La squadra 8 (12)

Purtroppo ero fuori e ho visto la puntata molto male: più un radiodramma che un telefilm.

Certo una puntatona, in cui viene a compimento la tempesta che si stava accumulando su Matrone. Non ho visto bene, ma mi pare un po’ improbabile che Guerra e Sciacca siano potuti uscire dall’esplosione e dal crollo illesi e sulle proprie gambe. Ma certo che tre gravi infortuni in una sola puntata sarebbero stati troppo!

Cip & Ciop

Ma quello con il naso rosso è Cip (Chip) o Ciop (Dale)?  La risposta dopo che avete visto il filmato.

Buon divertimento.

Quello con il naso rosso è Ciop, che ha anche due denti davanti ed è il più burlone e dispettoso. Cip (con il naso nero e un solo dentone) è la “mente” del duo.

Non sono scoiattoli ma chipmunks (il genus è Tamias), parenti più stretti delle marmotte.

Omeopatia

Indirizzo terapeutico secondo cui le varie patologie sono curabili somministrando ai malati, in dosi minime, quegli stessi farmaci che, se somministrati a individui sani, provocherebbero in essi sintomi analoghi a quelli da curare (De Mauro online).

In realtà, non finisce qui: secondo i sostenitori dell’omeopatia, “la sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L’opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico bensì un suo potenziamento” (Wikipedia).

La scienza e la medicina ufficiale non hanno più nessun dubbio. Uno studio di Lancet (agosto 2005) mostra che gli effetti terapeutici non sono statisticamente distinguibili dall’effetto placebo. La fisica, inoltre, dimostra che per diluizioni superiori al numero di Avogadro non rimane neppure una molecola del principio attivo.

Secondo l’Istat, nel 2005 il 7,0% degli italiani aveva fatto uso di rimedi omeopatici nei 3 anni precedenti l’intervista (nel 1999 erano l’8,2%, ma nel 1991 il 2,5%). Sorprendentemente (almeno per me) la propensione a ricorrere all’omeopatia aumenta al crescere del titolo di studio e ed è relativamente più elevata tra dirigenti, imprenditori e liberi professionisti. Nel 71,3% dei casi, chi è ricorso all’omeopatia è soddisfatto dei risultati: per l’effetto placebo, verosimilmente, ma anche perché in tre casi su quattro si usano insieme anche i farmaci tradizionali (qui l’Istat è troppo timido per i miei gusti: dovrebbe chiamarli “farmaci di efficacia clinicamente testata” e chiamare gli altri “rimedi”). Una buona notizia è che il 10% delle persone che sono ricorse all’omeopatia nei 3 anni precedenti l’intervista ha però smesso negli ultimi 13 mesi. Ma il gioiello è questo (cito alla lettera dalla Statistica in breve dell’Istat):

Sono soprattutto le persone in buona salute ad usare in modo esclusivo o prevalente i prodotti omeopatici o fitoterapici, mentre la quota di quanti dichiarano di essersi affidati prevalentemente a trattamenti medici di tipo tradizionale è più alta tra le persone che dichiarano un cattivo stato di salute o che risultano affetti da una o più patologie croniche.

Non potrei essere più d’accordo. Se stai bene, prendi pure i rimedi omeopatici, che sono acqua purissima: eviterai qualsiasi effetto collaterale! Se stai male, curati seriamente, con un farmaco clinicamente testato.

Non ho tanta voglia di essere serio, oggi, ma ci sarebbero tante cose su cui riflettere: ad esempio, come si dovrebbe comportare il servizio sanitario di fronte a metodi di provata inefficacia? E più in generale, le autorità pubbliche? Avrebbero il dovere di fare attività di “alfabetizzazione” in materia scientifica e sanitaria? È giusto che l’Istat – un soggetto pubblico, per di più inquadrato nel settore della ricerca – non prenda nessuna posizione? Qualcuno ricorda il dibattito sulla “libertà di cura” sollevato una decina d’anni fa dal caso Di Bella? E si ricorda anche che finì in una bolla di sapone per la comprovata inutilità del metodo? Quante persone sono morte per aver “scelto” quel rimedio miracolistico invece della chemioterapia?

Intanto, tornando all’omeopatia, guardiamo insieme questo documentario della BBC, che il suo dovere di servizio pubblico lo fa:

Qui invece vediamo James Randi (un prestigiatore scettico che si è votato al disvelamento del paranormale e dell’antiscientifico, giungendo a offrire 1.000.000 di dollari a chi riuscisse a provare l’efficacia dell’omeopatia in condizioni verificabili scientificamente) in una godibilissima conferenza a Princeton.

Weather Report e Brahms

Un cortocircuito che funziona soltanto nella mia emicrania di stasera?

Weather Report: A Remark You Made.

Johannes Brahms: Ballades (4) for piano, Op. 10 – Ballade No. 2 In D Major. Andante – Arturo Benedetti Michelangeli a Lugano nel 1982.

Van Morrison – Tupelo Honey

Soltanto perché Barbelo mi fa venire in mente Tupelo. E non dimentichiamoci Jeff Noon (Tupelo è il luogo di nascita di Elvis Presley).

Qui, invece, è passato qualche anno (siamo nel 1995):

god is not Great

Hitchens, Christopher (2007). god is not Great: how religion poisons everything. New York: Twelve. 2007.

La minuscola nel titolo non è un errore: è un’espressione chiara e programmatica del punto di vista di Hitchens. Forse l’altro locus del libro in cui Hitchens chiarisce al meglio la sua posizione (nel senso tanto di stance quanto di posture) è negli Acknowledgments finali:

My old schoolfriend Michael Prest was the first person to make it plain to me that while the authorities could compel us to attend prayers, they could not force us to pray. I shall always remember his upright position while others hypocritically knelt or inclined themselves, and also the day that I decided to join him. All postures of submission and surrender should be part of our prehistory (p. 285).

Hitchens è un polemista lucido ed espressivo. Scrive in un modo molto efficace, ed è un piacere leggerlo sia nei ragionamenti argomentati e documentati, sia nelle invettive e nelle memorabili battute finali. Molte delle cose che racconta, soprattutto con riferimento alle malefatte del Cattolicesimo e più in generale del Cristianesimo, le conosciamo bene. Ma lo strutturato elenco che Hitchens ci propone lascia abbastanza impressionati comunque. Più interessante per noi è la parte in cui ci chiarisce che le cosiddette religioni orientali non sono poi migliori di quelle “del libro”.

Hitchens, come già Dawkins (per The God Delusion) e Dennett (per Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon), non è recensito favorevolmente. Come tutti questi autori hanno opportunamente sottolineato, non si può polemizzare sulla religione come su qualunque altra cosa. Il tabù opera ancora e alla religione e ai religiosi è dovuto, apparentemente, un rispetto che non è dovuto (che ne so) ai vegetariani o ai comunisti. E a chi non mostra questo rispetto – sta, appunto, in piedi senza genuflessioni – si attribuisce la colpa di essere faziosi e comunque esagerati. Tra l’altro, Hitchens ne ha per tutti, anche per le religioni ideologiche dei totalitarismi del XX secolo, e quindi si non fa troppi amici. Ma il libro merita di essere letto, anche da chi è credente o da quella maggioranza silenziosa (?!) che, pur senza credere, sostiene che le religioni “fanno del bene” o sono buoni “compagni di viaggio” verso la progressiva meta che volta per volta si propone.

Il mio pezzo preferito è il commento al Vangelo di Giuda, pubblicato da National Geographic nella primavera del 2006:

The book is chiefly spiritualistic drivel, as one might expect, but it offers a version of “events” that is fractionally more credible than the official account. For one thing, it maintains as do its partner texts that the supposed god of the “Old” Testament is the one to be avoided, a ghastly emanation from sick minds. (This makes it easy to see why it was so firmly banned and denounced: orthodox Christianity is nothing if it is not a vindication and completion of that evil story.) Judas attends the final Passover meal, as usual, but departs from the customary script. When Jesus appears to pity his other disciples for knowing so little about what is at stake, his rogue follower boldly says that he believes he knows what the difficulty is. “I know who you are and where you have come from,” he tells the leader. “You are from the immortal realm of Barbelo.” This “Barbelo” is not a god but a heavenly destination, a motherland beyond the stars. Jesus comes from this celestial realm, but is not the son of any Mosaic god. Instead, he is an avatar of Seth, the third and little-known son of Adam. He is the one who will show the Sethians the way home. Recognizing that Judas is at least a minor adept of this cult, Jesus takes him to one side and awards him the special mission of helping him shed his fleshly form and thus return heavenward. He also promises to show him the stars that will enable Judas to follow him.
Deranged science fiction though this is, it makes infinitely more sense than the everlasting curse placed on Judas for doing what somebody had to do, in this otherwise pedantically arranged chronicle of a death foretold. It also makes infinitely more sense than blaming the Jews for all eternity. For a long time, there was incandescent debate over which of the “Gospels” should be regarded as divinely inspired. Some argued for these and some for others, and many a life was horribly lost on the proposition. Nobody dared say that they were all man-inscribed long after the supposed drama was over, and the “Revelation” of Saint John seems to have squeezed into the canon because of its author’s (rather ordinary) name. But as Jorge Luis Borges put it, had the Alexandrian Gnostics won the day, some later Dante would have drawn us a hypnotically beautiful word-picture of the wonders of “Barbelo”. This concept I might choose to call “the Borges shale”: the verve and imagination needed to visualize a cross section of evolutionary branches and bushes, with the extraordinary but real possibilitiy that a different stem or line (or tune or poem) had predominated in the labyrinth. Great ceilings and steeples and hymns, he might have added, would have consecrated it, and skilled torturers would have worked for days on those who doubted the truth of Barbelo. beginning with the fingernails and working their way ingeniously toward the testicles, the vagina, the eyes, and the viscera. Nonbelief in Barbelo would, correspondingly, have been an unfalling sign that one had no morals at all (pp. 113-114).

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Trenitalia

Boris è stato fuori qualche giorno (per questo ha trascurato il blog), godendo del privilegio di viaggiare con Trenitalia (se vi siete chiesti perché, alla fine di ogni viaggio, Trenitalia vi ringrazia per aver scelto di viaggiare con loro, quando apparentemente non ci sono alternative – è perché su alcune limitate tratte avreste potuto scegliere di viaggiare con Cisalpino, una società italo-svizzera, per esempio da Viareggio a Lugano).

Il viaggio è stato allietato, oltre che dalla letteratura che avevo portato con me, dalla patinata rivista Riflessi, Mensile per i viaggiatori di Trenitalia realizzato da ART Servizi editoriali SpA. Il periodico vanta una redazione di 10 persone e al numero di ottobre hanno collaborato altre 10 redattori.

La rivista, che ho avuto altre volte occasione di sfogliare, appartiene più alla categoria dell’inutile che del francamente dannoso: un blando irritante, direi, non un veleno.

Ma questo è un numero speciale, che annuncia fin dalla copertina: “al top della tecnologia” (sì, senza lettere maiuscole e con un superfluo anglicismo) – “Primato mondiale delle Ferrovie dello Stato nei sistemi intelligenti”.

Tutto fantastico. Avevo l’onore di viaggiare su uno dei nuovi ETR 500 AV (alta velocità), con il restyling effettuato da Giorgetto Giugiaro (che ha corretto gli errori di progettazione dell’altrettanto celebrato Pininfarina, i cui tavolini impediscono di muovere le gambe a chiunque sia più alto di Vittorio Emenuele III): “comfort, qualità, ottimi servizi a bordo”. Nella mia carrozza di seconda classe, nessuna delle 2 toilette funzionava: fuori servizio. Così nelle altre carrozze di 2° classe: ma che cosa pretende il viaggiatore, in fin dei conti ha pagato soltanto 51€ per la tratta Milano-Roma. Boris ha raggiunto la prima toilette fruibile di 1° classe chiedendosi se, sorpreso da un controllare, avrebbe dovuto pagare un supplemento di tariffa.

Colgo l’occasione anche per segnalarvi che da qualche mese, o forse da un paio d’anni, le toilette sono segregate per sesso (o per genere, non saprei). Sono identiche, disponendo entrambe di vani per i sacchetti per gli assorbenti, ma segregate. Non che faccia differenza, quando sono tutte guaste; ma quando i guasti colpiscono soltanto una frazione dei bagni, questa bella idea della segregazione dimezza la possibilità di trovare una toilette. Chissà se è il frutto delle elucubrazioni di qualche comitato di funzionari, convinto di possedere l’esatta cognizione dei desideri e delle priorità dei viaggiatori, o se è stato il risultato di un’indagine di customer satisfaction, oppure ancora una richiesta esplicita del cardinale Ruini e della senatrice Binetti.

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10 ottobre 1917 – Thelonious Monk

90 anni fa nasceva Thelonious Monk, pianista, uno dei grandi del jazz.

Lo ricordiamo con due brani giustamente famosi, ‘Round Midnight e Straight, No Chaser.

Nel 1988 Clint Eastwood ha prodotto un documentario sulla vita di Thelonious Monk, intitolato (guarda un po’) Straight, No Chaser, disponibile su YouTube a pezzi ma pressoché integralmente.

5 cose da non fare nelle riunioni

La rete è piena di consigli, più o meno buoni. Spesso si tratta di cose ovvie, curiose, o francamente ridicole.

  1. Arrivare sistematicamente in ritardo. Qualche volta può succedere a tutti, ma farlo sistematicamente implica: a) l’incapacità di organizzarsi; b) lo scarso rispetto per tutti gli altri partecipanti; c) l’incapacità di seguire regole condivise.
  2. Usare il cellulare. Sarebbe addirittura meglio non portarlo. Almeno silenziate la suoneria. Vietatissimo farsi beccare a fare i giochini.
  3. Chiacchierare con il vicino. Non ha bisogno di commenti.
  4. Non concentrarsi e fare qualcos’altro. Almeno non fatevi beccare: quindi no alla lettura di giornali, libri e riviste. Se la riunione è inutile e noiosa, consiglio di mettersi a scrivere qualcos’altro, lasciando credere che state prendendo appunti.
  5. Parlare inutilmente e a lungo. A volte intervenire è necessario per motivi tattici (mettersi in luce con il capo, o perché vi hanno chiesto di sostenere una posizione): ma almeno siate brevi ed efficaci. Le riunioni dovrebbero servire a comunicarsi idee, non per rappresentazioni teatrali.

Empirico

Significa due cose apparentemente opposte (De Mauro online):

  1. relativo all’empirismo; che si basa sull’esperienza, sull’osservazione dei fatti: conoscenza empirica
  2. che si basa sull’esperienza e sulla pratica: norme, pratiche empiriche | per estensione, che manca di fondamento scientifico; approssimativo: un rimedio empirico.

Ohibò: da una parte la conoscenza empirica è, virtuosamente, quella conseguita applicando metodi scientifici e sperimentali; dall’altra, un rimedio empirico manca di fondamento scientifico. L’apparente contraddizione si risolve pensando che in passato (prima, appunto, della rivoluzione scientifica propugnata da empiristi come Francis Bacon e Galileo Galilei) era scientifico ciò che era sostenuto dall’autorità dei sapienti come Aristotele (ipse dixit) o dalla presunta rivelazione divina, e chi basava la propria conoscenza sull’esperienza era disprezzato in quanto praticone.

Etimologicamente, il termine viene dal greco peira (prova, ricerca) preceduto dal prefisso en- (in). Dalla stessa radice indoeuropea vengono anche perito e pericolo in italiano, e l’inglese fear (paura).

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