Franz Schubert – Winterreise [1]

Venerdì 24 febbraio 2012 – ore 20:30

Roma, Auditorium, Sala Sinopoli
Ian Bostridge, tenore
Julius Drake, pianoforte
Franz Schubert, Winterreise D911

Una grande serata, per quello che è forse il più grande ciclo di Lieder (cioè di canzoni) di tutti i tempi. E fa impressione che, nonostante una serata romana pressoché primaverile, più della metà dei posti della sala intermedia dell’Auditorium di Renzo Piano fossero vuoti. Vuol dire che c’erano meno di 600 persone.

Bostridge ci ha dato una versione quasi espressionistica della Winterreise, facendoci riflettere sul romanticismo estremo delle 24 poesie di Wilhelm Müller che Schubert ha musicato: un vagare senza meta nel freddo inverno tedesco di un uomo che ha perso l’amore:

Straniero sono arrivato,
straniero me ne vado.
Maggio mi aveva accolto bene,
con mazzi di fiori,
la fanciulla parlava d’amore,
la madre già di nozze, –
ora il mondo è così cupo,
la via sepolta dalla neve.

Ma soprattutto una trasparente metafora del cammino verso la morte:

Ad un cimitero mi ha portato il mio cammino;
proprio qui voglio fermarmi, ho pensato fra di me.
Voi verdi ghirlande potreste essere il segno
che invita lo stanco viandante nella gelida locanda.

In questa casa, sono occupate tutte le stanze?
Sono stanco, cado a terra, ferito a morte.
Tu, oste senza pietà, mi cacci via?
E dunque avanti, avanti ancora, mio fedele bastone!

Su YouTube il ciclo di Bostridge e Drake c’è nella sua interezza, in 24 clip. Penso di fare cosa apprezzabile per tutti gli appassionati collegandoli da qui.

1. Gute Nacht

2. Die Wetterfahne

3. Gefrorene Tränen

4. Erstarrung

5. Der Lindenbaum

6. Wasserflut

7. Auf dem Flusse

8. Rückblick

9. Irrlicht

10. Rast

11. Frühlingstraum

12. Einsamkeit

13. Die Post

14. Der greise Kopf

15. Die Krähe

16. Letzte Hoffnung

17. Im Dorfe

18. Der stürmische Morgen

19. Täuschung

20. Der Wegweiser

21. Das Wirtshaus

22. Mut

23. Die Nebensonnen

24. Der Leiermann

Donato Speroni – L’intrigo saudita

Speroni, Donato (2009). L’intrigo saudita. Roma: Cooper. 2009.
ISBN 9788873941316. Pagine 456. 20,00 €

L'intrigo saudita

intrigosaudita.it

Un libro letto parecchio tempo fa – sono stato alla presentazione romana e l’ho divorato nel week-end immediatamente successivo – ma che non ho recensito subito per almeno 2 motivi: la pigrizia (sono tuttora parecchio indietro con le recensioni di libri che ho letto, come forse i più attenti tra i seguaci di questo blog avranno capito da tempo) e il fatto di essere da molti anni amico dell’autore. Nel frattempo il prolifico Donato ne ha scritto almeno altri 2, di libri.

Per questo e per altri motivi (mi è anche capitato di fare un paio di lavori per l’Eni, in quegli anni, anche se ero ovviamente molto junior, e di avere incrociato alcuni dei protagonisti) mi è difficile fare oggi una recensione dettagliata della ricostruzione di Speroni. Ma una cosa voglio dire, ed è quella che mi ha colpito di più: Donato ha ridato onore e dignità a una persona, Giorgio Mazzanti, la cui immagine era uscita molto compromessa dalle cronache dell’epoca. E questo, a mio modesto ma insindacabile giudizio, rende il libro importante e Donato Speroni grande.

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La tavola periodica degli elementi di Theo Gray

Molti si ricorderanno della tavola periodica degli elementi dai tempi della scuola, anche se magari non hanno più avuto modo di frequentarla negli anni successivi.

Per chi proprio non se ne ricordasse, qui in piccolo riassunto da Wikipedia:

La tavola periodica degli elementi (o semplicemente tavola periodica) è lo schema con il quale vengono ordinati gli elementi sulla base del loro numero atomico Z.

Ideata dal chimico russo Dmitrij Mendeleev nel 1869 – ma anche, contemporaneamente e indipendentemente, dal chimico tedesco Julius Lothar Meyer (1830 – 1895) – inizialmente contava numerosi spazi vuoti, previsti per gli elementi che sarebbero stati scoperti in futuro, alcuni nella seconda metà del 1900.

In onore del chimico russo, la tavola periodica degli elementi è anche detta tavola periodica di Mendeleev.

Tavola periodica

wikipedia.org

Della fascinazione della tavola periodica parlano almeno 2 bei libri che vi raccomando di leggere, se non l’avete già fatto, Il sistema periodico di Primo Levi e Zio Tungsteno. Ricordi di un’infanzia chimica (Uncle Tungsten: Memories of a Chemical Boyhood) di Oliver Sachs.

È stata proprio la fascinazione del libro di Sachs a spingere Theo Gray, uno dei co-fondatori di Wolfram Research, a costruirsi una tavola-tavola, fatta di legno e con piccoli ripostigli sotto ogni coperchietto. Tutta fatta e popolata da lui nel tempo libero.

La notizia l’ho trovata qui: A real life Periodic Table.

Ma godetevi questo bel documentario.

Theo Gray è anche l’autore di The Elements: A Visual Exploration of Every Known Atom in the Universe, che è un libro ma anche un’entusiasmante app per iPad (costa 10.99€ ma secondo me li vale tutti). In questo video di presentazione potete farvene un’idea:

Il tutto accompagnato da una memorabile canzoncina:

Eric Frattini – L’oro dell’inferno

Frattini, Eric (2010). L’oro dell’inferno (El Oro de Mefisto). Milano: Editrice Nord. 2011.

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Penso che non avrei mai letto questo libro – anzi forse non ne sarei mai venuto a conoscenza – se non fosse stato per la recensione che ne ha fatto .mau. sul suo blog.

Il minimo che posso fare è mandarvi .

Ho deciso di leggerlo perché il tema mi incuriosisce molto (sono abbastanza convinto delle responsabilità del Vaticano nella fuga di tanti criminali nazisti), non mi spiace leggere un romanzo piuttosto che un saggio (quando gli argomenti sono controversi, il romanzo consente maggiore libertà di formulare ipotesi ardite) e coccolo il mio anticlericalismo leggendo opere in cui i preti sono perfidi e fanatici (confesso, mi sono divertito persino leggendo Il Codice da Vinci).

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David Foster Wallace – Salon.com

Oggi, in questo bel giorno palindromo, almeno nella notazione 21.02.2012, David Foster Wallace avrebbe compiuto 50 anni.

David Foster Wallace

wikipedia.org

Salon lo ricorda con un lungo articolo di Daniel B. Roberts: Consider David Foster Wallace, journalist – David Foster Wallace – Salon.com.

In his nonfiction, Wallace most closely resembled another writer before him, a man who was also considered something other than a journalist: Hunter S. Thompson. Both writers took reportage a step further than the literary techniques of Gay Talese, Joan Didion and the New Journalism. Yes, both Thompson and Wallace shirked objectivity, happily injecting their own commentary and asides into factual reportage, but today scores of journalists reject objectivity (Rolling Stone’s Matt Taibbi, Esquire’s Tom Junod or, to a lesser extent, Jon Krakauer, who certainly makes his own views clear by the end of “Where Men Win Glory”).

What Thompson did differently that Wallace emulated (consciously or not) is more about a slippery definition of honesty and truth. An essay Wallace wrote about attending the Adult Video News (AVN) Awards opened the collection “Consider the Lobster.” It’s a rollicking tour in which the author plays representative for the reader’s disgust and fascination (when a girl meets Wallace and brags about small valves in her new breast implants that allow her to adjust the size of the breasts by adding or draining fluid, she raises her arms to show him and Wallace can only write, “There really are what appear to be valves”).

Dan Gardner – Risk: The Science and Politics of Fear

Gardner, Dan (2008). Risk: The Science and Politics of Fear. London: Virgin Books. 2009.

Risk

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Gardner – al suo esordio in quest’opera – è un giornalista canadese. Questa sua opera si colloca in un filone che potrei definire quello del neo-ottimismo quantitativamente fondato, e il cui manifesto è The Rational Optimist di Matt Ridley, che abbiamo recensito qui. Non è un caso se l’ultimo capitolo si intitola There’s never been a better time to be alive.

La speranza di vita è la più elevata da quando l’homo sapiens sapiens ha conservato qualche informazione sulle sue condizioni di vita. Perché allora ci sembra di vivere in un’epoca sempre più piena di rischi, si chiede Gardner? Perché le nostre ansie e le nostre paure, invece di diminuire, aumentano?

In parte perché nelle nostre menti, in situazioni critiche, la parte irrazionale prende il sopravvento su quella razionale: nello spiegare questo, Gardner fa un buon lavoro di illustrazione delle ricerche di Paul Slovic, Daniel Kahneman e Gerd Gigerenzer. Ma in parte anche perché i giornalisti fanno male il loro mestiere: e Gardner, pur appartenendo alla categoria, porta molti esempi ben documentati.

Una combinazione micidiale, che porta a privilegiare l’evidenza aneddotica con un forte contenuto emotivo sulla fredda analisi statistica. Non restano molte speranze per chi, come me, è convinto della necessità della crescita della cultura quantitativa e dell’esercizio dell’analisi critica. Non penso assolutamente (nonostante qualche oscillazione e qualche eccezione da parte mia) che la soluzione possa essere lo statistical storytelling, quanto meno nel senso approssimativo e corrivo in cui viene inteso, cioè come ricerca del sensazionalismo anche a scapito del rigore nella presentazione dei dati (su questo si veda, ad esempio, la polemica di Donato Speroni sui numeri della disoccupazione giovanile). Neppure Gardner – mi pare – ha antidoti convincenti da proporre, né scorciatoie da seguire, tranne quella della “immane fatica del concetto” (die Anstrengung des Begriffs) di hegeliana memoria.

* * *

Una delle storie di disinvoltura ai limiti della disonestà intellettuale, ancorché a fin di bene, raccontate da Gardner dovrebbe suonarci familiare, perché le statistiche sulla povertà (“le famiglie che non arrivano alla fine del mese”) sono tra le preferite dai nostri giornali e, anche nel nostro caso, le differenze tra povertà assoluta, povertà relativa, deprivazione materiale e percezione del disagio economico sono colpevolmente trascurate.

Leaving my neighbourhood grocery store one afternoon, I came across a poster featuring a sad-eyed boy wearing a t-shirt emblazoned with the words ‘I’m hungry.’ The caption read: ‘One in five Canadian children lives with hunger.’ It was an appeal for donations to ‘The Grocery Foundation’ […]. The cause is irreproachable. But I’d never heard that statistic before and I couldn’t believe the situation was that dire. The wording was also odd. What does it mean that a child ‘lives with’ hunger? Does that mean that they experience it every day? Once a week? How is hunger defined and measured? I wanted to know more so I e-mailed the executive director of the foundation, John McNeil.
[…] he sent me an excerpt from a letter written by Sue Cox, the former head of the Daily Bread Food Bank and ‘an acknowledged authority on hunger and poverty,’ according to McNeil. Cox’s case for the one-in-five statistic went like this: First, ‘child hunger and child poverty are inextricably linked’; second, Statistics Canada says the ‘current rate of child poverty is one in six’; third, the real number is likely closer to one in five because the telephone survey used to come up with the one-in-six number would not catch very poor people who can’t afford telephones.
What Cox didn’t mention is that Statistics Canada has no data on ‘child poverty’ or any other kind of poverty. What the agency has is something called the ‘low Income Cut-off,’ or LICO. That’s where the one-in-six number came from. But the LICO is not a ‘poverty’ number, as Cox claimed. It is a measure of relative deprivation only, intended to identify ‘those who are substantially worse off than the average,’ in the words of Ivan Fellegi, the head of Statistics Canada. If the income of the top 10 per cent in the country doubled tomorrow, the number of people who fall below the LICO would soar – even though alla the people who suddenly dropped below that line would have exactly the same income they had before. The statistics agency has repeatedly stated that it does not consider LICO to be a measure of poverty. ‘Statistics Canada does not and cannot measure the level of “poverty” in Canada,’ wrote Fellegi.
So the basis for the claim that ‘one in five Canadian children lives with hunger’ is this: A number that Statistics Canada says is not a measure of poverty was used as a measure of poverty; the word ‘poverty’ was changed to ‘hunger’; and the number was arbitrarily reduced from one in six to one in five.
[…]
It’s understandable that honourable people pursuing a worthy cause would not be terribly concerned about the strict accuracy of the information they use in the pursuit of their cause. But it is also unfortunate. And unfortunately common. [pp. 172-173]

* * *

‘People can come up with statistics to prove anything, Kent. Forty per cent of all people know that.’ [Homer Simpson, citato a p. 127]

Language is one of the most basic means of medicalizing a problem, the critical first step to getting people to ask their doctors for a pill. So impotence’ becomes ‘erectyle disfunction’, an impressive medical-y phrase that pushes away consideration of factors like stress and anxiety as causes of impotence that cab be cured without a pill. Numbers are also key. People will be more likely to conclude they have a condition if they think it’s common, and so drug companies push statistics like ‘more than half of all men over 40 have difficulties having or maintaining an erection’ […] [p. 159]

Call it ‘denominator blindness.’ The media routinely tell people ‘X people were killed’ but they rarely say ‘out of Y population.’ The ‘X’ is the numerator, ‘Y’ is the denominator. To get a basic sense of the risk, we have to divide the numerator by the denominator – so being blind to the denominator means we are blind to the real risk. An editorial in The Times of London is a case in point. The newspaper had found that the number of Britons murdered by strangers had ‘increased by a third in eight years.’ That meant, it noted in the fourth paragraph, that the total had increased from 99 to 130. Most people would find this at least a little scary. Certainly the editorial writers did. But what the editorial did not say is that there are roughly 60 million Britons and so the chance of being murdered by a stranger rose from 99 in 60 million to 130 in 60 million. Do the math and the risk is revealed to have risen from an almost invisible 0.0001 per cent to an almost invisible 0.00015 per cent. [pp. 194-195]

According to the RAND-MIPT terrorism database – the most comprehensive available, there were 10,119 international terrorist incidents worldwide between 1968 and April 2007. Those attacks took the lives of 14,790 people, an average annual death toll of 379. […] Terrorism is hideous, and every death it inflicts is a tragedy and a crime. But still, 379 deaths worldwide annually is a very small number. In 2003, in the United States alone, 497 people accidentally suffocated in bed; 396 were unintentionally electrocuted; 515 drowned in swimming ppols; 347 were killed by police officers. [pp. 299-300]

‘I do not know why attacks didn’t occur’ in the years after 9/11, [George Tenet, former director of the CIA] wrote. ‘But I do know one thing in my gut: al-Qa’ida is here and waiting.’
And that’s just what terrorists want the gut of George Tenet and every other American to think. ‘America is full of fear from its north to its south, from its west to its east,’ Osama bin Laden said in a 2004 video. ‘Thank God for that.’ [p.337]

Jeffrey Sachs, a renowned economist and development guru, estimates malaria could be controlled at a cost of between $2 billion and $3 billion a year, so here is a case where millions of lives could be saved and billions of dollars saved for an annual cost equivalent to about 5 per cent of the money the United States budgeted for counter-terrorism in 2007. [p. 347]

Angelo Maria Ripellino – Praga magica

Ripellino, Angelo Maria (1973). Praga magica. Torino: Einaudi. 2005.

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Ci ho messo anni prima di affrontare questo libro, che pure desideravo molto leggere e che molti mi avevano consigliato, per un motivo molto semplice e personale: era il libro che mio padre stava leggendo nei suoi ultimi giorni ed era sul comodino dell’ospedale quando è morto.

Mio padre non aveva viaggiato moltissimo: erano altri tempi. Per di più, mio padre era tecnicamente “sobrio” ben prima che Monti rimettesse in auge il termine. A Praga però c’era stato, con mia madre, nei primissimi anni Settanta: quando Praga era ancora sotto il cupo shock della repressione sovietica della Primavera del 1968.

Invece io ci sono stato pochi anni fa, dopo che la città era già stata trasteverizzata, sammarinata, monsammiscelizzata, scegliete voi. Sul ponte Carlo si fa a spallate e non sono neppure riuscito a entrare nella cattedrale di San Vito dalla fila che c’era.

Mio padre era tornato con qualche 33 giri della Supraphon: ricordo, tra le altre cose, le danze slave di Dvorak. Quando ci sono andato io, il negozio della Supraphon c’era ancora (le altre prestigiose etichette dell’est, dalla russa Melodia, all’ungherese Hungaroton, alla rumena Electrecord, sono stae tutte sacrificate alle divinità del libero mercato, che della cultura di disinteressa …) e i commessi restarono stupiti dal saccheggio che feci del loro catalogo.

Ripellino racconta un’altra Praga ancora, quello dell’incontro personalissimo e universale tra un siciliano, barocco per cultura e scrittura, e una città, barocca per stratificazione costruttiva e per atmosfera. Non c’è che da abbandonarsi all’evidente amore di Ripellino per la sua città e perdersi tra le sue divagazioni (coltissime ma non non esibite) che attraversano i tempi e i luoghi di Praga.

Naturalmente, chi non ama il barocco si astenga dalla lettura.

Intanto iniziamo (e da dove, sennò?) dal celeberrimo incipit:

Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero. Ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hasek, in qualche taverna, proclama ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell’obbedienza. Praga vive ancora nel segno di questi due scrittori, che meglio di altri hanno espresso la sua condanna senza rimedio, e perciò il suo malessere, il suo malumore, i ripieghi della sua astuzia, la sua finzione, la sua ironia carceraria.
Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Vítézslav Nezval ritorna dall’afa dei bar, delle bettole alla propria mansarda nel quartiere di Troja, attraversando la Vltava con una zàttera. Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, i massicci cavalli dei birrai escono dalle rimesse di Smíchov. Ogni notte, alle cinque, si destano i gotici busti della galleria di sovrani, architetti, arcivescovi nel triforio di San Vito. Ancor oggi due zoppicanti soldati con le baionette inastate, al mattino, conducono Josef Svejk giú da Hradcany per il Ponte Carlo verso la Città Vecchia, e in senso contrario, ancor oggi, la notte, a lume di luna, due guitti lucidi e grassi, due manichini da panoptikum, due automi in finanzíera e cilindro accompagnano per lo stesso ponte Josef K. verso la cava di Strahov al supplizio.
Ancor oggi il Fuoco effigiato dall’Arcimboldo con svolazzanti capelli di fiamme si precipita giú dal Castello, e il ghetto si incendia con le sue scrignute catapecchie di legno, e gli svedesi di Königsmark trascinano cannoni per Malá Strana, e Stalin ammnicca malèfico dal madornale monumento, e soldatesche in continue manovre percorrono il paese, come dopo la sconfitta della Montagna Bianca. Praga «fu sempre città di avventurieri», si legge in un dialogo di Milos Marten, «per secoli nido di avventurieri senza pietà né legami. Venivano a frotte dalle quattro parti del mondo a predare, a spassarsela, a spadroneggiare»: «e ciascuno strappava, ingoiava un pezzo della viva polpa di questa misera terra, la quale dava sino a esaurirsi, senza che alcuno le si desse, per ripagarla di ciò che le aveva tolto».
Troppo spesso asservita ed afflitta da ruberie e da soprusi, troppo spesso teatro alla spocchia di prepotenti stranieri, di masnade bruttissime di lanzichenecchi e gradassi, che ne fecero strazio e si lupeggiarono ogni sua sostanza. Quanti grugni porcini, impacciandosi nelle occorrenze di Praga, vi si sono accampati nel corso dei tempi: squassapennacchi dalle armature dorate e dal gonfio petto tintinnante di ciondoli, fratacchioni di tutte le confratèrnite e prelati del porta inferi, Obergauner che piombavano in side-car, seminando rovina, e machiavellisti e fratelli traditorissimi, e ceffi mongolici come in racconti di Meyrink, e qualche assessore di collegio caucasico, preposto a imbavagliare il pensiero, e ciurme di regolisti e di sgherri che, puntando il mitra, sbaiaffano fagiolate ideologiche, e interi conclavi di generali capocchi, tra i quali sia ricordato; per le innumere placche e medaglie che lo avviluppano, lo zelante Episciòv, coglione in crèmisi.
Alla soglia della seconda guerra mondiale Josef Capek, che sarebbe perito in un Lager nazistico, narrò in un ciclo di caricature la storia di due protervi stivali, due neri viscidi guitti che, moltiplicandosi come le salamandre, spargono per l’uníverso menzogna, sfacelo e morte. Ancor oggi pesanti stivali calpestano Praga, ne strozzano l’inventiva, il respiro, l’intelligenza. E, sebbene ciascuno di noi non si stanchi di sperare che queste sciagurate scarpacce, come quelle che disegnò Josef Capek, finiscano tra le cianfrusaglie di Chronos, il Gran Rigattiere, tuttavia molti si chiedono se, data la brevità della vita, ciò non accadrà troppo tardi. [pp. 5-6]

Vertiginoso, vero? Rileggetelo, vi prego. Non si può gustare e capire se lo si legge una volta sola. [E scusatemi per l’assenza dei caratteri tipografici speciali.]

La leggenda secondo cui gli alchimisti risiedevano nella Viuzza d’Oro risale, come quella golemica, al periodo del tardo romanticismo. Il Castello, città nella città, non era soggetto alle leggi vigenti nel resto di Praga: e per questo nel XVI secolo una ciurma di bottegai, di artigiani non registrati, di rivenduglioli, di gente fregiata di mal nome  pigliò alloggio nella cornice delle sue mura. Col muto consenso delle autorità nacque sopra il Fossato dei Cervi una spalliera di case-giocattolo aggrappate come un’aggiunta parassitica al complesso organismo del Castello. [p. 113]

Ma le cose si fanno funeste, quando è il Golem, l’argilla imbecille, ad imbertonirsi. Odor di cunno risveglia anche il limo, dentro le brache dell’orco si accende la mostruosa candela. E che tetraggine gufesca, che sentore di apocalisse in questa libidine. Si chiami Esther o Golde o Mirjam o Abigail, la figlia civetta del rabbi desta le voglie del grosso mandrone di luto. È conseguenza delle sue brame lascive l’ansia che lo bistratta, di uscire dalla condizione d’automa, di avere un’anima umana. [p. 170]

Secondo Capek, gli slogan, le rivolte, le prodigiose scoperte, anziché migliorare la condizione dell’uomo, conducono l’umanità allo sfacelo.
Di qui la sua propensione al buon senso, all’equilibrio, alla giusta misura, – propensione che potrebbe apparire irritante, se troppe esperienze, troppe ubbie progressiste, troppe falcate di superuomini non ci avessero ormai resi canuti e disposti, pur col rammarico di smettere gli attraenti tabarri romantici, a dargli in fondo ragione. Alquist, quasi alterego di Capek, asserisce: «Penso che sia più giusto collocare un solo mattone che tracciar piani troppo grandi». […] Un altro personaggio di R.U.R., il console Busman, afferma che non sono i grandi sogni, ma i minuti bisogni dei piccoli uomini a fare la storia. [p. 185]

In questa tragedia, folta di orrori, di ipèrboli, di forzature patetiche, di maccheronismi da cavalocchi […] [p. 193]

La città vltavina è oggi immersa di nuovo nell’oblivione del sonno, sotto un tórbido cielo non salutevole alla vita. E per le sue fogne, per le sue intercapèdini, per le sue cripte strisciano occulti Mydlári, Città-Kiebitz, che può solo guardare passivamente il giuoco a carte degli altri sulla sua carne. Immenso emporio di corde e di cànapi. Città dove, in ogni taverna, l’ombra sugnosa di un delatore, di un Bretschneider, tende l’udito al chiacchierìo degli ubriachi, dei disperati. Città-strega con maschera disciplinare dalle orecchie asinesche e col giogo sul collo. Città in cui basta un bagliore di pensiero ribelle negli ochi, per essere scaraventati in sozze e spaventevoli carceri, in immonde catorbie, con pane ed acqua di tribolazione. [pp. 233-234]

In un suo racconto Egon Erwin Kisch  narra di un ricco e maturo mercante di tappeti persiani, l’armeno Zadriades Patkanian che, trasferitosi a Praga, sposò Miluška, la giovane figlia di uno sbricio sellaio. Giorno e notte costui portava al fianco la sciàbola, con cui aveva ucciso a Erzurum la prima moglie. Nella fantasia di Miluška spaurita il truculento armeno prese a immedesimarsi col malèfico Turco del Ponte. Mentre quell’affumato babbione ciondolava nelle taverne, la puella correva dal proprio coetàneo Toník, un  cacaspezie, per giocare con lui a spaccafico. Una sera, tornando tardi dal congiungimento, Miluška per sacramanzìa scagliò un sasso contro la scimitarra del musulmano di pietra: e l’arma, staccatasi dall’impugnatura, cadde a terra in frantumi. L’armeno, che aspettava già da qualche ora col cervello fumante di gelosìa paladinesca e con un ghigno impiccatoio, consorte disavventurato, nell’estrarre la sciàbola per decapitare Miluška, si trovò tra le mani soltanto l’elsa. [p. 254]

Viviane, la crudele Dame du Lac, creatura Art Nouveau, alloppia il mago Merlino, che di lei si è invaghito, e, felice di aver incantato l’incantatore, lo inuma in un’arca nel folto della profonda foresta. Ma sul far della notte da ogni parte convengono a compiangere il mago in catalessi e a dialogare con la sua voce sepolta drùidi, serpenti, rospi, lucertole, pipistrelli, ranocchie, posticci santoni, un corvo, un gregge di sfingi, un gufo, la fata Morgana, elfi calzati di cristallo, Lilit, Angelica, Dalila, biscioni araldici, falsi Re Magi, San Simone stilita, e innumerevoli altre parvenze dei bestiari e delle favole antiche. [p. 328]

A distanza di oltre 35 anni, mi dà conforto pensare che mio padre malato possa aver tratto piacere in extremis dalle fantasmagorie barocche di Ripellino.

David Mitchell – The Thousand Autumns of Jacob de Zoet

Mitchell, David (2010). The Thousand Autumns of Jacob de Zoet. New York: Random House. 2010.

The Thousand Autumns of Jacob de Zoet

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Secondo Wikipedia, David Mitchell è nato a Southport (Merseyside), è cresciuto a Malvern (Worcestershire), ha studiato all’università del Kent, ha vissuto per un anno in Sicilia, nel 1994 si è trasferito a Hiroshima in Giappone. Attualmente vive a Clonakilty, sulla costa meridionale dell’Irlanda, con la moglie Keiko e due figli. E questo mi fa piacere, perché mi piace sentirmi un po’ vicino, anche geograficamente, agli autori che leggo: a Hiroshima non sono mai stato (in Giappone sono stato soltanto a Tokyo), ma a Clonakilty sì, nel 1980, anche se soltanto di passaggio andando da Cork verso Killarney via Skibbereen. Bel posticino senza tempo, tra l’oceano e il nulla.

Clonakilty

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Se la sua biografia spiega in maniera eccellente da dove gli venga l’accurata conoscenza del Giappone e della sua storia, le notizie sui Paesi Bassi dell’epoca (Jakob de Zoet, lo dice il nome, è olandese) devono essere il risultato di attività di ricerca. Sia come sia, il romanzo è un esempio affascinante di romanzo storico reinterpretato in chiave contemporanea, e fa venire in mente – come ho già scritto altroveThe Crimson Petal and the White di Michel Faber.

Il romanzo racconta, in realtà, più storie distinte, sullo sfondo del tentativo (ormai quasi disperato) del Giappone Edo di confinare a un’isoletta di fronte a Nagasaki i contatti commerciali con gli occidentali e di un cambiamento epocale degli equilibri europei, colti nel passaggio dall’egemonia olandese a quella britannica sotto i colpi della rivoluzione francese e dell’avventura napoleonica: Jacob de Zoet è convinto di perseguire una missione di moralizzazione per conto e con l’appoggio dei suoi superiori e viene crudelmente punito; persegue una storia d’amore impossibile; seguiamo una storia di ignoranza e crudeltà nella società tradizionale giapponese (con buona pace dell’illusione della superiorità e dell’integrità di quella società feudale). Ma alla fine la vicenda conta relativamente poco (e forse qualche lungaggine e qualche diversione troppo insistita sono tra i difetti del romanzo, o forse tra i suoi eccessi: in questo sito sono elencati 125 personaggi in ordine di apparizione, ma lo stesso estensore ammette di averne trascurati un’altra trentina che compaiono una sola volta!) rispetto alla prepotenza con cui si impongono i due indiscussi protagonisti, Jacob e Orito. Ma forse è proprio questo l’eterno dilemma del romanzo storico: il difficile equilibrio tra la tela di fondo e i protagonisti in primo piano.

Nello scrivere questa recensione, mi sono imbattuto (la serendipità, ancora una volta; ma la serendipità è la santa patrona del web) in un sito bellissimo che non conoscevo: si chiama the complete review e si autodefinisce “A Literary Saloon & Site of Review. Trying to meet all your book preview and review needs. ”

In pratica è un sito di meta-recensioni, che per ogni opera offre una scheda informativa, un elenco e alcuni estratti delle recensioni pubblicate sull’opera, una recensione dei curatori del sito stesso e una pluralità di risorse e link.

La recensione del romanzo di David Mitchell è qui.

Tra gli estratti di recensione presentati, quello con cui mi trovo più in linea è quello di Dave Eggers su The New York Times Book Review (strano, dirà qualcuno di voi, perché non mi era piaciuto A Heartbreaking Work of a Staggering Genius e non ho più letto nulla di suo). La recensione la trovate qui, ma consentitemi di citarne la conclusione:

[T]his is a book about many things: about the vagaries and mysteries of cross-cultural love; about faith versus science; about the relative merits of a closed society versus one open to ideas and development (and the attendant risks and corruptions); about the purity of isolation (human and societal) versus the messy glory of contact, pluralism and global trade. It captures Japan at a crucial time in its history, on the cusp of opening its borders and becoming a world power, and catches Holland as its own colonial prominence is waning.
If the book sounds dense, that’s because it is. It’s a novel of ideas, of longing, of good and evil and those who fall somewhere in between. And are there even nods to the story of Persephone, also born of privilege, also found plucking exotic fruit, also abducted — whose removal from the world causes the world’s seasons? Maybe, maybe not. There are no easy answers or facile connections in “The Thousand Autumns of Jacob de Zoet.” In fact, it’s not an easy book, period. Its pacing can be challenging, and its idiosyncrasies are many. But it offers innumerable rewards for the patient reader and confirms Mitchell as one of the more fascinating and fearless­writers alive.

* * *

Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione kindle.

It is a gift from your ancestors and a loan from your descendants. [367]

Respect, he thinks, cannot be commanded from on high. [845]

“‘South of Gibraltar,’” quotes Captain Lacy, “‘all men are bachelors.’” [1271]

“A tidy metaphor does not make a wrong thing right.” [2614]

“Loyalty looks simple,” Grote tells him, “but it ain’t.” [2686]

“Not constitutional laws. I mean real laws: laws of the non si fa.” [2880]

“[…] What privileges I enjoy, I earned.” [2893]

“Joke is secret language”—she frowns—“inside words.” [3024]

Creation never ceased on the sixth evening, it occurs to the young man. Creation unfolds around us, despite us, and through us, at the speed of days and nights, and we like to call it “love.” [3102]

Expensive habit is honesty. Loyalty ain’t a simple matter. [4067]

“The present is a battleground”—Yoshida straightens his spine as best he can—“where rival what-ifs compete to become the future ‘what is.’ [4824]

Science, like a general, is identifying its enemies: received wisdom and untested assumption; superstition and quackery; the tyrants’ fear of educated commoners; and, most pernicious of all, man’s fondness for fooling himself. [4961]

To implant belief, Orito thinks, is to dominate the believers. [5738]

“What better spy than one above suspicion?” [6361]

[…] lawful wedlock, awful bedlock […] [7891]

Ten percent of profits—let us call it the ‘brokerage fee’—is a sight better than a hundred percent of nothing. [8261]

“[…] We suffer from a shortage of hard facts.”
“It’s our shortage of arms,” says Arie Grote, “what worries me. […]” [8499]

The men prefer cash to posterity [•…] [8947]

[…] “we have just enough religion to make us hate, but not enough to make us love. […]” [8975]

‘Our friends show us what we can do; our enemies teach us what we must do.’ [10049: citazione di Goethe]

“[…] ‘Knowledge exists only when it is given ….’” Like love […] [10710]

Thomas Mann – La montagna magica [reprise]

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Qualche citazione tra quelle che mi hanno fatto pensare o divagare o sognare e delirare con Hans Castorp:

– Che cos’era dunque la vita? Era calore, il calore prodotto da un fenomeno che non aveva sostanza ma conservava la forma, una febbre della materia che accompagnava il processo incessante di dissoluzione e ricomposizione di molecole di albumina strutturate in maniera incredibilmente intricata e incredibilmente ingegnosa. Era l’essere di ciò che in verità era impossibilitato a essere, di ciò che solo in questo processo intricato e febbrile di disgregazione e rinnovamento, con lo sforzo dolce e doloroso ma esatto, si trovava in bilico sul crinale dell’essere. […] Ma pur se immateriale, era sensuale fino al piacere e al disgusto, l’impudenza della materia diventata eccitabile, sensibile a se stessa, la forma lasciva dell’essere. Era un’eccitazione segreta e voluttuosa nella fredda castità del tutto, un’impurità libidinosa e furtiva fatta di assunzione ed evacuazione del nutrimento, alito escretorio di acido carbonico e cattive sostanze, di natura e provenienze misteriose. Era il proliferare, il dispiegarsi e il prender forma di quel turgore fatto d’acqua, albumina, sale e grassi che fu chiamato carne, reso possibile dall’ipercompensazione della sua instabilità e costretto in leggi di formazione congenite, il quale si rendeva forma, nobile immagine, bellezza, restando comunque la quintessenza della sensualità e della bramosia. […]
Al giovane Hans Castorp, che sopra la valle scintillante riposava nel calore del suo corpo protetto dalla pelliccia e dalla lana, apparve, nella gelida notte rischiarata dal lume del morto astro, l’immagine della vita. Gli si mostrò, fluttuante, da qualche parte nello spazio, lontana eppure tangibile, la carne, il corpo biancastro e opaco, esalante vapore, vischioso, la pelle con tutte le impurità e le imperfezioni della sua natura, chiazze, papille, macule gialle, screpolature e zone umide e squamose, ricoperte dalle tenere e vorticose correnti della rudimentale lanuginosa peluria. Separata dal freddo della materia inanimata, avvolta nella sua sfera di vapori, quell’immagine si posò indolente, col capo incoronato da qualcosa di fresco, ispido e pigmentato che era un prodotto della sua stessa pelle, le mani intrecciate dietro la nuca, e con le palpebre abbassate guardò l’osservatore con occhi che una speciale varietà della conformazione della palpebra faceva apparire un po’ obliqui, le labbra semiaperte e appena sollevate, il corpo poggiato su una gamba sola così che l’osso iliaco sporgeva nettamente sotto la carne, mentre il ginocchio della gamba rilassata, leggermente piegato, col piede puntato sulle dita, si appoggiava contro la parte interna di quello gravato dal peso. Stava così, in piedi, voltata e sorridente, poggiata con grazia, i gomiti splendenti aperti e protesi in avanti, nell’armoniosa simmetria delle sue membra, dei segni del suo corpo. All’oscurità delle cavità ascellari dall’odore pungente corrispondeva, in un mistico triangolo, la notte del grembo, così come agli occhi corrispondeva il rosso epiteliale della bocca semiaperta e ai rossi boccioli del petto l’ombelico verticalmente allungato. [pp. 405-406]

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905) - Nascita di Venere (1879)
wikipedia.org

Secondo la dottrina e la regola del fondatore e primo generale dell’Ordine, lo spagnolo Loyola, si spingevano oltre, rendevano un servizio più splendido di tutti coloro che agivano solamente in base al buon senso. Costoro compivano la loro opera «ex supererogatione», al di là del dovuto, in quanto non solo resistevano in tutto e per tutto all’insorgere della carne («rebellioni carnis»), cosa che ogni intelletto umano mediamente sano dovrebbe fare, ma lottavano altresì contro le inclinazioni dei sensi, dell’egoismo e dell’amore mondano anche in circostanze generalmente ammesse. [p. 660]

Giacché, aggiunse, la religione non ha nulla a che fare con la vita. La vita poggia su determinazioni e fondamenti che in parte riguardano la teoria della conoscenza e in parte la sfera della morale. I primi si chiamano tempo, spazio e causalità, i secondi moralità e ragione. Tutte queste cose sono non soltanto estranee e indifferenti alla religione, ma addirittura a essa contrapposte e ostili; giacché sono loro a costituire la vita […] [p. 681]

Hans Castorp scoprì che un’abilità di cui si sente l’intimo bisogno si acquisisce in fretta. [p. 700]

«[…] Proporrei di ricordare in termini generali il divieto relativo al diverbio in oggetto e, per il resto, di chiudere un occhio.»
«Certo che lo chiudo. A furia di chiudere occhi mi verrà un blefarospasmo. […]» [p. 740]

«[…] Emina dunque, figlia mia, stammi a sentire, un po’ di pane, mia diletta. Alt! Un momento! Non voglio che tra noi si insinui un malinteso! Vedo dal tuo viso piuttosto grande che questo pericolo … pane, Renzina, ma non cotto al forno … di quello ne abbiamo in abbondanza e in tutte le forme. Distillato, angelo mio. Pane di Dio, pane trasparente, piccolo vezzeggiativo, che possa ristorarci. Non so se il significato di questa parola ti è … proporrei di sostituirla con “cordiale” se ancora una volta non si corresse il pericolo di banalizzare con superficialità … […] Un gin, mia diletta! … Per farmi contento, questo volevo dire. Un gin di Schiedam, Emerenzina. Spicciati e portamene uno!» [p. 819. Le note, a p. 1320, oltre ad accennare alla storia del genever di Schiedam, tracciano un interessante nesso tra questa scena a chiave e i misteri eleusini]

«[…] Sacre esigenze della vita, che è femmina […]» [p. 819. Ancora una volta, per capire il riferimento di Peeperkorn, occorre andare alla nota di p. 1325: “Peeperkorn pronuncia una massima che deriva dall’aforisma 339 della Gaia scienza di Friedrich Nietzsche intitolato Vita femina: «Voglio dire che il mondo è stracolmo di cose belle, ma che ciò nonostante è povero, molto povero di attimi belli e disvelamenti di siffatte cose. E forse è questa la più potente magia della vita: c’è su di essa, intessuto d’oro, un velo di belle possibilità, colmo di promesse, di ritrosie, di pudori, d’irrisioni, di pietà, di seduzione. Sì, la vita è una donna» (KSA III, p. 569; trad. it. p. 201).]

«[…] Ci sono tante diverse specie di stupidità, e l’assennatezza non è delle migliori … […]» [p. 866; è Hans Castorp che parla]

«[…] Passione è vivere per amore della vita. Tutti sanno che voi invece vivete per fare delle esperienze. Passione è dimenticare se stessi. A voi interessa invece arricchire voi stessi. C’est ça. […] [p. 884; è Clawdia Chauchat che parla, e si riferisce apparentemente agli uomini, o ai tedeschi, o agli uomini tedeschi, che finiranno per essere considerati “nemici dell’umanità”]

A nostro avviso ha un senso sotto il profilo analitico, ma – per riprendere l’espressione di Hans Castorp – sarebbe «estrememente goffo» e addiritttura ostile alla vita se volessimo distinguere «nettamente», quando si tratta di amore, tra amor sacro e passione. Che significa, poi, nettamente! Che significano oscillazione e ambiguità! Detto francamente, noi ce ne infischiamo. Non è forse cosa grande e giusta che la lingua possieda una sola parola per tutto ciò che si può definire amore, dalle cose più sacre a quelle più carnali e voluttuose? Vi è, nell’ambiguità, una perfetta univocità perché l’amore, anche nella devozione più estrema, non può essere incorporeo, e anche nella più estrema carnalità non può essere totalmente privo di devozione, l’amore non è altro che amore, come scaltro attaccamento alla vita o come la più elevata delle passioni, esso è simpatia per l’elemento organico, il commovente e voluttuoso stringere in un abbraccio ciò che è destinato a putrefarsi … e la charitas è certamente presente nella più mirabile non meno che nella più furiosa delle passioni. Oscillazione? Ma in nome di Dio, lasciate che il senso dell’amore resti oscillante! Se è oscillante è perché tali sono la vita e l’umanità, e preoccuparsi del suo essere oscillante equivale a una sconcertante mancanza di scaltrezza.
Mentre dunque le labbra di Hans Castorp e dela signora Chauchat si incontrano in un bacio russo […] [pp. 892-893]

[…] una forma orgiastica di libertà, aggiungiamo, nel mentre ci poniamo il quesito se la libertà possa avere altra forma o natura che non sia questa. [p.1055]

Robert Trivers – The Folly of Fools: The Logic of Deceit and Self-Deception in Human Life

Trivers, Robert  (2011). The Folly of Fools: The Logic of Deceit and Self-Deception in Human Life. New York: Basic Books. 2011.

The Folly of Fools

Difficilmente inquadrabile, Robert Trivers. Non ancora settantenne (ne compirà 69 il 19 febbraio), è considerato uno dei più importanti studiosi dell’evoluzione contemporanei. Basti pensare che è lui che ha scritto l’introduzione al libro sull’evoluzione più influente degli ultimi 40 anni, The Selfish Gene (Il gene egoista) di Richard Dawkins (non ditemi che non ne avete sentito parlare e, soprattutto che non l’avete letto: fatelo immediatamente).

A differenza di Dawkins, però, Trivers non è mai stato un “divulgatore” (per le mie riserve su questo termine, che giustifica la presa di distanza implicita nelle virgolette, vi invito a guardare questo post). Se non mi sbaglio, questo è il suo primo scritto non tecnico, se si esclude quello scritto – a 4 mani – sul disastro aereo del 13 gennaio 1982, quando un Boeing 737 diretto in Florida precipitò durante il decollo da Washington DC, schiantandosi su un ponte e precipitando nel Potomac a poche centinaia di metri dal National Mall e dalla Casa Bianca.

Robert Trivers

Robert Trivers

Non aiuta la popolarità di Robert Trivers, soprattutto nella bacchettona America, che si professi comunista, che sia stato un amico personale di Huey P. Newton, leader delle Pantere Nere, dal 1978 alla sua morte violenta nel 1989 (è con lui che Trivers ha scritto il libro sul disastro aereo del 1982 ed è a lui che The Folly of Fools è dedicato), che sia stato membro delle Pantere Nere dal 1979, che – pur essendo figlio di un ebreo profugo dalla Germania nazista – sia attivamente schierato a favore del popolo palestinese e accusi Israele di genocidio (altra posizione piuttosto impopolare negli Stati Uniti) e, last but not least, che sia un consumatore sistematico e confesso di cannabinoidi. Se vi interessa la sua biografia, che è piuttosto pittoresca, vi suggerisco la lettura di un profilo pubblicato sul Guardian nel 2005, in occasione di un precedente libro di Robert Trivers (Andrew Brown, The kindness of strangers, pubblicato il 27 agosto 2005).

Huey P. Newton

Huey P. Newton - wikipedia.org

Un aspetto essenziale della vita di Trivers è che è stato colpito in almeno due occasioni dalla depressione e dal disagio mentale. La prima volta fu quando, ancora intenzionato a laurearsi in legge, fu ricoverato per una grave forma di esaurimento nervoso (come si diceva all’epoca, testimoni gli Stones), apparentemente innescata da un eccesso di studio di Ludwig Wittgenstein (altro bel tipino: ma questa è tutta un’altra storia). La seconda fu quando nel 1978 lasciò Harvard per l’Università di California a Santa Cruz. Secondo lo stesso Trivers era “perhaps the second worst school in its class in the country. Lord, what a place. It was a very, very bad fit for me, and a dreadful 16 years.” Secondo il citato articolo del Guardian: “Santa Cruz [was] a university with a reputation for drug abuse and slackness. ‘It was a once-in-a-lifetime mistake,’ [Trivers] says, ‘in the sense that I can’t afford to make another one like that. I survived, and I helped raise my children for a while; but that was all.’

Trivers ha scritto 5 articoli entrati nella storia della teoria dell’evoluzione ancora prima di conseguire il Ph. D.:

Poi, come abbiamo detto, sostanzialmente sparisce. Nel 2004 John Brockman (ne abbiamo parlato qui) racconta la storia così:

Thirty years ago, Robert Trivers disappeared.
My connection to him is goes back to the 1970s. He had left Harvard and was roaming around Santa Cruz when I was introduced to him in a telephone call by our mutual friend Huey P. Newton, Chairman of The Black Panther Party. Huey put Robert on the phone and we had a conversation in which he introduced me to his ideas. I recall noting at the time the power and energy of his intellect. Huey, excited by Robert’s ideas on deceit and self-deception, was eager for the three of us to get together.
We never had the meeting. Huey met a very bad end. I lost track of Robert. Over the years there were rumors about a series of breakdowns; he was in Jamaica; in jail.
He fell off the map.
[…]
Several weeks ago, […] the mathematician Karl Sigmund […] and I talked about theories of indirect reciprocity, generous reciprocity, reputation, and assessment, and the relevance of these concepts in our everyday lives.
“Where did you come up with these ideas?” I asked Karl.
“In the early 70s,” he said. “I read a famous paper by Robert Trivers, one of five he wrote as a graduate student at Harvard, in which the idea of indirect reciprocity was mentioned obliquely. He spoke of generalized altruism, where you are giving back something not to the person you owed it to but to somebody else in society. This sentence suggested the possibility that generosity may be a consideration of how altruism works in evolutionary biology.”
Karl went on to explain how evolutionary concepts of indirect reciprocity, generous reciprocity, reputation assessment, cooperation, evolutionary dynamics—all inspired by Trivers’ early paper—are very much in play in all our lives: in Google’s page rankings; in amazon.com’s reader reviews; in the reputations of eBay buyers and sellers, and even in the good standing of a nonprofit web site such as Edge (for example, type the word “edge” in the Google search box, you arrive at this web site).

John Brockman

John Brockman - edge.org

Nello stesso evento organizzato da Edge nel 2004 (che trovate qui) Steven Pinker (su questo blog ne abbiamo parlato, tra l’altro, qui) riassume così l’enorme influenza di quei 5 paper:

I consider Trivers one of the great thinkers in the history of Western thought. It would not be too much of an exaggeration to say that he has provided a scientific explanation for the human condition: the intricately complicated and endlessly fascinating relationships that bind us to one another.
In an astonishing burst of creative brilliance, Trivers wrote a series of papers in the early 1970s that explained each of the five major kinds of human relationships: male with female, parent with child, sibling with sibling, acquaintance with acquaintance, and a person with himself or herself. In the first three cases Trivers pointed out that the partial overlap of genetic interests between individuals should, according to evolutionary biology, put them in a conflict of psychological interest as well. The love of parents, siblings, and spouses should be deep and powerful but not unmeasured, and there should be circumstances in which their interests diverge and the result is psychological conflict. In the fourth case Trivers pointed out that cooperation between nonrelatives can arise only if they are outfitted with certain cognitive abilities (an ability to recognize individuals and remember what they have done) and certain emotions (guilt, shame, gratitude, sympathy, trust)—the core of the moral sense. In the fifth case Trivers pointed out that all of us have a motive to portray ourselves as more honorable than we really are, and that since the best liar is the one who believes his own lies, the mind should be “designed” by natural selection to deceive itself.
These theories have inspired an astonishing amount of research and commentary in psychology and biology—the fields of sociobiology, evolutionary psychology, Darwinian social science, and behavioral ecology are in large part attempt to test and flesh out Trivers’ ideas. It is no coincidence that E. O. Wilson’s Sociobiology and Richard Dawkins’ The Selfish Gene were published in 1975 and 1976 respectively, just a few years after Trivers’ seminal papers. Both bestselling authors openly acknowledged that they were popularizing Trivers’ ideas and the research they spawned. Likewise for the much-talked-about books on evolutionary psychology in the 1990s—The Adapted Mind, The Red Queen, Born to Rebel, The Origin of Virtue, The Moral Animal, and my own How the Mind Works. Each of these books is based in large part on Trivers’ ideas and the explosion of research they inspired (involving dozens of animal species, mathematical and computer modeling, and human social and cognitive psychology).
But Trivers’ ideas are, if such a thing is possible, even more important than the countless experiments and field studies they kicked off. They belong in the category of ideas that are obvious once they are explained, yet eluded great minds for ages; simple enough to be stated in a few words, yet with implications we are only beginning to work out.
The point that partial genetic overlap among individuals leads to partial conflicts of interests in their motives explains why human life is so endlessly fascinating – why we love, and why we bicker with those we love; why we depend on one another, and why a part of us mistrusts the people we depend on; why we know so much about ourselves, but can’t see ourselves as others see us; why brilliant people do stupid things and evil men are convinced of their rectitude. Trivers has explained why our social and mental lives are more interesting than those of bugs and frogs and why novelists, psychotherapists, and philosophers (in the old sense of wise commentators on the human condition) will always have something to write about.
Trivers is an under-appreciated genius. Social psychology should be based on his theory, but the textbooks barely acknowledge him. Even in his own field he has been overshadowed in the public eye by those who have popularized his ideas. An Edge event with other leading third culture thinkers focusing on his work will be a major contribution, and begin to give this great mind the acknowledgement it deserves.

Steven Pinker

Steven Pinker - wikipedia.org

Tutte queste divagazioni per introdurre una recensione del libro che, a questo punto, è quasi superflua: il libro è come l’autore: affascinante, geniale, molto dispersivo e a tratti francamente irritante. una summa della biografia e degli interessi di Trivers. Stiamo parlando di oltre 300 pagine di testo, articolate in 14 capitoli.

I primi 3 sono dedicati alla teoria evoluzionistica dell’inganno e dell’autoinganno, come emerge dagli approfondimenti condotti nell’arco di 40 anni da Trivers, dalla sua logica evoluzionistica dell’autoinganno, alla sua presenza in natura, alla sua neurofisiologia.

I 4 capitoli successivi trattano della fenomenologia dell’inganno e dell’autoinganno, nella famiglia, nelle relazioni tra i sessi, nell’immunologia (una tesi artdita ma convincente), nella psicologia. Il passaggio alla vita quotidiana (capitolo 8) permette a Trivers di riprendere qui alcune sue ossessioni eccentriche (se così posso dire) al suo campo di ricerca principale: i disastri aerei (capitolo 9, il che permette a Trivers di riprendere l’analisi del disastro del 1982 e a noi di confrontare il suo metodo con quello proposto da Feynman per l’esplosione dello Space Shuttle), la genesi e l’inganno del sionismo (capitolo 10), la mistificazione della guerra in Iraq (11), la religione come autoinganno (12) e le stesse scienze sociali come pseudoscienze.

Lascio la parola allo stesso Trivers, in un TEDtalk in cui parla proprio di questo libro.

* * *

Citazioni: sono miei personali appunti che non siete obbligati a leggere, ma se siete curiosi qualcosa di utile e stimolante certamente lo troverete. Come di consueto il riferimento è alla posizione sul Kindle:

Although the biological approach defines “advantage” in terms of survival and reproduction, the psychological approach often defines “advantage” as feeling better, or being happier. Self-deception occurs because we all want to feel good, and self-deception can help us do so. There is some truth to this, as we shall see, but not much. [249]

[…] dishonesty has often been the file against which intellectual tools for truth have been sharpened. [273]

[…] overconfidence is one of the oldest and most dangerous forms of self-deception—both in our personal lives and in global decisions […] [424]

It has been said that power tends to corrupt and absolute power, absolutely. This usually refers to the fact that power permits the execution of ever more selfish strategies toward which one is then “corrupted.” But psychologists have shown that power corrupts our mental processes almost at once. When a feeling of power is induced in people, they are less likely to take others’ viewpoint and more likely to center their thinking on themselves. The result is a reduced ability to comprehend how others see, think, and feel. Power, among other things, induces blindness toward others. [526]

In short, powerful men suffer multiple deficits in their ability to apprehend the world of others correctly, due to their power and their sex. [540]

We often think that greater intelligence will be associated with less self-deception—or at least intellectuals imagine this to be true. What if the reverse is true, as I believe it is—smarter people on average lie and self-deceive more often than do the less gifted? [800]

Camouflage is so common in nature as almost to escape notice. [846: Non so l’autore ne è consapevole, ma questa frase ha un meraviglioso sapore escheriano e piacerebbe da morire a Douglas Hofstadter!]

One species of squid has also evolved a female mimic, one so good that he sometimes fools even fellow female mimics, who approach in search of copulation. [859]

The importance of aggression following knowledge of deception is that it may greatly increase the costs of deceptive behavior and the benefits of remaining undetected. Fear of aggression can itself become a secondary signal suggesting deception, and its suppression an advantage for self-deception. Of course, aggression is not the only social cost of detected deception. A woman may terminate a relationship upon learning of a lie, usually a crueler punishment than her giving you a good beating, assuming she is capable. [927]

Because we live inside our conscious minds, it is often easy to imagine that decisions arise in consciousness and are carried out by orders emanating from that system. We decide, “Hell, let’s throw this ball,” and we then initiate the signals to throw the ball, shortly after which the ball is thrown. But detailed study of the neurophysiology of action shows otherwise. More than twenty years ago, it was first shown that an impulse to act begins in the brain region involved in motor preparation about six-tenths of a second before consciousness of the intention, after which there is a further delay of as much as half a second before the action is taken. In other words, when we form the conscious intention to throw the ball, areas of the brain involved in throwing have already been activated more than half a second earlier. [1039]

[…] the proof of a long chain of unconscious neural activity before conscious intention is formed (after which there is about a one-second delay before action) does not obviate the concept of free will, at least in the sense of being able to abort bad ideas and also being able to learn, both consciously and unconsciously, from past experience. [1062]

A relatively gentle form of imposed self-deception is flattery, in which the subordinate gains in status by massaging the ego or self-image of the dominant. In royal courts, the sycophant has ample time to study the king, while the latter pays little attention to the former. The king is also presumed to have limited insight into self on general grounds; being dominant, he has less time and motivation to study his own self-deception. [1243]

Remunerectomies, for example, are performed solely to remove a patient’s wallet. [1342]

The neocortex is largely the social brain, differentially involved in interactions with close relatives and other social relationships; the hypothalamus is involved in hunger and growth, much more egocentric motives. One can well imagine an argument between the two, with the (maternal) neocortex saying, “Family is important; I believe in family; I will invest in family,” while the (paternal) hypothalamus replies, “I’m hungry.” That is, each argues for its favored position as if arguing for the good of the entire organism (“I”). [1508]

[…] when there is no disagreement, a whisper will do; shouting suggests conflict. [1610]

Few relationships have more potential for deceit and self-deception than those between the sexes. Two genetically unrelated individuals get together to engage in the only act that will generate a new human being—sex, an intense experience that is at best ecstatic and at worst deeply disappointing, or when forced, extremely painful and damaging. The act is often embedded in a larger relationship that will permit the two to stay together for years or even life—long enough to raise children. Opportunities for misrepresentation and outright deception are everywhere, and selection pressures are often strong. Likewise, each partner’s knowledge of the other is usually detailed and intense and (absent denial) grows with time.
Sex itself is fraught with psychological and biological meaning at every depth. Are we misrepresenting our level of interest, sexual or romantic, our deeper orientation toward the other, positive or negative, or our very sexual orientation? [1675]

Why sexual reproduction? Why not go the simple, efficient route and have females produce offspring without any male genetic contribution? Females typically do all the work; why not get all the genetic benefits? In other words, why males? [1691]

The metabolic requirements of mammals raised in germ-free environments drops by as much as 30 percent. Supplying antibiotics in food is associated with growth gains in birds and mammals on the order of 10 percent. [2032]

After all, they may just have met you, but you have known yourself all your life. So we expect overconfidence on deceptive grounds alone. [2361]

A nice example of unconscious persuasion concerns metaphors about the stock market taken from daily news broadcasts. The stock market moves up or down in response to a great range of variables, about most of which we are completely ignorant. The movement mirrors a random walk, with no particular pattern. And yet at the end of the day, its movements are described by the media in two kinds of language (agent or object) that are often used for movement more generally. The average listener will be completely unconscious of the metaphors being used. The key distinction is whether an agent controls the movement of something or it is an object moved by outside forces (such as gravity). Here are examples of the agent metaphor for stock movements: “the NASDAQ climbed higher,” “the Dow fought its way upward,” “the S&P dove like a hawk.” The object metaphors sound more like: “the NASDAQ dropped off a cliff,” “the S&P bounced back.” Agent metaphors tempt us to think that a trend will continue; object ones do not. The interesting point is that there is a systematic bias in the use of the language—up trends are more the action of agents, while down trends are externally caused. [2668]

[…] malphemism […] [2715: bello, se l’è inventato Trivers? Io sul Webster non l’ho trovato.]

An extraordinary verbal one-step has been spearheaded in multiple disciples in the past fifty years—the switch from “sex” to “gender” as words to denote the two sexes. From time immemorial (at least a thousand years), sex referred to whether an individual was a male (sperm producer) or a female (egg producer). In the past hundred years, the word was extended to “having sex.” “Gender” was strictly a linguistic term. It referred to the fact that in various languages, words may be feminine, masculine, or neuter, apparently in almost random ways. “Sun” is feminine in German, masculine in Spanish, and neuter in Russian, but “moon” is feminine in Spanish and Russian, and masculine in German. In German, a person’s mouth, neck, bosom, elbows, fingers, nails, feet, and body are masculine, while noses, lips, shoulders, breasts, hands, and toes are feminine and hair, ears, eyes, chin, legs, knees, and the heart are neuter. Pronouns are assigned by gender, so you can say about a turnip, “He is in the kitchen.” You tell me. I have been a biologist for forty-five years and I can see no rhyme or reason to this system. It seems completely arbitrary, and this is perhaps the point. Since grammatical gender is arbitrary and meaningless, so also are biological sex differences if they can be rendered in the language of gender.
In a remarkable burst of activity, in fewer than forty years, “gender” took over entirely in many disciplines as the word for sex. [2722]

[…] a recurring theme in self-deception and human disasters: overconfidence and its companion, unconsciousness. […] This is a distressing feature of self-deception and large-scale disasters more generally: the perpetrators may not experience strong, nor indeed any, adverse selection. [3150-3155]

[…] [a] circular arguments with a remarkably small radius […] [3350]

It has been argued that organizations often evaluate their behavior and beliefs poorly because the organizations turn against their evaluation units, attacking, destroying, or co-opting them. Promoting change can threaten jobs and status, and those who are threatened are often more powerful than the evaluators, leading to timid and ineffective self-criticism and inertia within the organization. [3436]

In Franklin Roosevelt’s famous words (about Samosa), “He maybe a son of a bitch, but he’s our son of a bitch.” [3640]

Faulty decisions are said to arise from four main causes: being overconfident, underestimating the other side, ignoring one’s own intelligence reports, and wasting manpower. All are connected to self-deception. [4035]

[…] instrumental phase [4243: the phase of carrying out decisions, no longer wishing to hear about the choices not made or the possible downside to the decisions we have made]

Consider greater sexual promiscuity, or diversity of mating partners, well known to be higher in both birds and humans in the tropics, and presumed to represent an adaptive response to parasite load by increasing genetic quality of offspring. [4721]

As we have seen, power corrupts: the powerful are less attentive to others, see the world less from their standpoint, and feel less empathy for them. The converse is that the powerless are more apt to see things from the other person’s standpoint, to be committed to the principle of fairness, and to identify with people like themselves. [4739: poco oltre confonde Costantinopoli con Costantino, ma penso sia un errore materiale]

The Greek sage Thales once put the general matter succinctly. “Oh master,” he was asked, “what is the most difficult thing to do?” “To know thyself,” he replied. “And the easiest?” “To give advice to others.” [4844]

The structure of the natural sciences is as follows. Physics rests on mathematics, chemistry on physics, biology on chemistry, and, in principle, the social sciences on biology. At least the final step is one devoutly to be wished and soon hopefully achieved. Yet discipline after discipline—from economics to cultural anthropology—continues to resist growing connections to the underlying science of biology, with devastating effects. Instead of employing only assumptions that meet the test of underlying knowledge, one is free to base one’s logic on whatever comes to mind and to pursue this policy full time, in complete ignorance of its futility. [4943]

Is economics a science? The short answer is no. [5006]

Regarding one’s personal life, the problem with learning from living is that living is like riding a train while facing backward. [5168]

[…] an ancient Chinese expression: “When planning revenge, build two graves, not one.” [5177]

Self-deception, by serving deception, only encourages it, and more deception is not something I favor. I do not believe in building one’s life, one’s relationships, or one’s society on lies. The moral status of deceit with self-deception seems even lower than that of simple deception alone, since simple deception fools only one organism—but when combined with self-deception, two are being deceived. In addition, by deceiving yourself, you are spoiling your own temple or structure. You are agreeing to base your own behavior on falsehoods, with negative downstream effects that may be very hard to guess yet intensify with time. [5196]

There are two great axes in human mental life: intelligence and consciousness. You can be very bright but unconscious, or slow but conscious, or any of the combinations in between. [5291]