Miles Davis va alla Casa bianca

Miles Davis – uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, non soltanto nel jazz – era un uomo di poche parole. La sua voce, che si sente in qualche registrazione in studio, era bassa e rugginosa, probabilmente proprio perché usata raramente. Ma quando parlava, ero spesso abrasivo, ben cosciente dei torti subiti dai neri.

Una sera del 1987, fu invitato a una cena da Ronald Reagan. A un certo punto, Nancy, la first lady, gli si rivolse, evidentemente ignara di chi fosse quel tizio seduto a tavola con lei, e gli chiese garrula che cosa avesse fatto nella vita per meritare un invito a cena alla Casa bianca.

«Be’ – rispose Miles Davis con perfetto aplomb – ho cambiato il corso della musica 5 o 6 volte. E lei, oltre a scopare con il presidente?»

Miles Davis nel 1985

wikipedia.org

Grazie al Guardian via boingboing. Le vie del web non sono infinite, ma comunque molto numerose.

Le lucciole di Pasolini

Chi legge questo blog con qualche regolarità sa che nutro un’epidermica antipatia per Attilio Scarpellini, uno dei conduttori della trasmissione mattiniera di RadioTre Qui comincia. La trasmissione peraltro la seguo da anni, nelle sue diverse incarnazioni, e accompagna i miei rituali del mattino. E ho molta simpatia e addirittura affetto per gli altri che si alternano al microfono: di Paolo Terni adoro i raffinati borbottii, il suo proporre con pudore e modestia pensieri molto profondi; di Anna Menichetti (una delle voci più sexy di Radio Rai, assieme a quella di Marina Flaibani) mi piace la sensibilità trasognata; di Arturo Stàlteri ho addirittura un album di qualche anno fa (Syriarise) e conservo memoria di un suo incontro con Brian Eno, raccontato da quest’ultimo in A Year With Swollen Appendices: Brian Eno’s Diary. Spero che l’interessato non me ne voglia, ma con Scarpellini, invece, mi scatta solo l’irritazione e la voglia di cambiare canale.

ppp

radio3.rai.it

Ma non lo faccio. E così la mattina del 16 maggio 2012  ho ascoltato la puntata che parlava di Pier Paolo Pasolini e, in particolare, un riferimento che Scarpellini ha fatto al famoso tema della scomparsa delle lucciole come di una “metafora” di Pasolini.

Ecco, mi sono detto, subito prevenuto contro Scarpellini: quando PPP scrisse della scomparsa delle lucciole tutti a dire: “Pasolini, poeta e profeta, ma soprattutto grande intellettuale a tutto tondo, capace di cogliere i più profondi cambiamenti non solo della società ma anche dell’ambiente planetario.” Poi qualcuno ha fatto la scoperta: le lucciole erano tornate. Ancora una volta è stato il Corriere della sera (che aveva smesso da tempo di essere un quotidiano autorevole per trasformarsi definitivamente in un quotidiano di sussiegose nullità) a fare lo scoop (l’articolo di Lilli Garrone è del 28 maggio 2006 e ha meritato la prima pagina!):

SONO RICOMPARSI GLI INSETTI RIMPIANTI DA PIER PAOLO PASOLINI IN UN CELEBRE ARTICOLO

Villa Borghese, il ritorno delle lucciole

Mancavano da così tanto tempo che nessuno le aspettava più. Ormai erano entrate nei racconti di chi arrivava da una vacanza ai tropici o da una campagna sperduta. E invece, all’ improvviso, eccole qui. Le lucciole sono tornate a illuminare le primaverili notti romane. Sono tornate anche in un luogo così centrale e inaspettato come Villa Borghese. Si intravedono nel boschetto urbano dietro via di Villa Ruffo, lampeggiano tra gli alberi accanto la fontana Rotonda. Si accendono e si spengono per gli sguardi increduli e stupiti anche delle persone adulte, non solo dei bambini. Chissà cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini se fosse stato ancora vivo. Se avesse potuto rivederle in questa città. Perché proprio sulle colonne del Corriere della Sera, il primo febbraio del 1975, con un articolo titolato «Coscienze al buio senza lucciole» il famoso poeta lanciò la sua guerra contro il modello di sviluppo degli anni Sessanta e parlò con grande nostalgia della loro scomparsa. Eccone un brano: «Nei primi anni Sessanta a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua… sono cominciate a sparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante… Sono ora un ricordo, abbastanza straziante del passato». Così, di certo la loro rinnovata presenza è una buona notizia. Perché le lucciole, dicono gli esperti, sono un indicatore della salute dell’ecosistema. Almeno per quanto riguarda il loro habitat: prati, cespugli e siepi. Siccome non se ne parlava da un po’ , forse non tutti sanno che le lucciole sono insetti (coleotteri), e non pizzicano l’ uomo. Quando luccicano non lo fanno per noi: lo fanno perché sono in amore e quello è il loro modo di cercare un compagno. L. Gar.

Garrone Lilli

Pagina 1
(28 maggio 2006) – Corriere della Sera

Qualcuno ha provato a dire, sommessamente, che le lucciole non erano mai scomparse. La voce era troppo flebile, gli amplificatori dei media assenti: la verità “ufficiale” è quella della scomparsa e del ritorno. Per maggiore sicurezza però – mi dicevo l’altra mattina – meglio declassare il punto di vista di Pasolini da osservazione a metafora.

A questo punto, però, mi è sembrato doveroso andare a rileggere l’articolo di Pasolini del 1° febbraio 1975. Il titolo (mi viene da scrivere “naturalmente”, dato il livello dell’articolo di Lilli Garrone, che non si è degnata di andare a controllare – la buona notizia è che le lucciole sono davvero coleotteri) non è «Coscienze al buio senza lucciole», ma «Il vuoto del potere».

Che dire? Non mi sembra che Pasolini parli della scomparsa delle lucciole in senso metaforico, ma certo utilizza questo “evento” come spartiacque all’interno di un’analisi delle metamorfosi del potere, fascista e democristiano. Ma io qui non voglio parlare di questo, ma di come un uomo come Pasolini (certamente intellettuale e poeta per sua scelta, anche se forse profeta sua malgrado) possa costruire un’argomentazione su un fattoide (o fattizio, cioè un “fatto che non esiste prima di apparire in una rivista o un giornale”, secondo la definizione di Norman Mailer), senza prendersi la briga di verificare se fosse vero o falso che le lucciole erano scomparse.

Questo ci dice molto sulla cultura italiana, che da quasi 40 anni discute sulle implicazioni della scomparsa delle lucciole con assoluto disprezzo delle circostanze di fatto: dice, secondo me, molto sul conformismo, molto sulla disposizione e sulla disponibilità a credere ai dogmi, molto sul groupthink eletto a sistema di pensiero. Purtroppo, temo, ci dice molto anche su Pasolini come pensatore e maestro del pensiero: perché a me, a rileggerlo, sembra che l’articolo sia veramente debole. Non nella polemica con Franco Fortini su “fascismo aggettivo e fascismo sostantivo”, che si può largamente condividere, ma proprio sul ruolo di pietra miliare assegnato alla presunta e largamente fittizia (o fattizia) “scomparsa delle lucciole”, spartiacque tra un “prima” e un “dopo”, in cui il “prima” è nonostante tutto meglio del “dopo”: una nostalgia che, spiace dirlo, è il sigillo del pensiero di destra.

Dal momento che l’articolo di Pasolini potete andarvelo a leggere integralmente con un click su un link, mi concederò la licenza di tagliuzzarlo e ricostruirne la sequenza per meglio chiarire la parte che vi recitano le lucciole e i limiti (a mio parere, naturalmente) della mitologia precapitalistica e premoderna di Pasolini.

Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.

[…] una decina di anni fa, è successo “qualcosa”. “Qualcosa” che non c’era e non era prevedibile non solo ai tempi del “Politecnico”, ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).

Durante la scomparsa delle lucciole […] sia il grande paese che si stava formando dentro il paese – cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI – sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel “Manifesto” parlava Marx.

I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. […] A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. […] si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'”arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.

Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.

Pasolini passa poi a raccontare il “vuoto del potere” realizzatosi quando i democristiani “sono passati dalla ‘fase delle lucciole’ alla ‘fase della scomparsa delle lucciole’ senza accorgersene.” Questo racconto dà il titolo all’articolo, ma qui ci interessa meno. Mi preme piuttosto sottolineare 2 passaggi che mi sembrano cruciali:

  1. L’unificazione dell’Italia sarebbe – secondo Pasolini – intervenuta soltanto con l’accelerata industrializzazione del boom economico, e attraverso una “mutazione” antropologica più evidente nel Centro-Sud (come infatti è da attendersi per un Paese non ancora unificato): gli italiani “sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo.” Coerentemente marxista (più di tanti intellettuali organici), Pasolini antepone il cambiamento strutturale (l’industrializzazione) a quello sovrastrutturale (l’omologazione culturale trasmessa dalla televisione, ad esempio). Trovo molto bella e pertinente l’osservazione sulla “sociologia che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista.”
  2.  Nel passaggio benessere → sviluppo → genocidio (un passaggio agghiacciante, se vi fermate a riflettere anche solo qualche istante) c’è tutta la radice premoderna e reazionaria del pensiero di Pasolini: lo sviluppo è una perversione del benessere che conduce allo sterminio (penso che PPP avesse in mente il passo del Manifesto di Marx sulle crisi da sovrapproduzione: “Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovraproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio.”). Pasolini legge Marx come un teorico della decrescita: condizione del benessere vero è rinunciare al progresso, cioè ad andare avanti. Se possibile, anzi, tornare indietro, nell’Arcadia dove ci sono ancora lucciole. Una riflessione che dovrebbe farci guardare con cautela anche alla voga corrente che ci invita a guardare al di là della crescita economica e dello sviluppo (magari l’avessimo!) e perseguire il “benessere” o addirittura la “felicità”.

Giusto per farvi passare quello sguardo romantico e quell’espressione un po’ ebete (che ho anch’io, perché anch’io da bambino subivo il fascino delle lucciole e me le facevo mettere in un bicchiere – senza toccarle io perché gli insetti mi fanno orrore), qualche fatto (e non fattoide) sulla vita delle larve di lucciola: si nutrono prevalentemente di lumache e di chiocciole, grandi fino a 200 volte più di loro (ma ovviamente non velocissime nella fuga); le attaccano a morsi e poi iniettano loro (mentre ancora sono vive) un liquido tossico, che distrugge lentamente i tessuti della vittima e li digerisce trasformandoli in un fluido marrone, che la larva di lucciola può succhiare. Certo, la Montedison operava su un’altra scala, ma nel loro piccolo anche le lucciole …

A complicare le cose, in Italia ci sono due generi di lucciole (nessuno dei due è scomparso), entrambi della famiglia Lampyris: la Luciola (Laporte, 1833) e la Lampyris noctiluca:

Luciola

Luciola / curiosando708090.altervista.org

Lampyris noctiluca

Lampyris noctiluca / http://www.acquariodesign.com

Metropolitana di Roma, fermata Termini

Dopo oltre 2 anni di disagi, i lavori per il rifacimento della stazione Termini delle linee metropolitane A e B – iniziati il 10 aprile del 2010 – si avviano alla conclusione. Da sabato 12 maggio è stato riaperto uno degli accessi alla linea A. I lavori dovrebbero essere completati entro l’anno.

Questa la descrizione dei lavori che ho trovato sul sito romametropolitane.it (c’è anche una bella brochure in .pdf che potete scaricare qui):

L’adeguamento del nodo di Termini, di corrispondenza tra la Linea A e la Linea B della Metropolitana di Roma, consiste nel miglioramento e potenziamento complessivo delle sue caratteristiche, sia funzionali che prestazionali. L’intervento è compreso [nel] programma predisposto dal Sindaco in qualità di Commissario Delegato per l’emergenza traffico e mobilità. Le opere previste riguardano l’ammodernamento e il potenziamento dell’impiantistica di stazione e di sicurezza, l’eliminazione di tutte le barriere architettoniche, la realizzazione di opere che accrescano la potenzialità di scambio e il miglioramento della distribuzione dei flussi anche ai fini di facilitare l’evacuazione in caso di emergenza, nonché la riqualificazione degli ambienti interni e della sovrastante piazza dei Cinquecento.

Gli obiettivi dell’intervento possono essere così sintetizzati:

  • potenziamento, riorganizzazione e razionalizzazione dei percorsi al fine di evitare le congestioni, gli intralci e le conflittualità che oggi si manifestano, particolarmente nel collegamento in uscita dalla Linea A alla Linea B;
  • adeguamento alle prescrizioni delle norme sul rischio incendi;
  • superamento delle barriere architettoniche e miglioramento delle caratteristiche di accessibilità al servizio, con particolare riguardo agli utenti a ridotta capacità motoria e visiva;
  • generale ristrutturazione impiantistica e tecnologica;
  • rinnovo delle finiture.

La principale caratteristica funzionale della soluzione progettuale adottata consiste nella separazione dei flussi in ingresso e uscita, mediante la riorganizzazione di tutte le percorrenze interne e soprattutto con la realizzazione di un nuovo percorso di collegamento tra la banchina della Linea A, il piano sottopasso e le banchine della Linea B: vengono così raddoppiati i flussi in uscita dalla Linea A, che dalle simulazioni effettuate risultano l’effettivo aspetto critico fra tutte le percorrenze interne. La realizzazione della nuova galleria è prevista con scavo realizzato in profondità, sotto gli strati archeologicamente fertili. A ciò va aggiunta, sotto il profilo funzionale, la meccanizzazione di tutte le percorrenze interpiano, con inserimento di nuove rampe mobili, sostituzione di quelle esistenti e realizzazione di nuovi ascensori, che permetteranno agli utenti a ridotta capacità motoria di accedere a tutti i livelli del nodo.

Dal punto di vista tecnologico, l’intervento prevede l’istallazione [sic!] di una serie di attrezzature impiantistiche, quali centrali di estrazione fumi, barriere d’aria e impianti di spegnimento, che, unitamente all’utilizzo di materiali ed elementi costruttivi resistenti al fuoco, permette di rispettare pienamente la normativa antincendio vigente. Quanto all’immagine architettonica, lo scopo dell’intervento è di rinnovare le finiture senza però stravolgere l’immagine ormai consolidata, puntando soprattutto su un accorto utilizzo dei materiali, della segnaletica e dei criteri di illuminazione. Pertanto nella Stazione Linea B si è optato per il restauro e la conservazione degli spazi e dei materiali esistenti, mentre nella Stazione Linea A si è optato per la riqualificazione degli spazi e il rinnovo delle finiture, mediante l’impiego di materiali pregiati e di nuova generazione, caratterizzati da ottimo comportamento nei confronti dell’incendio, notevoli proprietà meccaniche nei confronti dell’uso e buona resistenza al vandalismo.

Sono previste inoltre alcune opere di sistemazione dell’area di piazza dei Cinquecento [vi risparmio l’elenco].

Il valore totale dell’investimento ammonta a circa 63 milioni di euro [questo lo lascio perché sarà interessante vedere, a consuntivo, quali siano stati i costi effettivamente sostenuti].

Fermata Termini

wikipedia.org

Sono sicuro che erano tutti interventi necessari, e rinviati per troppo tempo. In particolare, i percorsi di accesso, d’uscita e di collegamento tra le due linee non erano stati progettati per nulla, o erano stati progettati da un incompetente, con il risultato dello “scontro” tra correnti di traffico che procedono in senso contrario in spazi ristretti.

Epperò già si vedono i limiti dell’intervento attuale. Mi limiterò a quelli che tocco con mano nella mia quotidiana esperienza:

  1. continua a piovere nei passaggi sotterranei, in particolare nell’uscita dalla banchina della linea B direzione Rebibbia, appena prima della scala mobile;
  2. la pavimentazione nei classici “bolloni” di gomma sintetica nera, forse giudicati brutti, ma di produzione (e invenzione) italiana e con caratteristiche leggendarie di comfort (spessore e elasticità costanti, per un eccellente comfort durante la camminata; attenuazione efficace del rumore generato dal calpestio; riduzione della scivolosità), durata (resistenza all’usura e all’abrasione, alle bruciature senza segni permanenti e agli agenti chimici e ai prodotti di pulizia, con ridotte esigenze di manutenzione) e sicurezza (oltre a essere dotate di proprietà batteriostatiche e antimicrobiche naturali, in caso d’incendio, i fumi emessi non contengono gas tossici o corrosivi), è stata sostituita con marmettoni di pietra color antracite. Non ne conosco la provenienza e se la cave rispettino criteri ecologicamente sani, ma quel che è certo è che sono scivolosissimi con il bagnato (esperienza condotta di persona!);
  3. le nuove finiture alle pareti – con “l’impiego di materiali pregiati e di nuova generazione, caratterizzati da ottimo comportamento nei confronti dell’incendio, notevoli proprietà meccaniche nei confronti dell’uso e buona resistenza al vandalismo” – sono pannelli di metallo porcellanato bianco applicati sul rivestimento di travertino esistente: il risultato è che aggiungono alle pareti un ingombro di una quindicina di cm, che riduce ulteriormente il già inadeguato spazio disponibile sulle banchine della linea A, affollatissima ogni mattina. Non voglio sembrare menagramo, ma l’incidente è quotidianamente in agguato.

Il futuro del web secondo Google

Google annuncia Knowledge Graph.

Ecco il video di presentazione:

Qui la pagina di presentazione:

Knowledge – Inside Search – Google

When you search, you’re not just looking for a webpage. You’re looking to get answers, understand concepts and explore.

The next frontier in search is to understand real-world things and the relationships among them. So we’re building a Knowledge Graph: a huge collection of the people, places and things in the world and how they’re connected to one another.

This is how we’ll be able to tell if your search for “mercury” refers to the planet or the chemical element–and also how we can get you smarter answers to jump start your discovery.

See it in action

When you search for things, people, or places that Google knows about, we can use the Knowledge Graph to enhance your search results.Find the right thing
The words you search with can often have more than one meaning. With the Knowledge Graph we can understand the difference, and help you narrow your results to find just the answers you’re looking for.

Get the best summary
See key facts about your search with the most useful and interesting information for that particular topic, based on the questions other people have asked.

Go deeper and broader
Make unexpected discoveries and explore a topic more deeply with a springboard of information at your fingertips. What you find may surprise you!

See where your curiosity will take you. Give it a try.

Get answers no matter where you search

This feature is available on desktop, tablet and your smartphone. So wherever you search on Google, you’ll find that answers and discovery are at your fingertips.Learn more.

Knowledge Graph

Insulti shakespeariani

Buon divertimento:

Grazie a Brain Pickings

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Un centauro artificiale italiano

Vi ricordate l’Istituto italiano di tecnologia? Il MIT italiano? Istituito da un Governo Berlusconi nel 2003, localizzato a Genova Bolzaneto (per attrazione gravitazionale di Scajola, o ricordo male?). Chiacchierato e criticato da subito. Poi dimenticato.

A me fa piacere venire a sapere – da un articolo sulla newsletter KurzweilAI – che vi si lavora e vi si sperimenta qualche cosa che attira l’attenzione di qualificati osservatori stranieri. E poi, il video è molto divertente. Giudicate voi stessi.

HyQ

HyQ robot outdoor test (credit: Italian Institute of Technology)

Italian quadruped robot goes for a walk | KurzweilAI

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Researchers from the Italian Institute of Technology took their quadruped robot HyQ for a test run outside the lab for the first time to test new tricks HyQ has learned, including the ability to trot over obstacles without falling, IEET Spectrum Automaton reports.

The robot is still a strange headless creature, and though a sensor head is in the works, this quadruped might get even weirder with a new hardware addition: arms.

The goal: an autonomous, versatile machine capable of running, jumping, and negotiating rough terrain that could find applications in search-and-rescue operations and exploratory missions.

E tra un po’ avrà le braccia, e sarà il primo centauro artificiale.

Il centauro artificiale

IIT

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Stephen Wolfram sul futuro di A New Kind of Science

Oggi A New Kind of Science, il libro di Stephen Wolfram (allora noto “soltanto” per essere il giovane genio che aveva scritto Mathematica, e oggi anche per il successo di Wolfram|Alpha), compie 10 anni. Ha tenuto fede alle attese dell’autore? E quali sono le sue prospettive?

Ce lo dice lui stesso (con la sua consueta candida modestia).

Stephen Wolfram

stephenwolfram.com

Stephen Wolfram Blog : Looking to the Future of A New Kind of Science

Today ten years have passed since A New Kind of Science (”the NKS book”) was published. But in many ways the development that started with the book is still only just beginning. And over the next several decades I think its effects will inexorably become ever more obvious and important.

Indeed, even at an everyday level I expect that in time there will be all sorts of visible reminders of NKS all around us. Today we are continually exposed to technology and engineering that is directly descended from the development of the mathematical approach to science that began in earnest three centuries ago. Sometime hence I believe a large portion of our technology will instead come from NKS ideas. It will not be created incrementally from components whose behavior we can analyze with traditional mathematics and related methods. Rather it will in effect be “mined” by searching the abstract computational universe of possible simple programs.

Chris Pavone – The Expats

Pavone, Chris (2012). The Expats. New York: Crown. 2012. ISBN 9780571279180. Pagine 336. 7,80 €

The Expats

amazon.com

Chi conosce la città del Lussemburgo – e io, ahimè, la conosco piuttosto bene per una frequentazione ormai trentennale – sa che stiamo parlando di una delle città meno eccitanti e più tranquille del vecchio continente e che, quindi, l’idea di ambientarvi un romanzo di spionaggio pare abbastanza improbabile.

Chris Pavone lo fa, e per essere un romanzo di debutto è piuttosto ben scritto e ben costruito. E, ve lo passo confermare, Pavone conosce bene le strade, le case e le tipologie di persone di cui narra.

Essendo un romanzo di spionaggio, non posso raccontarvi nulla.

***

Qualche citazione. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

Nobody dreams of living in Luxembourg. [215]

[…] Social engineering. This is when you manipulate a person to gain access.”
“How do you do that?”
“All the methods revolve around basically the same principle: making people think you’re on their team, when you’re not.”
Social engineering. That had been Kate’s career. [1267]

[…] many people, at a certain point in their lives, begin to measure time not by their own forward progress but by the ages of their children. [1907]

[…] the treacherous coast road in the Cinque Terre […] [2116: uno dei pochi errori materiali del romanzo – la costiera alle Cinque Terre non c’è]

Kate kept returning to the phrase benefit of the doubt. She should give it to Dexter; he should give it to her. This should be in wedding vows. More important than richer or poorer, sickness and health, have and hold, parting at death. Benefit of the doubt. [2512]

[…] along the broad, fast-moving avenue JFK, surrounded by the glass-and-steel office buildings, the glass-and-steel cars, these different shapes and sizes of containers of human life […] [3755]

If not the entire truth, at least some more of it. [5021]

She knows that one of the most dangerous, self-destructive indulgences is to go around proving how smart you are. It’s the type of thing that gets people shot. [5044]

SPOILER
“The Croatian word niko,” Julia adds, “means nobody.” [4839]
SPOILER

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Franck e Ferrè: ancora su creatività, debiti e spalle gigantesche

Al suo ingresso, mentre la signora Verdurin, mostrando le rose che lui aveva mandato il mattino, diceva: «Vi devo sgridare», e gl’indicava un posto vicino a Odette, il pianista suonava per loro due la piccola frase di Vinteuil, che era come l’inno nazionale del loro amore. Attaccava coi tremoli di violino protratti, che durante qualche battuta si sentono soli, occupando tutto il primo piano; poi di colpo sembravano farsi da parte, e molto lontano, d’un colore diverso, nel vellutato d’una luce interposta, come in quei quadri di Pieter de Hooch resi più profondi dalla stretta inquadratura di una porta socchiusa, la piccola frase appariva, danzante, pastorale, intercalata, episodica, appartenente a un altro mondo. Passava in pieghe semplici e immortali, distribuendo qua e là i doni della sua grazia, con un sorriso identico e ineffabile; ma adesso Swann credeva distinguervi del disinganno. Essa sembrava conoscere l’inconsistenza di quella felicità di cui mostrava la via. Nella sua grazia leggera aveva qualche cosa di compiuto, come il distacco che subentra al rimpianto. Ma a lui poco importava, la considerava meno in se stessa — in ciò che poteva esprimere per un musicista che, quando l’aveva composta, ignorava l’esistenza e di lui e di Odette, e per tutti coloro che l’avrebbero ascoltata nei secoli —, e più come un pegno, un ricordo del proprio amore che, anche per i Verdurin e per il giovane pianista, faceva pensare a Odette nello stesso tempo che a lui, li univa; fino al punto che, come Odette lo aveva pregato per capriccio, aveva rinunciato al progetto di farsi eseguire da qualcuno la sonata intera, e continuò a conoscerne solo quel passaggio. «Che bisogno avete del resto?, gli aveva detto lei, il pezzo nostro è questo.» E anzi, soffrendo al pensiero che, nel momento in cui passava così vicina e tuttavia infinitamente lontana e in cui si rivolgeva a loro, essa non li conosceva, Swann arrivava quasi a rammaricarsi del fatto che avesse un significato, una bellezza intrinseca e fissa, estranea a loro; come nei gioielli avuti in dono, e perfino nelle lettere scritte da una donna amata, ce la prendiamo con l’acqua della gemma e con le parole del linguaggio, di non essere fatte unicamente dell’essenza di quel legame passeggero e di quell’essere particolare.





Tutte le volte che ascolto la Sonata per violino e pianoforte di César Franck, non posso fare a meno di pensare alla celebre “piccola frase” che è l’inno nazionale dell’amore tra Odette e Swann. Naturalmente, che lo stesso Proust abbia scritto che la “piccola frase”, il Leitmotiv (o l’idée fixe) sotteso a un amore tra i più celebri della letteratura non è un tema della Sonata di Franck è un dato di fatto (che io rispetto proprio perché assolutamente irrilevante). Su un piano più elevato della realtà (sto parodiando una certa critica e una Weltanschauung idealistica, ma non senza una piccola vena di serietà), quello cioè delle associazioni profondamente radicate, la Sonata di Franck e quella di Vinteuil restano sovrapposte per sempre, perché anche noi ci rammarichiamo, con Swann, che possa esistere un significato, una bellezza intrinseca e fissa, una realtà, estranei alla nostra esperienza e alla nostra memoria. Tempo perduto e ritrovato.

Scrive lo stesso Proust in una lettera ad Antoine Bibesco:

Tra il 21 settembre e il 4 ottobre 1915 ?
Caro Antoine,
solo due righe perché sto malissimo. Volevo ringraziarti e dirti che la Sonate di Vinteuil non è quella di Franck. Se la cosa ti interessa, ma non penso, ti dirò con il testo alla mano tutte le opere che hanno “posato” per la mia Sonata.
La “piccola frase” è una frase della Sonata per piano e violino di Saint-Saëns che ti canterò (trema!).
I sovrastanti tremoli sono di un Preludio di Wagner, gli alti e bassi lamentosi dell’inizio sono della Sonata di Franck, i movimenti spaziati della Ballata diFauré, e via dicendo. E la gente crede che queste cose si scrivano per caso, per facilità di vena.
Affettuosità ai due fratelli. [Antoine ed Emmanuel Bibesco]
Marcel

Come commenta questo bel sito su Proust:

La Sonata di Franck ha sicuramente ispirato quella di Vinteuil, ma la piccola frase nella quale si riflette la passione di Swann per Odette non appartiene ad un solo musicista. Per immaginarla, bisognerebbe “comporla” con la musica di Saint-Saëns, Fauré, Franck, Wagner, Schubert. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]

C’é molto di César Franck, nel personaggio di Vinteuil.
Sono entrambi insegnanti di pianoforte e organisti: Vinteuil ha composto la “Variation religieuse pour orgue” così come Franck i corali per organo; Vinteuil è modesto come lo era Franck, come lui misconosciuto per molto tempo pur avendo scritto opere la cui ricchezza e novità non le rendevano accessibili che a una piccola cerchia di musicofili. [http://www.marcelproust.it/musica/franck.htm]

Basta là. Tutta questa è una lunga digressione. C’è un altro prestito di César Franck alla cultura del Novecento, forse meno importante in assoluto, ma con una certa importanza per me, che penso di averla scoperta (ma forse mi illudo di essere stato il primo). E che in ogni caso ci permette di riprendere il discorso su creatività e debiti verso i predecessori su cui sono intervenuto più volte: ad esempio, su Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria e Sulle spalle dei giganti.

Forse vale la pena di seguire il percorso che mi ha portato alla scoperta.

Nel 1970 il cantautore francese Léo Ferrè registrò una canzone che aveva scritto l’anno prima. La canzone divenne un classico (in Francia l’eseguirono, tra gli altri, Catherine Sauvage, Dalida, Jane Birkin, Philippe Léotard, Renée Claude, Henri Salvador, Catherine Ribeiro, Juliette Gréco,Alain Bashung, Michel Jonasz, Belinda Carlisle, Abbey Lincoln, Mônica Passos). In Italia la cantarono Patti Pravo e Dalida e, mi pare, anche Gino Paoli.

Io, vi devo confessare, la trovavo allora e la trovo ancora una canzone deprimente. Però è stata per un po’ un tormentone (tutti dicevano che Léo Ferrè era una grande profeta anarchico e ne contrapponevano la presunta profondità alla superficialità della musica che ascoltavamo noi – il 1970 è stato l’anno di Bridge over Troubled Waters di Simon & Garfunkel, di Let It Be dei Beatles, di Layla dei Derek and the Dominoes con Eric Clapton, di Voodoo Chile di Jimi Hendrix, e mi pare quindi che la musica che ascoltavamo noi non fosse seconda a quella di Léo Ferrè).

Qualche anno dopo ho trovato sorprendente che la “piccola frase” di Avec le temps sia tratta da un’altra composizione di César Franck, il Preludio Corale e Fuga. Godetevelo nell’interpretazione di Sviatoslav Richter (la piccola frase la si sente la prima volta dopo 20″ dall’inizio del secondo video).


Monti e Russell: un decalogo liberale

Si discute forsennatamente, ma senza molto costrutto, su se e quanto Mario Monti sia un liberale, e su come – ammesso che lo sia – abbia potuto nel 1994 votare per Berlusconi (un esempio per tutti, l’articolo non particolarmente felice di Michele Fusco su Linkiesta del 3 maggio 2012, Professor Monti, davvero nel ’94 un liberale credeva in Berlusconi?). Altri si chiedono se invece (addirittura) non sia massone [uno dei commenti all’articolo di Fusco, firmato da Ecoluso, afferma: “Monti si professa liberale per lo stesso motivo per cui Berlusconi si professa tale: va di moda così. Monti era legato a doppio filo alla DC (partito dalle profonde radici liberali, come insegna la storia dell’Iri …) e in particolare è stato lungamente consulente di Cirino Pomicino. Che ci sia di liberale in tutto questo è per me un mistero. C’è molto di massonico nel suo modo di fare e di costruire gruppetti ristretti, associazioni e relazioni. Lui dice di non essere massone; va beh, crediamogli fino a conclamata prova contraria. Per il resto se il primo governo liberale di degli ultimi decenni è formato da Polillo, Martone, Patroni Griffi, Ornaghi, Milone, Gnudi & co. …che altro c’è da aggiungere sugli afflati liberali di Monti?”].

Mario Monti

Personalmente ritengo – senza avere altri elementi se non il sapere che Mario Monti è stato alunno dei Gesuiti al Leone XIII di Milano e che tuttora li frequenta avendo partecipato nel giugno dello scorso anno al cinquantennale della sua maturità classica, come frequenta anche la vicina Parrocchia di S. Pietro in Sala – che difficilmente può essere un massone (se non forse nel senso in cui Castellitto, in Caterina va in città, parla di conventicole).

Certo è anche che sul significato di liberale l’equivoco è in agguato, anche a causa di una certa ambiguità semantica del termine e del diverso significato che assume nella cultura politica italiana e in quella anglosassone.

Per il Vocabolario Treccani, liberale è aggettivo che deriva “dal latino liberalis «proprio di uomo libero», quindi «nobile, generoso»; il significato politico è della fine del ’700″. E infatti, il significato che interessa a noi è soltanto il 4° tra quelli proposti dal Vocabolario:

4. a. Che s’ispira ai principî etici del liberalismo, basati sul rispetto e sulla difesa della libertà individuale e della libera iniziativa economica: l’ideologia liberale; i movimenti liberali; leggi, riforme liberali; Partito liberale, nome di varî partiti europei ispirati all’ideologia liberale; il Partito Liberale. Italiano (sigla PLI), fondato nel 1924; i deputati liberali; la politica liberale. Cattolicesimo liberale, corrente del cattolicesimo sorta e sviluppatasi nel secolo 19°, caratterizzata da un atteggiamento di accettazione delle dottrine politiche proprie del liberalismo. Per socialismo liberale, vedi socialismo.
4. b. Come sostantivo, chi appartiene al partito liberale o comunque aderisce al liberalismo: un liberale di vecchio stampo; le idee sostenute dai liberali; la politica dei liberali.

Secondo l’Oxford English Dictionary, il primo significato dell’aggettivo liberal è:

  1. willing to respect or accept behaviour or opinions different from one’s own; open to new ideas:
    liberal views towards divorce

    • favourable to or respectful of individual rights and freedoms:
      liberal citizenship laws 
    • (in a political context) favouring individual liberty, free trade, and moderate political and social reform:
      a liberal democratic state
    • (Liberal) relating to Liberals or a Liberal Party, especially (in the UK) relating to the Liberal Democrat party: the Liberal leader
    • Theology regarding many traditional beliefs as dispensable, invalidated by modern thought, or liable to change.

Se ci spostiamo negli Stati Uniti, liberal assume in politica un significato vicino a quello di progressista e la definizione forse più significativa l’ha data John F. Kennedy:

[…] someone who looks ahead and not behind, someone who welcomes new ideas without rigid reactions, someone who cares about the welfare of the people — their health, their housing, their schools, their jobs, their civil rights, and their civil liberties — someone who believes we can break through the stalemate and suspicions that grip us in our policies abroad, if that is what they mean by a ‘Liberal’, then I’m proud to say I’m a ‘Liberal’. [citato in Eric Alterman, Why we’re liberals: a political handbook for post-Bush America (2008) p. 32]

Un altro famoso liberal, l’economista premio Nobel Paul Krugman l’ha ripresa quasi letteralmente:

I believe in a relatively equal society, supported by institutions that limit extremes of wealth and poverty. I believe in democracy, civil liberties, and the rule of law. That makes me a liberal, and I’m proud of it. [Paul R. Krugman, The conscience of a liberal (2007) p. 267]

Bertrand Russell

wikipedia.org

Un altro famoso liberal in quest’ultima accezione del termine, questa volta inglese, Bertrand Russell, ha formulato questo decalogo del liberalismo a conclusione di un articolo pubblicato sul The New York Times Magazine il 16 dicembre 1951 e intitolato “The Best Answer to Fanaticism – Liberalism; Its calm search for truth, viewed as dangerous in many places, remains the hope of humanity“:

Perhaps the essence of the Liberal outlook could be summed up in a new decalogue, not intended to replace the old one but only to supplement it. The Ten Commandments that, as a teacher, I should wish to promulgate, might be set forth as follows:

  1. Do not feel absolutely certain of anything.
  2. Do not think it worth while to proceed by concealing evidence, for the evidence is sure to come to light.
  3. Never try to discourage thinking for you are sure to succeed.
  4. When you meet with opposition, even if it should be from your husband or your children, endeavor to overcome it by argument and not by authority, for a victory dependent upon authority is unreal and illusory.
  5. Have no respect for the authority of others, for there are always contrary authorities to be found.
  6. Do not use power to suppress opinions you think pernicious, for if you do the opinions will suppress you.
  7. Do not fear to be eccentric in opinion, for every opinion now accepted was once eccentric.
  8. Find more pleasure in intelligent dissent than in passive agreement, for, if you value intelligence as you should, the former implies a deeper agreement than the latter.
  9. Be scrupulously truthful, even if the truth is inconvenient, for it is more inconvenient when you try to conceal it.
  10. Do not feel envious of the happiness of those who live in a fool’s paradise, for only a fool will think that it is happiness.

Ho trovato questo prezioso decalogo, in cui mi riconosco molto, grazie al bel sito di Maria Popova, che vi raccomando vivamente: A Liberal Decalogue: Bertrand Russell’s 10 Commandments of Teaching | Brain Pickings.