Does anybody here remember Vera Lynn?
Remember how she said that
We would meet again
Some sunny day?
Vera! Vera!
What has become of you?
Does anybody else in here
Feel the way I do?
Nessuno di noi ricordava, e nemmeno sapeva, scommetto. Certo non io, quando nel 1979 ascoltai per la prima volta ascoltai The Wall dei Pink Floyd.
Questa la versione nel concerto dal vivo di Roger Waters a Berlino, alla Potsdamer Platz dopo l’abbattimento del muro, nel 1990.
Subito dopo c’è il momento più emozionante del concerto, Comfortably Numb cantata da Van Morrison:
Un’altra versione (scusate la qualità acustica) con Waters al basso e Nick Mason (Pink Floyd storici) al basso e alla batteria, Paul Carrack al piano, Eric Clapton e Mike Rutherford (Genesis) alle chitarre.
Una tardiva reunion (Waters + Gilmour), 2011:
Ho divagato, come al solito. Era per fare gli auguri per il 95° compleanno di Vera Lynn, oggi 20 marzo 2011, e ascoltare il suo successo più noto (quello citato dai Pink Floyd, We’ll Meet Again).
Nel 1972, il compositore e direttore d’orchesta Leonard Bernstein tornò alla sua alma mater, l’Università di Harvard come Charles Eliot Norton Professor di Poesia, nell’accezione più vasta del termine.
wikipedia.org
Le lezioni di Bernstein furono tenute nell’autunno del 1973, portano complessivamente il titolo “La domanda senza risposta” (“The Unanswered Question”) e durano oltre 11 ore.
Per nostra fortuna sono tutte su YouTube e le potete guardare e ascoltare con vostro comodo (ma non siate pigri!).
È morto ieri (8 marzo 2012) Elio Pagliarani, poeta. Era nato a Viserba, sulla riviera romagnola, il 25 maggio 1927.
rainews24.it
Perdonatemi se nel rendergli omaggio con la sua famosa poesia dei coniglipolli non riesco a riprodurne l’andamento grafico alla Majakovskij, che potete però vedere nelle immagini qui sotto.
dittico della merce: la merce esclusa
a Ferruccio Rossi-Landi
Uso e scambi linguistici b) L’equazione di valore linguistico Consideriamo l’equazione x merce A =
y merce B
e applichiamola al linguaggio
Dio è l’essere onnipotente
Qui la quantità (x,y) per entrambi i termini è ridotta a uno
c’è un solo Dio ed egli è l’unico essere onnipotente Sarebbe facile
quantificare, dicendo per esempio che gli dei
sono esseri onnipotenti
seguendo l’analisi marxiana
finì con centodieci a un pelo dalla lode, i corsi in medicina
una scelta ragionata: è mondana ed è sociale
quel rapporto con il corpo
coscienza fisica non basta
non è ancora conoscenza
nuovi allori in giurisprudenza
se i rapporti offuscassero le cose ne violassero l’essenza se fosse troppo empirica la scienza
dell’espressione Dio
Dio assume il valore di scambio
relativamente a essere onnipotente
e può essere immerso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
Problema: un ragazzo vede conigli e polli in un cortile Conta
18 teste e 56 zampe
quanti polli e conigli ci sono nel cortile?
Si consideri una specie animale
a sei zampe e due teste: il conigliopollo; ci sono nel cortile 56 zampe : 6 zampe = 9 coniglipolli
Nove coniglipolli che necessitano di 9×2, 18 teste
restano dunque 18 – 18, 0 teste nel cortile
laurea in filosofia poi lo cacciarono via
non che violasse le leggi è che dissero basta
la famiglia gli amici gli esempi dei libri di testo la sua testa
avrebbero potuto lucidissimamente, in realtà fu lui che non volle demandò alla vita
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
Ma questi animali hanno 9×6, 54 zampe allora 56–54 = 2 Restano due zampe nel cortile
Si consideri quindi un’altra specie di animale che potrebbe essere il coniglio spollato Si sottrae
un pollo da un coniglio l’animale che avanza è il coniglio spollato che ha
1 testa – 1 testa = 0 testa, 4 zampe – 2 zampe = 2 zampe: le due zampe che stanno nel cortile
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con il naso giusto, un’altezza che supera la media
non che vita non fosse anche nell’aule
dei suoi vent’anni trenta
non era ancora stato richiamato sotto le armi forse perché non sapevano bene dove metterlo
c’è dunque nel cortile 9 coniglipolli + 1 coniglio spollato Detto in altri termini
9 conigli + 9 polli + 1 coniglio – 1 pollo Ed ora i conigli coi conigli e i polli coi polli, si avrà
9 + 1, 10 conigli, 9 – 1, 8 polli
Risultano otto polli e dieci conigli nel cortile
e può essere immesso nella circolazione linguistica
come portatore di tale valore In termini di lavoro
la grandezza di lavoro umano linguistico generico medio
con cui si misura Dio
con cui si misura Dio in termini di lavoro
ridono le ragazze, ondeggiano sopra tacchi di sughero
attraverso la forma di valore totale o dispiegato che Marx esprime con l’equazione plurima
passiamo alla forma generale di valore nella quale un certo numero di merci
esprime il proprio valore per mezzo di un’unica merce esclusa
ridono le ragazze
Non mi rinvengo ben, pensa e ripensa
che barzelletta è questa: io non l’ho ‘ntesa
se non confusamente
Questa si chiama ‘l Pettine. E perché?
Perché le rime paion fatte a denti,
e mostra pettinar vari costumi.
Egli era gaio e festoso
e si mise a raccontare una delle sue barzellette. Ne sapeva sempre nuove
e allora sorrideva anche sussultando.
La merce esclusa
nella quale come valore d’uso avviene la misurazione del valore di scambio
quello là con tre lauree lo presero l’autunno 43
spiegò le barzellette a San Vittore
mica credettero subito che gli appunti nel taccuino
fossero per figurare
con capuffici e donne
la merce esclusa
nella quale come valore d’uso avviene la misurazione del valore di scambio
di tutte le altre merci quali tempo di lavoro oggettivato
corrisponde linguisticamente al termine noto di una serie definitoria.
Avrei forse ignorato per sempre l’esistenza di Elio Pagliarani se non fosse stato per il mio fortuito e fortunato incontro, nel fatale 1977, con Andrea Ciullo, curiosa figura di laureato in statistica e autore teatrale, che di Pagliarani era “vice” come critico di teatro sul Paese sera. Penso che Andrea Ciullo abbia mantenuto i suoi rapporti con il maestro, dal momento che sul web circola una composizione scritta ed eseguita per il compleanno di Pagliarani.
Ci sono occasioni nella vita in cui ci si trova davanti all’abisso della propria ignoranza e la tentazione di buttarvicisi è quasi irresistibile.
Mi frulla nelle orecchie da un paio di giorni un allegro motivetto (come direbbero a Croda):
La conoscevo come una delle canzonette divertenti, un po’ tex-mex, che compaiono nella fase Borderline e Bop Till You Drop di Ry Cooder.
Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Ev’ry night I watch the lights from the house up on the hill
I love a little girl who lives up there and I guess I always will
But I don’t dare knock on her door
‘Cause her daddy is my boss man
So I have to try to be content
Just to see her when ever I can
Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Down in the boondocks
Down in the boondocks
One fine day I’ll find the way to move from this old shack
I’ll hold my head up like a king and I never never will look back
Until that morning I’ll work and slave
And I’ll save ev’ry dime
But tonight she’ll have to steal away
To see me one more time
Down in the boondocks
Down in the boondocks
People put me down ‘cause
That’s the side of town I was born in
I love her she loves me but I don’t fit in her society
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Lord have mercy on the boy from down in the boondocks
Tanto per cominciare la canzone non è di Ry Cooder, ma è stata composta da Joe South e portata al successo nel 1965 da Billy Joe Royal:
Ma poi, al di là del fatto di suonare buffo e dal contesto che permette di capire che il ragazzo che viene dai boondocks e che chiede misericordia è uno spiantato e un sempliciotto, che cosa significa il termine boondocks?
Il termine compare in inglese (o meglio in American English) subito dopo l’intervento statunitense delle Filippine iniziato nel 1898 e sfociato in un’occupazione coloniale protrattasi per tutta la prima metà del XX secolo. Fu lì che i militari delle truppe di stanza nell’arcipelago appresero il termine tagalog bundok (montagna). Nell’uso dei filippini inurbati nelle città costiere, le zone rurali e montagnose dell’interno erano selvagge, e i loro abitanti (Taga-bundok) erano bollati con lo stereotipo di individui ignoranti, analfabeti, incivili e ingenui. La circostanza che nelle zone interne infuriasse la guerriglia contribuì, nell’uso americano, ad aggiungere ai concetti già visti quelli di confusione e stupore.
Sia come sia, il termine si diffuse nello slang e nella lingua parlata, con riferimento alle zone rurali isolate e (di conseguenza) arretrate, a prescindere dalle loro caratteristiche orografiche, e alla “cultura” dei residenti.
Giusto per farvi capire che mi sono veramente applicato: The Boondocks è anche una striscia a fumetti e una serie televisiva di cartoni animati opera del fumettista afro-americano Aaron McGruder.
Secondo il Vocabolario Treccani, l’imprinting ‹ëmprìntiṅ› sostantivo inglese [propriamente «impressione, stampa», derivato di (to) imprint «stampare, imprimere»], usato in italiano al maschile – In etologia, particolare forma di apprendimento precoce, irreversibile o comunque durevole, di alcune specie animali, per il quale, per esempio, l’individuo, nelle primissime ore della vita, riconosce e segue i suoi genitori, oppure un loro surrogato, che può essere rappresentato da individui di altra specie o anche da oggetti inanimati, purché in movimento, che cadano per primi nel suo campo di osservazione. Il termine è talvolta tradotto in italiano con impressione o, più raramente, con conio.
Contrariamente a quanto credevo io (e immagino molti con me) l’imprinting non è stato scoperto da Konrad Lorenz, che pure ne parla ne L’anello di Re Salomone in una narrazione indimenticabile di cui è protagonista l’oca Martina.
Molte cose importanti devono accadere in una di queste uova di oca selvatica: accostandovi l’orecchio si ode dentro scricchiolare e muoversi qualcosa, e poi, ecco, si percepisce chiaramente un flebile, flautato “piip”. Dopo ci vuole ancora un’ora perché si apra un buchino, attraverso il quale si scorge la prima cosa visibile del nuovo uccello: la punta del becco, con sopra il cosiddetto dente dell’uovo; il movimento del capo con cui il dente, dal di dentro, viene spinto contro il guscio dell’uovo, provoca non solo la rottura del guscio, ma anche uno spostamento dell’uccellino che vi giace dentro tutto avvoltolato su se stesso, e che lentamente gira all’indietro attorno all’asse longitudinale dell’uovo. Il dente si muove dunque dentro il guscio lungo un “parallelo” sul quale apre una fila ininterrotta di buchini; alla fine, quando il cerchio si è chiuso, l’uccello con un movimento di estensione del collo fa sollevare l’intera calotta del guscio.
La mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno, divenisse abbastanza robusta per poter ergere il capo e muovere alcuni passetti.
La testina inclinata, essa mi guardava con i suoi grossi occhi scuri; o meglio, con un solo occhio, perché, come la maggior parte degli uccelli, anche l’oca selvatica si serve di un solo occhio quando vuole ottenere una visione molto netta. A lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò la tensione e “mi salutò”: col collo ben teso e la nuca appiattita, pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono i loro stati d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido pigolio. Il suo saluto era identico, preciso identico a quello di un’oca selvatica adulta, identico al saluto che essa avrebbe pronunciato migliaia e migliaia di volte nel corso della vita; ed era come se anche lei mi avesse già salutato migliaia e migliaia di volte nello stesso identico modo. Neppure il migliore conoscitore di questo cerimoniale avrebbe potuto comprendere che quello era il primo saluto della sua vita. E io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero assunto per il fatto di aver subito l’ispezione del suo occhietto scuro e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del saluto.
La mia intenzione era infatti di affidare, una volta che fossero usciti dall’uovo, anche i piccoli covati dalla tacchina alla summenzionata oca domestica […]. Portai l’uccellino in giardino, […i]nfilai la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia e vi sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito. E invece mi restava ancora molto da imparare. Trascorsero pochi minuti, durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo: “ vivivivivi”. In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso verso, solo espresso nella sua tonalità: “gangangangang”. Ma, invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò su con un solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò singhiozzando: “fip… fip… fip…”. Così pressappoco suona il lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento di questo genere. La povera piccina se ne stava lì tutta tesa, continuando a lamentarsi ad alta voce, a metà strada fra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo proteso, salutandomi con il più fervido: “vivivivivi”. Era proprio commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi dunque la piccola, la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: “fip… fip… fip…”: la poveretta mi correva dietro disperatamente.
[…]
Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile:
ero io sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa. Pesava allora non più di cento grammi, ma sapevo benissimo come mi sarebbe stata greve, quanta dura fatica e quanto tempo mi sarebbe costato portarla degnamente.
Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina.
In realtà, secondo l’Enciclopedia Treccani, il fenomeno è stato descritto per la prima volta da D.A. Spalding nel 1873 e soltanto “riscoperto” da Lorenz, ancorché in modo così colorito.
Tutto questo per raccontare che il mio imprinting con Lucio Dalla (morto ieri, 1° marzo 2012), cioè la prima volta che ricordo di averlo ascoltato e notato, è stato con una canzone molto diversa da quelle che poi ne avrebbero segnato il successo. Era il 1966 e la canzone si intitolava Quand’ero soldato. Anche in quegli anni in cui in Italia spirava un vento di contestazione e sperimentazione musicale, quella canzone sembrò alle mie orecchie curiose e aperte a ogni novità degna di nota per il modo in cui era cantata e arrangiata, oltre che per le parole che parlavano della naja in maniera fortemente ironica (il testo è di Sergio Bardotti, la musica di Gian Franco Reverberi):
Quando ero soldato
allora sì che era bella la vita anche per me
15 mesi senza i problemi di casa mia
quando ero soldato trattato bene meglio di un re
senza pagar mai una lira di tasca mia
e con le ragazze le sole che poi non ti chiedano
un matrimonio …
Quando ero soldato beato me
la guerra non c’era adesso c’è
l’han dichiarata tutti d’accordo contro di me
quando ero soldato vivevo tranquillo
ora son tanti a bombardare la vita mia.
In questa esecuzione dell’epoca (come si usava allora, fintamente dal vivo ma rigorosamente in playback), oltre a un giovane ma già marpionissimo Gianni Boncompagni (allora presentatore di Bandiera Gialla il sabato pomeriggio), si riconosce Luigi Tenco.
Lo stesso anno, Dalla era andato a Sanremo e aveva presentato Paff….bum!, sempre della coppia Bardotti-Reverberi, ma molto meno bella. All’epoca a Sanremo succedeva (o forse era la regola) che le canzoni fossero presentate in doppia esecuzione, da una coppia di esecutori italiani o più spesso in abbinamento con qualche star straniera: venne persino Louis Armstrong, mi pare, ma certamente Wilson Pickett che cantò Un avventura con Lucio Battisti. L’abbinamento al Paff….bum! di Dalla furono gli Yardbirds (di cui abbiamo parlato più volte, qui, qui, qui e qui). Erano una leggenda già nel 1996, noti per avere due chitarre soliste in formazione (Jeff Beck e Jimmy Page, scusate se è poco), e per essere, un paio d’anni dopo, il gruppo che “gemmò” i Led Zeppelin. L’ineffabile Mike Buongiorno, presentandoli, ne tradusse il nome in Gallinacci, come racconta Adele Gallotti su Stampa Sera del 29 gennaio 1966:
Sanremo, sabato sera. Nefasta è stata per la pallida Carla Puccini – denutrita da tre giorni di quasi digiuno, dovuti a delle misteriose pillole che le tolgono l’appetito – il titolo dell’ultima canzone in gara ieri sera Paff… bum. Al «bum» Carla è crollata in terra, mentre Mike – per questa volta umorista – spiegava che “yard-birds” vuole dire gallinacci.
Ecco l’esecuzione sanremese, questa volta effettivamente live, anche se priva di video:
Il mio primo incontro con la Winterreise fu straordinario, una di quelle cose che ti capitano da ragazzo (eh sì, perché persino ai miei tempi a 21 anni si era ancora ragazzi, o almeno io lo ero, ragazzo e bamboccione, e non ho paura di dirlo; sfigato nel senso di Martone certamente no, anche se quella è un’altra storia), che non capisci fino in fondo che ti è successa una cosa straordinaria, e te ne rendi conto anni dopo: la consapevolezza cresce nel tempo. Forse sono questi gli ingredienti dei ricordi indimenticabili, delle cose che – pensi – ti hanno formato, hanno fatto di te quello che sei realmente. Che ti fanno dire “meglio una testa piena di musica che una testa piena di ambizioni” anche nei periodi più difficili (e questo ancora lo è).
Ho studiato musica, da ragazzo. Mio padre aveva un disco (un 33 giri piccolo come un 45, mi pare si chiamassero EP, extended play, ma posso sbagliarmi e non mi va di controllare adesso) dell’Eine Kleine Nachtmusik di Mozart, una delle prime cose che ho imparato a fischiare da piccolo, e sulla copertina azzurra c’era un ritratto di Mozart con i capelli lunghi. Pensavo che da grande avrei voluto avere i capelli lunghi (me li tagliavano a spazzola, con la sfumatura altissima fatta con la macchinetta) ed essere musicista. Alla televisione davano dei recital di Arturo Benedetti Michelangeli (qualche anno fa Roman Vlad li ha riproposti) e a me pareva che il piano avesse uno specchio in cui le mani si riflettevano.
Così a 7 anni cominciai a prendere lezioni con la signorina P. (aveva un alito micidiale) e i miei noleggiarono un pianoforte: ci rimasi malissimo perché non c’era lo specchio; pensai che i miei si erano fatti fregare o che avevano voluto risparmiare. Soltanto molti anni dopo capii che il legno era così lucido e le luci cosi forti che le mani del pianista vi si riflettevano. Ma ditemi voi stessi se non era facile cadere in inganno.
Per la verità su YouTube il recital chopiniano di Arturo Benedetti Michelangeli all’Auditorium RAI di Torino c’è tutto intero. Era il 21 settembre 1962, ma non so se l’abbiano trasmesso in diretta (e certamente non era questo il concerto che mi aveva tratto in inganno). Chi è interessato può ascoltarlo: dura quasi 2 ore, ma ne vale sicuramente la pena:
Insomma, per 2-3 anni mi fece lezione la signorina P., senza molto costrutto. Allora i miei decisero di cambiare insegnante. Il Maestro Mario M. era un collega di mio padre (e dunque faceva il bancario per campare) ma aveva studiato al conservatorio ed era – secondo me – molto bravo. Aveva capito che con me doveva spiegare tutto, che non ero interessato a suonare per suonare, ma volevo capire la teoria che c’era sotto la musica. Dunque mi conquistò subito.
Peccato che io non sia capace di fare nulla che richieda fisicità e coordinamento (be’, quasi nulla, di andare in bicicletta, nuotare e un paio d’altre cose sono capace). Facevo la seconda media (un anno che fu anche per molti altri motivi molto difficile per me) quando un giorno, infuriatosi, il Maestro M. sul quadernetto sul quale mi assegnava gli esercizi scrisse a caratteri cubitali: “Negato alla tastiera del pianoforte.” Non lo dimenticherò mai sembra una frase fatta, ma non lo è. Sono passati quasi 50 anni e non l’ho certo dimenticato.
Smise dunque di provare a insegnarmi a suonare (anche se qualcosina sono ancora in grado malamente di strimpellare), ma continuò a farmi lezione di musica. E mi insegnò a conoscere, ascoltare e capire la musica. Continuammo per molti anni, per il resto delle medie e il ginnasio e il liceo e l’università, a vederci 2 volte alla settimana, prima nella casa al 4° piano e poi in quella nuova, al 7°. Lo dico perché M. era rimasto sotto un bombardamento durante la guerra e da allora soffriva di claustrofobia: non prendeva mai la metropolitana ma rigorosamente il tram, e non saliva in ascensore ma rigorosamente a piedi, anche se i piani erano 7.
Si metteva al piano e suonava lo spartito di quello che stavamo studiando: le sinfonie di Beethoven, l’Incompiuta e i Trii di Schubert, Tristano e la tetralogia di Wagner, Don Giovanni di Mozart. Poi ascoltavamo sul disco (compravamo versioni economiche, perché per ascoltare bene era necessario spostare la puntina più e più volte). Se c’era da cantare, cantavamo a squarciagola. A volte, a motivare quello che studiavamo c’era qualche evento speciale in programma: così studiammo la tetralogia in vista di un’edizione scaligera (con l’all’epoca giovane Sawallisch), e Bach per un ciclo di lezioni settimanali bellissime di Giulio Confalonieri alla Piccola Scala.
M. aveva una passione sfrenata per i Lieder e studiammo quelli di Schubert e Schumann, soprattutto. E fu così che ci preparammo alla Winterreise che eseguirono una sera di marzo del 1974 piuttosto freddina (non vi so dire se lunedì 4, più probabilmente, o sabato 9) al Piccolo Teatro di via Rovello Dino Ciani al pianoforte e il baritono Claudio Desderi. Non sapevo chi fosse Dino Ciani (uno dei pianisti più promettenti della sua generazione) né (ovviamente) che sarebbe morto a 32 anni entro la fine di quel mese (il 27) al km 7 della Flaminia in un incidente automobilistico. Ma fui rapito da quella musica.
Ed è fantastico (trovo) che il web mi permetta di ricostruire la data e il repertorio di quel concerto. E di sciogliere il dubbio se fosse il concerto del lunedì (il suo terzultimo) o quello del sabato: era lunedì, e lo so perché su questo sito giapponese ho trovato anche l’elenco dei bis che eseguirono:
Trockne Blumen, n. 18 dal ciclo Die Schöne Müllerin D795
Die Forelle D550
Der Doppelgänger, n. 13 dal ciclo Schwanengesang D957
E, come dicevo prima, io quel Doppelgänger spero di non dimenticarlo mai.
In mancanza della versione di Desderi e Ciani, che non ho trovato, quella classica di Dietrich Fischer-Dieskau.
Il testo è di Heinrich Heine.
Still ist die Nacht, es ruhen die Gassen,
In diesem Hause wohnte mein Schatz;
Sie hat schon längst die Stadt verlassen,
Doch steht noch das Haus auf dem selben Platz.
Da steht auch ein Mensch und starrt in die Höhe,
Und ringt die Hände, vor Schmerzensgewalt;
Mir graust es, wenn ich sein Antlitz sehe –
Der Mond zeigt mir meine eigne Gestalt.
Du Doppelgänger! du bleicher Geselle!
Was äffst du nach mein Liebesleid,
Das mich gequält auf dieser Stelle,
So manche Nacht, in alter Zeit?
La mia rudimentale traduzione:
La notte è quieta, le strade sono calme.
In questa casa viveva il mio amore:
Da molto tempo ha lasciato la città,
Ma la casa è sempre qui, nello stesso posto.
Un uomo è là e guarda il cielo,
E si torce le mani sopraffatto dal dolore:
Vederlo in volto mi atterrisce –
La luna illumina le mie stesse fattezze!
Mio sosia! Mio pallido compagno!
Perché scimmiotti la mia pena d’amore
Che mi tormentò in questo stesso luogo,
Per tante notti, tanto tempo fa?
Roma, Auditorium, Sala Sinopoli
Ian Bostridge, tenore
Julius Drake, pianoforte
Franz Schubert, Winterreise D911
Una grande serata, per quello che è forse il più grande ciclo di Lieder (cioè di canzoni) di tutti i tempi. E fa impressione che, nonostante una serata romana pressoché primaverile, più della metà dei posti della sala intermedia dell’Auditorium di Renzo Piano fossero vuoti. Vuol dire che c’erano meno di 600 persone.
Bostridge ci ha dato una versione quasi espressionistica della Winterreise, facendoci riflettere sul romanticismo estremo delle 24 poesie di Wilhelm Müller che Schubert ha musicato: un vagare senza meta nel freddo inverno tedesco di un uomo che ha perso l’amore:
Straniero sono arrivato,
straniero me ne vado.
Maggio mi aveva accolto bene,
con mazzi di fiori,
la fanciulla parlava d’amore,
la madre già di nozze, –
ora il mondo è così cupo,
la via sepolta dalla neve.
Ma soprattutto una trasparente metafora del cammino verso la morte:
Ad un cimitero mi ha portato il mio cammino;
proprio qui voglio fermarmi, ho pensato fra di me.
Voi verdi ghirlande potreste essere il segno
che invita lo stanco viandante nella gelida locanda.
In questa casa, sono occupate tutte le stanze?
Sono stanco, cado a terra, ferito a morte.
Tu, oste senza pietà, mi cacci via?
E dunque avanti, avanti ancora, mio fedele bastone!
Su YouTube il ciclo di Bostridge e Drake c’è nella sua interezza, in 24 clip. Penso di fare cosa apprezzabile per tutti gli appassionati collegandoli da qui.
Dopo l’esibizione di Patti Smith come ospite al festival di Sanremo, il mondo si è diviso in due, quelli (tutti quanti all’unanimità o quasi) che hanno detto che soltanto con lei la serata – che io peraltro non ho visto, avendo visto solo il clip di YouTube – è stata riscattata da un momento di altissima qualità, e quelli (soltanto io) che ne hanno ricavato una penosa impressione e hanno trovato che il fuoco che ardeva nella musica di Patti Smith alla fine degli anni Settanta si fosse ormai quasi del tutto spento.
Poiché sono cocciuto e amo la polemica per la polemica, vi invito a confrontare la versione sanremese (che per vostra comodità riposto) con la versione originale che compariva sul’album Easter del 1978 e una versione live dello stesso anno (dove si capisce pure che Patti Smith era per una parte importante anche il Patti Smith Group).
Io la sento, la differenza: le versioni del 1978 mi smuovono ancora quel poco di testosterone, ossitocina e adrenalina che mi circolano nel sistema; (“touch me now”) quella di Sanremo mi sembra soprattutto autocelebrativa.
E lo so che non è serio. Ma sul mio giudizio severo influisce anche il fatto che Patti si sia tinta i capelli. Guardatela qui, al David Letterman Show nel 1996, cinquantenne con il coraggio dei suoi capelli grigi. E sentitelo ancora intatto, il suo fuoco, anche se la canzone è così così.
E confesso anche di essere influenzato, in questo confronto forse impietoso, dal paragone con Martha Argerich, la pianista argentina (del 1941, mentre Patti Smith è del 1946) il cui fuoco non si è spento e che porta orgogliosamente i suoi anni. La vediamo e sentiamo prima nello Scherzo n. 2 Chopin, inciso nel 1966, e poi nella sonata di Scarlatti in re minore K 141, incisa nel 2008.
Per i più pazienti e per i più curiosi, due interventi in cui Martha Argerich parla di sé, della sua tecnica e delle sue interpretazioni, più o meno coevi alle esecuzioni ascoltate prima.
Fino all’anno scorso (ma non so quest’anno) il 16 febbraio era festa in Corea del Nord.
Come si addice a chi è predestinato a un posto d’onore tra storia e leggenda, di Kim Jong-Il si conoscono il giorno e il mese di nascita (il 16 febbraio appunto) ma non l’anno o il luogo.
Secondo gli archivi sovietici e gli storici occidentali, sarebbe nato il 16 febbraio 1941 a Vyatskoye, un villaggio vicino a Khabarovsk, in Siberia, dove il padre Kim Il-sung era al comando del 1° battaglione dell’88ª Brigata dell’Armata rossa, formata da esuli coreani e cinesi.
Per le biografie ufficiali coreane, invece, sarebbe nato esattamente un anno dopo, durante l’occupazione nipponica della Corea, in un campo militare segreto sul monte Baekdu (uno splendido vulcano alto 2.700 metri al confine con la Cina). Come si conviene a un semidio, la nascita fu annunciata da una rondine (presagio di primavera), da un doppio arcobaleno e dalla comparsa nel firmamento di una nuova stella.
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Naturalmente, trovo molto più degna di fede questa seconda data. Che mi permette di dire che se Kim Jong-Il non fosse deceduto nello scorso dicembre, oggi compirebbe 70 anni.
Nel 1948 il fratello maggiore annega in piscina (forse con un piccolo aiuto del fratellino), spianandogli la strada alla successione al padre Kim Il-Sung nel 1994. Nel 1949 muore anche la madre, di parto secondo alcuni, sparata e lasciata morire dissanguata secondo altri.
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Il Supremo Leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea era confidenzialmente ma rispettosamente chiamato dai suoi sudditi, pardon concittadini, Caro Leader e Grande Leader. Dopo la morte, è stato ufficialmente denominato Leader Eterno. Ma la lista ufficiale dei suoi titoli, che a me fa pensare irresistibilmente alle Giovani Marmotte, è molto più nutrita e la potete trovare qui.
Secondo Wikipedia, David Mitchell è nato a Southport (Merseyside), è cresciuto a Malvern (Worcestershire), ha studiato all’università del Kent, ha vissuto per un anno in Sicilia, nel 1994 si è trasferito a Hiroshima in Giappone. Attualmente vive a Clonakilty, sulla costa meridionale dell’Irlanda, con la moglie Keiko e due figli. E questo mi fa piacere, perché mi piace sentirmi un po’ vicino, anche geograficamente, agli autori che leggo: a Hiroshima non sono mai stato (in Giappone sono stato soltanto a Tokyo), ma a Clonakilty sì, nel 1980, anche se soltanto di passaggio andando da Cork verso Killarney via Skibbereen. Bel posticino senza tempo, tra l’oceano e il nulla.
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Se la sua biografia spiega in maniera eccellente da dove gli venga l’accurata conoscenza del Giappone e della sua storia, le notizie sui Paesi Bassi dell’epoca (Jakob de Zoet, lo dice il nome, è olandese) devono essere il risultato di attività di ricerca. Sia come sia, il romanzo è un esempio affascinante di romanzo storico reinterpretato in chiave contemporanea, e fa venire in mente – come ho già scritto altrove – The Crimson Petal and the White di Michel Faber.
Il romanzo racconta, in realtà, più storie distinte, sullo sfondo del tentativo (ormai quasi disperato) del Giappone Edo di confinare a un’isoletta di fronte a Nagasaki i contatti commerciali con gli occidentali e di un cambiamento epocale degli equilibri europei, colti nel passaggio dall’egemonia olandese a quella britannica sotto i colpi della rivoluzione francese e dell’avventura napoleonica: Jacob de Zoet è convinto di perseguire una missione di moralizzazione per conto e con l’appoggio dei suoi superiori e viene crudelmente punito; persegue una storia d’amore impossibile; seguiamo una storia di ignoranza e crudeltà nella società tradizionale giapponese (con buona pace dell’illusione della superiorità e dell’integrità di quella società feudale). Ma alla fine la vicenda conta relativamente poco (e forse qualche lungaggine e qualche diversione troppo insistita sono tra i difetti del romanzo, o forse tra i suoi eccessi: in questo sito sono elencati 125 personaggi in ordine di apparizione, ma lo stesso estensore ammette di averne trascurati un’altra trentina che compaiono una sola volta!) rispetto alla prepotenza con cui si impongono i due indiscussi protagonisti, Jacob e Orito. Ma forse è proprio questo l’eterno dilemma del romanzo storico: il difficile equilibrio tra la tela di fondo e i protagonisti in primo piano.
Nello scrivere questa recensione, mi sono imbattuto (la serendipità, ancora una volta; ma la serendipità è la santa patrona del web) in un sito bellissimo che non conoscevo: si chiama the complete review e si autodefinisce “A Literary Saloon & Site of Review. Trying to meet all your book preview and review needs. ”
In pratica è un sito di meta-recensioni, che per ogni opera offre una scheda informativa, un elenco e alcuni estratti delle recensioni pubblicate sull’opera, una recensione dei curatori del sito stesso e una pluralità di risorse e link.
La recensione del romanzo di David Mitchell è qui.
Tra gli estratti di recensione presentati, quello con cui mi trovo più in linea è quello di Dave Eggers su The New York Times Book Review (strano, dirà qualcuno di voi, perché non mi era piaciuto A Heartbreaking Work of a Staggering Genius e non ho più letto nulla di suo). La recensione la trovate qui, ma consentitemi di citarne la conclusione:
[T]his is a book about many things: about the vagaries and mysteries of cross-cultural love; about faith versus science; about the relative merits of a closed society versus one open to ideas and development (and the attendant risks and corruptions); about the purity of isolation (human and societal) versus the messy glory of contact, pluralism and global trade. It captures Japan at a crucial time in its history, on the cusp of opening its borders and becoming a world power, and catches Holland as its own colonial prominence is waning.
If the book sounds dense, that’s because it is. It’s a novel of ideas, of longing, of good and evil and those who fall somewhere in between. And are there even nods to the story of Persephone, also born of privilege, also found plucking exotic fruit, also abducted — whose removal from the world causes the world’s seasons? Maybe, maybe not. There are no easy answers or facile connections in “The Thousand Autumns of Jacob de Zoet.” In fact, it’s not an easy book, period. Its pacing can be challenging, and its idiosyncrasies are many. But it offers innumerable rewards for the patient reader and confirms Mitchell as one of the more fascinating and fearlesswriters alive.
* * *
Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione kindle.
It is a gift from your ancestors and a loan from your descendants. [367]
Respect, he thinks, cannot be commanded from on high. [845]
“‘South of Gibraltar,’” quotes Captain Lacy, “‘all men are bachelors.’” [1271]
“A tidy metaphor does not make a wrong thing right.” [2614]
“Loyalty looks simple,” Grote tells him, “but it ain’t.” [2686]
“Not constitutional laws. I mean real laws: laws of the non si fa.” [2880]
“[…] What privileges I enjoy, I earned.” [2893]
“Joke is secret language”—she frowns—“inside words.” [3024]
Creation never ceased on the sixth evening, it occurs to the young man. Creation unfolds around us, despite us, and through us, at the speed of days and nights, and we like to call it “love.” [3102]
Expensive habit is honesty. Loyalty ain’t a simple matter. [4067]
“The present is a battleground”—Yoshida straightens his spine as best he can—“where rival what-ifs compete to become the future ‘what is.’ [4824]
Science, like a general, is identifying its enemies: received wisdom and untested assumption; superstition and quackery; the tyrants’ fear of educated commoners; and, most pernicious of all, man’s fondness for fooling himself. [4961]
To implant belief, Orito thinks, is to dominate the believers. [5738]
“What better spy than one above suspicion?” [6361]
[…] lawful wedlock, awful bedlock […] [7891]
Ten percent of profits—let us call it the ‘brokerage fee’—is a sight better than a hundred percent of nothing. [8261]
“[…] We suffer from a shortage of hard facts.”
“It’s our shortage of arms,” says Arie Grote, “what worries me. […]” [8499]
The men prefer cash to posterity [•…] [8947]
[…] “we have just enough religion to make us hate, but not enough to make us love. […]” [8975]
‘Our friends show us what we can do; our enemies teach us what we must do.’ [10049: citazione di Goethe]
“[…] ‘Knowledge exists only when it is given ….’” Like love […] [10710]