The Rain Before It Falls

Coe, Jonathan (2007). The Rain Before It Falls. London: Penguin. 2007.

Un libro molto bello, e anche magistralmente scritto. Un Coe sorprendente, che ha abbandonato la sua vena satirica e comica e tira fuori, invece, una profonda amarezza che – ancorché presente in alcune sue opere precedenti, come The House of Sleep – non era certo il suo tema centrale.

Cominciamo dalla maestria. Maestria a più livelli:

  • per gran parte del libro, la voce narrante descrive, per una ragazza cieca, delle fotografie. A partire dalle foto, scandita dalle 20 foto, si dipana una storia che abbraccia 4 generazioni. Lo stratagemma narrativo è di grande semplicità, ma di efficacia ancora più grande;
  • la voce narrante, al termine della sua vita, detta questa storia in un registratore. Coe è abilissimo nel farci cogliere nel testo scritto la narrazione orale, in modo tanto trasparente da costringerci – di tanto in tanto – a fare un passo indietro per cogliere i due livelli, orale e scritto, della narrazione;
  • questa necessità di distacco, un espedente che mi sembra vicino all’epicità brechtiana, contribuisce qui piuttosto al senso drammatico, tragico, della storia, a farci coinvolgere ancora di più;
  • infine – ma questo mi sembra meno riuscito – il nòcciolo della storia (la narrazione di Rosamond) è racchiuso in una sorta di cornice, un antefatto e un epilogo, che mi sembrano soltanto funzionali alla completezza della narrazione, ma non necessari alla sua riuscita poetica.

Tre temi mi hanno colpito in modo particolare. Il primo è quello dell’omosessualità della protagonista che, anche in una società “moderna” e tollerante come quella che viene rappresentata, la priva tragicamente della sua realizzazione umana, ne frustra per due volte il desiderio più profondo ed essenziale. Il secondo è quello dell’indissolubile legame della tragedia che ci viene raccontata con la famiglia: non tanto con la patologia della famiglia, quanto con il suo funzionamento normale, quotidiano. Il terzo è il dubbio – insinuato ma non risolto – che la tragedia fosse necessaria, già scritta nelle sue conclusioni attuali negli eventi di 50-60 anni prima. Affinché non pensiate che l’ergodicità sia una mia mania, ma vi rendiate conto che sta diventando una costante della letteratura inglese contemporanea (The Weight of Numbers), vi citerò alcuni passi:

‘Just look at those clouds. It will be some rainstorm, if those come our way.’ Thea heard this remark: she was always quick to notice changes of mood – it surprised me, every time, to realize what a sensitive child she was, how attuned to grown-up feelings. It prompted her to ask: ‘Is that why you’re looking sad?’ ‘Sad?’ said Rebecca, turning. ‘Me? No, I don’t mind summer rain. In fact I like it. It’s my favourite sort.’ ‘Your favourite sort of rain?’ said Thea. I remember that she was frowning, and pondering these words, and then she announced: ‘Well, I like the rain before it falls.’ (pp. 161-2)

How strange, that I should be thinking of her and of that place, now that the moment has come. I always imagined that my last thought would be of Warden Farm, and Beatrix, the night we became blood-sisters, the night we lay together under the winter moon.
But no. The circle was broken years ago. That was how it all started, yes. Everything followed from that night, but the path it set me upon… It was all leading, I realize now, to the day by the lake – that was the culmination… Everything after that was wrong. When Beatrix came back, to take Thea away, that was when the world tilted, went out of shape…
But Imogen exists… The rightness of that… (pp. 256-7)

A dog that ran away, inexplicably. First Beatrix in pursuit, then Imogen. Mother and granddaughter, almost fifty years apart…
The Auvergne: Rosamond imagining that she would arrive there when she died. Gill herself travelling there with her husband, and then driving alone along an empty road. A blackbird thudding into her windscreen, a terrible intimation of death.
[…]
Nothing was random, after all. There was a pattern, a pattern to be found somewhere…
[…]
A pattern, made up of… coincidences? Was that what they were? If only she could stand back, see the design more clearly. But if anything it was getting fainter, already.
[…]
The pattern she had been searching was gone. Worse than that – it had never existed. How could it? What she had been hoping for was a figment, a dream, an impossible thought: like the rain before it falls. (pp. 276-278 )

Il libro cita più volte una canzone, Bailero, dai Chants d’Auvergne di Marie Joseph Canteloube De Malaret. ne ho trovato soltanto una versione pop:

Ma per quel senso di essere sospesi a un passo da una comprensione che ci sfugge, mi sembra più appropriata la Canzone della bambina portoghese di Guccini...

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Nume

“Nella religione e nella mitologia classica, divinità: i numi dell’Olimpo” (De Mauro online).

Dal latino nuĕre, fare un cenno (d’approvazione) con il capo.

Curioso che il diavolo, per contro, sia connotato come “colui che nega”. Ad esempio, Mefistofele nel Faust di Goethe, così si presenta: “Sono lo spirito che nega continuamente: ed è ragione; però che quanto sussiste è degno che sia subissato: e sarebbe stato pur meglio che niuna cosa fosse mai uscita ad esistenza. Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato, distruzione, quel che in somma chiamate male, è mio special elemento.” D’altra parte, Non serviam fu il motto dell’angelo caduto, Lucifero.

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