solo post cose anche molto diverse, ma con un filo, uno sguardo, una prospettiva particolare che le unisce. E di saperle raccontare attraverso la scelta di immagini bellissime e un linguaggio evocativo, personale e raffinato. […] è considerata la regina della content curation e grazie al successo di Brain Pickings scrive oggi su testate come The Atlantic e Wired.» Una lunga intervista a Maria Popova, di cui anche Luisa Carrada è (esplicitamente) debitrice è comparsa sul numero di gennaio/febbraio 2012 di Mother Jones: Maria Popova’s Beautiful Mind. Ammetto che per scoprire questo occorreva un quid in più di buona volontà e di giornalismo investigativo.
  3. Un lettore frettoloso potrebbe avere l’impressione che Valeria Pini si sia data da fare per parlare direttamente con Maria Popova, magari non sollevando il suo colloso posteriore, ma almeno con una telefonata. All’inganno contribuiscono le numerose virgolette e frasi come «dice Popova», «spiega Popova», «conclude Popova». Quanto alle frasi tra virgolette, non si tratta di citazioni letterali (ancorché in traduzione) del post originario di Brain Pickings, ma di un abile e fantasioso montaggio prossimo ai cut-up di William Booroughs.
  4. Ma la cosa che trovo in assoluto più stupefacente è che il post di Maria Popova da cui Valeria Pini prende spunto per il suo articolo odierno è del 23 settembre 2011, 9 mesi fa! Se volete leggerlo in versione originale, ecco qui il link: Bobby McFerrin’s “Don’t Worry, Be Happy”: A Neuropsychology Reading. Così giudicate da soli (dal momento che, a detta della stessa Popova, la creatività è combinatoria) anche quanto l’intervento di Valeria Pini abbia aggiunto e quanto abbia sottratto all’originale.

Lascerò il commento finale a Cochi e Renato (e Jannacci) [l’avevo già pubblicato il 13 ottobre 2009, ma là il link a YouTube è stato rimosso]:

Poteri forti: la prima volta

La locuzione “poteri forti” non è sempre esistita. L’ha inventata Pinuccio Tatarella, deputato di Alleanza nazionale, all’epoca del 1° governo Berlusconi, di cui era vice-presidente del consiglio, il 10 agosto 1994:

I poteri forti sono: la Corte Costituzionale, il Csm, Mediobanca, i servizi segreti, la Massoneria, l’Opus Dei, Bankitalia, i gruppi editoriali con le loro intese, la grande industria privata.

Il contesto è un’intervista realizzata da Dario Cresto-Dina e pubblicata su La Stampa. La potete leggere integralmente qui: Archivio – LASTAMPA.it.

Archivio - LASTAMPA.it

Omaggio a Ray Bradbury: 11 citazioni

  1. Love what you do and do what you love. Don’t listen to anyone else who tells you not to do it. You do what you want, what you love. Imagination should be the center of your life.
  2. We have our Arts so we won’t die of Truth.
  3. If you know how to read, you have a complete education about life, then you know how to vote within a democracy. But if you don’t know how to read, you don’t know how to decide. That’s the great thing about our country — we’re a democracy of readers, and we should keep it that way.
  4. That’s the great secret of creativity. You treat ideas like cats: you make them follow you.
  5. [S]tarting when I was fifteen I began to send short stories to magazines like Esquire, and they, very promptly, sent them back two days before they got them! I have several walls in several rooms of my house covered with the snowstorm of rejections, but they didn’t realize what a strong person I was; I persevered and wrote a thousand more dreadful short stories, which were rejected in turn. Then, during the late forties, I actually began to sell short stories and accomplished some sort of deliverance from snowstorms in my fourth decade. But even today, my latest books of short stories contain at least seven stories that were rejected by every magazine in the United States and also in Sweden! So … take heart from this. The blizzard doesn’t last forever; it just seems so.
  6. Ours is a culture and a time immensely rich in trash as it is in treasures.
  7. I want your loves to be multiple. I don’t want you to be a snob about anything. Anything you love, you do it. It’s got to be with a great sense of fun. Writing is not a serious business. It’s a joy and a celebration. You should be having fun with it. Ignore the authors who say ‘Oh, my God, what word? Oh, Jesus Christ…,’ you know. Now, to hell with that. It’s not work. If it’s work, stop and do something else.
  8. I’ve never worked a day in my life. I’ve never worked a day in my life. The joy of writing has propelled me from day to day and year to year. I want you to envy me, my joy. Get out of here tonight and say: ‘Am I being joyful?’ And if you’ve got a writer’s block, you can cure it this evening by stopping whatever you’re writing and doing something else. You picked the wrong subject.
  9. I never consciously place symbolism in my writing. That would be a self-conscious exercise and self-consciousness is defeating to any creative act. Better to get the subconscious to do the work for you, and get out of the way. The best symbolism is always unsuspected and natural. During a lifetime, one saves up information which collects itself around centers in the mind; these automatically become symbols on a subliminal level and need only be summoned in the heat of writing.
  10. Even at [age eleven], I was beginning to perceive the endings of things, like this lovely paper light. I had already lost my grandfather, who went away for good when I was five. I remember him so well: the two of us on the lawn in front of the porch, with twenty relatives for an audience, and the paper balloon held between us for a final moment, filled with warm exhalations, ready to go.
  11. Everyone must leave something behind when he dies, my grandfather said. A child or a book or a painting or a house or a wall built or a pair of shoes made. Or a garden planted. Something your hand touched some way so your soul has somewhere to go when you die, and when people look at that tree or that flower you planted, you’re there.

Adesso potete (dovete) fare 2 cose:

  1. scegliere quali delle citazioni vi piace di più
  2. andare a leggere su Brain Pickings (Remembering Ray Bradbury with 11 Timeless Quotes on Joy, Failure, Writing, Creativity, and Purpose | Brain Pickings), da cui le ho estratte, l’esatto riferimento all’opera o all’articolo o all’intervista da cui sono tratte
  3. meditare

Buon divertimento e buona meditazione.

Ray Bradbury

wikipedia.org

E a te addio, vecchio gufo.

La cassetta degli attrezzi dello scettico (Panicology 2)

Alla presentazione da parte dei media di storie che contengono informazione statistica o scientifica, a meno di essere creduloni, è facile reagire con il cinismo. Noi incoraggiamo piuttosto lo scetticismo. Per questo, vi proponiamo una cassetta degli attrezzi per l’interpretazione dei dati e delle informazioni in cui ci imbattiamo nella vita quotidiana.

  • Interesse particolare: Chi ha fatto quella specifica affermazione? Poteva avere un suo interesse? Ci ha detto tutto?
  • Espressioni ambigue: Dovrebbero far scattare subito un campanello d’allarme – soprattutto quelle fortemente connotate emotivamente, come “peste”, o quelle che sembrano indicare una strada senza ritorno verso la catastrofe, come “inevitabile”. È inevitabile che dopo il giorno venga la notte, ma non che ci sarà un attacco terroristico. Puoi essere in “irreparabile in ritardo” per una riunione iniziata un’ora fa, ma un’eruzione vulcanica, un terremoto o un’epidemia può essere “in ritardo” soltanto sulla base di un’argomentazione basata sul calcolo delle probabilità. Altre parole potrebbero avere un significato “tecnico” diverso da quello corrente. Quando le statistiche ufficiali parlano delle “forze di lavoro” contano tutti quelli che hanno lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento, e dunque un boom degli occupati potrebbe dipendere dall’impiego di studenti come baby-sitter o come barman una sera alla settimana. Voi lo considerate lavoro?
  • Rilevazioni e sondaggi: Chi li ha fatti? Sono attendibili? Hanno una motivazione ovvia? Chi li ha finanziati? Interi ambiti di studio possono diventare pericolosamente dipendenti dal finanziamento da parte di una sola fonte, sia essa commerciale, governativa o di un gruppo di pressione. I quesiti sono formulati in modo neutrale? Quanto è grande il campione? Troppo piccolo e i risultati saranno distorti; troppo grande e gli autori potrebbero cercare di persuadervi schiacciandovi sotto una mole di dati. La dimensione del campione e i margini d’errore sono pubblicati? Quando un produttore di cibo per gatti afferma che 4 gatti su 5 preferiscono il suo prodotto, lo ha fatto assaggiare solo a 5 gatti? Come sono stati raccolti i dati?
  • Dati: Confrontateli tra loro. Guardate a tutti i possibili effetti di un cambiamento, non soltanto a uno. Confrontate passato e presente. Confrontate tra loro i Paesi. E se non ci sono i dati per fare questi confronti così ovvi, chiedetevi il perché: qualcuno vi sta nascondendo qualche cosa?
  • Percentuali e valori assoluti: Chi ha una storia da raccontare o una tesi da sostenere sceglie sempre il modo più impressionante di presentare le cose.
  • Aneddoti e statistiche: I timori si diffondono per passaparola e per notizie televisive e di stampa che riprendono vicende individuali strazianti; le autorità spesso rispondono con statistiche roboanti. Un confronto sensato tra aneddoti e statistiche è molto difficile. In un certo senso, possono entrambi essere “veri”.
  • Grafici: Come i testi e le cifre, possono essere soggetti a errori o a distorsioni deliberate. Non date loro credito acriticamente soltanto perché tecnici all’apparenza.
  • Scala temporale: Questa è una cosa importante, che parole come “inevitabile” confondono. Il livello del mare sta salendo, ma in un arco temporale molto più lungo di quello della pianificazione urbanistica: quindi c’è tutto il tempo per adattarsi e porvi rimedio. Molte serie di dati hanno 3 componenti: una tendenza di lungo periodo, variazioni cicliche di più breve durata e le singole osservazioni (spesso erratiche). È importante esserne avvertiti, in modo da non cadere in inganno.
  • Perché adesso?: Chiedetevi perché la notizia viene divulgata proprio ora e se sarebbe stato altrettanto degna di pubblicazione in un diverso momento. Gli articoli sul riscaldamento globale sono più frequenti d’estate; quelli sui pericoli dei viaggi alla vigilia delle vacanze; i sondaggi sul sesso per San Valentino.
  • Disfattismo: State in guardia quando vi viene detto che a proposito di qualche cosa non c’è niente da fare: se così fosse, perché dircelo? Solo per allarmarci e per diffondere il panico?
  • Paure classiste: Diffidate dei timori legati a vantaggi di cui una qualche élite gode ma che si vogliono negare agli altri. Per esempio, quando si afferma che le crisi ambientali o sanitarie sono provocate o esacerbate dai voli low cost, dai cibi esotici, dall’automezzo privato, dalla scelta dei trattamenti sanitari, dall’istruzione universale e così via.
  • Scenari: Molti modelli di studio economici e scientifici producono una intera gamma di scenari futuri: accertatevi che quello che vi viene presentato non sia il solo scenario peggiore.
  • Considerate anche gli aspetti positivi: Non date per scontato che, se alcune cose vanno per il peggio, tutte seguano la stessa tendenza. Questo è il mestiere dei media sensazionalistici. Prendete il riscaldamento globale: è vero che tra 100 anni sarà più caldo, ma che cosa potrebbe aver escogitato l’intelligenza umana nel frattempo? Nuove fonti energetiche? Un metabolismo umano geneticamente modificato? Una fotosintesi più efficiente?  Fantascienza, direte. Certo, ma guardate che cosa è stato fatto negli ultimi 100 anni.
  • Il senso delle proporzioni: È un male se 100 persone muoiono di influenza aviaria, ma in un Paese di 50 milioni di abitanti è una frazione molto piccola. Quanti sono morti per altre cause?
  • Il senso del ridicolo: Cercate di tenere i piedi per terra, anche se i personaggi pubblici non lo fanno. Il ministro dell’interno tedesco Wolfgang Schaeuble insiste che il terrorismo islamico è la più grande minaccia alla stabilità tedesca. Vi sembra anche solo remotamente credibile o sta semplicemente cercando di dare importanza al suo ruolo nel governo?
L'urlo di Munch

wikipedia.org

* * *

In questo modo si conclude Panicology, il libro di Aldersley-Williams e Briscoe che ho recensito un paio di giorni fa. È, a parer mio, la parte migliore del libro e merita di essere meditata da tutti, indipendentemente dalla recensione (lo so che molti di voi, quando vedono che il post è una recensione, dicono «Che palle!» e cliccano su un’altra pagina). Sopra c’è la mia traduzione ma, poiché mi sono preso qualche libertà, propongo qui sotto ai più volonterosi l’originale.

For those not inclined to credulousness, it is easy to be cynical about the media in its presentation of stories involving statistical or scientific information. We would rather encourage skepticism. With this in mind, we offer this toolkit for the interpretation of data or information that come our way.

  • Vested interest: Ask yourself who has made a particular statement. Why might they have done this? Are we being told the whole story?
  • Weasel words: These should ring alarm bells – especially emotive ones such as “plague,” or ones that put us on a one-way trip to disaster such as “inevitable” and “overdue.” It is inevitable that night follows day, but it is not inevitable that there will be a terrorist attack.You can be overdue for a meeting that started an hour ago, but a volcanic eruption, an earthquake, or an outbreak of disease is only ever overdue based on arguments of probability. Other words may not have the obvious meaning. Government surveys of the “work force” count anyone who has worked one hour or more in a week, so a boost in the numbers working could be down to children babysitting or students spending an evening behind a bar. Is this what you consider work?
  • Surveys: Who conducted it? Are they credible? Do they have an obvious motive? Who paid them? Whole fields of study can become unhealthily dependent on funds from one source, whether that source is commercial, governmental, or charitable. Were the questions neutrally worded? How big is the sample? Too small, and the result may be skewed; too big, and the authors may be trying to use sheer weight of numbers to persuade you. Is the sample size and margin of error shown? When a pet food manufacturer says that four out of five cats prefer their product, did they only feed five cats? How were the data collected?
  • Figures: Try to compare figures. Look at as many of the effects of a change as possible, not just one. Compare the present with the past. Compare one country with another. If the data aren’t there to make the obvious comparison, ask yourself what is being obscured.
  • Percentages and actual numbers: People with a story to tell will choose the more impressive way of putting things.
  • Anecdote and statistics: Fears are spread by word of mouth, press, and television reports based on harrowing individual stories; authorities frequently counter these with broad statistics. Meaningful comparison between the two is hard. Both may be “true”.
  • Graphs and charts: Like words and figures, these may be subject to error or deliberate distortion. Don’t automatically believe them because they look technical.
  • Timeframe: This is an important factor that words like “inevitable” gloss over. Sea levels are rising, but over a longer period than housing planning cycles, so there is time to adapt. Many data series have a long-run trend, a shorter cyclical variation, and then (often erratic) individual data points. Be aware of each so as not to be tricked.
  • Why now: Ask yourself why the story is appearing now, and whether it would be equally newsworthy at another time. Global warming stories appear more in the summer. Travel fears play well as people set off on their holidays. Sex surveys are often released in time for Valentine’s Day.
  • Defeatism: Be wary when told there is nothing we can do about something. Why then are we being told about it? Is it merely to alarm us, or to put us in a state of fear?
  • Scare snobs: Distrust scares where an elite is trying to deny others advantages they already enjoy, for example environmental and health crises exacerbated by cheap flights, exotic food, private modes of transport, choice in medicine and education.
  • Scenarios: Many economic and scientific studies model a range of future scenarios. Make sure that the outcome described is not just the worst-case scenario.
  • Accentuate the positive: Don’t discount the possibility that even if some things are getting worse, others may get better-which negative newspaper stories make it their business to do. It will get warmer in 100 years, but what might human ingenuity have devised by then? New energy sources? Genetically modified human metabolism? Improved photosynthesis? Science fiction, you might say, and so it is-for now. But think what has been achieved over the last 100 years.
  • The big picture: It’s bad if 100 people die of bird flu, but in a country of 50million, this is very few. How many died of everything else?
  • A sense of proportion: Try to keep one, even if the top brass won’t. Germany’s Interior Minister Wolfgang Schaeuble, insists that Islamic terrorism is the single largest threat to Germany’s stability. Does this seem remotely credible, or is somebody just bigging himself up?

Rugarli, Bachtin e i metadati (7)

Il libro di Rugarli che ho appena recensito (Le galassie lontane) riporta una curiosa conversazione a tavola a proposito delle teorie di Michail Michajlovič Bachtin, che sono decisamente rilevanti per la frammentaria discussione che andiamo conducendo sul tema dei metadati (per le altre puntate seguite i link: prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta).

Bachtin

wikipedia.org

«La scoperta di Bachtin» Stanish tenne cattedra, «sta nell’aver messo il dito sulla inadeguatezza, sulla incompletezza delle parole. Le parole, contrariamente all’opinione più diffusa, non dicono niente di ciò che vorrebbero dire. O quasi niente. Sono fucilate che non colpiscono mai il bersaglio. Se affermo o scrivo “albero”, in realtà ho evocato una entità del tutto generica, perché di alberi, faggi, castagni, ciliegi, peri e così via, ve n’è un numero quasi infinito, e ciascuno perde o non perde le foglie, dà o non dà frutti commestibili, ha dimensioni, forme, colori assolutamente diversi. L’indeterminatezza non si esaurirebbe, se sostituissi al termine “albero” un termine più specifico, che so?, un termine come “acero”, perché gli aceri non sono eguali tra di loro. Il ragionamento dove porta? Non è che le parole siano da buttare via, niente affatto. Però è necessario sapere che esse alludono… che sono paragonabili a brevi accensioni di luce nella nebbia… e che guidano verso uno spazio congetturale, dove quello che manca, quasi tutto, deve essere aggiunto da chi ascolta o da chi legge. Spero di essere stato chiaro.» [p. 133]

Festa della Repubblica e parata militare

È partita dalla blogosfera (o facebook-sfera, non so) ed è poi stata raccolta da alcuni partiti la proposta di non fare la sfilata militare celebrativa del 2 giugno a via dei Fori imperiali a Roma. Quasi subito, il Quirinale ha detto che la sfilata ci sarà, ma sarà sobria. Ecco la dichiarazione ufficiale (che trovate qui):

“Le celebrazioni del 2 giugno per rafforzare la fermezza e la fiducia con cui affrontare problemi di oggi e di domani, a cominciare da quelli del terremoto”

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati e il Presidente del Consiglio per un ampio informale scambio di opinioni su problemi di comune interesse e urgenza istituzionale: in primo luogo quelli connessi alla condizione dei territori e delle popolazioni dell’Emilia su cui si è abbattuto un violento e distruttivo evento sismico, e relativi all’esigenza del massimo impegno delle forze dello Stato e della più ampia solidarietà nazionale per un’efficace risposta a bisogni acuti di assistenza e a prospettive di rapida ricostruzione. Tale impegno e solidarietà avrà modo di esprimersi ancora in occasione delle imminenti celebrazioni dell’anniversario della nascita della Repubblica.

Le tradizionali celebrazioni saranno improntate a criteri di particolare funzionalità e sobrietà, sia per i limiti entro cui si svolgerà la rassegna militare, sia per i caratteri che assumerà l’incontro in Quirinale con i rappresentanti del Corpo Diplomatico, di tutte le istituzioni e di significative espressioni della società civile. […]

Già prima di lasciare Pordenone, anticipando il rientro a Roma per il confronto istituzionale, il Presidente Napolitano aveva sottolineato perché la Repubblica non possa rinunciare a celebrare l’anniversario della sua nascita: “Credo che anche in questo momento la Repubblica, lo Stato e le Istituzioni debbono dare prova di fermezza e di serenità : non possiamo soltanto piangerci addosso. Una cosa è abbracciare le famiglie che piangono per i loro lutti; altra cosa è piangerci addosso come italiani e come istituzioni. Questo non possiamo farlo: abbiamo il dovere di dare un messaggio di fiducia, e ci sono le ragioni per poter dare questo messaggio di fiducia”. […]

Con tutto il rispetto e la deferenza, mi permetto di fare 2 osservazioni.

La prima è di carattere generale, e vuol essere un invito a riflettere sul significato del binomio Festa della Repubblica e parata militare. L’istituzione della Repubblica può essere celebrata in molti modi, e la parata militare non è certo l’unico. Peraltro, la forma repubblicana fu scelta per pacifico e democratico referendum popolare, e non propiziato da una sollevazione del popolo in armi (come fu in Francia per il 14 luglio 1789) o, peggio, imposta da un putsch militare. Questo basterebbe a rendere la scelta di incentrare le celebrazioni su una imponente sfilata di uomini e mezzi sull’ex-via dell’Impero piuttosto curiosa. A meno che – come spesso accade nei tortuosi ma non del tutto incomprensibili meandri della politica – la scelta non sia stata a suo tempo motivata dalla necessità di cooptare le forze armate (tradizionalmente fedeli alla monarchia savoiarda) alle neonate istituzioni repubblicane.

2 giugno

wikipedia.org

Resta il fatto che, personalmente, l’idea della parata militare mi sembra inopportuna, oltre che ripugnante, quando la Costituzione repubblicana afferma con palmare chiarezza il ripudio della guerra:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. [articolo 11]

A conclusione di questa prima osservazione, mi sembra condivisibile il punto di vista presentato da un altro blogger, metilparaben, nel suo post del 30 maggio 2012:

Bellezza e necessità

Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
iò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un’alzata d’ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.

La seconda osservazione è di carattere storico. Stanno provando a farci credere (ahimè, anche il Quirinale, e un bel po’ di organi d’informazione e di forze politiche, anche di sinistra o sedicenti tali) che la sfilata militare del 2 giugno c’è sempre stata e che sospenderla quest’anno sarebbe un insidioso precedente. Per nostra fortuna, l’agenzia giornalistica AGI racconta (anche se in modo un po’ confuso, che potete andare a leggere qui, “la tormentata storia della parata militare“). Provo a semplificare e a mettere in ordine cronologico, avvalendomi anche di wikipedia.

  • La prima parata si tenne il 2 giugno 1948 su via dei Fori imperiali.
  • Nel 1949, con l’ingresso dell’Italia nella NATO, si svolsero 10 sfilate in altrettante città d’Italia.
  • Nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.
  • Nel 1963, papa Giovanni XXIII sta malissimo (morirà il 3 giugno) e la sfilata viene sospesa.
  • Nel 1976 – come ormai sanno anche i sassi – viene sospesa dal Ministro della difesa Arnaldo Forlani “a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.”
  • Nel 1977 (egge 5 marzo 1977, n.54), soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica è spostata alla prima domenica di giugno (data in cui, curiosamente, durante la monarchia si celebrava la festa nazionale dello Statuto albertino) e una sobria celebrazione delle Forze armate si svolge a piazza Venezia.
  • Nel 1978, nel suo discorso d’insediamento al Quirinale, Sandro Pertini pronuncia l’ormai celebre frase: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
  • Dal 1983, però, le sfilate riprendono, in tono minore e non su via dei Fori imperiali (salvo che nel 1984).
  • Nel 1989 La parata militare è sostituita da una Mostra Storico Rievocativa in Piazza di Siena.
  • Nel 1990 e 1991 si torna a Piazza Venezia.
  • Nel 1991, nuova sospensione.
  • Nel 1992 il neo-eletto Oscar Luigi Scalfaro assiste alla sfilata su via dei Fori imperiali (ma senza cingolati per proteggere i monumenti: l’Italia ipocrita è anche questa!).
  • Ma poi è lo stesso Scalfaro a fermare la parata, sostituita dall’apertura alla popolazione dei giardini del Quirinale.
  • Nel 2001, il presidente Carlo Azeglio Ciampi la ripristina.

Nel 1976 Ugo Tognazzi è un tragicomico “generale in ritirata”.

… e adesso è ora che io vada …

Piazza della Loggia

La ferita quest’anno sanguina più che mai

Avatar di borislimpopoSbagliando s'impera

Stiamo ancora discettando, alla luce del film di Marco Tullio Giordana (e all’ombra del libro di Paolo Cucchiarelli), della strage di Piazza Fontana, e oggi si riapre un’altra ferita, quella della strage di Brescia del 28 maggio 1974. Una strage fascista al di là di ogni ragionevole dubbio, mi verrebbe da dire: la bomba scoppia durante una manifestazione antifascista mentre parla un sindacalista della CGIL. Nessun colpevole per la giustizia italiana (che continuo a rispettare, beninteso, come ogni bravo cittadino).

Cito da un intervento di Riccardo Venturi, che ho trovato qui ma che rinvia a un documento non facilissimo da trovare, Canzoni e stragi di Stato:

Esaurita la lunga sezione sulla strage di Piazza Fontana e sugli episodi ad essa collegati, è necessario seguire la scia di sangue di morte che, da Milano, porta alla vicina Brescia. Una strage i cui “protagonisti” sono gli stessi. Lo stesso stato…

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Miles Davis va alla Casa bianca

Miles Davis – uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, non soltanto nel jazz – era un uomo di poche parole. La sua voce, che si sente in qualche registrazione in studio, era bassa e rugginosa, probabilmente proprio perché usata raramente. Ma quando parlava, ero spesso abrasivo, ben cosciente dei torti subiti dai neri.

Una sera del 1987, fu invitato a una cena da Ronald Reagan. A un certo punto, Nancy, la first lady, gli si rivolse, evidentemente ignara di chi fosse quel tizio seduto a tavola con lei, e gli chiese garrula che cosa avesse fatto nella vita per meritare un invito a cena alla Casa bianca.

«Be’ – rispose Miles Davis con perfetto aplomb – ho cambiato il corso della musica 5 o 6 volte. E lei, oltre a scopare con il presidente?»

Miles Davis nel 1985

wikipedia.org

Grazie al Guardian via boingboing. Le vie del web non sono infinite, ma comunque molto numerose.

Le lucciole di Pasolini

Chi legge questo blog con qualche regolarità sa che nutro un’epidermica antipatia per Attilio Scarpellini, uno dei conduttori della trasmissione mattiniera di RadioTre Qui comincia. La trasmissione peraltro la seguo da anni, nelle sue diverse incarnazioni, e accompagna i miei rituali del mattino. E ho molta simpatia e addirittura affetto per gli altri che si alternano al microfono: di Paolo Terni adoro i raffinati borbottii, il suo proporre con pudore e modestia pensieri molto profondi; di Anna Menichetti (una delle voci più sexy di Radio Rai, assieme a quella di Marina Flaibani) mi piace la sensibilità trasognata; di Arturo Stàlteri ho addirittura un album di qualche anno fa (Syriarise) e conservo memoria di un suo incontro con Brian Eno, raccontato da quest’ultimo in A Year With Swollen Appendices: Brian Eno’s Diary. Spero che l’interessato non me ne voglia, ma con Scarpellini, invece, mi scatta solo l’irritazione e la voglia di cambiare canale.

ppp

radio3.rai.it

Ma non lo faccio. E così la mattina del 16 maggio 2012  ho ascoltato la puntata che parlava di Pier Paolo Pasolini e, in particolare, un riferimento che Scarpellini ha fatto al famoso tema della scomparsa delle lucciole come di una “metafora” di Pasolini.

Ecco, mi sono detto, subito prevenuto contro Scarpellini: quando PPP scrisse della scomparsa delle lucciole tutti a dire: “Pasolini, poeta e profeta, ma soprattutto grande intellettuale a tutto tondo, capace di cogliere i più profondi cambiamenti non solo della società ma anche dell’ambiente planetario.” Poi qualcuno ha fatto la scoperta: le lucciole erano tornate. Ancora una volta è stato il Corriere della sera (che aveva smesso da tempo di essere un quotidiano autorevole per trasformarsi definitivamente in un quotidiano di sussiegose nullità) a fare lo scoop (l’articolo di Lilli Garrone è del 28 maggio 2006 e ha meritato la prima pagina!):

SONO RICOMPARSI GLI INSETTI RIMPIANTI DA PIER PAOLO PASOLINI IN UN CELEBRE ARTICOLO

Villa Borghese, il ritorno delle lucciole

Mancavano da così tanto tempo che nessuno le aspettava più. Ormai erano entrate nei racconti di chi arrivava da una vacanza ai tropici o da una campagna sperduta. E invece, all’ improvviso, eccole qui. Le lucciole sono tornate a illuminare le primaverili notti romane. Sono tornate anche in un luogo così centrale e inaspettato come Villa Borghese. Si intravedono nel boschetto urbano dietro via di Villa Ruffo, lampeggiano tra gli alberi accanto la fontana Rotonda. Si accendono e si spengono per gli sguardi increduli e stupiti anche delle persone adulte, non solo dei bambini. Chissà cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini se fosse stato ancora vivo. Se avesse potuto rivederle in questa città. Perché proprio sulle colonne del Corriere della Sera, il primo febbraio del 1975, con un articolo titolato «Coscienze al buio senza lucciole» il famoso poeta lanciò la sua guerra contro il modello di sviluppo degli anni Sessanta e parlò con grande nostalgia della loro scomparsa. Eccone un brano: «Nei primi anni Sessanta a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua… sono cominciate a sparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante… Sono ora un ricordo, abbastanza straziante del passato». Così, di certo la loro rinnovata presenza è una buona notizia. Perché le lucciole, dicono gli esperti, sono un indicatore della salute dell’ecosistema. Almeno per quanto riguarda il loro habitat: prati, cespugli e siepi. Siccome non se ne parlava da un po’ , forse non tutti sanno che le lucciole sono insetti (coleotteri), e non pizzicano l’ uomo. Quando luccicano non lo fanno per noi: lo fanno perché sono in amore e quello è il loro modo di cercare un compagno. L. Gar.

Garrone Lilli

Pagina 1
(28 maggio 2006) – Corriere della Sera

Qualcuno ha provato a dire, sommessamente, che le lucciole non erano mai scomparse. La voce era troppo flebile, gli amplificatori dei media assenti: la verità “ufficiale” è quella della scomparsa e del ritorno. Per maggiore sicurezza però – mi dicevo l’altra mattina – meglio declassare il punto di vista di Pasolini da osservazione a metafora.

A questo punto, però, mi è sembrato doveroso andare a rileggere l’articolo di Pasolini del 1° febbraio 1975. Il titolo (mi viene da scrivere “naturalmente”, dato il livello dell’articolo di Lilli Garrone, che non si è degnata di andare a controllare – la buona notizia è che le lucciole sono davvero coleotteri) non è «Coscienze al buio senza lucciole», ma «Il vuoto del potere».

Che dire? Non mi sembra che Pasolini parli della scomparsa delle lucciole in senso metaforico, ma certo utilizza questo “evento” come spartiacque all’interno di un’analisi delle metamorfosi del potere, fascista e democristiano. Ma io qui non voglio parlare di questo, ma di come un uomo come Pasolini (certamente intellettuale e poeta per sua scelta, anche se forse profeta sua malgrado) possa costruire un’argomentazione su un fattoide (o fattizio, cioè un “fatto che non esiste prima di apparire in una rivista o un giornale”, secondo la definizione di Norman Mailer), senza prendersi la briga di verificare se fosse vero o falso che le lucciole erano scomparse.

Questo ci dice molto sulla cultura italiana, che da quasi 40 anni discute sulle implicazioni della scomparsa delle lucciole con assoluto disprezzo delle circostanze di fatto: dice, secondo me, molto sul conformismo, molto sulla disposizione e sulla disponibilità a credere ai dogmi, molto sul groupthink eletto a sistema di pensiero. Purtroppo, temo, ci dice molto anche su Pasolini come pensatore e maestro del pensiero: perché a me, a rileggerlo, sembra che l’articolo sia veramente debole. Non nella polemica con Franco Fortini su “fascismo aggettivo e fascismo sostantivo”, che si può largamente condividere, ma proprio sul ruolo di pietra miliare assegnato alla presunta e largamente fittizia (o fattizia) “scomparsa delle lucciole”, spartiacque tra un “prima” e un “dopo”, in cui il “prima” è nonostante tutto meglio del “dopo”: una nostalgia che, spiace dirlo, è il sigillo del pensiero di destra.

Dal momento che l’articolo di Pasolini potete andarvelo a leggere integralmente con un click su un link, mi concederò la licenza di tagliuzzarlo e ricostruirne la sequenza per meglio chiarire la parte che vi recitano le lucciole e i limiti (a mio parere, naturalmente) della mitologia precapitalistica e premoderna di Pasolini.

Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.

[…] una decina di anni fa, è successo “qualcosa”. “Qualcosa” che non c’era e non era prevedibile non solo ai tempi del “Politecnico”, ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).

Durante la scomparsa delle lucciole […] sia il grande paese che si stava formando dentro il paese – cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI – sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel “Manifesto” parlava Marx.

I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. […] A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. […] si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'”arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.

Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.

Pasolini passa poi a raccontare il “vuoto del potere” realizzatosi quando i democristiani “sono passati dalla ‘fase delle lucciole’ alla ‘fase della scomparsa delle lucciole’ senza accorgersene.” Questo racconto dà il titolo all’articolo, ma qui ci interessa meno. Mi preme piuttosto sottolineare 2 passaggi che mi sembrano cruciali:

  1. L’unificazione dell’Italia sarebbe – secondo Pasolini – intervenuta soltanto con l’accelerata industrializzazione del boom economico, e attraverso una “mutazione” antropologica più evidente nel Centro-Sud (come infatti è da attendersi per un Paese non ancora unificato): gli italiani “sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo.” Coerentemente marxista (più di tanti intellettuali organici), Pasolini antepone il cambiamento strutturale (l’industrializzazione) a quello sovrastrutturale (l’omologazione culturale trasmessa dalla televisione, ad esempio). Trovo molto bella e pertinente l’osservazione sulla “sociologia che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista.”
  2.  Nel passaggio benessere → sviluppo → genocidio (un passaggio agghiacciante, se vi fermate a riflettere anche solo qualche istante) c’è tutta la radice premoderna e reazionaria del pensiero di Pasolini: lo sviluppo è una perversione del benessere che conduce allo sterminio (penso che PPP avesse in mente il passo del Manifesto di Marx sulle crisi da sovrapproduzione: “Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovraproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio.”). Pasolini legge Marx come un teorico della decrescita: condizione del benessere vero è rinunciare al progresso, cioè ad andare avanti. Se possibile, anzi, tornare indietro, nell’Arcadia dove ci sono ancora lucciole. Una riflessione che dovrebbe farci guardare con cautela anche alla voga corrente che ci invita a guardare al di là della crescita economica e dello sviluppo (magari l’avessimo!) e perseguire il “benessere” o addirittura la “felicità”.

Giusto per farvi passare quello sguardo romantico e quell’espressione un po’ ebete (che ho anch’io, perché anch’io da bambino subivo il fascino delle lucciole e me le facevo mettere in un bicchiere – senza toccarle io perché gli insetti mi fanno orrore), qualche fatto (e non fattoide) sulla vita delle larve di lucciola: si nutrono prevalentemente di lumache e di chiocciole, grandi fino a 200 volte più di loro (ma ovviamente non velocissime nella fuga); le attaccano a morsi e poi iniettano loro (mentre ancora sono vive) un liquido tossico, che distrugge lentamente i tessuti della vittima e li digerisce trasformandoli in un fluido marrone, che la larva di lucciola può succhiare. Certo, la Montedison operava su un’altra scala, ma nel loro piccolo anche le lucciole …

A complicare le cose, in Italia ci sono due generi di lucciole (nessuno dei due è scomparso), entrambi della famiglia Lampyris: la Luciola (Laporte, 1833) e la Lampyris noctiluca:

Lampyris noctiluca

Lampyris noctiluca / http://www.acquariodesign.com