Perché non mi puzzano le ascelle

Ci sono delle fortunate persone – e io sono una di quelle – cui non puzzano le ascelle.

the-scientist.com / FLICKR, GREGG O’CONNELL

Finora non si sapeva con certezza il perché, ma una ricerca pubblicata il 17 gennaio 2013 sul Journal of Investigative Dermatology svela l’arcano: dipende dal polimorfismo di un singolo nucleotide (single-nucleotide polymorphism-SNP) localizzato nel gene ABCC11. L’allele rs17822931 A era già stato collegato all’odore delle ascelle (e al tipo di cerume), ma ora uno studio condotto su 17.000 persone mostra come tra le persone con 2 copie del gene sono 5 volte più frequenti coloro che non usano deodorante perché non ne avvertono la necessità, rispetto a coloro che non hanno questo allele o ne hanno una sola copia.

L’80% di coloro che hanno la coppia AA dell’allele, pur non emanando il tipico puzzo d’ascella, usa egualmente il deodorante: potenza della pubblicità! Purtroppo, il 5% di coloro che non hanno la coppia AA (e dunque puzzano!) non usa deodorante.

Ultima curiosità: l’allele A è più frequente nelle popolazioni dell’Asia dell’est.

Ho trovato la notizia qui: Genetic Deodorant | The Scientist Magazine®.

A single-nucleotide polymorphism (SNP) located in the ABCC11 gene dictates whether or not a person is likely to stock up on deodorant, according to a study published this week (January 17) in the Journal of Investigative Dermatology.

The variant, known as the rs17822931 A allele, has previously been linked to underarm odor (and earwax type), and now researchers at the University of Bristol in the United Kingdom have put it to the test. Drawing from data on some 17,000 people taking part in the Avon Longitudinal Study of Parents and Children, the team found that people carrying two copies of the A allele are five times more likely to never use deodorant or use it very infrequently, as compared to those carrying only one or no copies of the A allele.

Still, however, nearly 80 percent of white European AA individuals used deodorant. Worse, perhaps, some 5 percent of non-AA, or odor-producing, people did not use deodorant. “This is likely driven by sociocultural factors,” the authors wrote. “On the basis of genotype (and/or dry earwax), this group could elect to abandon the chemical exposures and costs of deodorant use. This represents a potential application of personalized genetics in personal hygiene.”

An interesting aside: there is ethnic diversity at the rs17822931 locus, with east Asians tending to have a higher than average frequency of allele A.

L’articolo originale del Journal of Investigative Dermatology, di Santiago Rodriguez, Colin D. Steer, Alexandra Farrow, Jean Golding e Ian N. M. Day, è disponibile liberamente qui: Dependence of Deodorant Usage on ABCC11 Genotype: Scope for Personalized Genetics in Personal Hygiene.

Gli ultimi uomini e la caduta degli dei

Soltanto nel corso degli anni Trenta gli occidentali scoprirono che le montagne all’interno della Nuova Guinea, finora ritenute inospitali e disabitate, erano invece la patria di numerose bande e tribù di aborigeni. Lo racconta Jared Diamond nel suo nuovo libro, The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies?.

Diamond ci invita anche ad assumere la prospettiva non degli esploratori occidentali, ma degli aborigeni stessi, che fino a quel momento avevano ritenuto di essere l’unico popolo esistente e non avevano neppure sospettato che potessero esistere altri uomini. La prima reazione fu di spavento e terrore, come reagiremmo noi se sbarcassero degli extraterrestri da un’astronave. Anzi, molto di più: perché noi almeno alla possibilità che gli extraterrestri esistano e possano un giorno arrivare qui siamo preparati da migliaia di narrazioni.

smh.com.au

Alcuni dei resoconti (uno per tutti: First Contact di Rob Connolly e Robin Anderson) hanno intervistato, molti anni dopo, alcuni dei protagonisti. Uno di loro racconta che, oltre a credere di essere soli al mondo, il suo popolo credeva che dopo la morte la pelle degli uomini diventasse bianca ed essi si trasferissero «in quell’altro posto», la terra dei morti. E che quindi gli esploratori occidentali, grossi e bianchi, fossero – si direbbe a Roma – “l’anime de li mortacci loro”. Probabilmente a questa credenza gli esploratori dovettero la vita.

Gli aborigeni cercarono dunque per prima cosa di collocare i visitatori all’interno del loro sistema di credenze e di categorie: sono umani come noi? che cosa sono venuti a fare qui? sono gli esseri immortali che vivono in cielo? sono spiriti? sono i fantasmi degli antenati?

A questo scopo, ne osservarono attentamente il comportamento e le abitudini e – dopo che se ne erano andati – passarono al setaccio tutto quello che avevano lasciato al loro campo. Nelle latrine, gli escrementi erano perfettamente uguali a quelli degli abitanti del villaggio. Alcune giovanette che si erano accompagnate sessualmente con gli esploratori riferirono che anche i genitali erano simili a quelli degli uomini della tribù. “Non sono dei o spiriti, sono uomini come noi,” conclusero saggiamente gli anziani.

Il cubetto di ghiaccio che ti avverte se stai bevendo troppo

Lo scorso novembre Dhairya Dand, studente al MIT, è andato in come etilico durante una festa. Un brutto campanello d’allarme.  In 3 settimane ha realizzato un cubetto di ghiaccio, Cheers, che – oltre a pulsare al ritmo della musica – cambia colore, dal verde al rosso, via via che bevi. Raggiunto un valore soglia, invia un SMS a una persona individuata in precedenza.

Credit::Cheers

Basato su una gelatina commestibile, qualche LED, un accelerometro, un timer e un trasmettitore è poco più che un giocattolo, o forse è una burla: come distinguere un sorso da una semplice oscillazione del bicchiere a ritmo di musica? come valutare la gradazione alcolica della bevanda? come tenere conto del sesso e della massa corporea del bevitore?

Ho ripreso la notizia da Salon (Super smart ice cube warns you when you drink too much – Salon.com) e da Popular Science (Glowing Ice Cubes Warn You When You Drink Too Much | Popular Science).

Emmanuel Carrère – Limonov

Carrère, Emmanuel (2011). Limonov (trad. F. Bergamasco). Milano: Adelphi. 2012. ISBN 9788845973291. Pagine 356. 11,99 €

amazon.com

I miei lettori – qualcuno più dei 25 che con ironica modestia si attribuiva Manzoni, a dare retta alle statistiche di WordPress – e soprattutto il diretto interessato sanno che ho, in un paio di occasioni (qui e qui), reso nota su questo blog la mia insofferenza per lo stile di conduzione di Attilio Scarpellini della trasmissione mattutina di Rai Radio3 Qui comincia.

E invece qui voglio ringraziarlo pubblicamente per aver segnalato questo libro nella trasmissione dello scorso 3 gennaio 2013 (se volete, potete ascoltare il podcast).

Avevo già incontrato una volta Carrère nelle mie letture, e ancora prima nelle mie visioni cinematografiche. Carrère, infatti, è l’autore di L’avversario (L’adversaire), da cui è stato tratto nel 2002 l’omonimo bellissimo film di Nicole Garcia interpretato da un grandissimo Daniel Auteuil.

Jean-Marc Faure vive in Franca Contea, nei pressi del confine con la Svizzera, assieme alla moglie Christine e i piccoli Alice e Vincent. Da parecchi anni finge di essere ciò che non è: un medico e ricercatore presso l’OMS di Ginevra. Anche i genitori, i suoceri, gli amici e tutti quelli che lo conoscono lo pensano tale, e lui, apparentemente insospettabile, gode di una stima indiscussa.
In realtà ha smesso di dare esami al secondo anno di Medicina, e da allora ha mentito trascinando se stesso e gli altri in un vortice della menzogna da cui non può ormai più uscire. Ogni mattina parte “per il lavoro”, salvo poi sostare per ore in parcheggi fuori mano o affittare stanze d’albergo quando simula improvvise partenze per l’estero, o farsi vedere a Ginevra nei rari casi in cui ha dovuto concordare un appuntamento. Nei frequenti momenti di solitudine cresce in lui il tormento per una vita fittizia che comincia a condurlo, già fragile ab origine, nel baratro della pazzia.
I pochi soldi che è riuscito ad ottenere con la truffa (prevalentemente prestiti) stanno volgendo al termine e la moglie comincia ad avvicinarsi alla verità. Jean-Marc, allora, decide: un giorno di gennaio stermina la famiglia, qualche ora più tardi sopprime i genitori e durante la sera tenta di uccidere anche l’amante Marianne. Poi, per completare il folle disegno, dà fuoco alla casa e ingerisce barbiturici scaduti. Nello sconcerto generale vengono rinvenuti i cadaveri mentre i pompieri portano in salvo lo sventurato pseudo-dottore. (Wikipedia)

Per quanto agghiacciante (anche climaticamente) sia la trasposizione cinematografica, la storia vera raccontata da Emmanuel Carrère lo è ancora di più. E lo è, secondo me, non tanto perché – a differenza di quanto accade nel film – Carrère con cambia nessun nome e nessuna circostanza, ma aderisce con scrupoli da giornalista investigativo a ogni dettaglio, che cerca di ricostruire e chiarire quanto meglio è possibile, ma soprattutto perché “entra” personalmente nella storia che racconta, raccontandoci che cosa stava facendo quando ha sentito per la prima volta del tragico fatto di cronaca, confrontando la sua vita ed esperienza personale con le vicende narrate (come quando si mette un oggetto conosciuto vicino a un manufatto archeologico e a  uno scheletro di dinosauro per farcene apprezzare meglio le dimensioni), seguendo da vicino il processo. Diamogli la parola.

Il 9 gennaio 1993, Jean-Claude Romand ha ucciso moglie, figli e genitori. Poi ha tentato, invano, di suicidarsi. L’indagine ha rivelato che non era un medico come aveva sempre sostenuto e, cosa ancor più difficile da credere, non era nient’altro. Mentiva da diciotto anni, ma la sua menzogna non copriva nulla. Quando stava per essere scoperto, ha preferito sopprimere tutte le persone di cui non avrebbe mai potuto reggere lo sguardo. E’ stato condannato all’ergastolo. Io sono entrato in contatto con lui, ho assistito al suo processo. Ho tentato di raccontare con precisione, giorno dopo giorno, questa vita di solitudine, d’impostura e d’assenza. Di immaginare cosa gli passava per la testa durante le lunghe ore vuote, senza progetti né testimoni, che avrebbe dovuto trascorrere al lavoro e invece passava nei parcheggi autostradali o nel boschi del Jura. Di capire che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi ha toccato cosi da vicino. E tocca, credo, ciascuno di noi. [dalla quarta di copertina]

Ecco, con Limonov Carrère realizza un’operazione simile. Eduard Limonov è anche lui una persona vera e vivente, non un personaggio da romanzo (qui sotto la vediamo quando, non più tardi del 31 dicembre 2012, viene arrestato dalla polizia russa in una manifestazione contro Putin).

L’arresto di Limonov, il 31 dicembre 2012 (radio3.rai.it)

Ma Carrère ne fa un ritratto iperrealistico, una statua più grande del vero. Penso che si possa inventare per questo libro il termine meta-iperrealismo, perché Ed Limonov stesso è un’invenzione di Eduard Savenko, un’invenzione prima biografica che letteraria. Bigger than life, si dice in inglese. E perché lo stesso Limonov è autore di oltre 50 volumi e biografo di sé stesso: e questo mi sembra tutt’altro che secondario. Anzi è probabilmente la vera sfida che ha stimolato Carrère: scrivere qualche cosa di nuovo e di diverso, se non di definitivo, su un uomo che di sé ha scritto (e vissuto) tutto e il suo contrario. Diamo, ancora una volta, la parola allo stesso Carrère:

Limonov […] è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio. Comunque, […] ho pensato che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale. [357]

Il libro è – secondo me – molto bello: si legge d’un fiato e la scrittura di Carrère mi piace. Mi piace anche la traduzione di Francesco Bergamasco, salvo che per 2 dettagli cui, da incorreggibile pedante, attribuisco la massima importanza: l’uso dell’orrendo e burocratico prosieguo (pos. 4465: eppure poteva scrivere “nel resto della serata”) e una curiosa frase in cui i pesci si puliscono asportandone le branchie [pos. 4653: non sarebbe stato più igienico e ragionevole “asportarne le interiora”? Che cosa aveva scritto Carrère?). La cosa migliore che potete fare è andarlo a leggere direttamente, lasciando perdere le mie elucubrazioni.

* * *

Nel caso invece siate rimasti qui: se gironzolate un po’ su YouTube, le interviste a Carrère e al suo Limonov non mancano. Il 16 dicembre 2012 è anche stato intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa?

Ma mi sembra più divertente sentire come the one and only Ed Limonov ha commentato il Premio Renaudot vinto da Carrère per il libro su di lui:

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Qualche citazione (riferimento come sempre alle posizioni sul Kindle).

[…] questa storia dell’opposizione democratica in Russia è come l’arrocco nella dama: un espediente non contemplato dalle regole del gioco, che non ha mai funzionato e non funzionerà mai. [262]

Eduard non ne conosce altri: le famiglie di ufficiali e sottufficiali che abitano nel palazzo dell’NKVD, in via dell’Armata Rossa, si frequentano solo tra loro e hanno scarsa considerazione per i civili, individui frignoni e indisciplinati che si fermano senza preavviso in mezzo al marciapiede, costringendo a modificare la sua traiettoria il soldato che invece cammina con andatura regolamentare, costante e sostenuta: sei chilometri all’ora. Così camminerà Eduard sino alla fine dei suoi giorni. [445: anch’io, per quello che conta, ho fatto dei 6 km/h una regola di vita…]

Eduard capisce allora una cosa fondamentale, ossia che ci sono due categorie di persone: quelle che si possono picchiare e quelle che non si possono picchiare, non perché siano più forti o meglio allenate, ma perché sono pronte a uccidere. È questo il segreto, l’unico, e il bravo piccolo Eduard decide di passare nella seconda categoria: sarà un uomo che nessuno colpisce perché tutti sanno che è capace di uccidere. [537]

«Agisci con coraggio e decisione, senza aspettare che ci siano tutte le condizioni ideali, perché le condizioni ideali non esistono» [590]

Nel mondo dei «decadenti» di Char’kov, infatti, il genio ha il dovere di essere non soltanto misconosciuto ma anche avvinazzato, eccentrico, disadattato. [856]

Il grande adagio dell’epoca, equivalente al nostro «lavorare di più per guadagnare di più», era: «Noi facciamo finta di lavorare e loro fanno finta di pagarci». Non è uno stile di vita esaltante, ma comunque funziona: si tira avanti. Non ci sono pericoli reali, a meno che uno non sia un vero piantagrane. Tutti se ne sbattono di tutto e, chiusi in cucina, rifanno dalle fondamenta un mondo che, a meno di non chiamarsi Solženicyn, si è certi resterà immutato per secoli, perché la sua ragion d’essere è l’inerzia. [974]

Il fatto è che a Eduard non piacciono i culti di cui non sia lui il destinatario. [1257: ne conosco più d’uno…]

A Saltov nessuno ha mai visto né vedrà mai un posto come quello. Nessuno tra gli invitati dei Liberman ha la più pallida idea di che cosa sia Saltov. Lui solo conosce entrambi i mondi, ed è questa la sua forza. [1562]

Uno dei migliori ricordi della vita di Eduard è quello di avere inculato Tanja davanti alla televisione, alla faccia del profeta che arringava l’Occidente e ne stigmatizzava la decadenza. [1610]

Per come la vede Eduard, in amore c’è chi dà e chi riceve, e lui ritiene di aver già dato abbastanza. [1809]

[…] la botte schifosamente piena e la moglie completamente ubriaca […] [2265]

[…] penso che quest’idea – ripeto: «L’uomo che si ritiene superiore, inferiore o anche uguale a un altro non capisce la realtà» — rappresenti il vertice della saggezza e non basti una vita a farsene permeare, ad assimilarla, a interiorizzarla in modo che cessi di essere un’idea e plasmi invece il nostro modo di vedere e di agire in ogni situazione. [2522]

Si sono separati più volte, e più volte rimessi insieme, secondo il classico schema: né con te, né senza di te. [2618]

E non a George Orwell, ma a Pjatakov, un compagno di Lenin, si deve questa frase straordinaria: «Se il partito lo richiede, un vero bolscevico è disposto a credere che il nero sia bianco e il bianco nero». [2699]

[…] c’era dentro di lui un pagliaccio amaro e autolesionista che boicottava l’opera delle fate buone che si erano chinate sulla sua culla. [2787]

Se mi considero incapace di ogni violenza gratuita, riesco pure a immaginare facilmente – forse troppo – le ragioni o le concatenazioni di eventi che in altre epoche avrebbero potuto spingermi al collaborazionismo, allo stalinismo o alla rivoluzione culturale. Forse tendo anche troppo a chiedermi se fra i valori accettati senza discutere dal mio ambiente – i valori che le persone del mio tempo, del mio paese e della mia classe sociale giudicano irrinunciabili, eterni e universali – non possa essercene qualcuno che un giorno risulterà grottesco, scandaloso o semplicemente sbagliato. [3428]

I moldavi erano talmente poveri che sognavano di ridiventare romeni, il che è tutto dire. [3816]

Apofatico

Ho imparato una parola nuova, apofàtico.

Secondo il Vocabolario Treccani:

apofàtico agg. [dal gr. ἀποϕατικός «negativo», der. di ἀπόϕημι «negare», ἀπόϕασις «negazione»] (pl. m. –ci). – Nella logica aristotelica, di giudizio che nega l’appartenenza di un predicato a un soggetto. Teologia apofatica, quella che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, dicendo ciò che Dio non è.

Il contrario di apofatico è catafatico (sempre dal Vocabolario Treccani):

catafàtico agg. [dal gr. καταϕατικός «affermativo», der. di κατάϕημι «affermare»] (pl. m. –ci), non comune. [eh già, perché invece apofatico è sulla bocca di tutti – nota mia] – Termine usato quasi esclusivamente nella locuzione teologia catafatica, teologia che svolge il discorso su Dio attribuendo a lui, in sommo grado, tutti i valori; si contrappone come metodo alla teologia apofatica o negativa (con la quale però storicamente a volte si integra).

Curiosamente, su questi aspetti teologici l’Enciclopedia Treccani online si perde in una curiosa circolarità. Infatti:

Catafatica, teologia Teologia che attribuisce in sommo grado a Dio, come causa prima di tutto il creato, le qualità positive che connotano le creature. Si contrappone (ma storicamente a volte si integra) alla teologia apofatica o negativa.

Apofatico Nella logica aristotelica, riferito a ciò che separa una cosa da un’altra, che nega l’appartenenza di un predicato a un soggetto. La teologia apofatica (in opposizione alla catafatica) è quella che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, dicendo ciò che Dio non è. [è quello che aveva già detto nel Vocabolario e non mi sembra ci faccia fare molti passi in avanti – nota mia]

Per fortuna su questa teologia apofatica ci viene in soccorso Wikipedia:

La teologia affermativa, positiva o catafatica, detta anche catafatismo (dal greco antico katàphasis, che significa “affermazione”), è un metodo teologico che sostiene la conoscibilità di Dio attraverso la ragione e il contatto con la realtà. Il Creato, visto come opera di Dio, diventa lo strumento attraverso cui è possibile individuare gli attributi del Creatore. Questa teoria, nota pure come via positionis o affirmationis, ha per contraltare l’apofatismo già nel Peri hermêneias (De Interpretatione) della Logica (Organon) di Aristotele e si è poi sviluppata eminentemente nel contesto della Scolastica medievale.

La teologia negativa è un tipo di riflessione religiosa e filosofica che si propone di indagare Dio secondo una prospettiva puramente logico-formale, prescindendo totalmente da contenuti sostanziali.
Dio viene studiato cioè come il limite estremo su cui il pensiero logico si attesta e oltre il quale non può andare, dovendo da lì in poi cedere il passo alla fede e a un sapere rivelato. Secondo l’argomento ontologico utilizzato da vari filosofi, infatti, la logica riuscirebbe al massimo ad affermare che Dio non può non essere; per il resto, non ci può dire cosa è Dio, ma ci dice cosa Egli non è. Il metodo negativo, altrimenti noto come via negationis, consiste in definitiva nello studiare e nel definire una realtà a partire unicamente dal suo contrario. Di qui la valorizzazione del limite, dell’errore che pur opponendosi alla verità, permette in qualche modo di circoscriverla. La ragione umana mira così ad avvicinarsi all’Assoluto proprio grazie alla consapevolezza di essere fallibile e limitata. Diventare coscienti di un limite, infatti, è già un modo di trascenderlo e di superarlo. [questo è soltanto l’inizio della voce, che poi percorre la la storia della via negationis da Plotino a Heidegger]

L’apofatismo (dal greco ἀπό φημι che significa letteralmente lontano dal dire, non dire) è un metodo teologico secondo il quale Dio è del tutto inconoscibile attraverso la razionalità, perché trascende la realtà fisica e le capacità cognitive umane.
In quest’ottica, l’approccio più adeguato a Dio è quello che prevede il silenzio, la contemplazione e l’adorazione del mistero, e prescinde cioè da qualsivoglia processo di speculazione o indagine razionale dell’essere divino.
Questa teoria è l’esatto contrario del catafatismo della teologia affermativa, la quale prevede la conoscibilità di Dio attraverso l’uso della ragione e dell’intelletto.
La teologia negativa, tuttavia, che si serve di un tale metodo apofatico, ammette in parte la possibilità di un esercizio discorsivo e razionale per avvicinarsi a Dio, non dicendo cosa Egli è, ma dicendo cosa Egli non è. Essa culmina comunque nel silenzio.

Prima di culminare anche noi nel silenzio, due citazioni.

La prima è di Luigi Lombardi Vallauri, di cui ignoravo tutto fino a qualche minuto fa, ma che ha scritto un libro (pare importante, lo dico senza alcuna ironia) intitolato Nera Luce: Saggio su cattolicesimo e apofatismo:

La mia posizione filosofica generale si chiama apofatismo. Sostengo che l’esercizio strenuo della razionalità in merito agli interrogativi ultimi sulla vita non approda a idee chiare e distinte ma all’irrappresentabile. Anche la singolarità iniziale del Big Bang, preceduta dal puro nulla, è irrappresentabile, come tutte le soluzioni che abbiamo sull’origine dell’universo. L’apofatismo è la nube della non conoscenza, ma non per sfiducia nella ragione.

La seconda è una nota e bellissima poesia di Eugenio Montale, che propongo di eleggere a inno dell’apofatismo.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

virna-ogniricciouncapriccio.blogspot.com

Apofatici di tutto il mondo, uniamoci. Ma nel silenzio.

Perché stando a lungo in acqua vengono le righe sui polpastrelli?

È un argomento che mi perseguita e mi assilla da qualche decina d’anni. Fin da bambino, facendo il bagno in mare, a un certo punto i genitori mi intimavano: «Fammi vedere i polpastrelli!» Se erano segnati da profonde scanalature verticali (il che avveniva senza fallo) significava che era ora di uscire dall’acqua.

the-scientist.com/images / FLICKR, MEDDYGARNET

Non crediate che non mi sia e che abbia chiesto il perché. Le mie mattinate sulla spiaggia era un lungo fastidio (con la carnagione chiara e delicata la combinazione tra sole crema antisolare e sabbia è una tortura) interrotto da un brevissimo bagno alle 11:30. Del pomeriggio non parliamo neppure: riposino obbligatorio (non ho mai chiuso occhio) e poi per il bagno era troppo tardi. Di mattina, la lunga attesa era dovuta al rischio di congestione: non sapevo bene che cosa fosse, ma implicava una brutta morte, pare. Ma le scanalature dei polpastrelli? Che rischi comportavano?

Crescendo, divenuto un adolescente ribelle e soprattutto da quando mi sono sottratto alla patria potestà durante le vacanze (voglio dire, quando ho cominciato ad andare al mare con gli amici in campeggio e non con i genitori) sono stato in acqua mattina e pomeriggio per tutto il tempo che mi andava, con le dita così scanalate da far temere una trasformazione in pinne. All’altra regola, quella delle 2 ore dopo aver mangiato, mi sono sempre attenuto, perché ogni estate i giornali pubblicavano notizie di bagnanti stroncati dalla famigerata congestione. Ma non ho mai letto nulla su morti, e nemmeno su ricoveri al pronto soccorso, di persone che avevano disatteso il puntuale invito a uscire dall’acqua discretamente inviato dai polpastrelli.

Mi ero anche dato una spiegazione del fenomeno che ritenevo razionale: i polpastrelli si scanalano perché la pelle glabra delle palme delle mani e dei piedi è relativamente permeabile, si gonfia un po’ d’acqua e distendendosi si increspa (una superficie di pelle più ampia è confinata nello stesso spazio e si corruga, come accade nell’orogenesi). Un mio amico medico aveva confermato la mia ipotesi.

Che però è sbagliata (anche se è stata la spiegazione prevalente fino a poco tempo fa). Uno studio pubblicato ieri (8 gennaio 2013) sulle Biology Letters della gloriosa Royal Society britannica (una preziosa fonte di informazioni, di cui ci siamo già occupati qui) propone una nuova spiegazione: il fenomeno non è l’effetto di un rigonfiamento osmotico dello strato corneo (il più esterno) della pelle dei polpastrelli, ma – al contrario – di una riduzione del volume della carne dei polpastrelli, dovuto a una vasocostrizione indotta dal sistema nervoso autonomo. Il fatto che si tratti del risultato di un’azione del sistema nervoso, piuttosto che di una semplice reazione fisica (il rigonfiamento osmotico), rende più probabile che si tratti di un adattamento funzionale al contatto con l’acqua. Ma con quale funzione?

Lo studio di Kyriacos Kareklas, Daniel Nettle e Tom V. Smulders del Centro di scienze del comportamento e dell’evoluzione dell’Istituto di neuroscienze dell’Università di Newcastle (si può gratuitamente scaricare il .pdf dell’articolo Water-induced finger wrinkles improve handling of wet objects) avanza l’ipotesi che le rughe sui polpastrelli migliorino la manipolazione di oggetti sommersi o bagnati e la sottopone a test con un ingegnoso esperimento condotto su 20 volontari.

news.bbcimg.co.uk

La notizia l’ho trovata qui: The Reason for Wrinkled Fingers | The Scientist Magazine®.

Those unbecoming prune fingers after long baths may have evolved for a reason, according to a paper published this week (January 8) in Biology Letters. They study showed that people with wrinkly fingers were faster at sorting marbles and other objects in water than those with smooth fingers.

In 2011, another group had proposed that wrinkled fingers act like tire treads, improving traction and grip in slippery environments, but it wasn’t until now that the hypothesis had been tested. Researchers from Newcastle University in the United Kingdom asked volunteers to soak their fingers in warm water for 30 minutes before moving submerged objects from one side of a box with two sections, through a hole to the other side, where their other hand would catch the item and drop it through a final hole. People with wrinkled fingers completed the task 12 percent faster than when their fingers weren’t wrinkled.

Now the question is how prune fingers offer this advantage. “What we haven’t done yet is show why—to see if the wrinkles remove the water, or whether it’s some other feature of those wrinkles such as a change in their stickiness or plasticity, or something else,” lead researcher Tom Smulders told BBC News. “The next thing will be to measure precisely what’s happening at that interface between the objects and the fingers.”

Qui potete vedere un’intervista agli autori dell’articolo.

Otis Redding – (Sittin’ on) the Dock of the Bay

Secondo amazon.com (che me lo ha scritto nella sua newsletter mp3) oggi ricorrerebbe anche l’anniversario (il 45º in questo caso) della pubblicazione di questa bellissima canzone. Uso il condizionale perché Wikipedia si limita a dire che fu pubblicata nel gennaio del 1968.

Otis Redding l’aveva iniziata a scrivere a Sausalito in California nel giugno del 1967, mentre era (per l’appunto) su una barca ormeggiata. L’ha registrata il 6-7 dicembre 1967, pochi giorni prima dell’incidente aereo del 10 dicembre, nei pressi del Lago Monona, nei pressi di Madison nel Wisconsin, che ne causò la morte.

È una canzone bellissima e ogni scusa per ascoltarla è buona.

Richard Nixon (9 gennaio 1913-22 aprile 1994)

Se fosse ancora vivo, Richard Nixon compirebbe oggi 100 anni.

Fu da me odiato all’epoca: era difficile essere – nel 1968, per di più! – il primo presidente repubblicano dopo che Kennedy, che lo aveva sconfitto nel 1960, e Johnson ci avevano fatto sperare in un progresso illimitato – ancorché troppo lento per le nostre impazienze – della prosperità e dei diritti.

Ha avuto un momento di grandezza (e forse un raro sprazzo di sincerità, lui che era chiamato Tricky Dicky) nel discorso con cui si dimise, alle 9:01 di sera dell’8 agosto 1974.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ecco il testo:

Good evening.

This is the 37th time I have spoken to you from this office, where so many decisions have been made that shaped the history of this Nation. Each time I have done so to discuss with you some matter that I believe affected the national interest.

In all the decisions I have made in my public life, I have always tried to do what was best for the Nation. Throughout the long and difficult period of Watergate, I have felt it was my duty to persevere, to make every possible effort to complete the term of office to which you elected me.

In the past few days, however, it has become evident to me that I no longer have a strong enough political base in the Congress to justify continuing that effort. As long as there was such a base, I felt strongly that it was necessary to see the constitutional process through to its conclusion, that to do otherwise would be unfaithful to the spirit of that deliberately difficult process and a dangerously destabilizing precedent for the future.

But with the disappearance of that base, I now believe that the constitutional purpose has been served, and there is no longer a need for the process to be prolonged.

I would have preferred to carry through to the finish whatever the personal agony it would have involved, and my family unanimously urged me to do so. But the interest of the Nation must always come before any personal considerations.

From the discussions I have had with Congressional and other leaders, I have concluded that because of the Watergate matter I might not have the support of the Congress that I would consider necessary to back the very difficult decisions and carry out the duties of this office in the way the interests of the Nation would require.

I have never been a quitter. To leave office before my term is completed is abhorrent to every instinct in my body. But as President, I must put the interest of America first. America needs a full-time President and a full-time Congress, particularly at this time with problems we face at home and abroad.

To continue to fight through the months ahead for my personal vindication would almost totally absorb the time and attention of both the President and the Congress in a period when our entire focus should be on the great issues of peace abroad and prosperity without inflation at home.

Therefore, I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow. Vice President Ford will be sworn in as President at that hour in this office.

As I recall the high hopes for America with which we began this second term, I feel a great sadness that I will not be here in this office working on your behalf to achieve those hopes in the next 21/2 years. But in turning over direction of the Government to Vice President Ford, I know, as I told the Nation when I nominated him for that office 10 months ago, that the leadership of America will be in good hands.

In passing this office to the Vice President, I also do so with the profound sense of the weight of responsibility that will fall on his shoulders tomorrow and, therefore, of the understanding, the patience, the cooperation he will need from all Americans.

As he assumes that responsibility, he will deserve the help and the support of all of us. As we look to the future, the first essential is to begin healing the wounds of this Nation, to put the bitterness and divisions of the recent past behind us, and to rediscover those shared ideals that lie at the heart of our strength and unity as a great and as a free people.

By taking this action, I hope that I will have hastened the start of that process of healing which is so desperately needed in America.

I regret deeply any injuries that may have been done in the course of the events that led to this decision. I would say only that if some of my Judgments were wrong, and some were wrong, they were made in what I believed at the time to be the best interest of the Nation.

To those who have stood with me during these past difficult months, to my family, my friends, to many others who joined in supporting my cause because they believed it was right, I will be eternally grateful for your support.

And to those who have not felt able to give me your support, let me say I leave with no bitterness toward those who have opposed me, because all of us, in the final analysis, have been concerned with the good of the country, however our judgments might differ.

So, let us all now join together in affirming that common commitment and in helping our new President succeed for the benefit of all Americans.

I shall leave this office with regret at not completing my term, but with gratitude for the privilege of serving as your President for the past 51/2 years. These years have been a momentous time in the history of our Nation and the world. They have been a time of achievement in which we can all be proud, achievements that represent the shared efforts of the Administration, the Congress, and the people.

But the challenges ahead are equally great, and they, too, will require the support and the efforts of the Congress and the people working in cooperation with the new Administration.

We have ended America’s longest war, but in the work of securing a lasting peace in the world, the goals ahead are even more far-reaching and more difficult. We must complete a structure of peace so that it will be said of this generation, our generation of Americans, by the people of all nations, not only that we ended one war but that we prevented future wars.

We have unlocked the doors that for a quarter of a century stood between the United States and the People’s Republic of China.

We must now ensure that the one quarter of the world’s people who live in the People’s Republic of China will be and remain not our enemies but our friends.

In the Middle East, 100 million people in the Arab countries, many of whom have considered us their enemy for nearly 20 years, now look on us as their friends. We must continue to build on that friendship so that peace can settle at last over the Middle East and so that the cradle of civilization will not become its grave.

Together with the Soviet Union we have made the crucial breakthroughs that have begun the process of limiting nuclear arms. But we must set as our goal not just limiting but reducing and finally destroying these terrible weapons so that they cannot destroy civilization and so that the threat of nuclear war will no longer hang over the world and the people.

We have opened the new relation with the Soviet Union. We must continue to develop and expand that new relationship so that the two strongest nations of the world will live together in cooperation rather than confrontation.

Around the world, in Asia, in Africa, in Latin America, in the Middle East, there are millions of people who live in terrible poverty, even starvation. We must keep as our goal turning away from production for war and expanding production for peace so that people everywhere on this earth can at last look forward in their children’s time, if not in our own time, to having the necessities for a decent life.

Here in America, we are fortunate that most of our people have not only the blessings of liberty but also the means to live full and good and, by the world’s standards, even abundant lives. We must press on, however, toward a goal of not only more and better jobs but of full opportunity for every American and of what we are striving so hard right now to achieve, prosperity without inflation.

For more than a quarter of a century in public life I have shared in the turbulent history of this era. I have fought for what I believed in. I have tried to the best of my ability to discharge those duties and meet those responsibilities that were entrusted to me.

Sometimes I have succeeded and sometimes I have failed, but always I have taken heart from what Theodore Roosevelt once said about the man in the arena, “whose face is marred by dust and sweat and blood, who strives valiantly, who errs and comes short again and again because there is not effort without error and shortcoming, but who does actually strive to do the deed, who knows the great enthusiasms, the great devotions, who spends himself in a worthy cause, who at the best knows in the end the triumphs of high achievements and who at the worst, if he fails, at least fails while daring greatly.”

I pledge to you tonight that as long as I have a breath of life in my body, I shall continue in that spirit. I shall continue to work for the great causes to which I have been dedicated throughout my years as a Congressman, a Senator, a Vice President, and President, the cause of peace not just for America but among all nations, prosperity, justice, and opportunity for all of our people.

There is one cause above all to which I have been devoted and to which I shall always be devoted for as long as I live.

When I first took the oath of office as President 51/2 years ago, I made this sacred commitment, to “consecrate my office, my energies, and all the wisdom I can summon to the cause of peace among nations.”

I have done my very best in all the days since to be true to that pledge. As a result of these efforts, I am confident that the world is a safer place today, not only for the people of America but for the people of all nations, and that all of our children have a better chance than before of living in peace rather than dying in war.

This, more than anything, is what I hoped to achieve when I sought the Presidency. This, more than anything, is what I hope will be my legacy to you, to our country, as I leave the Presidency.

To have served in this office is to have felt a very personal sense of kinship with each and every American. In leaving it, I do so with this prayer: May God’s grace be with you in all the days ahead.

Di seguito, il video della prima parte del discorso (fino a quando dice: «Therefore, I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow.»).

Lev Tolstoj – Anna Karenina

Tolstoj, Lev Nikolaevic (1877). Anna Karenina. Milano: Rizzoli. 2012. ISBN 9788858629994. Pagine 944. 0,99 €

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Della difficoltà e della probabile inutilità di recensire i classici ho già detto altrove, a proposito de La montagna magica di Thomas Mann:

Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.
Dunque, eccomi qui.

Poche e (per una volta) brevi considerazioni:

  1. Perché mi sono ridotto a leggere così tardi nella mia vita un romanzo universalmente considerato un capolavoro? Con l’aggravante che tutti mi considerano un grande lettore e in verità lo sono? L’unica spiegazione che riesco a trovare è che ho letto precocemente Guerra e pace (ricordo la casa e la poltrona dove l’ho letto e posso affermare con certezza che era prima dell’autunno 1969). Guerra e pace è un romanzo bellissimo, ma non breve né leggero. Avevo altri autori da leggere e altre urgenze adolescenziali. Per un po’ sono stato lontano da Tolstoj. Tutto qui.
  2. Perché leggere i classici lo ha scritto Italo Calvino meglio di quanto non potrei fare io, che peraltro ne ho parlato qui.
  3. Tutti i romanzi malriusciti si assomigliano fra loro, ogni capolavoro è un capolavoro a suo modo.

* * *

C’è un passo, secondo me, che da solo sarebbe valso la pena di intraprendere la lettura del romanzo (riferimento come sempre alla posizione sul Kindle).

La primavera non si manifestò per lungo tempo. Le ultime settimane di quaresima c’era un tempo sereno, gelato. Di giorno sgelava al sole, e di notte si giungeva fino ai sette gradi; lo strato di ghiaccio era tale che s’andava sui carri senza strada. Pasqua fu con la neve. Poi a un tratto, il secondo giorno della settimana di Pasqua si levò un vento caldo, si avanzarono le nubi, e per tre giorni e tre notti cadde una pioggia tempestosa e calda. Il giovedì il vento si calmò, e si avanzò una fitta nebbia grigia, come a nascondere i misteri dei mutamenti che si compivano nella natura. Nella nebbia scorsero le acque, scricchiolarono e si spostarono i massi di ghiaccio, si mossero più in fretta i torbidi, spumeggianti torrenti, e proprio in cima alla Kràsnaja Gòrka fin dalla sera si lacerò la nebbia, le nubi corsero via a pecorelle, il tempo si schiarì, e apparve la vera primavera. La mattina il sole vivo che s’era levato divorò in fretta il ghiaccio sottile, che aveva coperto le acque, e tutta l’aria tepida tremò per le evaporazioni della terra rianimatasi.
Verdeggiò l’erba vecchia e la nuova che spuntava in forma di aghi, si gonfiarono le gemme dell’oppio, del ribes e dell’attaccaticcia betulla da spirito, e su un ramo cosparso di color d’oro cominciò a ronzare un’ape lasciata fuori dell’arnia, che svolazzava qua e là. Trillarono le allodole invisibili sul velluto del verde e sulla stoppia gelata, piansero le pavoncelle sulle bassure e nelle paludi riempitesi d’un’acqua bruna che non se n’era andata, e in alto passarono volando con gridio primaverile le gru e le oche. Muggì nei pascoli il bestiame spelato, che solo in qualche punto non aveva ancora mudato, cominciarono a giocare gli agnelli dalle zampe curve intorno alle belanti madri che perdevano il pelo, corsero i ragazzi dalle gambe svelte per i sentieri che s’asciugavano con l’impronta dei piedi nudi, scoppiettarono sullo stagno le allegre voci delle donne con la tela, e batterono per le corti le accette dei muzikí, che aggiustavano gli aratri e gli erpici. Era venuta la vera primavera. [3586: colgo l’occasione per dire che la traduzione è quella classica del 1936 di Leone Ginzburg per Einaudi]

* * *

Molte altre, come è ovvio, le citazioni meritevoli di essere riportate (riferimento ancora alle posizioni sul Kindle).

«[…] Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.» [1228]

«[…] Essi probabilmente parlavano di me fra loro, o, ancora peggio, ne tacevano…» [1815]

[…] colta col pensiero la situazione e pesatala sulla bilancia interna […] [1844]

Egli, come uomo che aveva vissuto, non stupido e non malato, non credeva alla medicina […] [2844]

«[…] Uno dei due è sciocco. Ebbene, e voi lo sapete, di noi stessi questo non si può mai dire.»
«Nessuno è contento del suo patrimonio, e ognuno è contento della sua intelligenza» disse il diplomatico in tono sentenzioso. [3232]

«[…] La donna, vedi, è una materia che, per quanto tu la studi, sarà sempre completamente nuova.»
«Allora è meglio non studiarla.»
«No. Un certo matematico ha detto che il diletto non è nella scoperta della verità, ma nella sua ricerca.» [3816]

«E allora? Bisognava contare ogni albero?»
«Assolutamente contarli. Ed ecco, tu non li hai contati, ma Rjabínin li ha contati. I figli di Rjabínin avranno dei mezzi per la vita e l’istruzione, e i tuoi magari non ne avranno.» [4010-4011]

[…] giocatore, gozzovigliatore e non solo uomo senza regola, ma con regole immorali […] [4135]

«[…] Dice che siete una vera eroina di romanzo e che, se fosse un uomo, farebbe mille sciocchezze per voi. Strémov le dice che le fa anche così.» [6783: Tolstoj gioca con gli strange loops]

[…] questo scollo quadrangolare, malgrado il petto fosse molto bianco, o precisamente perché esso era molto bianco, toglieva a Lévin la libertà di pensare. [7476]

Quegli attacchi di gelosia, che negli ultimi tempi la prendevano sempre più spesso, gli mettevano orrore, e, per quanto egli cercasse di nasconderlo, lo raffreddavano verso di lei, benché sapesse che la causa della gelosia era il suo amore per lui. [8110]

«Amare chi ti odia, sì; ma amare quelli che tu odi non si può! […]» [8933]

«Ho sentito che le donne amano certi uomini per i loro vizi,» cominciò Anna a un tratto «ma io lo odio per la sua virtù. […]» [9624]

Il ricordo del male arrecato al marito suscitava in lei un sentimento simile alla ripugnanza, e analogo a quello che un uomo che sta per annegare proverebbe dopo aver strappato da sé un uomo aggrappatosi a lui. Quest’uomo era annegato. S’intende, era male, ma era l’unica salvezza, ed era meglio non ricordare questi terribili particolari. [10399]

Egli non lavorava mai con tanto ardore e successo come quando la sua vita andava male, e in particolar modo quando litigava con la moglie. [10517]

Egli sapeva che non si poteva proibire a Vrònskij di divertirsi con la pittura; sapeva che lui e tutti i dilettanti avevano pieno diritto di dipingere quel che pareva loro, ma gli dispiaceva. Non si può proibire a un uomo di farsi una gran bambola di cera e di baciarla. Ma se quest’uomo con la bambola venisse e si sedesse dinanzi a un innamorato e si ponesse a carezzare la sua bambola, come l’innamorato carezza colei che ama, all’innamorato questo dispiacerebbe. Un eguale sentimento spiacevole provava Michàjlov alla vista della pittura di Vrònskij: provava un’impressione e di canzonatura, e di stizza, e di pietà, e di offesa. [10715]

Soltanto allora egli capì chiaramente per la prima volta quello che non capiva quando, dopo le nozze, l’aveva condotta fuori della chiesa. Capì che non solo ella gli era vicina, ma che ora non sapeva dove finiva lei e cominciava lui. Lo capì da quel tormentoso senso di sdoppiamento che sentiva in quel momento. Si offese al primo impulso, ma nel medesimo istante sentì che non poteva essere offeso da lei, che lei era lui stesso. [10779: qualcuno si era chiesto, a suo tempo, se la pelle unisse o dividesse…]

Qualcosa di vergognoso, di molle, di capuano, com’egli lo definiva a se stesso, era nella sua vita di ora. [10862]

Evidentemente si compiva in lui quella rivoluzione che doveva fargli guardare alla morte come al soddisfacimento dei suoi desideri, come alla felicità. Prima ogni desiderio singolo, suscitato da una sofferenza o da una privazione, come la fame, la stanchezza, la sete, era soddisfatto con una funzione del corpo, ma adesso la privazione e la sofferenza non ricevevano soddisfazione, e il tentativo di soddisfazione suscitava una nuova sofferenza. E perciò tutti i desideri si fondevano in uno solo: il desiderio di liberarsi di tutte le sofferenze e della loro fonte, il corpo. Ma per esprimere questo desiderio di liberazione egli non aveva parole, e perciò non ne parlava, ma secondo l’abitudine voleva il soddisfacimento di quei desideri che non potevano più essere soddisfatti. [11248]

Egli occupava ancora un posto importante, era membro di molte commissioni e comitati, ma era un uomo che s’era consumato tutto e da cui non si attendeva più nulla. Qualunque cosa egli dicesse, qualunque cosa proponesse, lo si ascoltava come se ciò che proponeva fosse noto da lungo tempo e fosse proprio quello che non ci voleva. [11516]

E un sorriso furbesco le increspava le labbra, in particolar modo perché, pensando al romanzo di Anna, parallelamente a esso, Dàrja Aleksàndrovna si immaginava un suo romanzo quasi simile, con un immaginario uomo collettivo, che era innamorato di lei. Ella nello stesso modo come Anna confessava tutto al marito. E lo stupore, e la confusione di Stepàn Arkàdjevic’ a questa notizia, la facevano sorridere. [13544]

Se il lavoro messo nell’acquisto del denaro corrispondesse al piacere che procurava quel che veniva comprato con esso, questa considerazione era sfumata già da lungo tempo. [14982]

Questo posto, come tutti i posti simili, esigeva così enormi conoscenze e attività, che era difficile riunirle in una sola persona. E siccome l’uomo che riunisse queste qualità non c’era, tuttavia era meglio che questo posto l’occupasse un uomo onesto, piuttosto che un disonesto. [15908]

Per intraprendere qualcosa nella vita familiare, sono indispensabili o un completo dissidio fra i coniugi o un amorevole accordo. Quando invece i rapporti fra i coniugi sono indefiniti e non c’è né l’uno né l’altro, nessuna cosa può essere intrapresa.
Molte famiglie rimangono per anni nei vecchi luoghi, uggiosi ormai per tutt’e due i coniugi, soltanto perché non c’è né pieno dissidio, né completo accordo. [16333]

Per lei tutto in lui, con le sue abitudini, i pensieri, i desideri, con tutta la sua complessione spirituale e fisica, era una cosa sola: l’amore per le donne, e quest’amore secondo il sentimento di lei doveva essere tutto concentrato su lei sola. Quest’amore era diminuito; per conseguenza, secondo il ragionamento di lei, egli aveva dovuto portare parte dell’amore su altre o su un’altra donna, e Anna era gelosa. Era gelosa per lui non d’una qualche donna, ma della diminuzione del suo amore. Non avendo ancora un oggetto per la sua gelosia, lo cercava. [16345]

«Il rispetto l’hanno inventato per nascondere il posto vuoto dove dev’essere l’amore… […]» [16435]

Vedeva che fra quella generale sollevazione della società si erano messi in luce e gridavano più forte degli altri tutti i falliti e gli offesi; i comandanti in capo senza eserciti, i ministri senza ministeri, i giornalisti senza giornali, i capipartito senza partigiani. [17039]

Giacendo sul dorso, guardava adesso il cielo alto, senza nubi. [17641: è l’autocitazione di un celebre passo di Guerra e pace, quando il principe Andréj giace ferito sul campo di battaglia di Austerlitz:
«Che cos’è? Sto cadendo? Le gambe mi vacillano», pensò, e cadde supino. Aprì gli occhi, ma non vedeva nulla. Sopra di lui non c’era più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non sereno, ma pure infinitamente alto, con nuvole grigie che vi strisciavano sopra dolcemente. «Che silenzio! Che quiete! Che solennità!», pensò il principe Andréj, «non è più come quando correvamo gridando e battendoci; non è così che le nuvole scorrono su questo cielo alto, infinito. Come non lo vedevo prima, questo cielo così alto? E come son felice di averlo finalmente conosciuto. Sì! Tutto è vuoto, tutto è inganno, fuori che questo cielo infinito. Non c’è niente, niente all’infuori di esso. Ma anch’esso non esiste, non c’è nulla all’infuori del silenzio e della tranquillità. E Dio ne sia lodato!…»]

[…] pane, cetrioli e miele fresco. [17714]

«Ma se tu vuoi venire a conoscere lo spirito del popolo per via aritmetica, allora, s’intende, ottenere questo è molto difficile. E il suffragio non è introdotto da noi e non può essere introdotto, perché non esprime la volontà del popolo; ma per questo ci sono altre vie. Si sente nell’aria, si sente nel cuore. Non parlo poi di quelle correnti sottomarine, che si sono mosse nel mare stragrande del popolo e che sono chiare per qualsiasi persona non prevenuta; guarda la società in senso stretto. […]»
«Ma sono i giornali che dicono tutti la stessa cosa» disse il principe. «È vero. Dicono a tal punto la stessa cosa che sembrano proprio rane prima del temporale. Appunto per causa loro non si può sentire nulla.» [17813-17819]

Anche se non sono completamente d’accordo, può essere utile a complemento della mia recensione, che trovate qui.

mathbabe

Crossposted on Naked Capitalism

I just finished reading Nate Silver’s newish book, The Signal and the Noise: Why so many predictions fail – but some don’t.

The good news

First off,  let me say this: I’m very happy that people are reading a book on modeling in such huge numbers – it’s currently eighth on the New York Times best seller list and it’s been on the list for nine weeks. This means people are starting to really care about modeling, both how it can help us remove biases to clarify reality and how it can institutionalize those same biases and go bad.

As a modeler myself, I am extremely concerned about how models affect the public, so the book’s success is wonderful news. The first step to get people to think critically about something is to get them to think about it at all.

Moreover, the book serves…

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