Il mio paese, di Daniele Vicari

Vicari, Daniele (2007). Il mio paese. Milano: Rizzoli. 2007.

Il mio paese, 2006, di Daniele Vicari.

Mi sono imbattuto in questo documentario (in vendita nelle librerie in cofanetto libro+DVD) quasi per caso: sto lavorando a una breve ricostruzione dell’evoluzione del nostro paese dagli anni Cinquanta a oggi, utilizzando informazioni statistiche e concentrandomi soprattutto sugli aspetti che influenzano l’assetto urbano e territoriale. Mi ha attirato, sulla copertina, il riferimento al documentario “fantasma ” di Joris Ivens, L’Italia non è un paese povero: commissionato da Enrico Mattei e girato nel 1959-1960, con la collaborazione dei fratelli Taviani, di Enrico Maria Salerno come narratore e di Alberto Moravia per i testi, il documentario fu massacrato in sede di montaggio dalla produzione (non si potevano far vedere le miserie nazionali), tanto che il regista ne disconobbe la paternità. Va ascritto a Tinto Brass, che aveva lavorato come aiuto regista e addetto alle riprese della seconda unità, il merito di aver salvato il positivo del montaggio originale di Ivens, di averlo portato in Francia con la valigia diplomatica e infine pubblicato nel 1999. La vicenda è raccontata da un documentario (Quando l’Italia non era un paese povero) e da un sito.

Vicari ripercorre la strada di Ivens 45 anni dopo, ma a ritroso, da sud a nord. E l’Italia è cambiata: la miseria estrema è meno diffusa, ma manca quel senso di speranza che pervadeva (forse anche un po’ strumentalmente, data la committenza ENI) l’Italia del boom.

Qui c’è molta tristezza, molta rassegnazione (e la sensazione che chi ancora spera lo faccia più con l’ottimismo della volontà che con gli strumenti culturali, tecnici, sociali e politici che sarebbero necessari per concepire un progetto di futuro e per realizzarlo). Vengono in mente, soprattutto in questi giorni post-prodiani e post-mastelliani, un sacco di domande e qualche battuta amara:

  • L’Italia non è un paese povero, è un povero paese (trovato su un blog)
  • L’Italia è il paese più sviluppato del terzo mondo (citato da Giovanni De Mauro su Internazionale)
  • Al di là della lodevole intenzione di “contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo” (Gabriele Polo), quale era il progetto di Italia del governo Prodi e della sua coalizione? Dove lo trovo nelle 282 pagine del programma (largamente inattuato)? Quali risposte diamo agli abitanti di una Gela devastata, agli operai di Termini Imerese che emigrano di nuovo, agli abitanti della Val Basento e di Melfi (un sogno infranto e uno ancora attivo), ai ricercatori della Casaccia precari a 43 anni, ai piccoli imprenditori di Prato (un modello economico e sociale che nel 1960 non era ancora nato e che nel 2006 era già agonizzante), alle contraddizioni di Marghera?

Un film da vedere, da meditare, da discutere.

Il film ha un sito e un progetto web 2.0.

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Nomen omen: proditoriamente

Avverbio. “In modo proditorio, a tradimento, con l’inganno” (De Mauro online).

Meditate, gente, meditate!

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24 gennaio – Scout

Secondo l’enciclopedia Britannica Online, esattamente 100 anni fa Robert Baden-Powell istituì il primo gruppo di scout. Il movimento scoutistico però ha festeggiato il suo centenario lo scorso anno, commemorando il campo di Brownsea Island (31 luglio-9 agosto 1907). Il 1° agosto 2007, all’alba, gli scout di tutto uil mondo hanno rinnovato la promessa. In Italia l’evento principale è stato quello del Circo Massimo a Roma, dove erano presenti i principali esponenti dello scoutismo e del governo (Romano Prodi, Giovanna Melandri, Giuseppe Fioroni).

Strano tipo, questo Baden-Powell (che gli scout adorano come gli aderenti all’Opus dei adorano Escrivà de Balaguer). O, quanto meno, profilo psicologico interessante. Il padre (prete anglicano) era professore di geometria a Oxford e aveva già 4 figli da 2 precedenti matrimoni quando – a 50 anni – sposò Henrietta Grace Smyth (che di anni ne aveva 22): presto ebbero altri 4 figli (tra il 1847 e il 1850, uno all’anno) e, dopo una pausa durante la quale ebbero altri figli morti da piccoli, una nuova serie di 3 figli tra il 1857 e il 1860. Robert è il primo della terza serie. Nel 1860 il padre muore e il piccolo Robert viene allevato dall’energica madre. Più tardi frequenta la prestigiosa (e famigerata) public school di Charterhouse (meriterebbe un post a sé, ma ci basti qui dire che tra gli Old Carthusians ci sono Peter Gabriel e i primi Genesis) e, dicono gli apologeti, matura abilità scoutistiche facendo marachelle nei boschi. Ma suona anche il piano e il violino, recita, cattura e dipinge farfalle (con entrambe le mani).

Della vita sessuale di Baden-Powell, e in particolare se fosse omosessuale, non ce ne può fregare di meno. Ci interessa, invece, il suo ruolo come militare e come poliziotto nella guerra boera.

Nel 1876 abbraccia la carriera militare, come tenente. Prima in India, poi in Sudafrica, a Malta e di nuovo in Africa (Rhodesia, Sudafrica e Africa occidentale) e in India. Lo scoppio della guerra boera lo trova il più giovane colonnello dell’impero. L’assedio di Mafeking, quando resiste per 217 giorni a preponderanti forze boere, ma con costi di vite umane spaventosi (le razioni assegnate ai neri erano molto più contenute di quelle dei bianchi e almeno 2.000 morirono di fame), ne fa un eroe. È in quest’occasione che crea e utilizza con successo un corpo di cadetti.

Il suo incarico successivo è quello di comandante della polizia sudafricana. Non è una pagina limpida. Anche se pare che non fu Baden-Powell, ma Lord Kitchener, a organizzare i primi veri campi di concentramento della storia, il nostro era pur sempre il capo della polizia.

Secondo l’Oxford English Dictionary: a concentration camp is a camp where non-combatants of a district are accommodated, such as those instituted by Lord Kitchener during the South African war of 1899-1902. La distinzione importante è tra internare e imprigionare. Si imprigiona un individuo dopo un legale processo; si interna un gruppo sulla base di criteri di pericolosità (politica, etnica, sociale…). Formalmente, gli inglesi li dipinsero come una sorta d’aiuto umanitario alle famiglie le cui fattorie erano state distrutte dalla guerra; in realtà, era una componente della tattica della “terra bruciata” utilizzata per contrastare la guerriglia boera (la tattica prevedeva la distruzione delle fattorie e dei raccolti, l’avvelenamento dei pozzi, lo spargimento di sale sulla terra per renderla improduttiva e, naturalmente, la deportazione degli abitanti). Ne furono costituiti 34 (laager, in Afrikaaner). Non erano campi di sterminio, ma le razioni erano insufficienti, le condizioni igieniche spaventose, l’assistenza medica inesistente. Un rapporto britannico, a guerra finita, dà queste cifre: 27.927 boeri (di cui 22.074 bambini sotto i 16 anni) e 14.154 neri (altre fonti parlano di oltre 20.000) morti. Si tratta del 25% degli internati, uno su quattro. E pensare che i boeri morti in battaglia furono soltanto 3.000! Iniziava il secolo XX e la guerra moderna.

Qui sotto: Lizzie van Zyl, una bambina boera, sul suo letto di morte al laager di Bloemfontein.

Me sò magnato er fegato

Canzoni che piacciono soltanto a me.

Ovviamente (excusatio non petita) non è dedicata a mia moglie.

Che lo crediate o no la canzone (1975) è di Claudio Baglioni.

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Assassini e mandanti

Sì, lo so, lo avranno già detto in tanti, e tanti altri lo staranno scrivendo in questo momento.

1998: Romano Prodi viene ucciso una prima volta. La mano è quella di Fausto Bertinotti, ma la pistola carica gliel’ha data Massimo D’Alema.

2008: Romano Prodi viene ucciso la seconda volta. La mano è quella di Clemente Mastella, ma la pistola carica gliel’ha data Walter Veltroni.

Per fortuna, questa tradizione (tra le più impresentabili) della sinistra si è attenuata nel corso degli anni: sono “morti” politiche, non assassinii in senso proprio, come quello di Trotsky o quello di Rosa Luxemburg.

Sulle cupe prospettive che la caduta di Prodi apre per chi, ancora, si dice di sisnistra (what is left?), mi sembra interessante il punto di vista di Gabriele Polo su il Manifesto di oggi, 25 gennaio 2008.

Suicidio politico

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l’onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.
Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell’Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica – frutto di una legge elettorale inguardabile – che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l’eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori – badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell’elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.
Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un’opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti.

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Eisenstein: una postilla

Anche se forse si può affermare che Eisenstein predicava bene e razzolava male, dal momento che nei suoi film spesso le esigenze artistiche (e la propaganda) fanno premio sulla verità, è attribuita a lui questa citazione (che ho trovato soltanto in inglese):

Not only the result, but the road to it also, is a part of truth. The investigation of truth must itself be true, true investigation is unfolded truth, the disjuncted members of which unite in the result.

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23 gennaio – Manet e Eisenstein

Due compleanni importanti.

Nel 1832, nasce Édouard Manet. Il padre dell’impressionismo, anche se non si definiva impressionista e non espose mai con il gruppo. Il suo anno magico fu il 1863, in cui presentò al Salon des refusés (voluto da Napoleone III dopo che l’accademia aveva rifiutato 4.000 opere al Salon di Parigi) Le déjeuner sur l’herbe.

Lo stesso anno dipinse anche L’Olympia.

Nel 1898 (110 anni fa), a Riga, nasce Sergej Michajlovič Ejzenštejn, teorico del cinema, maestro del montaggio, sublime regista e comunista convinto (nonostante i sospetti che Stalin nutriva su di lui) fino alla prematura morte, sopraggiunta a 50 anni. Autore di capolavori come Sciopero!, Ottobre, Ivan il terribile e La corazzata Potëmkin (celebre in Italia soprattutto per una sciagurata battuta di Paolo Villaggio, per cui tutti – senza averlo visto – lo considerano un film pallosissimo). Personalmente, adoro Alexander Nevskij, anche per le splendide musiche di Prokofiev. Qui metto la celeberrima scena della battaglia sul lago Peipus, ma se avete occasione guardatelo tutto:

21 gennaio

Un altro di quei giorni affollati di eventi storici di diseguale rilievo. Noi comunque li registriamo:

  • 1506: un corpo di 150 mercenari svizzeri del cantone d’Uri, comandati da Kaspar von Silenen, entra al servizio di papa Giulio II. Se aspirate a fare la guardia svizzera, i requisiti sono questi: sesso maschile; cittadinanza svizzera; fede cattolico-romana; età compresa tra 19 e 30 anni; altezza non inferiore a 174 cm; essere celibe (il matrimonio è ammesso solo dai caporali in su); aver svolto il servizio militare nell’esercito svizzero e aver ottenuto un certificato di buona condotta; avere un diploma superiore (la laurea, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è diventato un titolo di demerito…).
  • 1793: Luigi XVI viene ghigliottinato.
  • 1888: nasce Huddie William Ledbetter, più noto come Lead Belly o Leadbelly. Se avete pensato “e chi è questo?”, guardate il video qui sotto e direte: “ah, è lui!”

  • 1905: nasce lo stilista Christian Dior. Muore a Montecatini il 23 ottobre 1957 d’un attacco cardiaco provocato (si dice) da una spina di pesce in gola.
  • 1976: il primo volo commerciale del Concorde. Un oggetto tecnologico di sorprendente bellezza. Per me è stato un mito, e un sogno quello di volarci. Ma adesso che, forse, me lo sarei potuto permettere, ha smesso di volare.

Chirospasmo e mogigrafia

Il chirospàsmo è il “crampo dello scrivano”, quel crampo doloroso ai muscoli della mano, che tende a cronicizzare, e rende particolarmente difficile scrivere. Si può dire anche cheirospàsmo e viene dal greco χείρ (mano) e σπασμος (spasmo).

Effetto del chirospasmo è la mogigrafia, cioè la calligrafia stentata di chi è affetto da chirospasmo. Anche questa parola viene dal greco, e in particolare dall’avverbio μογις (con difficoltà) anteposto a γράφειν (scrivere).

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Senso di Luchino Visconti

Senso, 1954, di Luchino Visconti, con Alida Valli e Farley Granger.

Un altro classico che, colpevolmente, non avevo mai visto.

Non è un film riuscito fino in fondo, secondo me. Nonostante gli sforzi del regista e dei titolati sceneggiatori, i dialoghi risentono del carattere melodrammatico del racconto di Camillo Boito e la recitazione, soprattutto quella di Alida Valli (all’epoca trentatreenne), è spesso affettata (ci si aspetta che da un momento all’altro si attacchi alle belle tende, come Francesca Bertini, ma si limita ad appoggiarsi barcollante a qualche stipite o a qualche muro). Senza riuscire a essere “straniata”, come forse l’intento di dipingere un quadro di finis Austriae richiederebbe (ma Visconti non è né Cacciari né Strehler).

Nonostante la bellezza degli arredi e dei costumi, alcune cose sono difficili da sostenere: ad esempio, la Valli vestita come Barbie principessa.

Neppure la scelta musicale della colonna sonora aiuta: Bruckner può piacere o non piacere (e a me non piace particolarmente), ma la settima sinfonia, così retorica e roboante, non aiuta ad allontanare i sospetti di manierismo.

Una delle sequenze più deboli è il finale con la fucilazione del disertore Mahler, imposto a Visconti con l’intento di rendere il film più “morale” e insieme più “risorgimentale”. Visconti immaginava di chiudere il film con la Valli che se ne va sconvolta dal comando austriaco e viene importunata dai soldati ubriachi che festeggiano la vittoria di Custoza.

Anche la battaglia di Custoza – non certo un vanto nazionale – provocò problemi alla produzione. Fortunatamente la versione restaurata che ho visto io monta l’episodio come lo voleva Visconti, ed è la parte più bella del film. Io poi mi emoziono quando vedo posti che conosco molto bene e che amo particolarmente, come Valeggio sul Mincio. Lasciatemi dire una cosa, che rivela il mio sciovinismo: non ci sono colline più belle dei colli morenici del Garda, nemmeno la campagna toscana. Fateci un viaggio e sappiatemi dire.

Ultima considerazione, che emerge dal versante romantico del film: in amore, in realtà, non ci sono scelte. Come sapeva Molly Bloom, la risposta è sempre una sola: sì.

– Sai che ti amo infinitamente, Livia mia, e ti amerò finché avrò un soffio di vita; ma questa vita salvamela, te ne scongiuro, salvala per te, se mi vuoi bene.
Mi prendeva le mani, e le baciava.
Ero già vinta.

Se volete leggere il racconto di Camillo Boito (ma non ve lo consiglio, sinceramente), lo trovate qui, a pagina 75.

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