Fino all’anno scorso (ma non so quest’anno) il 16 febbraio era festa in Corea del Nord.
Come si addice a chi è predestinato a un posto d’onore tra storia e leggenda, di Kim Jong-Il si conoscono il giorno e il mese di nascita (il 16 febbraio appunto) ma non l’anno o il luogo.
Secondo gli archivi sovietici e gli storici occidentali, sarebbe nato il 16 febbraio 1941 a Vyatskoye, un villaggio vicino a Khabarovsk, in Siberia, dove il padre Kim Il-sung era al comando del 1° battaglione dell’88ª Brigata dell’Armata rossa, formata da esuli coreani e cinesi.
Per le biografie ufficiali coreane, invece, sarebbe nato esattamente un anno dopo, durante l’occupazione nipponica della Corea, in un campo militare segreto sul monte Baekdu (uno splendido vulcano alto 2.700 metri al confine con la Cina). Come si conviene a un semidio, la nascita fu annunciata da una rondine (presagio di primavera), da un doppio arcobaleno e dalla comparsa nel firmamento di una nuova stella.
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Naturalmente, trovo molto più degna di fede questa seconda data. Che mi permette di dire che se Kim Jong-Il non fosse deceduto nello scorso dicembre, oggi compirebbe 70 anni.
Nel 1948 il fratello maggiore annega in piscina (forse con un piccolo aiuto del fratellino), spianandogli la strada alla successione al padre Kim Il-Sung nel 1994. Nel 1949 muore anche la madre, di parto secondo alcuni, sparata e lasciata morire dissanguata secondo altri.
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Il Supremo Leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea era confidenzialmente ma rispettosamente chiamato dai suoi sudditi, pardon concittadini, Caro Leader e Grande Leader. Dopo la morte, è stato ufficialmente denominato Leader Eterno. Ma la lista ufficiale dei suoi titoli, che a me fa pensare irresistibilmente alle Giovani Marmotte, è molto più nutrita e la potete trovare qui.
Le statistiche della pesca sono considerate non molto affidabili, soprattutto perché gli operatori forniscono alla FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite responsabile delle statistiche in ambito agricolo e alimentare) sottostime sul numero di organismi pescati.
Un trio di ricercatori ha pubblicato l’8 febbraio 2012 su PLoS ONE un articolo (Fish Farms at Sea: The Ground Truth from Google Earth) che illustra un approccio originale al problema di produrre stime statistiche più accurate. I tre – tra cui una ricercatrice italiana, Chiara Piroddi – hanno utilizzato Google Earth per contare e analizzare gli allevamenti in 16 Paesi delle coste mediterranee nel 2006 e per stimare in tal modo la produzione realizzata in quell’anno.
doi:info:doi/10.1371/journal.pone.0030546.g001
I 3 ricercatori hanno censito oltre 20.000 “gabbie” lungo le coste e hanno proceduto a stime della produzione e della cattura (escludendo gli allevamenti di tonni e di molluschi). Mentre la produzione complessiva così stimata è risultata vicina a quella pubblicata dalla FAO (rispettivamente 226.000 e 200.000 tonnellate), per alcuni Paesi la nuova stima è molto superiore a quella di fonte FAO: ad esempio, del 30% più elevata in Grecia (che è il leader europeo per la produzione di pesce d’allevamento, con 104.000 tonnellate stimate per il 2006) e del 18% in Turchia (che è il secondo produttore). Per l’Italia i ricercatori hanno invece registrato una sovrastima del dato FAO rispetto a quello da loro calcolato sulla base degli allevamenti presenti, forse per la tendenza degli operatori italiani a spacciare per produzione nazionale le importazioni dalla Grecia.
doi:info:doi/10.1371/journal.pone.0030546.t001
I 3 ricercatori hanno svolto il loro studio nell’Università della British Columbia a Vancouver, ma nel frattempo Chiara Piroddi, nata ad Alessandria nel 1977, è tornata in Italia e lavora attualmente al Joint Research Centre della Commissione Europea a Ispra. E il “ritorno” di un cervello italiano non può che farci piacere.
Giusto per la curiosità di vedere come funziona il reblog, lo faccio sul post dedicato al compleanno di Galileo Galilei 4 anni fa.
Aggiungendo una sua frase:
Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi
Nasce a Pisa il 15 febbraio 1564. Galileo Galilei è molto importante, per la storia del pensiero scientifico, per la divulgazione scientifica e per il rapporto tra scienza e religione.
Ognuno di questi punti meriterebbe di essere discusso a lungo, ma mi limiterò ad alcuni spunti sui primi due, per soffermarmi di più sul terzo, tornato in qualche modo d’attualità nei mesi scorsi.
Il metodo galileiano: secondo Galileo il libro della natura è scritto secondo leggi matematiche e per poterle capire è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che la natura ci mette a disposizione. Galileo introduce quindi una distinzione tra l’aspetto teorico e quello sperimentale, in cui né uno né l’altro sono preponderanti: il modello teorico spiega un’osservazione sperimentale e anticipa future osservazioni.
La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere…
Ieri sera, tornando a casa, mi è caduta una lente a contatto in metropolitana. Porto lenti rigide e il modo di scalzarle dall’occhio è praticamente uno solo, il più stupido: infilarsi un dito nell’occhio. E così ho fatto io. Poche le speranze che si fosse spostata dalla cornea ma fosse ancora nell’occhio: non la sentivo (chi porta o ha portato le lenti sa di che cosa sto parlando). Mi sono toccato la faccia e le mani: a volte resta appiccicata sulla pelle. Niente. Ho guardato sui vestiti (per quello che ci vedevo con un occhio solo), aiutandomi anche con il tatto. Con poche speranze, anche perché in questo raro freddo romano sono imbacuccato, strati su strati di vestiario, come Totò e Peppino a Milano. Alla fine, con grande cautela, per evitare di schiacciare la lente con i piedi, nel caso fosse caduta a terra, mi sono chinato e messo a scrutare sul pavimento del vagone.
Con scarso successo e poche speranze, perché il pavimento del vagone è di quella classica gomma nera a bolloni. Se la lente a contatto si fosse evoluta per mimetizzarsi perfettamente sui pavimenti di gomma nera a bolloni, sarebbe esattamente così com’è. E vederci da un occhio solo ti priva del senso della profondità (visione stereoscopica) e rende difficoltosa la messa a fuoco.
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Provate a immaginare la scena: un signore di mezza età, canuto, vestito elegantemente (giacca cravatta e tutto quanto), leggermente sovrappeso, si accuccia precariamente sul pavimento della metropolitana in corsa, estrae un iPhone, accende una pila a LED (l’iPhone può fare anche questo), tiene l’occhio destro chiuso (quello senza lente) ed esamina il pavimento con il sinistro.
Pensate che abba suscitato, non dico la solidarietà, ma almeno la curiosità dei presenti? Macché. Tutti hanno continuato a fare quello che facevano, leggere o ascoltare la musica con le cuffiette, per lo più comodamente seduti. Il treno ha cominciato a rallentare avvicinandosi a una stazione. Una signora si è avvicinata alla porta per scendere e mi ha visto accucciato a terra.
– Ha perso una lentina?, mi fa.
– Sì, dico io.
– Eh, che brutta cosa. Ma perché nessuno l’aiuta?
Soltanto allora una delle due ragazze sedute davanti a me ha infilato un dito nel libro che stava leggendo per tenere il segno e ha abbassato lo sguardo. Immediatamente ha visto la lente per terra e me l’ha segnalata.
Vicenda a lieto fine, dunque, quando già pensavo alla seccatura di dovermene far fare una nuova e restare bloccato per 1-2 giorni. Tantissime grazie alla ragazza che me l’ha trovata (“Che Santa Lucia ti protegga la vista”, avrebbe detto mia nonna). Prontamente. Be’, proprio prontamente no, prontamente dopo l’imbeccata della signora che si accingeva a scendere. A lei sono ancora più grato.
Le considerazioni che potrei fare sono fin troppo facili, e quindi non le farò. Ma certo deve essere penetrata profondamente nei nostri automatismi la norma tacita, di ispirazione laqualunquista, “Fatti i fatti tuoi (specialmente se sei in luogo pubblico).”
Come il tenente Colombo, ci ho messo un bel po’ a capire che cosa non mi tornava nella nevicata romana della notte tra il 3 e il 4 febbraio. Un caso di dissonanza cognitiva, direi, che suona meglio che dire che una cosa non ti torna.
La mattina del 4 febbraio, dopo che durante la notte a Roma Sud si erano depositati 15-20 cm di neve, mi sono svegliato in un silenzio irreale. Sulla strada in cui abito, di solito abbastanza trafficata, non passavano macchine; né si sentivano voci umane. Quando ero bambino a Milano le mattine di neve non erano annunciate dal silenzio, ma dal rumore caratteristico delle pale che sgombravano strade e marciapiedi e ammucchiavano la neve in piccole catene montuose sul bordo tra marciapiede e carreggiata stradale.
forum.ilmeteo.it
Non ricordo mezzi spazzaneve, negli anni Cinquanta-Sessanta, ma molto lavoro manuale. All’inizio dell’inverno il Comune emetteva un’ordinanza che, oltre a stabilire gli obblighi dei proprietari degli edifici, stabiliva le modalità e i compensi del lavoro giornaliero di spalatura.
La cosa è ben raccontata in una scena di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (tra il 16° e il 22° minuto):
Ripellino, Angelo Maria (1973). Praga magica. Torino: Einaudi. 2005.
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Ci ho messo anni prima di affrontare questo libro, che pure desideravo molto leggere e che molti mi avevano consigliato, per un motivo molto semplice e personale: era il libro che mio padre stava leggendo nei suoi ultimi giorni ed era sul comodino dell’ospedale quando è morto.
Mio padre non aveva viaggiato moltissimo: erano altri tempi. Per di più, mio padre era tecnicamente “sobrio” ben prima che Monti rimettesse in auge il termine. A Praga però c’era stato, con mia madre, nei primissimi anni Settanta: quando Praga era ancora sotto il cupo shock della repressione sovietica della Primavera del 1968.
Invece io ci sono stato pochi anni fa, dopo che la città era già stata trasteverizzata, sammarinata, monsammiscelizzata, scegliete voi. Sul ponte Carlo si fa a spallate e non sono neppure riuscito a entrare nella cattedrale di San Vito dalla fila che c’era.
Mio padre era tornato con qualche 33 giri della Supraphon: ricordo, tra le altre cose, le danze slave di Dvorak. Quando ci sono andato io, il negozio della Supraphon c’era ancora (le altre prestigiose etichette dell’est, dalla russa Melodia, all’ungherese Hungaroton, alla rumena Electrecord, sono stae tutte sacrificate alle divinità del libero mercato, che della cultura di disinteressa …) e i commessi restarono stupiti dal saccheggio che feci del loro catalogo.
Ripellino racconta un’altra Praga ancora, quello dell’incontro personalissimo e universale tra un siciliano, barocco per cultura e scrittura, e una città, barocca per stratificazione costruttiva e per atmosfera. Non c’è che da abbandonarsi all’evidente amore di Ripellino per la sua città e perdersi tra le sue divagazioni (coltissime ma non non esibite) che attraversano i tempi e i luoghi di Praga.
Naturalmente, chi non ama il barocco si astenga dalla lettura.
Intanto iniziamo (e da dove, sennò?) dal celeberrimo incipit:
Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero. Ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hasek, in qualche taverna, proclama ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell’obbedienza. Praga vive ancora nel segno di questi due scrittori, che meglio di altri hanno espresso la sua condanna senza rimedio, e perciò il suo malessere, il suo malumore, i ripieghi della sua astuzia, la sua finzione, la sua ironia carceraria.
Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Vítézslav Nezval ritorna dall’afa dei bar, delle bettole alla propria mansarda nel quartiere di Troja, attraversando la Vltava con una zàttera. Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, i massicci cavalli dei birrai escono dalle rimesse di Smíchov. Ogni notte, alle cinque, si destano i gotici busti della galleria di sovrani, architetti, arcivescovi nel triforio di San Vito. Ancor oggi due zoppicanti soldati con le baionette inastate, al mattino, conducono Josef Svejk giú da Hradcany per il Ponte Carlo verso la Città Vecchia, e in senso contrario, ancor oggi, la notte, a lume di luna, due guitti lucidi e grassi, due manichini da panoptikum, due automi in finanzíera e cilindro accompagnano per lo stesso ponte Josef K. verso la cava di Strahov al supplizio.
Ancor oggi il Fuoco effigiato dall’Arcimboldo con svolazzanti capelli di fiamme si precipita giú dal Castello, e il ghetto si incendia con le sue scrignute catapecchie di legno, e gli svedesi di Königsmark trascinano cannoni per Malá Strana, e Stalin ammnicca malèfico dal madornale monumento, e soldatesche in continue manovre percorrono il paese, come dopo la sconfitta della Montagna Bianca. Praga «fu sempre città di avventurieri», si legge in un dialogo di Milos Marten, «per secoli nido di avventurieri senza pietà né legami. Venivano a frotte dalle quattro parti del mondo a predare, a spassarsela, a spadroneggiare»: «e ciascuno strappava, ingoiava un pezzo della viva polpa di questa misera terra, la quale dava sino a esaurirsi, senza che alcuno le si desse, per ripagarla di ciò che le aveva tolto».
Troppo spesso asservita ed afflitta da ruberie e da soprusi, troppo spesso teatro alla spocchia di prepotenti stranieri, di masnade bruttissime di lanzichenecchi e gradassi, che ne fecero strazio e si lupeggiarono ogni sua sostanza. Quanti grugni porcini, impacciandosi nelle occorrenze di Praga, vi si sono accampati nel corso dei tempi: squassapennacchi dalle armature dorate e dal gonfio petto tintinnante di ciondoli, fratacchioni di tutte le confratèrnite e prelati del porta inferi, Obergauner che piombavano in side-car, seminando rovina, e machiavellisti e fratelli traditorissimi, e ceffi mongolici come in racconti di Meyrink, e qualche assessore di collegio caucasico, preposto a imbavagliare il pensiero, e ciurme di regolisti e di sgherri che, puntando il mitra, sbaiaffano fagiolate ideologiche, e interi conclavi di generali capocchi, tra i quali sia ricordato; per le innumere placche e medaglie che lo avviluppano, lo zelante Episciòv, coglione in crèmisi.
Alla soglia della seconda guerra mondiale Josef Capek, che sarebbe perito in un Lager nazistico, narrò in un ciclo di caricature la storia di due protervi stivali, due neri viscidi guitti che, moltiplicandosi come le salamandre, spargono per l’uníverso menzogna, sfacelo e morte. Ancor oggi pesanti stivali calpestano Praga, ne strozzano l’inventiva, il respiro, l’intelligenza. E, sebbene ciascuno di noi non si stanchi di sperare che queste sciagurate scarpacce, come quelle che disegnò Josef Capek, finiscano tra le cianfrusaglie di Chronos, il Gran Rigattiere, tuttavia molti si chiedono se, data la brevità della vita, ciò non accadrà troppo tardi. [pp. 5-6]
Vertiginoso, vero? Rileggetelo, vi prego. Non si può gustare e capire se lo si legge una volta sola. [E scusatemi per l’assenza dei caratteri tipografici speciali.]
La leggenda secondo cui gli alchimisti risiedevano nella Viuzza d’Oro risale, come quella golemica, al periodo del tardo romanticismo. Il Castello, città nella città, non era soggetto alle leggi vigenti nel resto di Praga: e per questo nel XVI secolo una ciurma di bottegai, di artigiani non registrati, di rivenduglioli, di gente fregiata di mal nome pigliò alloggio nella cornice delle sue mura. Col muto consenso delle autorità nacque sopra il Fossato dei Cervi una spalliera di case-giocattolo aggrappate come un’aggiunta parassitica al complesso organismo del Castello. [p. 113]
Ma le cose si fanno funeste, quando è il Golem, l’argilla imbecille, ad imbertonirsi. Odor di cunno risveglia anche il limo, dentro le brache dell’orco si accende la mostruosa candela. E che tetraggine gufesca, che sentore di apocalisse in questa libidine. Si chiami Esther o Golde o Mirjam o Abigail, la figlia civetta del rabbi desta le voglie del grosso mandrone di luto. È conseguenza delle sue brame lascive l’ansia che lo bistratta, di uscire dalla condizione d’automa, di avere un’anima umana. [p. 170]
Secondo Capek, gli slogan, le rivolte, le prodigiose scoperte, anziché migliorare la condizione dell’uomo, conducono l’umanità allo sfacelo.
Di qui la sua propensione al buon senso, all’equilibrio, alla giusta misura, – propensione che potrebbe apparire irritante, se troppe esperienze, troppe ubbie progressiste, troppe falcate di superuomini non ci avessero ormai resi canuti e disposti, pur col rammarico di smettere gli attraenti tabarri romantici, a dargli in fondo ragione. Alquist, quasi alterego di Capek, asserisce: «Penso che sia più giusto collocare un solo mattone che tracciar piani troppo grandi». […] Un altro personaggio di R.U.R., il console Busman, afferma che non sono i grandi sogni, ma i minuti bisogni dei piccoli uomini a fare la storia. [p. 185]
In questa tragedia, folta di orrori, di ipèrboli, di forzature patetiche, di maccheronismi da cavalocchi […] [p. 193]
La città vltavina è oggi immersa di nuovo nell’oblivione del sonno, sotto un tórbido cielo non salutevole alla vita. E per le sue fogne, per le sue intercapèdini, per le sue cripte strisciano occulti Mydlári, Città-Kiebitz, che può solo guardare passivamente il giuoco a carte degli altri sulla sua carne. Immenso emporio di corde e di cànapi. Città dove, in ogni taverna, l’ombra sugnosa di un delatore, di un Bretschneider, tende l’udito al chiacchierìo degli ubriachi, dei disperati. Città-strega con maschera disciplinare dalle orecchie asinesche e col giogo sul collo. Città in cui basta un bagliore di pensiero ribelle negli ochi, per essere scaraventati in sozze e spaventevoli carceri, in immonde catorbie, con pane ed acqua di tribolazione. [pp. 233-234]
In un suo racconto Egon Erwin Kisch narra di un ricco e maturo mercante di tappeti persiani, l’armeno Zadriades Patkanian che, trasferitosi a Praga, sposò Miluška, la giovane figlia di uno sbricio sellaio. Giorno e notte costui portava al fianco la sciàbola, con cui aveva ucciso a Erzurum la prima moglie. Nella fantasia di Miluška spaurita il truculento armeno prese a immedesimarsi col malèfico Turco del Ponte. Mentre quell’affumato babbione ciondolava nelle taverne, la puella correva dal proprio coetàneo Toník, un cacaspezie, per giocare con lui a spaccafico. Una sera, tornando tardi dal congiungimento, Miluška per sacramanzìa scagliò un sasso contro la scimitarra del musulmano di pietra: e l’arma, staccatasi dall’impugnatura, cadde a terra in frantumi. L’armeno, che aspettava già da qualche ora col cervello fumante di gelosìa paladinesca e con un ghigno impiccatoio, consorte disavventurato, nell’estrarre la sciàbola per decapitare Miluška, si trovò tra le mani soltanto l’elsa. [p. 254]
Viviane, la crudele Dame du Lac, creatura Art Nouveau, alloppia il mago Merlino, che di lei si è invaghito, e, felice di aver incantato l’incantatore, lo inuma in un’arca nel folto della profonda foresta. Ma sul far della notte da ogni parte convengono a compiangere il mago in catalessi e a dialogare con la sua voce sepolta drùidi, serpenti, rospi, lucertole, pipistrelli, ranocchie, posticci santoni, un corvo, un gregge di sfingi, un gufo, la fata Morgana, elfi calzati di cristallo, Lilit, Angelica, Dalila, biscioni araldici, falsi Re Magi, San Simone stilita, e innumerevoli altre parvenze dei bestiari e delle favole antiche. [p. 328]
A distanza di oltre 35 anni, mi dà conforto pensare che mio padre malato possa aver tratto piacere in extremis dalle fantasmagorie barocche di Ripellino.
Come molti della mia generazione, ho vissuto un’infanzia deprivata (anche depravata, secondo le teorie di Freud: ma questa è tutta un’altra storia). Avevamo molto meno cargo dei bambini di adesso, come direbbe Yali, l’aborigeno della Nuova Guinea che compare nel Prologo di Guns, Germs, and Steel di Jared Diamond:
“Why is that that you white people developed so much cargo and brought it to New Guinea, but we black people had little cargo of our own?”
Era in parte una questione di economia – checché si possa pensare nell’attuale situazione, negli anni Cinquanta la ricchezza nazionale e il reddito pro capite erano molto più bassi di quelli di oggi: basta guardare le belle statistiche storiche pubblicate dall’Istat per i 150 anni dell’unità d’Italia per rendersene conto – e in parte una questione di tecnologia – molte delle cose che oggi diamo per scontato, a partire dall’onnipresente web, non esistevano ancora. Ma ormai sappiamo bene che economia e tecnologia sono strettamente legate tra loro, e che questo legame è una parte importante della risposta che possiamo dare a Yali: a una domanda simile fattagli da un capo Masai, Eric Beinhocker (del cui libro The Origin of Wealth abbiamo parlato qui) risponde introducendo il concetto e l’unità di misura dello SKU (stock-keeping unit, “articolo gestito a magazzino”).
Ma, al solito, sto divagando. Vorrei parlare di un cargo particolare che è mancato alla mia infanzia: penso che il suo nome ufficiale sia pallina rimbalzina, o almeno è con questo nome con cui l’ho trovata qui sul web e il lungo numero che potete vedere nella URL del link è il suo codice EAN (4002129106324) che ne identifica univocamente lo SKU.
lapalla.it
A un certo punto sono comparse nella mia vita: non ricordo quando mi è capitato di vederne una e di giocarci, ma ricordo benissimo il fascino che esercitava su di me, semplicissima ma straordinariamente interessante. Per fortuna ho una sorella piccola (nata nel 1967) e due figli (1983 e 1985), circostanze che mi hanno consentito di giocare con la pallina rimbalzina (che nel mio lessico familiare si chiama pallina spacca-vetri) senza offrire su un piatto d’argento un indizio in più per chi ritene che la mia età mentale sia ferma a 8 anni.
Soltanto oggi, però, ho imparato perché la mia infanzia è stata deprivata della pallina spacca-vetri: per il semplice motivo che il polimero di cui è fatta non era stato inventato. La storia l’ho trovata qui:
[T]he ball was invented surprisingly late in our history. It wasn’t until 1965 that materials science could come up with a cheap way to get maximum bounce. As many parents suspect, the missing ingredient was something infernal: sulfur. Scientist Norman Stingley was playing around with polybutadiene, a substance made up of long strings of carbon atoms. The strings tangled together, letting polybutadiene retain its shape without shattering, but the whole concoction needed something more. Stingley added a little heat and sulfur, and something diabolical happened.
Vulcanization, heating substances with sulphur, had been used before to make tires and raincoats. In the polybutadiene the process did what it always does, used the sulphur atoms to connect one string to the next at random points. Instead of a long string of tangled chains, which could be untangled, or at least pulled apart, the the substance became one big network of long strings tied together. It could be deformed, with force, but it would always snap back to where it started. What emerged was a hunk of material that was incredibly elastic. Happy with his discovery, Stingley named it Zectron, formed it into little lumps, marketed it with the Wham-O Manufacturing Company, and encouraged children around the world to hurl it around with reckless abandon.
Il segreto della pallina spacca-vetri è il suo coefficiente di restituzione. Per noi comuni mortali il coefficiente di restituzione è una misura di rimbalzevolezza: se lasciando cadere una pallina da un metro (senza imprimere un impulso verso il basso, e trascurando quisquilie come l’attrito eccetera) e la pallina rimbalza fino a raggiungere un’altezza massima di 50 cm, allora il coefficiente di restituzione è di 0,5 (50/100). Nerd, geek, fisici, mau puntati e re barbarici possono andare a vedere qui o qui. Il coefficiente di restituzione della pallina spacca-vetri è 0,9. Abbastanza per infinite possibilità di divertimento per noi bambini di 8 anni.
Stamattina, mentre discutevo della scoperta che avevo appena fatto con mio figlio, mi ha ricordato che nella primavera del 1998 avevamo visto insieme Flubber – Un professore tra le nuvole, un filmetto abbastanza idiota ma con un divertente Robin Williams e una sostanza molto simile allo Zectron.
Flubber è a sua volta il remake di Un professore tra le nuvole (The Absent Minded Professor) del 1961, un film della Disney che ricordo di aver visto da bambino al cinema. Su YouTube c’è la versione originale integrale:
Ma a questo punto mi è venuto in mente un altro film, visto da bambino in televisione, di cui ricordavo vagamente la trama: un professore scopre una sostanza che respinge le palle da baseball dal legno. Grazie al web, l’ho subito trovato (fatico anche ora a trattenere il mio entusiasmo quasi sensuale per la scoperta!): si chiama Quando torna primavera (It Happens Every Spring), è del 1949 ed è stato candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura. ecco la trama da wikipedia:
Vernon Simpson è un timido professore di chimica che non osa chiedere la mano della figlia del rettore perché perennemente al verde. Un giorno però, grazie a un maldestro tiro di baseball, scopre una sostanza che respinge il legno, diventerà un campione di baseball, ma saprà ritirarsi per sposare la ragazza che ama.
Anche in questo caso, YouTube permette di vedere l’originale. Ve lo consiglio (ma ricordatevi il fair use).
Secondo Wikipedia, David Mitchell è nato a Southport (Merseyside), è cresciuto a Malvern (Worcestershire), ha studiato all’università del Kent, ha vissuto per un anno in Sicilia, nel 1994 si è trasferito a Hiroshima in Giappone. Attualmente vive a Clonakilty, sulla costa meridionale dell’Irlanda, con la moglie Keiko e due figli. E questo mi fa piacere, perché mi piace sentirmi un po’ vicino, anche geograficamente, agli autori che leggo: a Hiroshima non sono mai stato (in Giappone sono stato soltanto a Tokyo), ma a Clonakilty sì, nel 1980, anche se soltanto di passaggio andando da Cork verso Killarney via Skibbereen. Bel posticino senza tempo, tra l’oceano e il nulla.
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Se la sua biografia spiega in maniera eccellente da dove gli venga l’accurata conoscenza del Giappone e della sua storia, le notizie sui Paesi Bassi dell’epoca (Jakob de Zoet, lo dice il nome, è olandese) devono essere il risultato di attività di ricerca. Sia come sia, il romanzo è un esempio affascinante di romanzo storico reinterpretato in chiave contemporanea, e fa venire in mente – come ho già scritto altrove – The Crimson Petal and the White di Michel Faber.
Il romanzo racconta, in realtà, più storie distinte, sullo sfondo del tentativo (ormai quasi disperato) del Giappone Edo di confinare a un’isoletta di fronte a Nagasaki i contatti commerciali con gli occidentali e di un cambiamento epocale degli equilibri europei, colti nel passaggio dall’egemonia olandese a quella britannica sotto i colpi della rivoluzione francese e dell’avventura napoleonica: Jacob de Zoet è convinto di perseguire una missione di moralizzazione per conto e con l’appoggio dei suoi superiori e viene crudelmente punito; persegue una storia d’amore impossibile; seguiamo una storia di ignoranza e crudeltà nella società tradizionale giapponese (con buona pace dell’illusione della superiorità e dell’integrità di quella società feudale). Ma alla fine la vicenda conta relativamente poco (e forse qualche lungaggine e qualche diversione troppo insistita sono tra i difetti del romanzo, o forse tra i suoi eccessi: in questo sito sono elencati 125 personaggi in ordine di apparizione, ma lo stesso estensore ammette di averne trascurati un’altra trentina che compaiono una sola volta!) rispetto alla prepotenza con cui si impongono i due indiscussi protagonisti, Jacob e Orito. Ma forse è proprio questo l’eterno dilemma del romanzo storico: il difficile equilibrio tra la tela di fondo e i protagonisti in primo piano.
Nello scrivere questa recensione, mi sono imbattuto (la serendipità, ancora una volta; ma la serendipità è la santa patrona del web) in un sito bellissimo che non conoscevo: si chiama the complete review e si autodefinisce “A Literary Saloon & Site of Review. Trying to meet all your book preview and review needs. ”
In pratica è un sito di meta-recensioni, che per ogni opera offre una scheda informativa, un elenco e alcuni estratti delle recensioni pubblicate sull’opera, una recensione dei curatori del sito stesso e una pluralità di risorse e link.
La recensione del romanzo di David Mitchell è qui.
Tra gli estratti di recensione presentati, quello con cui mi trovo più in linea è quello di Dave Eggers su The New York Times Book Review (strano, dirà qualcuno di voi, perché non mi era piaciuto A Heartbreaking Work of a Staggering Genius e non ho più letto nulla di suo). La recensione la trovate qui, ma consentitemi di citarne la conclusione:
[T]his is a book about many things: about the vagaries and mysteries of cross-cultural love; about faith versus science; about the relative merits of a closed society versus one open to ideas and development (and the attendant risks and corruptions); about the purity of isolation (human and societal) versus the messy glory of contact, pluralism and global trade. It captures Japan at a crucial time in its history, on the cusp of opening its borders and becoming a world power, and catches Holland as its own colonial prominence is waning.
If the book sounds dense, that’s because it is. It’s a novel of ideas, of longing, of good and evil and those who fall somewhere in between. And are there even nods to the story of Persephone, also born of privilege, also found plucking exotic fruit, also abducted — whose removal from the world causes the world’s seasons? Maybe, maybe not. There are no easy answers or facile connections in “The Thousand Autumns of Jacob de Zoet.” In fact, it’s not an easy book, period. Its pacing can be challenging, and its idiosyncrasies are many. But it offers innumerable rewards for the patient reader and confirms Mitchell as one of the more fascinating and fearlesswriters alive.
* * *
Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione kindle.
It is a gift from your ancestors and a loan from your descendants. [367]
Respect, he thinks, cannot be commanded from on high. [845]
“‘South of Gibraltar,’” quotes Captain Lacy, “‘all men are bachelors.’” [1271]
“A tidy metaphor does not make a wrong thing right.” [2614]
“Loyalty looks simple,” Grote tells him, “but it ain’t.” [2686]
“Not constitutional laws. I mean real laws: laws of the non si fa.” [2880]
“[…] What privileges I enjoy, I earned.” [2893]
“Joke is secret language”—she frowns—“inside words.” [3024]
Creation never ceased on the sixth evening, it occurs to the young man. Creation unfolds around us, despite us, and through us, at the speed of days and nights, and we like to call it “love.” [3102]
Expensive habit is honesty. Loyalty ain’t a simple matter. [4067]
“The present is a battleground”—Yoshida straightens his spine as best he can—“where rival what-ifs compete to become the future ‘what is.’ [4824]
Science, like a general, is identifying its enemies: received wisdom and untested assumption; superstition and quackery; the tyrants’ fear of educated commoners; and, most pernicious of all, man’s fondness for fooling himself. [4961]
To implant belief, Orito thinks, is to dominate the believers. [5738]
“What better spy than one above suspicion?” [6361]
[…] lawful wedlock, awful bedlock […] [7891]
Ten percent of profits—let us call it the ‘brokerage fee’—is a sight better than a hundred percent of nothing. [8261]
“[…] We suffer from a shortage of hard facts.”
“It’s our shortage of arms,” says Arie Grote, “what worries me. […]” [8499]
The men prefer cash to posterity [•…] [8947]
[…] “we have just enough religion to make us hate, but not enough to make us love. […]” [8975]
‘Our friends show us what we can do; our enemies teach us what we must do.’ [10049: citazione di Goethe]
“[…] ‘Knowledge exists only when it is given ….’” Like love […] [10710]
Gironzolando sulla rete, e grazie a servizi come Zite, trovo cose interessanti o curiose e, se mi punge vaghezza, le condivido sul mio blog.
Ieri ho trovato questa notizia, che mi sembrava sufficientemente originale, anche perché l’ho trovata su un sito abbastanza esoterico, Panic about Anxiety, curato da Summer Beretsky, che si presenta così:
In twelfth grade, I wrote an essay called “Thinking Too Deeply About Over-Analyzation”. The topic was pretty self-explanatory: I picked apart (or, rather, overanalyzed) the very manner in which I overanalyze.
I got an A on the essay. I also got a comment from Mr. Jones, my Writing Workshop teacher, inked in red pen on the cover page: “Summer, you’re going to get an ulcer one day.”
Hi Mr. Jones! I’ve decided to bypass the ulcer and exceed your expectations — like the overacheiver that I am — & go straight for an anxiety disorder.
I had my first panic attack in college and, roughly estimating, I’ve added over 400 more to my resume to date. After the first one, my family physician wrote me a script for Xanax — which worked well until I developed a tolerance for it. Then, he gave me a script for Paxil. For two years, the Paxil stopped my panic attacks, but they flat-lined my emotions, my creativity, and my liveliness. The best parts of my life — interacting with friends, writing, and studying communication — became bland. I tried and failed to withdraw from Paxil twice.
The third time was, indeed, the charm. Over a (long!) period of seven months, I withdrew from Paxil as I began grad school. My withdrawal story was published in the LA Times and recorded for an upcoming-yet-still-unnamed-documentary. I’ve been contributing to the World of Psychology blog here on PsychCentral since 2008.
Now officially diagnosed with panic disorder, I’m still trying to tame my panic attacks, my perfectionism, and my over-analytical tendencies.
I say “tame” and not “eradicate” because the perfectionism & analysis have certainly helped me academically and professionally. I have a B.A. in Communication from Lycoming College and an M.A. in Communication from the University of Delaware. I’ve been working in marketing, social media, and local search for three years during the day.
When I’m not staring at an endless series of emails and spreadsheets in my Dilbert-style cubicle, I’m probably at home writing, training my parrot to talk, or spending time with my fiancee — who I met when I was five years old.
Unless you catch a glimpse of me shaking during a bad panic attack, you can’t necessarily “see” the panic disorder in me. Nor can you visually see the stress-induced migraines I get regularly. Invisible illnesses are very real, and I’m a strong advocate of extending compassion and understanding toward those who are suffering from them.
And why am I sharing my story with the internet? Mental health disorders still carry a stigma — and the more we share our stories, the more quickly the stigma will fade away. I want to be a part of that.
I enjoy writing about panic, anxiety, agoraphobia, and my Paxil-withdrawal experience. I’m a fan of biofeedback, cognitive behavioral therapy techniques, and therapeutic uses for technology.
Can science give us the perfect sleep-inducing song?
I’ve been a bit of an insomniac lately. Somewhere in the depths of 2 a.m. last night (or this morning?), I Googled “most relaxing song ever”.
And what did I expect to find? Well, a bunch of songs esteemed Most Relaxing by the court of popular opinion.
But instead, I found … science. Maybe.
La cosa curiosa è che l’articolo cui si fa riferimento era stato pubblicato dal Telegraph il 16 ottobre 2011 e aveva suscitato già allora qualche curiosità, anche da parte di qualche blogger nostrano.
Intanto cominciate ad ascoltare il brano (dura 8 minuti) e dopo ne parliamo. Se siete ancora svegli, perché è soporifero davvero.
La “ricerca” di cui si parla è stata commissionata dalla Radox, una marca di sali da bagno e bagni schiuma diffusa nel Regno Unito e in altre parti dell’ex-impero britannico (Irlanda, Malaysia, Australia, Sud-Africa e Repubblica Ceca – lo so che non è mai stata parte dell’impero, ma i prodotti Radox si vedono anche lì). Acquistata dalla Unilever nel 2009, la Radox ha lanciato una campagna pubblicitaria di grande successo, Be Selfish, entro la quale si inserisce anche questa iniziativa.
wikipedia.org
Gli autori del brano sono un trio di Manchester, i Marconi Union (Richard Talbot, Jamie Crossley e Duncan Meadows), formatosi nel 2003 e (per un breve periodo) vicino alla casa discografica di Brian Eno.
Weightless, lanciata il 16 ottobre 2011 insieme allo “studio” che la caratterizza come “la canzone più rilassante di sempre”, è stata composta in collaborazione con la British Academy of Sound Therapy (di cui ho trovato ben poco sul web, salvo che è stata fondata ed è diretta da Lyz Cooper, la signora roscia che vedremo nel video qui sotto).
La “ricerca” finanziata dalla Radox è stata condotta dalla Mindlab, un’impresa privata di neuromarketing (non chiedetemi che cos’è il neuromarketing), su 40 donne. Alle cavie sono stati fatti risolvere dei problemi per far salire il livello di stress e, dopo averle collegate a una serie di sensori, è stata fatta ascoltare Weightless e altri brani rilassanti (per dare l’impressione che si trattassse di un disegno sperimentale “scientifico” e controllato, suppongo). Weightless sarebbe risultato dell’11% più rilassante di ogni altro brano, con effetti comparabili a quelli di un massaggio, di una passeggiata o di una tazza di te (ma non era un eccitante, il te?) e avrebbe ridotto del 65% il livello d’ansia (misurato come?). Basta così. Se siete creduloni ve lo raccontano il Dr David Lewis-Hodgson e Duncan Smith della Mindlab International:
Ancora due cose mi incuriosiscono.
Primo. Weightless e tutta la connessa campagna Radox hanno una data d’inizio precisa, il 16 ottobre 2011. Quella è anche la data dell’articolo del Telegraph e della pubblicazione del clip di Weightless su YouTube (a oggi è stato visto poco meno di 800.000 volte, con un andamento di crescita abbastanza regolare). Io, come dicevo, l’ho trovato citato su un blog di nicchia. Come si spiega allora che un altro blogger italiano abbia fatto un post in cui racconta la storia e traduce in gran parte l’articolo del Telegraph proprio l’altroieri, il 9 febbraio 2012?
Secondo. Alla fine dell’articolo del Telegraph è riportata la classifica dei 10 brani più rilassanti. Non è chiaro chi l’ha stilata, forse gli “scienziati” della Mindlab sulla base dei risultati dei loro test. Ad ogni buon conto, eccola qui:
Marconi Union – Weightless
Airstream – Electra
DJ Shah – Mellomaniac (Chill Out Mix)
Enya – Watermark
Coldplay – Strawberry Swing
Barcelona – Please Don’t Go
All Saints – Pure Shores
Adele – Someone Like You
Mozart – Canzonetta Sull’aria
Cafe Del Mar – We Can Fly
Per fortuna un altro valoroso blogger italiano mi ha risparmiato la fatica di andarmi a cercare tutti i brani su YouTube. Li trovate qui.
È successo nel Sussex, nell’Inghilterra meridionale. Un’area della città è colpita da una serie di furti in appartamenti. La polizia invia sul campo un suo uomo in abiti civili, un novellino particolarmente zelante, collegato via radio alla centrale, dove un collega lo guida utilizzando le immagini che vengono da diverse telecamere a circuito chiuso.
telegraph.co.uk / Photo: ALAMY
A un tratto la centrale nota un tale che si muove in modo circospetto, e gli mette alle calcagna il poliziotto in borghese. Niente da fare: ogni volta che dalla centrale gli dicono che il sospetto è entrato in un vicolo o è girato in una strada laterale, per quanto l’uomo sul campo si affretti e scruti nella notte, non riesce mai a vedere niente. Nessuna traccia. Come il palo della banda dell’Ortica (la canzone è di Walter Valdi, non di Enzo Jannacci, ma su YouTube non l’ho trovata interpretata dall’autore).
Soltanto dopo 20 minuti nella sala di controllo della centrale entra il sergente, diretto superiore del poliziotto in borghese, che scoppia a ridere accorgendosi che il sospetto ripreso dalle telecamere è proprio il collega in abiti civili.
E ci dà comunque un motivo in più per riflettere sull’utilità di mezzi di sorveglianza di efficacia dubbia (come questo caso dimostra) ma certamente invasivi della nostra privacy.