Bruce Springsteen – 3 ottobre 2009

Non ero ieri sera al concerto romano di Bruce Springsteen. Sono bloccato a casa da un problema di salute. Ma forse non ci sarei andato nemmeno se fossi stato meglio, perché della conca polverosa delle Capannelle ho dei pessimi ricordi.

Sono stato a un concerto di Bruce Springsteen una volta sola, ed è stata un’esperienza memorabile. Era – come i più sagaci di voi già sospetteranno – il 3 ottobre 2009. Il più grande dei miei figli, all’epoca, era per un periodo di studio allo IAS di Princeton (in questo blog ne abbiamo parlato a proposito del libro di George Dyson Turing’s Cathedral) e mia moglie e io abbiamo approfittato dell’occasione e del nostro anniversario di matrimonio per andare a passare qualche giorno a New York. Poiché la data del nostro anniversario coincide con il compleanno del figlio (un anno esatto di distanza), come festeggiamento condiviso ci aveva preso i biglietti per il concerto di Bruce Springsteen.

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Concerto memorabile, non solo per questi motivi strettamente personali. Il Boss aveva compiuto 60 anni il 23 settembre. Il tour era il Working on a Dream Tour (dal titolo del 16° album in studio del nostro, uscito il 27 gennaio). Tra l’altro, fu l’ultima tournée in cui suonò Clarence Clemons (che sarebbe morto nel 2011). Il 21 maggio 2009, durante il concerto allo Izod Center di East Rutherford nel New Jersey (lo sapete tutti, immagino, che Bruce Springsteen è nato proprio lì vicino, nel New Jersey), annunciò che tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre avrebbe tenuto 3 concerti al Giants Stadium, prima della sua demolizione (the band will «say goodbye to old Giants Stadium … Before they bring the wrecking ball, the wrecking crew is coming back!»). Furono poi aggiunte 2 date, portando i concerti a 5.

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Il Giants Stadium era lo stadio dei New York Giants, ma ci ha giocato 2 partite anche la nazionale italiana nei mondiali del 1994 e ci ha detto messa papa Wojtyła il 5 ottobre 1995 (stabilendo un record di presenze, 82.948 persone, battuto soltanto dagli U2 nel concerto del 24 settembre 2009, con 84.472 spettatori). Noi eravamo seduti piuttosto in alto e laterali, ma questo non ci ha impedito di goderci il concerto.

Ma prima di parlare di musica vorrei sottolineare la perfetta organizzazione logistica dell’evento. Nel prezzo del biglietto era incluso il trasporto in bus da e per lo stadio, con partenza dal Port Authority Bus Terminal di Manhattan.

L’idea di Bruce Springsteen era di suonare, accanto alla setlist abituale, un intero album in ognuno nei concerti:

We had done so many shows and were going to come back around one more time, so we were like, ‘OK, what can we do that we haven’t done? Let’s try to play some of the albums.’ There were some people who were starting to do it, it sounded like a good idea, and my audience fundamentally experienced all my music in album form. People took Born to Run home and played it start to finish 100 times; they didn’t slip on a cut in the middle. And we made albums – we took a long time, and we built them to last. … Those records are packed with songs that have lasted 30–35 years. It simply was a way to revitalize the show and do something appealing and fun for the fans, but it ended up being a much bigger emotional experience than I thought it would be.

A noi capitò Born in the USA. In occasione di questi concerti il Boss presentò anche la nuova canzone Wrecking Ball, scritta dal punto di vista dello stadio (grosso modo coetaneo di Springsteen stesso): Springsteen si gettava sul pubblico, alla Peter Gabriel, durante Hungry Heart; particolare cura nell’illuminazione (soprattutto in The Rising). Per finire i fuochi d’artificio (quelli qui sotto sono proprio quelli del 3 ottobre).

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Ecco la setlist completa del concerto:

  1. Wrecking Ball
  2. Out in the Street
  3. Outlaw Pete
  4. Hungry Heart
  5. Working on a Dream
  6. [Born in the U.S.A.] Born in the U.S.A.
  7. Cover Me
  8. Darlington County
  9. Working on the Highway
  10. Downbound Train
  11. I’m on Fire
  12. No Surrender
  13. Bobby Jean
  14. I’m Goin’ Down
  15. Glory Days
  16. Dancing in the Dark
  17. My Hometown
  18. The Promised Land
  19. Last to Die
  20. Long Walk Home
  21. The Rising
  22. Born to Run
  23. Raise Your Hand (Eddie Floyd cover) (Instrumental)
  24. Jersey Girl (Tom Waits cover)
  25. [Encore] Kitty’s Back
  26. Detroit Medley
  27. American Land
  28. Waitin’ on a Sunny Day
  29. Thunder Road

OK, non voglio farvi schiattare dall’invidia. Su YouTube c’è l’audio integrale delle 3 ore di concerto.

Neil Gaiman – The Ocean at the End of the Lane: A Novel

Gaiman, Neil (2013). The Ocean at the End of the Lane: A Novel. New York: William Morrow. 2013. ISBN 9780062255679. Pagine 259. 10,59 €

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Ho già avuto occasione di scrivere, in un post su questo blog, che Neil Gaiman è un autore di culto: o lo si ama, o lo si adora incondizionatamente. 

Questo è il suo primo romanzo “per adulti” (sì, perché nel mondo anglosassone – lo sappiamo per averne parlato qui – la letteratura YA, per giovani adulti, è classificata a parte) in quasi 10 anni, dopo Anansi Boys del 2005. Non delude le aspettative, e non sono certo l’unico a dirlo: sul Guardian/Observer l’hanno recensito sia Edward Docx il 26 giugno 2013 (The Ocean at the End of the Lane by Neil Gaiman – review – ma non leggetelo perché racconta tutta la storia!) sia Antonia S. Byatt (The Ocean at the End of the Lane by Neil Gaiman – review – che secondo me ha capito molto di più, ma che contiene comunque qualche spoiler), Mentre sul NYT l’ha fatto Benjamin Percy il 27 giugno 2013 (It All Floods Back – la recensione che secondo me ha colto meglio la cifra del romanzo).

The Ocean at the End of the Lane è un Bildungsroman alla rovescia, in almeno 2 accezioni.

La prima è efficacemente riassunta nella citazione di Maurice Sendak posta a epigrafe del romanzo:

I remember my own childhood vividly … I knew terrible things. But I knew I mustn’t let adults know I knew. It would scare them.

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Essere bambini – e dunque tornare bambini – significa riaprire il libro delle possibilità, quello che si chiude a poco a poco, ogni giorno che viviamo. Il protagonista di questa storia lo sa benissimo («Adults follow paths. Children explore.»).

A questo proposito, con la sua storia Neil Gaiman affronta un tema che era stato di Douglas Coupland in The Gum Thief:

A few years ago it dawned on me that everybody past a certain age – regardless of how they look on the outside – pretty much constantly dreams of being able to escape from their lives. They don’t want to be who they are any more. they want out. […]
Do you want out? Do you often wish you could be somebody, anybody, other than who you are – the you who holds a job and feeds a family – the you who keeps a relatively okay place to live and who still tries to keep your friendships alive? In other words, the you who’s going to remain pretty much the same until the casket? […]
I used the phrase “a certain age”. What I mean by this is the age people are in their heads. It’s usually thirty to thirty-four. Nobody is forty in their head. When it comes to your internal age, chin wattles and relentless liver spots mean nothing (Douglas Coupland, The Gum Thief, pp.1-2).

La risposta di Gaiman è però diversa: noi siamo noi a 7 anni, come nel romanzo si adombra più volte – a partire dallo spartiacque della fallimentare festa di compleanno – fino alla considerazione che compare nell’ultimo capitolo, prima dell’epilogo:

A story only matters, I suspect, to the extent that the people in the story change. But I was seven when all of these things happened, and I was the same person at the end of it that I was at the beginning, wasn’t I? So was everyone else. They must have been. People don’t change. [2470: il riferimento è alle posizioni Kindle)

La seconda accezione in cui The Ocean at the End of the Lane è un Bildungsroman alla rovescia è molto più profonda, nel senso più vero e profondo è la ragione d’essere del romanzo, oltre che l’universo in cui esso si sviluppa.

Se proviamo a leggere il romanzo non come una fantasia fantasy (anche se un po’  horror) ma come una storia coerente in un universo alternativo al nostro ma coerente. ci troviamo in quella che Benjamin Percy chiama «a kind of quantum physics school of magic» (ve l’avevo detto che è il recensore che, secondo me, ha meglio compreso le correnti sotterranee del Gaiman-pensiero). Il romanzo vi accenna obliquamente, presentandoci la capacità degli Hempstock di tagliare e cucire il continuum spazio-temporale, di incanalare l’energia, di ricordare il big bang. Particolarmente rivelatrice è l’esperienza del protagonista nell’oceano del titolo:

I saw the world I had walked since my birth and I understood how fragile it was, that the reality I knew was a thin layer of icing on a great dark birthday cake writhing with grubs and nightmares and hunger. I saw the world from above and below. I saw that there were patterns and gates and paths beyond the real. I saw all these things and understood them and they filled me, just as the waters of the ocean filled me.
[…]
Could there be candle flames burning under the water? There could. I knew that, when I was in the ocean, and I even knew how. I understood it just as I understood Dark Matter, the material of the universe that makes up everything that must be there but we cannot find. I found myself thinking of an ocean running beneath the whole universe, like the dark seawater that laps beneath the wooden boards of an old pier: an ocean that stretches from forever to forever and is still small enough to fit inside a bucket, if you have Old Mrs. Hempstock to help you get it in there, and you ask nicely. [2084-2095]

Oltre alle Hempstock, che ne sono le guardiane e le vestali, soltanto un bambino di 7 anni ha accesso al continuum spazio-temporale che sottende l’universo, alla sua materia oscura (qualche connessione con i mondi paralleli di Philip Pullman?) che sostanzia tutto quello che deve esserci ma non riusciamo a trovare (che gli adulti non riescono a trovare). Soltanto il ritorno, ancorché fugace e subito dimenticato, alla condizione infantile, soltanto la destrutturazione del sé adulto, consente di tornare a quello stadio staminale totipotente che permette di comprendere profondamente la realtà e, soprattutto, le altre persone.

Ultima notazione: sono un vecchio duro, capace di affrontare tutto (quasi tutto, ma questa è un’altra storia) a ciglio asciutto. Ma le ultime pagine di questo romanzo mi hanno commosso.

Correte a leggerlo.

* * *

Qualche piccolo assaggio  (consueti riferimenti alla posizione Kindle):

Books were safer than other people anyway. [133]

[…] money, just money, and nothing more. Little tokens-of-work. [609: questa definizione del danaro come token-of-work è una notazione preziosa e profonda, che sembra uscita dal Marx del Manoscritti economico-filosofici del 1844]

“That’s the trouble with living things. Don’t last very long. Kittens one day, old cats the next. And then just memories. And the memories fade and blend and smudge together …” [663]

“Men!” hooted Old Mrs. Hempstock. “I dunno what blessed good a man would be! Nothing a man could do around this farm that I can’t do twice as fast and five times as well.” [1348]

“It’s always too late for sorries […] [1504]

“Nobody actually looks like what they really are on the inside. You don’t. I don’t. People are much more complicated than that. It’s true of everybody.” [1620]

“[…] Never enough of you all together in one place, so there wouldn’t be anything left that would think of itself as an ‘I.’ No point of view any longer, because you’d be an infinite sequence of views and of points …” [2111: bella spiegazione materialistica del sé o, se volete, dell’anima]

“There are pacts, and there are laws and there are treaties, and you have violated all of them.” [2302]

10 luglio 1943: lo sbarco in Sicilia e l’uomo che non c’era

Ricorre oggi il settantesimo anniversario dello sbarco anglo-americano in Sicilia.

Molti lo hanno ricordato e, pertanto, vi rinvio tranquillamente alla bella ricostruzione che Davide Maria De Luca ha pubblicato oggi su ilpost (Lo sbarco in Sicilia, 70 anni fa).

ilpost.it

A me interessa ricordare lo sbarco del 10 luglio per una diversa ragione. Completata la riconquista del Nordafrica da parte degli alleati, i nazisti temevano uno sbarco nel Mediterraneo, ma ignoravano se sarebbe avvenuto in Grecia, in Italia meridionale, in Sicilia o in Sardegna. I servizi segreti inglesi organizzarono una fantastica operazione di depistaggio, che aveva tra i suoi ideatori Ian Fleming (il futuro creatore di James Bond): il macabro nome di codice era «Operazione Carne Trita».

Io ne ho parlato, in questo blog, recensendo il romanzo di Ian McEwan (Ian McEwan – Sweet Tooth) e il bel libro di Ben Macintyre (Ben MacIntyre – Operation Mincemeat).

Il libro è stato tradotto in italiano negli Oscar Mondadori (L’uomo che non c’era. Come il controspionaggio inglese nascose a Hitler lo sbarco in Sicilia) e vi consiglio di leggerlo.

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Per stuzzicarvi l’appetito (nel caso le mie recensioni non vi fossero state sufficienti), ecco la presentazione dell’editore:

All’alba del 10 luglio 1943 le truppe alleate sbarcarono in Sicilia nel primo attacco alla “Fortezza Europa” in mano a Hitler. Un attacco destinato ad avere un grande successo e ad aprire una nuova, cruciale fase nelle operazioni belliche. Un vero trionfo, dovuto in buona parte a un uomo morto sei mesi prima, un “uomo che non c’era”. Attorno a lui venne costruita un’imponente rete di depistaggi, un vero e proprio imbroglio escogitato da un avvocato inglese, Ewen Montagu, e noto come “operazione Mincemeat”, senz’altro il più spettacolare, sfacciato e riuscito piano dissuasivo della Seconda guerra mondiale, volto a convincere i servizi informativi nazisti che il grande sbarco alleato nel Mediterraneo avrebbe avuto luogo in Grecia e non sulle coste siciliane. Nota fino a poco tempo fa in modo solo parziale, la vicenda è emersa in tutta la sua complessità solo recentemente, e in questo volume viene ricostruita grazie a documenti dei servizi segreti, fotografie, memoriali, diari dei protagonisti. Che raccontano una vicenda tanto avvincente e incredibile quanto vera.

Scoiattolo

Secondo il Vocabolario Treccani:

scoiàttolo s. m. [der. in –àttolo del lat. *scuriussciurus, dal gr. σκίουρος: v.sciuridi]. –

  1. Nome di varie specie di roditori della famiglia sciuridi, di medie dimensioni, arboricoli e diurni, con corpo slanciato, muso appuntito, occhi e orecchie grandi, lunga coda rivestita di pelo folto, tenuta rivolta verso l’alto. In partic. sono così chiamate le specie appartenenti al genere Sciurus, tra cui lo scoiattolo rosso(Sciurus vulgaris), comune in Italia nei boschi, di colore bruno rossiccio o nerastro, e lo s. grigio (Sciurus carolinensis), originario dell’America Settentr. ma oggi diffuso anche in alcune regioni europee, soprattutto in Gran Bretagna, di maggiori dimensioni e mantello color grigio bruno. Alla famiglia sciuridi appartengono inoltre gli s. giganti, del genere Ratufa, diffusi nelle foreste tropicali dell’India, Indocina e arcipelago della Sonda, mentre ad altre famiglie appartengono i varî roditori noti col nome di s. volanti, provvisti di un’ampia membrana, detta patagio, che si estende ai lati del corpo, fra gli arti anteriori e posteriori, e fra questi e la base della lunga coda, utilizzata per planare tra gli alberi.
  2. In similitudini e usi fig., con riferimento all’agilità e alla mobilità di cui lo scoiattolo (spec. quello rosso e quello grigio) è dotato: agileveloce come uno s.arrampicarsi come uno s.quel ragazzo è proprio uno s.gli Scoiattoli di Cortina, celebre gruppo di arrampicatori e guide ampezzane. ◆ Dim. scoiattolino.

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Parola di origine latina e greca dunque, con una transizione da σκίουρος a scuriussciurus abbastanza usuale. Sì, ma σκίουρος è una parola interessante, perché sarebbe l’unione di σκιά (ombra) e οὐρά (coda). Lo scoiattolo sarebbe dunque l’animale che si fa ombra con la coda: e ci può stare, come dicono qui a Roma.

Dal latino all’italiano ci si arriva attraverso il diminutivo (quindi scoiattolino è il diminutivo di un diminutivo: ricordatevene quando lo dite alla vostra ragazza): scurius → scuriatolus (attraverso l’aggettivo scuriatus).

In provenzale si è invece passati (sempre via diminutivi) da scurius a → scuriolus → squiriolus. Da cui il francese écureuil e l’inglese squirrel.

Naturalmente, se lo privi della bella pelliccia diventa uno scuoiattolo.

 

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Metropolitana di Roma, fermata Termini: Questa volta il secchio di plastica non basta

Ci siamo occupati molte volte della ristrutturazione del nodo Termini della metropolitana di Roma, iniziata nell’aprile del 2011 e inaugurata alla vigilia delle elezioni comunali del 26-27 maggio, segnalando – tra l’altro – la circostanza che a una pioggia appena abbondante c’erano infiltrazioni d’acqua.

Questo blog ha segnalato il problema quiquiqui e qui. Se ne è occupato anche il blog romafaschifo.com (ROMA FA SCHIFO: Il nuovo nodo MetroA\MetroB della Stazione Termini ancora deve inaugurare. In compenso già ci piove dentro. Ma di brutto eh!).

Il simbolo delle infiltrazioni nei mezzanini, per me, era diventato il secchio di plastica, unico segno di un intervento di chi dovrebbe gestire il servizio.

Piove sul bagnato

Piove sul bagnato

Temo che ieri, però, un secchio non sia stato sufficiente …

excite.it

… e neppure 2!

tgcom24.mediaset.it

Il previo che viene dopo

Grandissima. Un raggio di luce in una settimana scura. Grazie, Luisa

Sviatoslav Richter – 16 settembre 1992

Qualche giorno fa ero a Firenze per un seminario. No, non la kermesse organizzata da la Repubblica, ma una cosa più paludata e accademica. Nell’intervallo c’era un light lunch, che è poi come un extended coffee break: finger food da mangiare in piedi, accumulando la stessa quantità di calorie di un piatto di rigatoni con la pajata ma sporcandosi anche l’abito o almeno la cravatta.

Io sono ormai perennemente a dieta e mi sono quindi astenuto dal pranzo, preferendo fare una passeggiata in un sole più che primaverile (ma non vi preoccupate, più tardi il temporale d’ordinanza è arrivato puntuale a spegnere gli entusiasmi e a fare alla mia giacca quello che non avevo lasciato fare al light lunch). Sono andato verso piazza del Duomo, passando davanti a Palazzo Medici-Riccardi e a San Lorenzo e mi sono subito trovato, inavvertitamente, a ripercorrere à rebours il cammino di Robert Langdon nella prima parte di Inferno di Dan Brown.

Apro una parentesi. È con viva e vibrante soddisfazione che vi segnalo che nella recensione comparsa sul prestigioso New Yorker (Joan Acocella, What the Hell?, 27 maggio 2013) si dicono cose non troppo dissimili da quelle che ho scritto io. Leggete tutto l’articolo, che ne vale la pena. Qui solo qualche assaggino:

As we saw in “The Da Vinci Code,” there is no thriller-plot convention, however well worn, that Brown doesn’t like. The hero has amnesia. He is up against a mad scientist with Nietzschean goals. He’s also up against a deadline: in less than twenty-four hours, he has been told, the madman’s black arts will be forcibly practiced upon the world.
[…]
[…] we have Brown’s beloved “symbologist,” Robert Langdon, a professor at Harvard, a drinker of Martinis, a wearer of Harris tweeds, running around Europe with a good-looking woman—this one is Sienna Brooks, a physician with an I.Q. of 208—while people shoot at them. All this transpires in exotic climes—Florence, Venice, and Istanbul—upon which, even as the two are fleeing a mob of storm troopers, Brown bestows travel-brochure prose: “The Boboli Gardens had enjoyed the exceptional design talents of Niccolò Tribolo, Giorgio Vasari, and Bernardo Buontalenti.” Or: “No trip to the piazza was complete without sipping an espresso at Caffè Rivoire.”
[…]
Finally, the conviction that everything refers to something else generates codes and symbols, which is what generates Robert Langdon. As a symbologist, he can read these runes. Often, the clue they give him does not point him to what he’s looking for but rather to something that will offer a further clue, which will get him a little closer to what he’s looking for, and so on, as in a treasure hunt.
[…]
The book has almost no psychology, because one of Brown’s favorite plot devices is to reveal, mid-novel, that a character presented all along as a friend is in fact an enemy […], or vice versa. To do that—and it’s always pretty exciting—Brown can’t give his characters much texture; if he did, they would be too hard to flip. Of course, without texture they don’t have anything interesting to say, except maybe “Stop the plane there.” The dialogue is dead. As for the rest of the writing, it is not dead or alive. It has no distinction whatsoever.

Ma questa era soltanto una digressione per spiegare perché mi trovassi in Via Por Santa Maria. Quasi arrivato a Ponte Vecchio si è aperto un passaggio tra due case e io ho avuto una vertigine proustiana che mi ha portato indietro di più di vent’anni.

Santo StefanoSanto Stefano a Ponte Vecchio

È l’ingresso della chiesa di Santo Stefano a Ponte Vecchio, che affaccia sulla sua raccolta piazzetta, defilata rispetto all’andirivieni di turisti della direttrice Ponte Vecchio-Piazza della Signoria. Lì, il 16 settembre 1992, venuti da Roma con un treno al pomeriggio e partiti prestissimo la mattina dopo aver dormito nella casa di Bagno a Ripoli, Morgaine e io abbiamo sentito un concerto di Sviatoslav Richter. Non il primo e non l’ultimo, ma comunque ogni concerto di Richter – mi creda chi non l’ha mai sentito – era un’occasione speciale.

L’acustica della chiesa è molto secca, o fredda: scegliete voi la vostra sinestesia. Forse sono tutti quei marmi, forse la totale assenza di superfici curve, che è una caratteristica della sua architettura. Non so se gli interventi successivi, che hanno accentuato le sue caratteristiche di auditorium (nel 1992 era ancora indubitabilmente una chiesa, ancorché sottratta al culto) abbiano ammorbidito la resa acustica. Nonostante la fama di Richter, la chiesetta non era stracolma. Era una giornata calda e serena (si erano toccati i 31 °C) e il concerto era nel tardo pomeriggio, alle 18 o alle 19. Nonostante le mie ricerche (disperate e frenetiche, ma non accurate) non ho trovato il programma, che però sono certo di avere conservato.

Nemmeno sull’enciclopedico sito dedicato alla memoria di Richter (In memoriam Sviatoslav Teofilovich Richter 1915-1997) è riportato il programma del concerto. Sono però abbastanza certo, basandomi – oltre che sulla mia fallibile memoria – anche sugli indizi offerti dalla cronologia di trovar.com, che il programma integralmente beethoveniano fosse lo stesso del concerto di pochi giorni dopo (20 settembre) a Briosco, a Villa Medici-Giulini e ancora, il mese successivo, in Olanda, a Eindhoven (22 ottobre) e Amsterdam (25 ottobre). Sempre lo stesso programma fu eseguito (e trasmesso dalla televisione tedesca) a Mosca il 2 dicembre e a fine mese, il 22, al Teatro Accademia di Conegliano di Asolo.

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Il programma, dunque. Tutto Beethoven, sonate per pianoforte. In particolare:

  • Sonata n. 18 in mi bemolle maggiore, op. 31/3 “La caccia”
  • Sonata n. 19 in sol minore, op. 49/1
  • Sonata n. 20 in sol maggiore, op. 49/2
  • Sonata n. 22 in fa maggiore, op. 54
  • Sonata n. 23 in fa maggiore, op. 57 “Appassionata”.

Si tratta di sonate celeberrime (la prima e l’ultima) e di sonate relativamente meno eseguite (le due sonate op. 49 e l’op. 54 hanno la peculiarità di essere in soli 2 tempi e molto brevi). Richter partì un po’ nervoso e impacciato (come gli succedeva abbastanza spesso) ma poi giganteggiò.

Di questo programma abbiamo la testimonianza di un disco Philips (438486) registrato ad Amsterdam, durante il concerto del 25 ottobre (suppongo), privo però della prima sonata.

Della trasmissione effettuata dalla televisione tedesca NDR (e da quella russa TV Ostankino) del concerto del 2 dicembre 1992 sono riuscito a trovare il riferimento sulla videografia richteriana curata da Alex Malow, ma non la registrazione (47 minuti di delizia, suppongo). Accontentatevi della Sonata op. 49/1 (con una presa del suono molto approssimativa).

Qualche mese dopo, tra il 26 e il 27 maggio 1993, la chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio fu gravemente danneggiata dall’attentato mafioso di via dei Georgofili (5 morti e 48 feriti).

Gianmaria Testa – 26 maggio 2012

Sapevo ben poco di Gianmaria Testa, soprattutto che era stato capostazione e che era un cantautore amato in Francia. Due buoni motivi per diffidarne:

  1. Se di un musicista i media riepetono ossessivamente per prima cosa che era stato un ferroviere, ti viene il sospetto che la sua musica sia poco rilevante.
  2. I francesi spesso amano di noi gli artisti più radical-chic (mi vengono in mente, in ordine sparso, Bernardo Bertolucci e Nanni Moretti, Paolo Conte e – appunto – Gianmaria Testa). Quelli che i francesi chiamano bobos.

Il CD Valzer di un giorno, venduto in edicola dalle edizioni de L’Unità, non mi aveva convinto del tutto. Alcune canzoni erano belle, ma l’operazione – che alternava canzoni scritte e cantate da Testa a poesie recitate, sempre da Testa, ma scritte da Pier Mario Giovannone – mi era sembrata al tempo stesso minimalista e ambiziosa. Un disco ascoltato qualche volta e presto dimenticato. Ero forse il solo a pensarla così: la sua musica la percepivo sì come minimale, ma spesso enfatica e non sempre ispirata. Quella che segue è la recensione di Gianni Sibilla su rockol.it del 18 novembre 2000:

Una buona occasione per scoprire un cantautore di cui si è parlato spesso a sproposito. Più noto in Francia che in patria, il cuneese Testa ha pubblicato oltralpe i suoi tre dischi, ricevendo attenzione soprattutto come “fenomeno” più che come musicista. Questo “Il valzer di un giorno” è il primo lavoro prodotto totalmente in Italia. E’ un disco “popolare”, come ama definirlo lo stesso Testa: distribuito nelle edicole dalla Elleu Multimedia al prezzo di 18.000 lire, è fatto di semplici canzoni per chitarra e voce.
Insieme a Piermario Giovannone, Testa rilegge il proprio repertorio, “denudando” con sola chitarra e voce canzoni come “Il viaggio”, “Un aeroplano a vela” (a suo tempo incisa anche dalla Mannoia) e “Polvere di gesso”. Completano la lista delle canzoni due inediti, quello che dà il titolo all’album e “Piccoli fiumi”, oltre a cinque poesie di Giovannone lette da Testa.
Quello che emerge è il ritratto di un musicista e della sua musica minimale, mai enfatica, ma sempre ispirata. Musica d’altri tempi, che giustamente si fa un vanto d’essere inattuale, e che merita attenzione, per il semplice fatto che è bella, al di là di ogni paragone temporale o personale.

covershut.com/covers

Qualche anno dopo, una persona mi chiese se conoscessi Gianmaria Testa e io risposi quello che vi ho appena raccontato: che avevo comprato un disco e che mi era piaciuto così così. Mi si spiegò dunque che quello era un disco sui generis nella produzione di Testa e che avrei dovuto ascoltare Lampo, il suo capolavoro. Lo ascoltai con attenzione, con altrettanta attenzione riascoltai Valzer di un giorno. Meglio, mi dissi, ma non sono convinto del tutto.

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Poi mi è capitato, quasi per caso, di sentire questo suo concerto in una piazza di Ravenna, a un festival organizzato dalla CGIL locale. Piazza Marsala. Una sera tiepida e serena, con qualche refolo di brezza. Un centinaio di persone, a occhio e croce. Gianmaria Testa suona per un paio d’ore, con un quartetto affiatato e composto (se interpreto bene quello che ho trovato sul web) da Philippe Garcia alla batteria, da Nicola Negrini al contrabbasso, dal polistrumentista Piero Ponzo, oltre che dallo stesso Testa alla chitarra e alla voce. Un bellissimo concerto, di gente che fa musica davvero e con passione.

Ascoltare per credere.

Chiesa e scienza: quando decretò che il castoro è un pesce

Lo racconta Scientific American in un articoletto gustoso (anche se sa un po’ di pesce) di Jason G. Goldman pubblicato il 23 maggio 2013: Once Upon A Time, The Catholic Church Decided That Beavers Were Fish | The Thoughtful Animal, Scientific American Blog Network.

scientificamerican.com/

In addition to disease, the European settlers also brought Catholicism with them, and successfully converted a large proportion of the indigenous population. And the native Americans and Canadians loved their beaver meat.

So in the 17th century, the Bishop of Quebec approached his superiors in the Church and asked whether his flock would be permitted to eat beaver meat on Fridays during Lent, despite the fact that meat-eating was forbidden. Since the semi-aquatic rodent was a skilled swimmer, the Church declared that the beaver was a fish. Being a fish, beaver barbeques were permitted throughout Lent. Problem solved!

Ma non è un caso isolato: oltre a quelli raccontati nell’articolo di Scientific American (fate i bravi, leggetelo tutto), c’è anche quello famoso dell’oca artica (chiamata barnacle gooseBranta leucopsis), di cui si credeva che i barnacles, o percebes, o perceves fossero le uova e che dunque, in quanto di origine marina, era consentito mangiare nei giorni e nei periodi di magro (è una storia che ho raccontato qui).

Dan Brown – Inferno

Brown, Dan (2013). Inferno. London: Bantam Press. 2013. ISBN 9781448169795. Pagine 482. 12,99 €

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Non vi dovrebbe essere sfuggito che, nonostante la mia età, in tema di libri la combinazione di curiosità e ingenuità mi porta a comprare e a leggere polpettoni inenarrabili.

Di Dan Brown sapevo tutto, perché se ne parla da anni. Anche di questo libro, atteso da molti (non da me) e non accolto favorevolmente dalle prime recensioni. Due le aggravanti: avevo già letto l’imbarazzante Codice Da Vinci e il marginalmente migliore Digital Fortress (per quest’ultimo, scritto da un autore non ancora baciato dall’inspiegabile successo, avevo la scusa che si parlava di crittografia, un tema che mi stuzzica molto). Ecco, anche per leggere questo avevo un alibi di questo tipo: avevo letto che il romanzo parlava di transumanesimo, che è un mio recente interesse (Nexus). È vero, se ne parla, e non è neppure la parte peggiore del romanzo. Ma non posso dirvi quasi niente di più, per non rovinarvi la lettura (ammesso che non vogliate seguire il mio consiglio, di consumare in modo diverso il vostro tempo prezioso, dedicandovi ad altre letture, o al giardinaggio, o ai pediluvi balsamici, e vi ostiniate pervicacemente a leggere best-seller di bassa qualità).

Posso invece raccontarvi con dovizia di particolari che cosa in questo brutto romanzo non funziona (il che, naturalmente, non gli impedirà di stare per mesi in cima alle classifiche di tutto il mondo, di arricchire ulteriormente il suo autore e di essere tradotto in un film di altrettanto successo).

Per prima cosa – me ne ero già reso ampiamente conto leggendo Digital Fortress dopo aver già letto The Da Vinci Code – Brown usa sempre gli stessi espedienti narrativi: i personaggi non sono quello che affermano o vogliono far credere di essere e quindi ogni tanto c’è un colpo di scena. Peccato che i colpi di scena non siano più tali dopo la prima o seconda volta che li usi e che alla lunga diventino una sorta di stilema browniano: i buoni sono in realtà cattivi ma forse alla fine si scopre che in fondo erano buoni davvero, e viceversa.

In secondo luogo, c’è il problema della serialità: questo è il quarto romanzo che vede come protagonista Robert Langdon, professore di storia dell’arte e simbologia all’Università di Harvard. Ora, se era plausibile che il nostro ignaro professore si trovasse catapultato in una storia di sangue e mistero la prima volta (Angeli e demoni, che non ho letto; Il codice Da Vinci è già la seconda avventura), al procedere della serie qualche sospetto di essere finito dentro un mondo di fantasia dovrebbe affacciarglisi alla mente, al nostro eroe, soprattutto a una mente tanto eccelsa come la sua. Che fare?, si dev’essere chiesto Dan Brown. Massì, facciamogli venire una bella amnesia retrograda. Magari limitata a un paio di giorni, in modo che conservi intatte le sue conoscenze enciclopediche e le sue facoltà mentali, ma che ci sia possibile manipolare la sequenza degli eventi e i ruoli dei personaggi nel modo più funzionale alla successione di colpi di scena (!) di cui si diceva poco fa.

Il romanzo è costruito come un gioco. Nel 1987 o poco dopo mi dedicavo sul Mac a un gioco che si chiamava The Fool’s Errand: la storia, articolata in cinque parti, era basata sugli arcani dei tarocchi e ogni capitoletto conteneva un incantesimo, cioè un rompicapo che ti faceva avanzare nel gioco, sbloccando il testo di capitoli che in precedenza non erano visibili. Ecco, Inferno è costruito così: gli indizi che via via Langdon decifra ti portano da qualche parte in un percorso (non rivelo niente che non sia già stato ampiamente commentato sulle recensioni) che va da Firenze, a Venezia, a Istanbul. Se vi viene il sospetto che il procedimento divenga rapidamente stucchevole, avete centrato il cuore del problema. Anche perché chi di noi (e io sono uno di quelli) per 3 anni al liceo è stato tormentato dal culto di Dante e dalle note al testo che ne svisceravano i molteplici livelli di significato, non si sorprende minimamente alla possibilità che possa essere utilizzato come generatore di rompicapo. Che tanto poi Langdon, nonostante l’amnesia e i tentativi di ammazzarlo, puntualmente svela.

I rompicapo sono tanti. Troppi per i miei gusti. Ma comunque non sufficienti a riempire le 500 pagine che contrattualmente il nostro Brown si era impegnato con la casa editrice a produrre. Niente paura. Basta prendere una buona guida delle 3 città visitate e inzeppare la storia di descrizioni tratte da lì. Ne consegue che almeno sotto il profilo turistico il libro è abbastanza preciso, anche se qualche strafalcione – come vedremo – sfugge all’autore. Ma almeno non abbiamo il brumoso porto di Civitavecchia visto dalla finestra di un palazzo di Roma, come accadeva (mi pare) ne Il mosaico di Parsifal di Robert Ludlum.

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Le solite citazioni, compresi gli strafalcioni (riferimento alle posizioni Kindle):

[…] somewhere between dishonest and illegal. [689]

“[…] In the fourteenth century, Italian literature was, by requirement, divided into two categories: tragedy, representing high literature, was written in formal Italian; comedy, representing low literature, was written in the vernacular and geared toward the general population.” [1427: prima boiata]

I am the gateway to the Posthuman age. [2495]

Don’t ask. Just task. [3128]

[…] wooden planks propped between cinder blocks and inverted buckets. [3401: sarebbero le passerelle per l’acqua alta in piazza San Marco!]

“You almost sound like you’re a fan of Zobrist’s.”
“I’m a fan of the truth,” she replied forcefully, “even if it’s painfully hard to accept.” [3689]

[…] an entertaining Ross King book of the same name. [3990: si tratta di Brunelleschi’s Dome: The Story of the Great Cathedral in Florence. Ma chissà perché il nostro sente il bisogno di citarlo. Pubblicità?]

[…] Frecciargento’s private salottini […] [4692: ci sono solo sul Frecciarossa]

Soon the train would navigate the sinuous mountain pass and then descend again, powering eastward toward the Adriatic Sea. [4727: praticamente la tratta è tutta in galleria, altro che sinuoso passo di montagna da percorrere!]

[…] while there was no signal. [4927: Brown, che evidentemente questo viaggio non l’ha fatto, non sa che sul Frecciargento i salottini non ci sono, ma la copertura wifi sì]

[…] self-serve locker in the train station. [5172: anche questi mi pare li abbiano eliminati, per motivi di sicurezza, dopo l’11 settembre]

[…] before the plague weakened it enough for it to be conquered by the Ottomans, and then by Napoleon […] [5242: questa della conquista ottomana di Venezia è inedita]

Ironically, it was the population’s taste for foreign luxuries that brought about its demise—the deadly plague traveling from China to Venice on the backs of rats stowed away on trading vessels. The same plague that destroyed an unfathomable two-thirds of China’s population arrived in Europe and very quickly killed one in three—young and old, rich and poor alike. [5244: ma di che peste sta poi parlando? non di quella del 1348, direi; di quella manzoniana?]

“Robert, I thought you were a student of world history.”
“Yes, but the world is large, and history is long. […]” [5702]

“The best illusions involve as much of the real world as possible. […]” [6425]

Throughout all of human history, every groundbreaking technology ever discovered by science has been weaponized — from simple fire to nuclear power — and almost always at the hands of powerful governments. [7692]

You are a member of a new breed of thinkers. You provide counterpoint. [7920]