Breve storia di lunghi tradimenti

Tullio Avoledo (2007). Breve storia di lunghi tradimenti. Torino: Einaudi. 2007.

I libri di Tullio Avoledo ti catturano alla prima pagina, e ti lasciano un po’ deluso quando li finisci (fa eccezione L’elenco telefonico di Atlantide, che ha un finale inatteso – una coda, a essere precisi).

Di questo vorrei mettere in luce tre aspetti: la satira, il post-modernismo, la trama e il trattamento dei personaggi. Il tutto, se possibile senza svelarvi troppo e senza togliervi la voglia di leggerlo.

La satira. Avoledo è uno scrittore satirico, e penso ne sia consapevole. La satira, nei suoi libri, opera a due livelli: quello della scelta dell’ambientazione – ancor più che della trama – e quello delle battute e del monologo interiore dei personaggi. Al primo livello, il mondo della banca (ne L’elenco telefonico di Atlantide e in questo Breve storia di lunghi tradimenti, che ne è in molti sensi la continuazione) è descritto in modo spietato e divertentissimo. Lo stesso accade per quello della nostra politica provinciale devoluta e cialtrona ne Lo stato dell’unione. Oltre allo sguardo lucido su questi ambienti, godibilissomo anche per chi non ci lavora dentro e ci è entrato in contatto anche occasionalmente (e chi, ahimè, non ha mai avuto a che fare con le banche e, meno di frequente, con un assessore?), Avoledo mette alla berlina il mondo dei consulenti e il loro pomposo gergo, i tic dei ricchi e famosi e quelli dei poveri e sfigati, colleghi condomini o atipici che siano. Alla radice di questo tipo di satira c’è lo straniamento, ma uno straniamento più affine a Swift che a Brecht.

Al secondo livello, c’è la brillantezza, a volte folgorante, dei dialoghi, delle riflessioni del protagonista, delle descrizioni e degli “a parte” dell’autore. Questo contribuisce al divertimento, ancor più che al piacere della lettura, e ti acchiappa come le patatine: ancora una (pagina) e poi basta, e intanto divori tutto il pacchetto.

Il post-modernismo. Non so se questo ad Avoledo farebbe piacere (io mi offenderei, se lo dicessero di me), ma lo trovo un autore post-moderno. Nel senso che nei suoi libri c’è di tutto, non sempre e non soltanto a fini di satira, ma perché sembra che non possa fare a meno di farlo: i libri, la musica (e sembra di capire che sia onnivoro ed ecumenico nei suoi gusti e nelle sue competenze), il cibo, gli ambienti. Entra tutto nel romanzo, senza filtro. Ho letto in un’intervista che non introduce di proposito elementi di fantascienza nei suoi romanzi, ma che gli si impongono (“Non sono materiali che scelgo. Sono mattoni che volano nel mio cantiere senza che riesca a capire da dove vengono.”). Ecco, penso che sia vero per tutti gli elementi che entrano nei suoi romanzi. Avoledo non soltanto è onnivoro, ma poi ti riversa addosso tutti i suoi metaboliti. Risultato: spesso mi diverto, a volte mi irrito. Penso anche che questo sia uno degli aspetti che mi porta a quella sottile insoddisfazione finale di cui parlavo all’inizio.

Il trattamento dei personaggi e la trama. La trama, soprattutto, mi sembra il tallone d’Achille di Avoledo. Ben costruita, per carità, fantasiosa, a volte fino ai limiti del bizzarro. Le divagazioni – che sono tante – sono più un piacere che una distrazione (a feature, not a bug), anche se a volte il legame con la vicenda principale è tenue o pretestuoso. Ma c’è sempre un punto, nei suoi romanzi, all’avvicinarsi della fine, in cui affiora la stanchezza, cala un velo opaco sulla brillantezza delle cose raccontate e anche del modo di raccontarle. La cosa è aggravata dal fatto che, per quanto diversi, i romanzi da Avoledo raccontano sempre la stessa storia, dal punto di vista narratologico (si dice così?): il protagonista, maschio intelligente ma un po’ sfigato e rompipalle, finisce in una vicenda incredibile, si innamora di una donna bellissima, trascura per questo i solidi affetti, si mette nei guai, i solidi affetti crollano di schianto o si logorano (non erano poi così solidi, evidentemente), il protagonista si abbrutisce e poi il libro finisce (la vicenda, in realtà, non giunge a scioglimento; semplicemente finisce il libro). Spesso, così, la bassa marea nella narrazione coincide con una crisi del protagonista. E questo mi porta a discutere il trattamento dei personaggi: all’inizio sono così ben delineati che ti pare di conoscerli, e questo è un merito grandissimo per un narratore; ma a un certo punto – come dire – mostrano la corda (they spread too thin, si direbbe in inglese). Ti accorgi che stai leggendo un romanzo d’intrattenimento, sia pure di qualità elevata, e non un romanzo-romanzo. Insomma, non leggo molti romanzi italiani, e Avoledo è tra i miei “giovani” autori preferiti (è più o meno mio coetaneo!). Ma tra i “giovani” autori italiani, l’unico che scrive romanzi-romanzi è Sandro Veronesi. Augh! ho detto!

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