Sbucciando la cipolla

Grass, Günter (2006). Sbucciando la cipolla. Torino: Einaudi. 2007.

Il libro ha suscitato in Germania vivo interesse e ancora più vivaci polemiche perché Grass, un’icona della socialdemocrazia tedesca, in queste sue memorie autobiografiche racconta di essersi arruolato, sedicenne, come volontario nelle Waffen-SS. Certo, siamo molto lontani dal protagonista de Le benevole: Grass aveva poco più di 15 anni all’epoca dei fatti. Berlino sotto i bombardamenti, la disfatta dell’esercito nazista, i morti la fuga e la fame sono visti da Grass con gli occhi spaventati e confusi di un ragazzo. Non è reticente, ma i ricordi si confondono e Grass non lo nasconde.

Ma non mi sembra questo – per me che non sono tedesco – il cuore del libro. Sbucciando la cipolla è soprattutto un romanzo di formazione, nelle due accezioni del termine: romanzo, perché nonostante la materia autobiografica, emergono le qualità del grande scrittore, anche attraverso la mediazione della traduzione (di Claudio Groff); di formazione, perché seguiamo dall’interno, fino alla metà degli anni Cinquanta, la storia di una vocazione che stenta a trovare la sua strada e si fa largo attraverso le difficoltà materiali e il magma della Germania della dissoluzione e della ricostruzione. La ricerca della propria identità di Grass coincide con la ricerca di una nuova identità della Germania – come nei suoi romanzi.

Per questo il libro – che mi è sembrato molto bello – cresce pagina dopo pagina. Vale la pena di lasciare parlare lo stesso Grass.

In seguito ho rivoltato spesso i mucchi di fieno a destra e a sinistra del campo, non tanto per la giovane donna sul cui largo viso batteva la luce della luna e dimoravano efelidi non contate, quanto alla ricerca di me stesso, del mio Io scomparso degli anni giovanili; ma tutto si è ridotto soltanto al rumore e all’odore di fondo del mio primo, troppo frettoloso tentativo di essere una sola carne in due; uno sforzo che chiamano anche amore (p. 193).

Tutto svanito. È rimasto solo qualche disco, pezzi da collezione di cui sono geloso. E due amici, che ho lasciato dietro di me, restano saldi nel mio ricordo: una prigione sovraffollata, dalla quale nessuno viene rilasciato (p. 314).

Dal libro ho anche imparato dell’esistenza di Otto Pankok, artista di cui Grass è stato allievo. Tornerò su di lui perché è stato un cantore degli zingari, e un pacifista, come dimostra l’opera (famosissima in Germania) qui sotto.

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