Catoblepa

Ieri l’Italia si è svegliata con sulle labbra una parola nuova, catoblèpa. Un animale fantastico africano – secondo la Storia naturale di Plinio il Vecchio – dalle forme indefinite, ma con 2 caratteristiche note:

  1. il suo sguardo è mortale
  2. e tuttavia la probabilità di esserne uccisi è bassa, perché la pesantezza della testa lo costringe a tenere sempre lo sguardo volto a terra.

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Claudio Eliano, tornando sull’argomento nella sua opera Sulla natura degli animali, lo identifica praticamente con lo gnu. Il suo sguardo non è più mortale, ma in compenso uccide con un rutto o una fiatata letale, perché si nutre di erbe velenose.

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Mi fermo qui, perché tanto sul significato della parola e sul lemma del Vocabolario Treccani si sono dilungati a sufficienza i quotidiani.

Il motivo dell’improvvisa popolarità di un vocabolo per il resto piuttosto oscuro è l’uso che ne fa Fabrizio Barca nella sua “memoria politica” (Un partito nuovo per un buon governo, Memoria politica dopo 16 mesi di governo), con riferimento però a Raffaele Mattioli e non a Plinio il Vecchio.

E tutti a dargli addosso, a Fabrizio Barca: perché usa una parola difficile, perché scende in campo o sale in politica non con un videospot, con o senza calza a nascondere le rughe, o con 8 punti di 149 caratteri l’uno, ma con un documento di 55 pagine, con ragionamenti a volte complessi e addirittura qualche riferimento bibliografico. Tutti a dargli addosso e tutti a proporre bignamini del barca-pensiero [uno per tutti: Il documento di Barca, corto. Le 55 pagine presentate oggi dal ministro uscente riassunte in 8 punti e un haiku, per chi non ha tempo (e cosa c’entra il catoblepa), di Gianni Zagni su ilpost del 12 aprile 2013].

Fabrizio Barca non ha certo bisogno di essere difeso da me. Ma se i suoi improvvisati biografi si fossero presi la briga di consultarne la biografia – niente di più arduo che googlarne la biografia sul sito del Governo o la voce di Wikipedia – avrebbero scoperto che, prima di prendere il master in economia a Cambridge, si è laureato in statistica alla Sapienza di Roma.

Mi piace immaginare che questo passaggio formativo nella sua biografia abbia lasciato un segno nel modo di pensare di Fabrizio Barca. Perché, se io dovessi provare a riassumere in poche parole l’essenza della statistica come scienza dell’informazione, direi che è la scienza di semplificare fenomeni complessi conservandone gli aspetti rilevanti, al costo di una perdita d’informazione e dell’introduzione consapevole di errori, in un processo controllato. Insomma, quello che viene spesso espresso in una citazione falsamente attribuita ad Albert Einstein:

Everything should be made as simple as possible, but no simpler.

In realtà la cosa più vicina a questo che Einstein abbia mai scritto la riporto qui sotto, ma anche la forma apocrifa è corretta ed efficace, e va bene anche se non l’ha scritta un grande scienziato ma – putacaso – un bravo giornalista come Donato Speroni.

It can scarcely be denied that the supreme goal of all theory is to make the irreducible basic elements as simple and as few as possible without having to surrender the adequate representation of a single datum of experience. [Albert Einstein, “On the Method of Theoretical Physics” The Herbert Spencer Lecture, delivered at Oxford (10 June 1933); also published in Philosophy of Science, Vol. 1, No. 2 (April 1934), pp. 163-169., p. 165]

Insomma, se il ragionamento politico di Barca aveva bisogno di 55 pagine di considerazioni anche difficili, ha fatto bene a non farsi condizionare dalle mode dei cinguettii e degli slogan. Se poi sono d’accordo con lui, lo dirò solo dopo averle lette, e non frettolosamente, quelle 55 pagine, che meritano comunque rispetto e non giudizi sommari (e somari).

Ma abbassiamo i toni, come si suol dire. Ricordiamo piuttosto che il catoblepa compare anche in una canzone di EELST del 1992, Supergiovane (e questo l’hanno scritto in molti) e in una storia del grande Don Rosa.

Scatta Supergiovane e derapa soccorrendo il Catopel il Canopeta il Capotel il Catop Catoblepa Catoblepa. Supergiovane derapa soccorrendo il Catoblepa, che purtroppo sta tirando le cuoia. “Addio Supergiovane. Per me ormai è finita” “No!” “L’analcolico moro è entrato in circolo” “Non dire così amico catoblepa. Ecco, prendi questo!” “No, ma… cosa…?” “Ah” “Ah” “Sss” “Ah h h ” “Ah… Catoblepa?! Catoblepa. No. Assassini. No. Governo bastardo.”

Catoblepa catoblepa, io ti dono le mie Tepa per il viaggio che conduce all’aldilà. Catoblepa, catoblepa, catoblepa, catoblepa. Catoblepa, tu mio amico morto, io vendicherotti, tu. E Supergiovane dà fuoco a uno spinello col quale affumica il governo, che, all’istante, passa all’uso di eroina e muore pieno di overdose.

La storia di Don Rosa (da molti considerato l’erede di Carl Barks) compare sul n. 96/1997 di Zio Paperone con il titolo “Paperino e il serraglio mitologico” (l’originale era comparso su Walt Disney’s Comics and stories n. 523 del 1990 con il titolo “Donald Duck. Mythological Managery”). Zio Paperino, per dimostrare la sua (presunta) superiorità sulle Giovani Marmotte, costruisce animali fantastici addobbando di trovarobato posticcio gli animali della fattoria di Nonna Papera, ma Qui Quo e Qua sono comunque più bravi di lui. L’immagine che presento è una scansione della mia copia del giornalino e spero che tanto basti a convincere gli agguerriti legali della WD della mia buona fede.

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Nello stesso numero di Zio Paperone trovo anche un articolo di Luca Boschi (“Fra mito e realtà”) in cui si cita come possibile fonte il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Marguerita Guerrero (tradotto per Einaudi dal grande Franco Lucentini):

Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, «fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto».
Catoblepas, in greco, vuol dire «che guarda in basso ». Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnu (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio [di Gustave Flaubert; nota mia] si legge:
Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico, fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante.

ROMA FA SCHIFO: Il nuovo nodo MetroA\MetroB della Stazione Termini ancora deve inaugurare. In compenso già ci piove dentro. Ma di brutto eh!

Sono particolarmente contento che qualcun altro – oltre a me che l’ho fatto più volte, qui, qui, qui e qui – segnali il problema della pioggia nei mezzanini del nuovo nodo Termini.

Qui il link e tutte le foto (che ho preso dall’articolo e sono di Ale77):

ROMA FA SCHIFO: Il nuovo nodo MetroA\MetroB della Stazione Termini ancora deve inaugurare. In compenso già ci piove dentro. Ma di brutto eh!.

Eterogenesi dei fini parte seconda, ovvero le dure lezioni della realtà

Sono sempre troppo ottimista. Sono passato di nuovo, nelle mie passeggiate di salute (ma chiamarlo brisk walking fa più figo), davanti al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur a Roma. Campeggiava sul portone il cartello che proponeva l’acquisto o l’affitto di un prestigioso appartamento del 270 m2. Svelato l’arcano. Altro che eterogenesi dei fini, siamo davanti a una dura lezione della realtà.

Ora non ci resta che immaginare che il Defender dei Carabinieri stia diffondendo il suo puzzolente miscuglio di particolato, monossido di carbonio e altri gas di scarico in qualche altro quartiere di Roma o di qualche altra città.

fiammeblu.it

Caso Meredith: la prospettiva di un nuovo processo scatena la stampa americana contro il nostro sistema giudiziario

salon.com

Salon, in un articolo del 27 marzo 2013 a firma di Victor L. Simpson, intitolato Knox case means more scrutiny for Italian justice system. A decision by the country’s highest criminal appeals court raises questions about how justice works in Italy, esordisce così:

Roma (AP) – Quando il finanziere americano Bernie Madoff fu condannato a New York, il Corriere della sera (il più autorevole quotidiano italiano) pubblicò una vignetta che prendeva in giro il sistema giudiziario.

In una corte americana, un giudice condannava l’imputato a 150 di galera dopo 6 mesi di processo. In una corte italiana, il giudice condannava a 6 mesi di reclusione dopo un processo durato 150 anni. In questo modo il più importante quotidiano del Paese metteva alla berlina il lentissimo, e a volte inconcludente, sistema giudiziario italiano.

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Adesso, la decisione della Corte di cassazione – annullamento delle assoluzioni di Amanda Knox e del suo ex-fidanzato italiano e conseguente necessità di celebrare un nuovo processo per l’omicidio della sua compagna di stanza accaduto nel 2007 – suscita all’estero e all’interno nuove preoccupazioni sul funzionamento della giustizia in Italia.

È un sistema in cui le persone assolte dall’accusa di aver commesso reati gravi vivono per anni sotto la minaccia della reclusione [nel caso in cui vi sia un nuovo processo che si chiude con una sentenza di condanna – nota mia], mentre potenti politici come l’ex-premier Silvio Berlusconi possono evitare di essere condannati a una pena detentiva ricorrendo in appello quasi indefinitamente, fino allo scattare della prescrizione.

Potete leggere integralmente l’articolo in originale qui: Knox case means more scrutiny for Italian justice system – Salon.com.

Soltanto un commento: vi irrita, o peggio, un giudizio così sbrigativo sul nostro sistema giudiziario? Ritenete arrogante e affetta da complesso di superiorità la stampa statunitense? Considerereste un affronto alla nostra magistratura e al nostro Paese una campagna per sottrarre Amanda Knox a un nuovo processo in Italia, come stabilito dalla Cassazione?

Benissimo: rispetto qualsiasi opinione. Però, per favore, adesso andate a rileggere che cosa hanno scritto i nostri giornalisti sull’eventualità che sia la magistratura indiana a celebrare il processo ai 2 marò.

Deportee

Nel mio piccolo, anch’io…

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Bob Dylan e Joan Baez, live, nel tour Rolling Thunder Revue (1976). Il video non c’è più su YouTube, ma lo trovate qui.

PLANE WRECK AT LOS GATOS (DEPORTEE)
Words by Woody Guthrie – Music by Martin Hoffman

The crops are all in and the peaches are rott’ning
The oranges piled in their creosote dumps
They’re flying ‘em back to the Mexican border
To pay all their money to wade back again

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

My father’s own father he waded that river
They took all the money he made in his life
Six hundred miles to that Mexican border
They chase us like outlaws like rustlers like thieves

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

The skyplane caught fire over Los Gatos Canyon
A fireball of lightning and shook all our hills
Who are all these friends all scattered like dry leaves
The radio says “They are just Deportees”

Is this the best way we can grow our big orchards
Is this the best way we can grow our good fruit
To fall like dry leaves to rot on my topsoil
And be called by no name except “Deportees”

Goodbye to my Juan goodbye Rosalita
Adios mis amigos Jesus y Maria
You won’t have your names when you ride the big airplane
All they will call you will be “Deportees”

Però c’è la bellissima versione che canto Bruce Springteen vent’anni dopo, nel 1996, in occasione della proclamazione dell’inserimento di Woody Guthrie nella Rock & Roll Hall Of Fame. La storia la racconta Andrea Falcone, che ha postato il brano su YouTube.

Nel 1996 Woody Guthrie venne accolto nella “Rock & Roll Hall Of Fame” e la sera della proclamazione, alla “Severance Hall” di Cleveland, alcuni grandi artisti suoi discepoli gli resero omaggio e accertarono la sua influenza a trent’anni ormai dalla morte. Fu un bellissimo show, con musicisti di varie e lontane generazioni: da Ramblin’ Jack Elliott che già negli anni Cinquanta agognava al ruolo di “figlio putativo di Woody” al figlio reale, Arlo, dai vecchi fan country Joe McDonald e Bruce Springsteen, a più giovani aficionados come Ani DiFranco e Dave Pirner, il leader dei “Soul Asylum”. Nel 2000, cioè quattro anni dopo, quel memorabile show esce dai cassetti e dalla circoscritta esperienza dei duemila spettatori e diventa disco, grazie all’amore e alla tenacia di Ani DiFranco e della sua etichetta “Righteous Baby”. Il CD si titola ” ‘Til We Outnumber ‘Em ” (e ha come sottotitolo “The Song Of Woody Guthrie”), vede l’interpretazione stupenda di Ani DiFranco in “Do Re Mi” e quella di Springsteen in “Plane Wreck At Los Gatos – Deportee” che vi propongo. Lo Springsteen che sceglie questa canzone è lo stesso che di lì a poco, in “The Ghost Of Tom Joad”, racconterà nella “trilogia del confine” storie analoghe dei tempi nostri, di immigrati messicani clandestini e ammazzati in California.

Los Gatos è uno di quei posti sperduti in fondo alla California che Jack Kerouac nomina di sfuggita senza fermarsi in “On The Road”, ma che per Woody Guthrie era carico di significato, perchè qui un aereo carico di braccianti messicani stagionali rispediti a casa a fine raccolto, precipitò uccidendoli tutti, e la radio commentò che in fondo erano “Just Deportees”, nient’altro che clandestini senza permesso di soggiorno, giustamente rispediti a casa loro quando non servivano più. E fu proprio durante gli anni Quaranta, il decennio più attivo per Guthrie, che scrisse “Plane Wreck At Los Gatos – Deportees” : è la voglia di Guthrie di affrontare temi difficile, la voglia di gridare la rabbia, il dolore. La voglia di essere la voce dei più deboli. Lui che veniva dalla campagna e dalla sua durezza e che aveva vissuto i picchetti degli operai, il crumiraggio, le angherie e la violenza dei padroni e dei proprietari terrieri, volle diventare il cantore, il testimone, dei più indifesi. Cantò la povertà, l’emarginazione, la fame e usò sempre il linguaggio della gente più povera, il linguaggio che aveva imparato da giovane e poi nei suoi vagabondaggi con gli altri hobos. Raccontava frammenti di vita, istantanee, singole immagine come solo una canzone può fare. Gridando il dolore e la disperazione ma senza vere velleità politiche come invece molti pensarono. La sua era una protesta che nasceva dalla conoscenza e dal dolore e che soprattutto nella prima fase delle sue canzoni non aveva, non poteva avere, una linea politica organica. Fu una voce ruvida e una chitarra elementare e non sempre accordata. Questo era Woody Guthrie con il suo talkin’ blues a metà tra la tradizione bianca e la tradizione nera della musica, una strada tutta sua con al centro i testi, le parole. Mai sconfitto cantò l’orgoglio degli sconfitti.

Eterogenesi dei fini

Non so chi abiti, a Roma, al civico 1 di viale del Ciclismo, nel quartiere dell’Eur. Non mi interessa neanche tanto, e dico fin da subito – a scanso di equivoci e di possibili attenzioni poliziesche o giudiziarie – che la mia è una semplice osservazione / considerazione da cittadino che si trova a passare di lì nello svolgimento di attività salutistico-sportive.

Ho immaginato che si tratti (o si trattasse) di una personalità, e più esattamente di una personalità elettiva. Davanti a quella bella palazzina o villa unifamiliare (anche questo lo ignoro, dal momento che oltre alla recinzione metallica e alla siepe, l’abitazione è nascosta alla vista da un’impenetrabile staccionata in pannelli di legno) ha stazionato per mesi, 24 ore su 24, un Defender dei Carabinieri (a volte un diverso mezzo, e non posso escludere che a volte si sia trattato persino della Polizia di Stato). Sempre con il motore acceso. Sempre.

Non so per la verità da quanto tempo, dal momento che la mia attività sportiva, ancorché assidua, è piuttosto recente. Ma che il motore fosse sempre acceso (di notte e d’inverno per il freddo, suppongo; di giorno e d’estate per il caldo; nelle ore e nelle stagioni intermedie per noia o distrazione, chissà) ne sono certo.

Due o tre giorni dopo le elezioni, il mercoledì o il giovedì, la scorta e l’automezzo sono spariti. Naturalmente, mi sono figurato che il nostro sia uno dei tanti non eletti. Ma non ne sono certo e mi rallegro soltanto per l’alleviamento della sua impronta ecologica…

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Se vi state chiedendo il perché del titolo di questo post, posso riassumere così (da Wikipedia):

L’espressione eterogenesi dei fini, in tedesco Heterogonie der Zwecke, fu coniata dal filosofo e psicologo empirico Wilhelm Wundt. Con essa si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali».

Eur, parco delle cascate

Stamattina all’alba il quartiere romano dell’Eur era bellissimo. [Per i pignoli e gli amanti di Robert Musil, erano le 6:50 del 27 febbraio 2013.] Il cielo era sereno, azzurro intenso, striato di cirri delicatamente tinti di rosa dalle dita di Aurora. Ho iniziato la mia passeggiata mattutina infreddolito ma beato e pieno di ottimismo. Nel cratere lasciato dalla sciagurata distruzione del velodromo olimpico (ne abbiamo parlato qui e qui) ristagnava candida e batuffolosa la nebbia.

Poco più avanti, anche sul laghetto dell’Eur si muovevano pigramente alcuni fiocchi di nebbia. Ho cominciato a percorrere la Passeggiata del Giappone, che fa il periplo del lago e che prende il nome “[dal]l’impianto in massa di Prunus da fiore donati dalla città di Tokyo” [La Passeggiata del Giappone all’Eur]: donati, penso (ma non sono riuscito a trovarne attestazione), in occasione delle Olimpiadi romane del 1960, come ideale staffetta verso le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Le bocchette dell’acqua che alimenta il lago fumavano nell’aria gelida, dando al paesaggio un vago sentore newyorchese.

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Manco del necessario lirismo per descrivere l’incanto della passeggiata e lo stato di grazia in cui mi trovavo stamattina. Per mia fortuna, parole sufficientemente alate non difettano a Francesco Tonini, il blogger che ho già citato poco fa:

Percorrere i vialetti di questa area è molto piacevole, un continuo avvicendarsi di quinte chiuse ed aperte si susseguono tra percorsi sinuosi contornati da specie vegetali sempre diverse, tra sali scendi che permettono di apprezzare visuali diverse dei grattacieli dell’eur, il tutto immersi in un clima rilassato ed isolato dal traffico cittadino.
Il successo della Passeggiata è evidente: centinaia di persone la percorrono ad ogni ora per passeggiare, fare jogging e sostare sulle panchine all’ombra degli alberi con serenità.[La Passeggiata del Giappone all’Eur]

Il percorso, oltrepassato il primo dei 2 ponti sotto via Cristoforo Colombo (se pensate che l’espressione “dormire sotto i ponti” sia una trita metafora, mettetevi nei panni di quel poveretto che, infagottato, ci dorme davvero), arriva alla sezione di passeggiata che si chiama Parco delle cascate.

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Ecco, la vedete al centro dell’immagine: quella è la passerella realizzata pochi anni fa per consentire il periplo completo del lago (al momento, per la verità, reso di nuovo impraticabile dai lavori per la costruzione del nuovo acquario Mare Nostrum, sulla sponda opposta). Ma lasciamo parlare ancora una volta Francesco Tonini:

Per permettere la connessione integrale del periplo del lago dell’Eur composto dalla Passeggiata del Giappone, tra 2006 e 2007 Eur SPA ha realizzato due progetti di Franco Zagari, quello della terrazza galleggiante Cythera e quello della passerella Hashi. Entrambe le opere sono contraddistinte da composizioni di materiali che ne tracciano la presenza nella contemporaneità, acciaio, vetro e legno.
La passerella è posizionata esattamente in corrispondenza dell’asse di caduta dell’acqua e promette uno spettacolo unico nei momenti di funzionamento della cascata. Per la descrizione dell’opera ci affidiamo nuovamente alle sognanti parole di Franco Zagari:
“HASHI” è una nuova passerella pedonale posta sulla cascata centrale del Lago dell’Eur. Il nome significa “ponte” in giapponese, nel suo doppio senso di passaggio e limite. La dedica è alla Passeggiata del Giappone, vi era infatti – dopo il passaggio a Ovest reso possibile da Cythera – ancora una discontinuità del percorso in corrispondenza della cascata centrale, aggirabile solo con un lungo sentiero che obbligava ad entrare in profondità nel giardino, in una zona per il momento non aperta al pubblico se non per avvenimenti eccezionali. Quattro nuovi cancelli colorati introducono al Giardino delle Cascate, in previsione della ricostituzione della recinzione originaria di rose rampicanti lungo i due rami del viale Cristoforo Colombo. La passerella connette direttamente le due rive della cascata centrale, scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%), in modo di avere un impatto visivo contenuto. In questo modo si raggiunge la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua. Per dare un riscontro armonico alla geometria voluta da De Vico, un elegante disegno a forma di diapason, si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta. La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa. La struttura portante, tutta in acciaio inox, ha un’anima centrale con mensole a sbalzo che sostengono il piano di calpestio. Il pavimento è in doghe di legno esotico pregiato, sui due lati, e in vetro serigrafato in corrispondenza del passaggio sull’acqua. Le balaustre sono in rete inox per la parte che corre sulla cataratta, garantendo il massimo della trasparenza (la stessa soluzione della terrazza galleggiante), mentre i raccordi in corrispondenza delle rive sono in lamiera traforata per adattarsi meglio alla conformazione del suolo e favorire attraverso i fori la crescita della vegetazione delle ripe. Hashi, pur essendo in fondo solo una breve passerella, ha una notevole qualità tecnologica, che ha permesso di ottenere una particolare leggerezza e trasparenza.
Ho trovato sufficientemente interessante percorrere la passerella, che sembra progettata per essere ben inserita nel contesto, anche se per il momento ci sono segni inequivocabili che indicano ancora un po’ di tempo per il completamento dei lavori. Sono sicuro che non appena l’opera sarà totalmente assorbita dalla vegetazione e dall’acqua della cascata, la Passeggiata del Giappone troverà in questo punto un luogo indimenticabile. [Hashi, la passerella di completamento della Passeggiata del Giappone]

paesaggiocritico.com / foto di Francesco Tonini

Malimor…, come si dice a Roma. Luogo indimenticabile di sicuro. E non certo per responsabilità di Francesco Tonini, il cui parere estetico condivido e che comunque sul posto, a giudicare dalla data dei suoi post, c’è andato alla fine di maggio di quasi 3 anni fa. Per responsabilità di quella mente eccelsa, di quel visionario professionista che tutto il mondo ci invidia, Franco Zagari.

Perché ce l’ho con lui? – mi precipito a dirlo prima che scatti la denuncia nei miei confronti. Ce l’ho con lui perché io oggi ci sono rovinosamente caduto, sulla sua passerella. E non soltanto per mia imperizia e imprudenza (una modica quantità gliela posso concedere, che non si nega a nessuno, come il concorso di colpa che appioppano al povero pedone travolto sulle strisce pedonali mentre attraversava con il semaforo verde), ma perché il suo progetto di passerella è demenziale. E per di più – come potete ben vedere qui sotto – ride, ride, come quell’infame di Franti.

ilsole24ore.com

Ci sono rovinosamente caduto perché oggi la passerella, nella sua parte vitrea, ancorché serigrafata, era una perfetta lastra di invisibile ghiaccio. E io ci sono scivolato, nonostante mi sia reso conto per un interminabile istante del guaio in cui mi stavo cacciando e abbia tentato in extremis di aggrapparmi alle inutili «balaustre in rete inox». Ora io posso capire che le giornate di gelo di Roma (25-30 all’anno secondo i dati climatologici) possano sembrare poche al professor Zagari; oppure il prof. Zagari si immagina che i giardinieri dell’Eur verifichino ogni mattina le condizioni della passerella e collochino, zelanti come addetti alle pulizie dei bagni dell’autogrill o dell’aeroporto, apposita segnaletica di pericolo, oppure chiudano per precauzione i «quattro nuovi cancelli colorati» che dànno accesso al Giardino delle cascate.

safeatwork.ch

Ma oltre ai giorni di gelo – grosso modo 30 su 365 – il prof. Zagari si è interrogato sulle altre circostanze in cui la passerella «in doghe di legno esotico pregiato […] e in vetro serigrafato» avrebbe potuto essere bagnata, e dunque scivolosa? Praticamente sempre, caro professore: anche senza esami di meteorologia o di fisica dei fluidi, ma con un modicum di capacità di ragionamento e di osservazione si sarebbe potuto (e dovuto) giungere alla conclusione che un ponticello vicino a un lago e in prossimità dei 10 getti d’acqua della monumentale fontana (guardate, vi prego, la 2ª foto di questo post) sarebbe stato perennemente bagnato, soprattutto se si è avuta la lungimiranza di far raggiungere «la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua».

Ma non basta, la passerella è in pendenza [«scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%)»] e se non bastasse è in curva [«si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta»].

Dunque il prof. Zagari è un sadico? Il suo ghigno è davvero quello infame di Franti? Non lo penso davvero, e non è certo questo il mio punto. La mia convinzione, in questo caso e in molti altri, è che il progettista abbia privilegiato i valori formali ed estetici [«La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa»], trascurando del tutto, e colpevolmente, quelli pratici e funzionali.

Avrei potuto farmi molto male (ho rischiato di battere anche la nuca, oltre alla regione sacro-coccigea), e invece sono qui a ragionarne e a riderne con voi. Proprio una gran botta di culo!

francozagari.it

La biopalla, la politica e la cultura scientifica (non necessariamente in questo ordine)

Domani e dopodomani (24 e 25 febbraio 2013) si vota. Salvo clamorosi errori dei sondaggisti, una parte consistente dei votanti sceglierà il Movimento 5 stelle (di e con Beppe Grillo: non sono sicuro di saperlo molto bene, ma mi ha aiutato a capire qualche cosa il post di un blogger ben più popolare di me, Leonardo Tondelli: Grillo, il Movimento e i grillini). Le 5 stelle del movimento erano all’origine: Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività, Sviluppo (se uno googla «movimento 5 stelle», il primo risultato linka a www.beppegrillo.it/movimento/ e riporta il seguente breve testo: «Il MoVimento 5 Stelle è un movimento di liberi cittadini per un’Italia a 5 Stelle: Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività, Sviluppo.»). Però se uno va a leggere il programma elettorale (si può scaricare qui) trova un’articolazione i 7 punti («Stato e cittadini, Energia, Informazione, Economia, Trasporti, Salute, Istruzione») che si sovrappongono in minima parte alle 5 stelle, anche a voler fare qualche esercizio di fantasia. Il programma è una lista di circa 125 punti e il cambiamento che promette il Comunicato politico numero cinquantatre sarà (manco a dirlo) epocale: ma io qui non voglio persuadere nessuno. A me non convince, per eccesso di semplificazione. e per una certa tendenza a vedere dappertutto complotti (Nate Silver afferma nel suo The Signal and the Noise che «[a] conspiracy theory might be thought of as the laziest form of signal analysis» e cita il professore di Harvard H. L. “Skip” Gates, secondo cui «[c]onspiracy theories are an irresistible labor-saving device in the face of complexity.»). Questi, insieme al fatto che non mi piacciono le persone che urlano e sfuggono al confronto, sono i motivi per cui io non voterò Movimento 5 stelle. Ma ognuno faccia quello che crede e io cercherò di rispettare la sua opinione.

 

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Quello su cui voglio attirare oggi la vostra attenzione è la storia della biowashball. Non ne parlo per sputtanare Beppe Grillo: l’hanno già fatto in tanti, proprio su questo argomento. Per di più, Beppe Grillo è contrario alle vaccinazioni obbligatorie: un’opinione ben più irresponsabile e pericolosa, e questa è una cosa che meriterebbe una trattazione a sé (potete farvi un’idea delle sue implicazioni potete andare a leggere la voce di Wikipedia sull’argomento – ma naturalmente potete sempre farvi convincere da Grillo che è tutto un complotto). Il mio problema, come vedrete, sono quelli che prestano fede alle prediche di Grillo, tanto da decidere di votarlo, per portare i suoi candidati al parlamento e, se possibile, al governo.

Allora, Beppe Grillo ha presentato molte volte nei suoi spettacoli-comizio (da un po’ sostituiti dai comizi-spettacolo) questa mirabolante palla che permetterebbe di lavare gli indumenti senza detersivo:

Penso che il video parli da solo. Intanto la pallina, che si chiama biowashball, non ha assolutamente niente di biologico: ma tant’è, bio fa verde, fa naturale, e tanto basta. È anche verde di colore, ma è plastica verde (una poliolefina, variante del diffusissimo ed esecratissimo polipropilene, derivato per sintesi dagli idrocarburi detestati da Grillo e dai suoi). Al suo interno ci sono delle palline di ceramica (naturale, dice Grillo: certo, naturale come l’acciaio e il cemento, cioè ottenuta per trasformazione industriale di materie prime presenti su questo pianeta). Le sue mirabolanti proprietà (che irraggi infrarossi, che frazioni l’idrogeno o le molecole d’acqua – non ho capito bene –, che si ricarichi con l’energia solare, che abbia poteri antibatterici se conservata in frigo) non hanno fondamento scientifico alcuno, non più della credenza che la combustione sia indotta dal flogisto e la peste dai miasmi delle paludi. Lo spiegano bene in tanti, soprattutto Paolo Attivissimo, che vi invito a leggere qui.

Beppe Grillo non soltanto continua a credere che sia possibile che una palletta di volgarissima plastica ripiena di palline di volgarissima ceramica possa detergere alcunché (più dell’acqua, cioè, che come tutti sanno bagna e lava anche da sola), ma se la prende con la consueta virulenza con chi osa mettere in dubbio l’efficacia di biowashball. Naturalmente chi osa farlo non è un essere pensante o almeno dubitante, ma un corrotto a libro paga delle multinazionali del detersivo, o al meglio un utile idiota. E naturalmente è una cospirazione, minimo una congiura del silenzio.

Nella trasmissione Mi manda Rai3 dedicata alla Biowashball mancavano i due milioni di persone che l’hanno usata e apprezzata.
Hanno mobilitato la Rai, la rivista il Salvagente targata Coop (la Coop che ama i detersivi) e alcune persone perché iscritte al Meetup di Beppe Grillo contrarie al prodotto (indovinate perché sono state invitate proprio e solo loro).
Mancava in studio la casalinga di Voghera, quella che sa cos’è il bucato e può fornire un parere professionale sulla Biowashball perché l’ha usata.
Se un prodotto non fa quello che dice e si chiedono soldi in cambio si chiama truffa. La società che la distribuisce in tutto il mondo in milioni di esemplari non ha processi in corso e in nessuno Stato dove è venduta la Biowashball è stato chiesto il ritiro del prodotto. Ho detto più volte che prima di dare un giudizio bisogna informarsi e verificare. Non vi ho detto però che per farlo bisogna guardare la televisione o leggere i giornali finanziati dallo Stato.
Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di utenti italiani soddisfatti.
Dopo questa reazione dei media credo che sia ora di iniziare una battaglia contro i detersivi, uno degli strumenti di distruzione del pianeta, usati spesso senza necessità e quasi sempre in eccesso. Una battaglia difficile perché hanno i media (finanziati dalla loro pubblicità) come alleati.
Loro non molleranno mai (ma gli conviene?), noi neppure.

A me il pezzo che piace di più è quando a sostegno della tesi della bontà del prodotto viene portata l’argomentazione che 2 milioni di persone «l’hanno usata e apprezzata.» Io la chiamo l’argomentazione della mosca: miliardi di mosche l’hanno usata e apprezzata, dunque la merda è buonissima.

Ora, io capisco perfettamente che la biopalla non è al centro del programma elettorale di Grillo. Però, se i sondaggi non sono grossolanamente sbagliati, domani e dopodomani circa un elettore su 5 voterà per Grillo (sì, per Grillo, più che per il Movimento 5 stelle, come ha ben spiegato Leonardo). Cioè, 10 milioni di italiani affideranno il destino di questo sciagurato Paese nelle mani di uno che crede che una specie di sorpresa dell’ovetto Kinder piena di gnocchetti di terracotta come quelli che si mettono nella tortiera per non far gonfiare la pasta-frolla abbia il potere di avere insieme l’ambiente e i corsi d’acqua incontaminati e i panni puliti (perché dobbiamo tenere a mente che in un’economia di mercato, se i detersivi si vendono, non dipende soltanto dal diabolico strapotere delle multinazionali produttrici, ma anche dalla preferenza dei consumatori per i panni puliti e profumati). 10 milioni di italiani presteranno fede alle ricette miracolistiche di uno che pensa e dice che si può avere tutto e il contrario di tutto senza costi. La favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione, domani e dopodomani illuderà 10 milioni di italiani. Che si sommeranno agli altri milioni che crederanno alla restituzione dell’IMU.

Temo di essere un irriducibile illuminista, ma temo che questo sia anche, anzi soprattutto, il frutto della pseudo-cultura oscurantista di questo povero Paese, dove è lecito vantarsi di non sapere nulla di matematica, di fisica, di chimica, di biologia. Dove credere ai miracoli, alle favole, alle teorie strampalate, all’ultima miracolistica dieta o pseudo-filosofia new age ti rende una persona bella e interessante.

10 milioni di credenti creduloni.

Intanto, il 20 e 21 febbraio, si svolgeva a Roma l’Undicesima conferenza nazionale di statistica, organizzata dal Sistema statistico nazionale e dall’Istat. Quasi 2.500 persone si sono confrontate per due giorni su come conoscere e misurare i fenomeni nuovi nell’economia, nella società e nella vita quotidiana; su come darsi degli obiettivi concreti e su come misurare i progressi verso il loro raggiungimento; su come i decisori politici possono fare le loro scelte sulla base di evidenze verificabili e come i cittadini possono valutarne quantitativamente l’operato; su come sottoporre a controllo preventivo e verifica successiva le diagnosi e le terapie proposte dalle parti politiche. 2.500 persone che, con una buona dose di ottimismo, possiamo ipotizzare convinte di questo programma: un programma di riforma, di riforma di metodo, prima che di merito.

2.500 persone contro 10 milioni. Consentitemi un po’ di pessimismo.

Metropolitana di Roma, fermata Termini: tutto il resto è noia

Alla fine ieri (11 febbraio 2013) a Roma non è nevicato: nevica a ogni morte di papa, hanno detto i romani con la consueta arguzia, non quando il papa si dimette come un premier qualunque (insomma, più Monti che Montini).

E non è neppure arrivata la temuta gelata. I grigi sacchi di plastica pieni di sale che erano comparsi in alcune postazioni strategiche del centro storico sono altrettanto sollecitamente spariti (sarà intervenuto l’esercito? la protezione civile? gli operatori ecologici? o serviranno a insaporire gli involtini primavera nei ristoranti cinesi della capitale per i prossimi decenni?).

Però è piovuto, a tratti abbondantemente. E quindi, come non ci stancheremo di segnalare, a costo di sfinirvi, si è creata la solita bella pozzanghera nel mezzanino di Termini (di recentissima realizzazione). Ne abbiamo già parlato più volte (qui, qui e qui).

Siamo tornati al secchio rosso, dopo quello blu dell’altra mattina. Adesso aspettiamo il secchio lilla per mettersi al passo (o allo scivolone) con la nuova linea M5 dei rivali milanesi.

Piove sul bagnato

Piove sul bagnato

Lavorare sulle fasce

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, l’aristocrazia operaia. Erano lavoratori manuali che con i loro utensili prima, e con le loro macchine utensili dopo, sapevano fare cose straordinarie. Dico con le loro macchine, ma è un modo di dire. Eravamo già in una società capitalistica, e gli strumenti del lavoro, gli utensili, le macchine, non erano loro di proprietà. Erano di proprietà del padrone. Loro le potevano usare durante l’orario di lavoro, e ci facevano cose da virtuosi.

Erano i tempi in cui la manifattura si chiamava così perché la manualità aveva ancora una sua importanza, anche se gli operai lavoravano tutti insieme, in fabbrica, e non ognuno da solo, o pochi in piccoli gruppi, nell’officina.

L’idealtipo di questi operai, per me almeno, è il Tino Faussone di La chiave a stella di Primo Levi, di cui abbiamo parlato qui:

È sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasarto. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran raccontatore: è anzi piuttosto monotono, e tende alla diminuzione e all’ellissi come se temesse di apparire esagerato, ma spesso si lascia trascinare, ed allora esagera senza rendersene conto. Ha un vocabolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che gli sembrano arguti e nuovi; se chi ascolta non sorride, lui li ripete, come se avesse da fare con un tonto. [p. 3]
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una felicità che non molti conoscono. [p. 81]
È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabli, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoto, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge. [p. 81]

Faussone è in cima all’aristocrazia operaia: lavora in proprio e viene chiamato in giro per il mondo per la sua competenza e per la sua abilità. In questo è una rarità, se non un’eccezione.

Di solito, invece, si trattava di operai salariati particolarmente bravi. E questo, anche nel capitalismo selvaggio dell’accumulazione originaria  dei robber barons, della giungla di Upton Sinclair, dava loro un potere contrattuale: potevano andare a lavorare da un’altra parte, con buone probabilità che la loro bravura li rendesse appetibili sul mercato del lavoro. In ogni caso, altri padroni (padroni B, chiamiamoli) potevano fare un’asta per assicurarsi le loro prestazioni portandoli via ai primi padroni (chiamiamoli padroni A). L’unico rimedio a disposizione dei padroni A era quello di alzare artificialmente il costo della transazione, sia per il lavoratore sia per i padroni B.

Nascono così una serie di strumenti: la liquidazione, retribuzione differita che cresce con la durata della permanenza presso lo stesso padrone; la pensione di anzianità, proporzionale anch’essa agli anni passati nella stessa occupazione; e gli scatti di anzianità, progressioni di salario che si realizzano dopo un certo numero di anni trascorsi nella stessa posizione.

Come avrete già capito, gli operai specializzati (e qualificati: non è la stessa cosa) sono disposti su un continuum, che va dal vertice di Tino Faussone al grado zero di Lulù Massa (il protagonista di La classe operaia va in paradiso di Elio Petri), che è un operaio di catena, ma un virtuoso del cottimo, almeno all’inizio del film.

Ecco, dopo arriva il fordismo, e con il fordismo l’operaio-massa. Nella prima metà del XX secolo negli Stati Uniti. Molto dopo da noi. L’aristocrazia operaia viene spazzata via dall’operaio massa. Anche Ludovico Massa, detto Lulù, si risveglia dalla falsa coscienza dello stakanovista per scoprirsi una pedina tra le tante (se volete vedere il film, su YouTube c’è tutto).

Adesso il valore è la flessibilità, la mobilità. Dunque, l’anzianità non andrebbe premiata, ma scoraggiata. E allora, perché gli incentivi alla tenure restano nei contratti, amati dai sindacati come dai datori di lavoro. Per la verità, nel privato i datori di lavoro cominciano a chiederne l’abolizione, come mi raccontava mia moglie. Nella pubblica amministrazione, invece il feticcio dell’anzianità resta, caro al sindacato ma, in realtà, anche all’amministrazione, che ne fa uno strumento di governo un po’ paternalistico.

Me lo sono chiesto qualche tempo fa, quando nell’amministrazione pubblica in cui lavoro ho dovuto dedicare molte ore ai cosiddetti «passaggi di fascia». Trovo curioso che in una situazione in cui il dipendente pubblico di ruolo, che per avere vinto un concorso matura un diritto quasi reale a restare abbarbicato al suo scoglio come una cozza (c’è stata una volta che uno mi ha detto, scherzando ma non proprio: «Io 15 anni fa ho vinto un regolare concorso, e quindi lo stipendio il 26 del mese mi spetta; se volete anche vedermi lavorare, mi dovete dare un incentivo, o almeno una prospettiva di carriera!»), ci si preoccupi di premiare l’anzianità. Eppure, per farla breve, i contratti di lavoro prevedono che oltre ai “livelli” (per passare di livello ci vuole un concorso, anche se non sempre e non necessariamente un concorso “pubblico”, cioè aperto a tutti) ci siano delle “fasce” che si raggiungono per anzianità. Tipicamente, dopo un certo numero di anni passati in un dato livello nella fascia di base si “matura” il diritto di passare alla fascia superiore, che dà diritto a uno scatto retributivo.

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Questa la sostanza della cosa. Ma siamo nel regno dell’apparenza, quello che rende la nostra burocrazia più borbonico-spagnolesca che sabaudo-napoleonica o germanico-calvinista. Quindi non si matura un diritto alla fascia, ma soltanto un requisito oggettivo a poter essere preso in considerazione per il passaggio di fascia. Che viene attribuito sulla base di una relazione scritta dall’interessato, che racconta che cosa ha fatto negli anni trascorsi nella fascia inferiore; poi il suo diretto superiore controfirma la relazione (ne prende visione senza responsabilità sui contenuti? oppure l’assevera nel merito?); e se per caso – ma evidentemente accade quasi sempre – il candidato ha cambiato posizi0ne lui oppure se si sono avvicendati più superiori, le firme aumentano a dismisura.

A questo punto viene formata una commissione interna, che non fa un vero concorso, ma comunque valuta “nel merito” le relazioni presentate. Ma che in ogni caso poi attribuisce il passaggio di fascia, solo che ne esistano i requisiti soggettivi (x anni trascorsi nella fascia inferiore): non si è mai visto che una fascia non venga attribuita. Quand’anche si stesse parlando di un tossicodipendente assenteista conclamato, perché «si creerebbe un precedente», cosa che evidentemente non vogliono né l’amministrazione né il sindacato.

A rendere la situazione ancora più paradossale, le retribuzioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono congelate dal 24 maggio 2010 e la norma stabilisce chiaramente che gli aumenti che sarebbero dovuti intervenire durante il blocco (la cui fine non sembra imminente) non potranno essere recuperati mai. Quindi tutto l’esercizio che ho appena descritto, che costa tempo e danaro ai lavoratori e all’amministrazione, ha come unico risultato che sul cedolino dello stipendio e sugli altri documenti dell’ufficio del personale il dipendente troverà scritto, ora, terza fascia invece di seconda fascia. Bello, no? Son soddisfazioni. Ma non un centesimo in più.

E non finisce qui. Nel contratto è anche previsto che un’esigua minoranza dei lavoratori (al massimo il 10%, mi pare stabilisca il contratto integrativo), se è trascorsa almeno le metà della durata della permanenze prevista per il passaggio alla fascia successiva, possa accedere a un passaggio anticipato di fascia, con procedure naturalmente un pochino più complesse e time consuming, ma con lo stesso risultato pratico: potersi fregiare di una dicitura cui non corrisponde alcun vantaggio economico, né lavorativo, né di prestigio. Credetemi.

Questo paese non ha speranze.