Dirigere l’orchestra: una guida visiva

Conducting Demystified

flowingdata.com

Per molti di noi, suppongo, Fantasia di Walt Disney è stato uno dei primi incontri con un direttore d’orchestra: un signore vestito in modo buffo (in Fantasia era Leopold Stokowski, un direttore leggendario) che muovendo le mani e una bacchetta (sicuramente magica) dominava cento persone e ne faceva un’orchestra, una macchina meravigliosa per produrre suoni. Mentre scrivo, con un brivido sento ancora quella fascinazione.

Fantasia

wikipedia.org

Ora il New York Times, in collaborazione con il Movement Lab della New York University, ha realizzato un video in cui disvela – senza nulla togliere alla magia – l’arte della direzione d’orchestra. Dirige (e si fa intervistare) Alan Gilbert, direttore musicale della New York Philharmonic Orchestra, l’orchestra che fu (tra gli altri: non dimentichiamo Mitropoulos e Toscanini e lo stesso Stokowski) di Lenny Bernstein.

Ho trovato la notizia su FlowingData, per l’esattezza qui: Conducting Demystified.

Il video realizzato dal NYT e pubblicato il 6 aprile 2012 lo trovate qui (vi consiglio vivamente di andarlo a guardare).

Questo invece è il “The Making of” realizzato dal Movement Lab:

Che cosa significa un aumento del 13% del rischio di morte?

Ho trovato questo bell’articolo di David Spiegelhalter, pubblicato il 21 marzo 2012 sul blog Understanding Uncertainty di cui ho già parlato in un’altra occasione. L’ho trovato così bello che mi cimento per voi nella sua traduzione (con qualche minima libertà).

David Spiegelhalter

understandinguncertainty.org

Secondo un articolo pubblicato di recente (Pan et al. “Red Meat Consumption and Mortality. Results From 2 Prospective Cohort Studies“. Archives of Internal Medicine. Published online March 12, 2012. doi:10.1001/archinternmed.2011.2287) un maggiore consumo di carni rosse è associato con maggiori rischi di mortalità totale, per malattie cardiovascolari e per cancro. La notizia è stata meravigliosamente ripresa dai giornali: ad esempio, il Daily Express ha scritto che ‘se la gente riducesse l’ammontare di carne rossa che consuma – bistecche e hamburger, per capirsi – a meno di mezza porzione al giorno, il 10% di tutti i decessi potrebbe essere evitato‘.

Red Meat

dailyexpress.co.uk

Caspita, sarebbe bellissimo trovare qualche cosa che riduce del 10% tutti i decessi. Purtroppo, non è questo che dice l’articolo scientifico. Le conclusioni principali sono che una porzione aggiuntiva di carne rossa al giorno, dove una porzione sono 85 g – un pezzo di carne delle dimensioni di un mazzo di carte, meno di un hamburger standard (il quarter pounder pesa 113,4 g) – è associata con un hazard ratio («rapporto di rischio») di 1,13, cioè con un rischio di morte aumentato del 13%. Ma che cosa vuol dire questo? Sicuramente il nostro rischio di morte è già del 100% e un rischio del 113% non sembra avere molto senso, no? Per capire veramente che cosa significa un hazard ratio di 1,13 dobbiamo fare qualche calcolo.

Prendiamo 2 amici, Carlo e Nando: tutti e 2 hanno 40 anni, lo stesso peso, lo stesso consumo di alcol, lo stesso tempo dedicato allo stare in forma fisica, la stessa storia medica familiare … ma non necessariamente lo stesso reddito, lo stesso grado di istruzione e lo stesso standard di vita. Carlo il carnivoro pranza nei giorni feriali, dal lunedì al venerdì, con un hamburger (diciamo un quarter pounder). Nando il normale non mangia mai carne a pranzo nei giorni feriali, ma per il resto dei pasti segue una dieta simile a quella di Carlo. Non ci stiamo occupando minimamente di Vincenzo il vegetariano, che la carne non la mangia mai.

Ognuno dei 2 fronteggia ogni anno un rischio di morire: il termine tecnico è hazard. Perciò un hazard ratio di 1,13 significa che, per 2 persone come Carlo e Nando, che sono simili salvo che per il maggior consumo di carne rossa, quello che ha il fattore di rischio (Carlo) ha ogni anno un rischio di morire più elevato del 13%, per tutto il periodo di osservazione (circa 20 anni).

Ma questo non significa che vivrà il 13% meno di Nando, anche se questo è il modo in cui molti hanno interpretato la cifra. E allora come influenza la durata della loro vita? Per saperlo dobbiamo ricorrere alle Interim Life Tables pubblicate dall’Office of National Statistics (in Italia le pubblica l’Istat e noi le chiamiamo Tavole di mortalità): potete trovarle qui, ma per avere dati comparabili con quelli inglesi dovete selezionare nel menu a sinistra l’ultimo anno pubblicato, il 2008).

Tavole di mortalità

understandinguncertainty.org

La figura mostra una parte delle tavole riferite ai maschi e al periodo 2008-2010 per Inghilterra e Galles. La colonna lx [perdonatemi, ma non so come si inseriscono i deponenti nell’editor di wordpress] mostra, su 100.000 nati maschi, quanti ci aspettiamo sopravvivano fino all’x-esimo compleanno (lo potete leggere nelle diverse righe). La colonna qx ci dice la quota di maschi che raggiungono l’età x che ci aspettiamo muoiano prima di aver raggiunto il loro (x+1)-esimo compleanno – questo è l’hazard (l’Istat lo chiama ‘probabilità di morte’). Ne consegue che dx è il numero di maschi che ci aspettiamo muoiano durante il loro x-esimo anno, dove dx = qx · lx: per esempio, su 100.000 nati-vivi maschi, ci aspettiamo che 503 muoiano durante il loro primo anno, ma soltanto 33 tra il primo e il secondo compleanno. La colonna intestata ex mostra la speranza di vita di qualcuno che abbia raggiunto il suo x-esimo compleanno – Spiegelhalter fa vedere come si calcola, ma io ve lo risparmio perché so che soltanto a farvi vedere il simbolo Σ mi abbandonereste e io invece voglio che seguiate il ragionamento principale fino alla fine. L’importante è sapere che dx ed ex sono legati da una precisa relazione matematica.

Se consultiamo le tavole originali dell’ONS, vediamo che un maschio di 40 anni può aspettarsi di viverne altri 40 (i numeri sono grosso modo gli stessi se consultiamo le tavole italiane dell’Istat). Attenzione, questo non vuol dire quanto a lungo ciascuno vivrà – può essere di più, può essere di meno, 40 anni è una media. [Per di più, è basata sull’hazard qx corrente – ma in effetti ci si può aspettare che le cose migliorino via via che invecchia (ad esempio, per i progressi della medicina). Tavole che prendono in considerazione possibili variazioni degli hazard si possono calcolare e si chiamano di coorte (invece che di periodo). L’ONS le pubblica qui. Secondo queste tavole, un uomo di 40 anni può aspettarsi di viverne altri 46.]

Bene. Usiamo per semplicità i valori di periodo. Poiché abbiamo detto che Nando il normale mangia una quantità media di carne rossa, gli assegneremo i valori dell’uomo medio. Possiamo vedere l’effetto di un hazard ratio di 1,13 moltiplicando per questo valore tutta la colonna qx e ricalcolando prima dx e poi il valore dell’aspettativa di vita a 40 anni: il nuovo valore, che possiamo associare a Carlo il carnivoro, è di 39 invece di 40. Quindi, secondo i risultati dell’articolo, il consumo extra di carne rossa è associato a – anche se non necessariamente causa di – la perdita di un anno di aspettativa di vita.

Un anno su 40, cioè circa una settimana all’anno, o ½ ora al giorno. Vale a dire, che un’abitudine inveterata a mangiare per tutta la vita un hamburger a pranzo è associata alla perdita di ½ ora al giorno, molto di più del tempo che ci si mette a mangiare un hamburger. E – come abbiamo detto nel post Microlives – ½ ora di aspettativa di vita è anche associato a 2 sigarette, a 2 pinte di birra ed essere sovrappeso di 5 kg.

Microvite

understandinguncertainty.org

Naturalmente, questo non significa che Carlo perderà esattamente quel tempo di vita. Anzi, non possiamo nemmeno contare sul fatto che Carlo muoia prima di Nando. Anzi è stato provato (Spiegelhalter ne parla qui) che se ipotizziamo che se un hazard ratio pari ad h è mantenuto costante per tutta le loro vite, la probabilità (per l’esattezza, gli odds) che Carlo muoia prima di Nando è esattamente pari ad h. E poiché gli odds sono definiti come p/(1-p), dove p è la probabilità che Carlo muoia prima di Nando, avremo:

p = h / (1 + h) = 1,13 / 2,13 = 0,53

Cioè c’è il 53% di probabilità che Carlo muoia prima di Nando, invece del 50%. Non poi un granché.

Un’altra cosa. Non possiamo neppure dire che la carne rossa è la causa diretta della perdita di speranza di vita: cioè, che se Carlo smettesse di ingozzarsi di hamburger, la sua speranza di vita aumenterebbe. Forse c’è un altro fattore, nascosto, che causa sia l’appetito per la carne rossa di Carlo, sia la sua diminuita speranza di vita.

Ad esempio, il reddito. Negli Stati Uniti, le persone a basso reddito sono associate sia a un maggior consumo di carne rossa, sia a una speranza di vita ridotta. Ma l’articolo di cui abbiamo parlato fino adesso, come abbiamo accennato all’inizio, non ha tenuto conto delle differenze di reddito …

* * *

Per quello che mi riguarda, recupererò quella mezz’ora dormendo un po’ meno la notte …

Ferisce la vicina a colpi di telecomando – La Gazzetta di Mantova

Meraviglioso. Non c’è nulla da aggiungere. Spero che ora ne traggano un film.
L’ho trovato su La Gazzetta di Mantova del 7 aprile 2012.

A PROCESSO
Ferisce la vicina a colpi di telecomando
Ha colpito più volte la vicina di casa con il telecomando della tivù, ferendola al volto e in altre parti del corpo. A finire nei guai Albertina Boscaglia, 67 anni, che vive in viale Emilia a Lunetta…

Ha colpito più volte la vicina di casa con il telecomando della tivù, ferendola al volto e in altre parti del corpo. A finire nei guai Albertina Boscaglia, 67 anni, che vive in viale Emilia a Lunetta. I fatti risalgono al 28 settembre 2007, ma i contrasti tra le due donne (la vittima ha quasi ottant’anni) sono di vecchia data. Abitano nello stesso condominio. Albertina sopra, Bruna sotto. Discussioni e dispetti sono frequenti. C’è molta tensione tra le due donne. Per questo bastano poche briciole di pane a far precipitare la situazione. Il giorno prima della lite, infatti, Albertina, dopo aver pranzato, esce con la tovaglia sul balcone e la scuote. Ma sotto il suo balcone c’è quello di Bruna e le briciole si depositano sul pavimento del terrazzo. Il giorno dopo la situazione precipita. Mancano pochi minuti a mezzogiorno. Albertina, uscita per fare la spesa, rientra in condominio e sale le scale. Bruna nel frattempo sta pulendo il pianerottolo del piano in cui abita. Le due donne si incrociano e inizia la discussione. Una discussione che prosegue nell’appartamento della vittima. Ed è proprio all’interno dell’alloggio che Albertina, secondo l’accusa, afferra il telecomando e con quello comincia a colpire la padrona di casa. L’ultrasettantenne tenta di difendersi ma non ce la può fare. Nel frattempo Albertina, con lo stesso oggetto danneggia anche alcuni arredi. Sbollita la rabbia se ne va, ma non prima di offendere pesantemente l’anziana vicina di casa. Interviene la polizia locale, avvertita dagli inquilini del palazzo e l’ambulanza che accompagna l’anziana al pronto soccorso di Mantova. Quindici i giorni di malattia riconosciuti dai medici per quelle ferite. (go)
07 aprile 2012

Italo Calvino cantautore, Fabrizio De André debitore e la creatività combinatoria

Francesco Cevasco pubblica su Il club de La lettura del Corriere della sera un interessante articolo (Italo Calvino cantautore Indie Pop) sul Cantacronache di Sergio Liberovici, Michele Straniero e Fausto Amodei. Nell’invitarvi a leggerlo per conto vostro, mi vorrei soffermare su un aspetto marginale (ovviamente, non marginale per me).

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot

Liberovici, Amodei, Straniero e Margot / wikipedia.org

Ma prima, almeno qualche canzone di Fausto Amodei.

Cominciamo dalla mia preferita, Il tarlo (dedicata a Giovanni B., che ha compiuto 62 anni qualche giorno fa).

In una vecchia casa,
piena di cianfrusaglie,
di storici cimeli,
pezzi autentici ed anticaglie,
c'era una volta un tarlo,
di discendenza nobile,
che cominciò a mangiare
un vecchio mobile.

 Avanzare con i denti
 per avere da mangiare
 e mangiare a due palmenti
 per avanzare.
 Il proverbio che il lavoro
 ti nobilita, nel farlo,
 non riguarda solo l'uomo,
 ma pure il tarlo.

Il tarlo, in breve tempo,
grazie alla sua ambizione,
riuscì ad accelerare
il proprio ritmo di produzione:
andando sempre avanti,
senza voltarsi indietro,
riuscì così a avanzar
di qualche metro.

 Farsi strada con i denti
 per mangiare, mal che vada,
 e mangiare a due palmenti
 per farsi strada.
 Quel che resta dietro a noi
 non importa che si perda:
 ci si accorge, prima o poi,
 ch'è solo merda.

Per legge di mercato,
assunse poi, per via,
un certo personale,
con contratto di mezzadria:
di quel che era scavato,
grazie al lavoro altrui,
una metà se la mangiava lui.

 Avanzare, per mangiare
 qualche piccolo boccone,
 che dia forza di scavare
 per il padrone.
 L'altra parte del raccolto
 ch'è mangiato dal signore
 prende il nome di "maltolto"
 o plusvalore.

Poi, col passar degli anni,
venne la concorrenza
da parte d'altri tarli,
colla stessa intraprendenza:
il tarlo proprietario
ristrutturò i salari
e organizzò dei turni
straordinari.

 Lavorare a perdifiato,
 accorciare ancora i tempi,
 perché aumenti il fatturato
 e i dividendi.
 Ci si accorse poi ch'è bene,
 anziché restare soli,
 far d'accordo, tutti insieme,
 dei monopoli.

Si sa com'è la vita:
ormai giunto al traguardo,
per i trascorsi affanni
il nostro tarlo crepò d'infarto.
Sulla sua tomba è scritto:

PER L'IDEALE NOBILE
DI DIVORARSI TUTTO QUANTO UN MOBILE
CHIARO MONITO PER I POSTERI
QUESTO TARLO VISSE E MORI'.

In ordine crescente di notorietà, Se non li conoscete:

LA sua più famosa, Per i morti di Reggio Emilia:

Ed ecco l’incipit dell’articolo di Cevasco:

Italo Calvino cantautore Indie Pop

Primo maggio 1958. Italo Calvino fa il suo esordio come «cantautore». Ma cantautore per davvero. E aveva pure la voce da baritono, finto baritono, quello da troppe sigarette. Al corteo della Cgil a Torino gli altoparlanti gracchiano la canzone Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, musicata da Sergio Liberovici. È una canzone con i partigiani buoni, o perlomeno dalla parte giusta, e i nazisti-avvoltoi cattivi. E contro la guerra. E per dire che non era, quella «canzonetta», una divagazione ludica di un già grande scrittore (aveva ormai pubblicato Il barone rampante e Il visconte dimezzato) leggete il confronto tra i versi del più grande cantautore italiano, Fabrizio De André, e quelli di Calvino.

De André, La guerra di Piero, 1964: «Lungo le sponde del mio torrente/ Voglio che scendano i lucci argentati/ Non più i cadaveri dei soldati/ Portati in braccio dalla corrente».

Calvino, Dove vola l’avvoltoio, 1958: «Nella limpida corrente/ Ora scendon carpe e trote/ Non più i corpi dei soldati/ Che la fanno insanguinar».

Ecco, io non penso che sia una coincidenza. Penso, anzi so, anzi ho sempre saputo che De André non esitava a “copiare”. Quando, in quegli anni, ascoltavamo le canzoni di De André, i miei amici e io faticavamo a distinguere, in De André, le canzoni “originali” dalle traduzioni di Brassens, dalle riprese e dagli adattamenti di canzoni popolari o di melodie medievali o medievaleggianti. Ce ne importava ben poco. Alcune ci piacevano e altre no. Su molte avevamo dubbi musicali (a me, almeno, piaceva ben altra musica) ma le parole erano belle e si cantavano bene insieme. Poi de André ha cominciato a collaborare con altri, alla musica e agli arrangiamenti (da Piovani a Mauro Pagani). E non sono mai cessate le libere ispirazioni, da Dylan a Leonard Cohen. Poi è arrivata la santificazione, e l’impossibilità di dubitare di una singola nota o di una singola parola.

Soltanto adesso, forse , siamo abbastanza maturi per sapere che la creatività è sempre combinatoria: le spalle dei giganti e la fame di realtà.

Non sono riuscito a trovare Dove vola l’avvoltoio? (parole di italo Calvino, musica di Sergio Liberovici) cantata dallo stesso Calvino, e non so neppure se esista. In Cantacronache 2 la cantava Pietro Buttarelli:

Un giorno nel mondo
  finita fu l'ultima guerra,
  il cupo cannone si tacque
  e più non sparò,
  e privo del tristo suo cibo
  dall'arida terra,
  un branco di neri avvoltoi
  si levò.

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla terra mia,
 che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole,
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe,
girotondi e ninnenanne,
non più il rombo del cannon".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango,
odio e piombo nelle guerre,
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"

 Dove vola l'avvoltoio...

L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna,
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".

 Dove vola l'avvoltoio...

  Ma chi delle guerre quel giorno
  aveva il rimpianto
  in un luogo deserto a complotto
  si radunò
  e vide nel cielo arrivare
  girando quel branco
  e scendere scendere finché
  qualcuno gridò:

 Dove vola l'avvoltoio?
 avvoltoio vola via,
 vola via dalla testa mia...
 ma il rapace li sbranò.

Dove abitava J. D. Salinger nel 1940?

Secondo la normativa statunitense, trascorsi 72 anni il Census Bureau può pubblicare i dati individuali. Di conseguenza, il 2 aprile 2012 ha pubblicato i dati individuali del Censimento del 1940.

I dati individuali dei censimenti sono molto richiesti dagli americani, soprattutto per ricostruire la storia e la genealogiadelle famiglie, in un Paese d’immigrazione. Infatti, soltanto nel primo giorno di pubblicazione dei dati del 1940, il sito 1940census.archives.gov è stato visitato più di 37 milioni di volte, costringendo il Governo americano a potenziare il server.

Ad esempio, si può sapere che Salinger, l’autore di Il giovane Holden, abitava a Manhattan, a Park Avenue 1133.

Ancora su Piazza Fontana: Corrado Stajano e Goffredo Fofi

Intervengo di nuovo sull’argomento, non con parole mie ma con 2 interventi comparsi sulla stampa, che riproduco per comodità dei lettori del blog e perché ho visto che non è poi così semplice trovarli in rete.

I funerali

cinquantamila.corriere.it

Il primo è di Corrado Stajano, un cronista “storico” delle vicende di quegli anni. Condivido appieno il suo punto di vista e mi rammarico di non poter leggere che cosa scriverebbero Marco Nozza, Giorgio Bocca e Camilla Cederna, che furono anch’essi protagonisti della battaglia civile di quegli anni (e mi immagino Stajano lì a fare gesti apotropaici!).

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

CORRADO STAJANO – Corriere della Sera | 28 Marzo 2012

Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni

Furono anni torbidi, furono anche anni fervidi. La strage di piazza Fontana, per Milano e per l’intero Paese, fu una ferita profonda. Ma la città seppe resistere rivelando il meglio di se stessa. Basta guardare ancora una volta le immagini dei funerali delle vittime, in piazza del Duomo, tre giorni dopo la bomba nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura che aveva lo scopo di distruggere le fondamenta della Repubblica e della Costituzione. La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso, la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata. Il possibile golpe, si può dire, fallì quel giorno.
Non deve esser stato facile per Marco Tullio Giordana, il regista dei Cento passi e della Meglio gioventù, rappresentare, quasi mezzo secolo dopo, con il suo Romanzo di una strage, quel che avvenne in quei giorni e in quegli anni, la macelleria dei corpi, il sangue, le trame eversive, le collusioni e i tradimenti di chi aveva il dovere di tutelare la Repubblica e complottò invece per abbatterla e dar vita a uno Stato autoritario.
12 dicembre 1969, la strage. 15 dicembre 1969, l’arresto di Pietro Valpreda e la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima. Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori.
La stanza del questore Guida sembrava più un morbido salotto che un ufficio di polizia. Esordì così, Guida, che nel 1942 era stato direttore del confino politico fascista di Ventotene: «Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa».
Un giornalista chiese chi era Pinelli. Rispose Calabresi: «Sembrava un uomo incapace di ricorrere alla violenza, un uomo tranquillo, ma i suoi rapporti, le sue implicazioni politiche dovevano rivelare il contrario». Chiese un altro giornalista qual era stata l’ultima domanda a Pinelli, quali le ultime cose dette e se esistevano i verbali. Nessuno rispose, senza mostrare imbarazzo. Il giornalista ripeté la domanda, Guida disse allora che l’interrogatorio non comprometteva altre persone. «Era stato convalidato dalla magistratura il fermo che durava da 72 ore?» domandò un altro giornalista. Il questore rispose impudentemente di sì, poi parlò d’altro. Uno dei cinque giornalisti chiese a Calabresi come mai non era sceso in cortile a vedere Pinelli. Di nuovo silenzio.
A colpire, in quella notte difficile da dimenticare, era la percezione che quegli uomini dello Stato non mostrassero neppure un moto di amarezza e di dolore per la morte di un uomo entrato da libero cittadino in Questura e uscito morto. Erano responsabili della sua vita: cinque uomini, in una piccola stanza, non riuscirono a impedirgli di buttarsi dalla finestra lasciata aperta?
Calabresi è stato giudicato innocente dalle inchieste della magistratura. Ma esiste soltanto la responsabilità penale? Si avvertiva quella notte una sottile euforia: la pratica Pinelli era chiusa e con quella morte poteva chiudersi anche la pratica più grossa, la strage.
La città, la società, nel film di Giordana, sono assenti, come le atmosfere di allora. Non c’è traccia del conflitto tra innocentisti e colpevolisti, profondo, e neppure dei tentativi appassionati dell’altra Italia alla ricerca della verità, diversa da quella ufficiale. Ci sono molti buchi nel racconto. Non si sa quasi nulla di Pietro Valpreda, il predestinato capro espiatorio della tragedia. Non sono sufficienti, poi, quei ritagli del giornale e poche scritte sui muri per rendere l’ossessiva campagna denigratoria di Lotta Continua contro Calabresi accusato di essere l’assassino di Pinelli.
Il film gioca di continuo, pericolosamente, tra realismo e finzione. È «liberamente tratto» dal librone di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, ambiguo, con fonti non verificabili.
Moro, il ministro degli Esteri di allora, impeccabilmente interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una parte sovrabbondante, un jolly utile per raccontare ciò che serve, ma chi visse il dramma della strategia della tensione non fu mai a conoscenza di quella scelta così progressista di Moro, del suo misterioso dossier che svelava il carattere golpista e neofascista della strage, mostrato a Saragat.
Nel film, Federico Umberto D’Amato, a capo degli Affari riservati, offre a Calabresi di diventare il suo braccio destro al Viminale e fa assurde rivelazioni che ancora una volta stravolgono quel che si sa dagli atti dei processi, dalle inchieste, non poche, di quegli anni. Un altro scoop, poi: furono due i taxi e due le bombe scoppiate in quel tragico buco della banca. Una rossa, gentile, solo per spaventare un po’, portata da Valpreda; e una nera, per uccidere e dare avvio allo stato di emergenza, portata da Sottosanti, il sosia. La fonte? Cucchiarelli, a pag. 641 del suo libro. Di nuovo i doppi estremismi, le piste rosse e quelle nere.
Un gran garbuglio reso ancor più fosco mezzo secolo dopo, tra mister X, legionari e spioni, trafficanti di armi e di esplosivi, la Grecia dei colonnelli, gli infiltrati ovunque, i partiti, tutti, informati e silenti, gli uomini dello Stato dal doppio o triplo gioco.
I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire.
Giustizia non è stata fatta. Lo Stato non ha avuto la forza e il coraggio di processare se stesso. Dopo 11 processi di condanna, 4 giudizi in Cassazione, apposizioni del segreto politico-militare, la serranda della legge è calata il 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati a pagare le spese di giudizio.
La verità storica e politica, a ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio Affari riservati.
Peccato, bisogna dirlo con amarezza, che in questo smisurato film un po’ asettico non si ritrovino né la passione né le emozioni di quegli anni infuocati.

Il secondo è di Goffredo Fofi (che in quegli anni scriveva su Quaderni piacentini feroci recensioni cinematografiche, poi raccolte – mi pare di ricordare – nell’ormai quasi introvabile Il cinema italiano: servi e padroni).

Il cinema italiano: servi e padroni

hobbylibri.com

Il Sole 24 ore 1 aprile 2012

Il telefilm della bomba
Marco Tullio Giordana non è riuscito a fare, nonostante i mezzi, un lavoro decente su Piazza Fontana.

Un male comune…

di Goffredo Fofi

Rimando volentieri alla più saggia delle possibili stroncature politiche del film di Marco Tullio Giordana, scritta qualche giorno fa da Corrado Stajano sul «Corriere della sera». Le incongruenze e gli opportunismi che segnano la ricostruzione della strage di piazza Fontana e i suoi retroscena, operata dal regista con i suoi due sceneggiatori (già autori con lui di un film non eccelso ma onesto su illusioni e sconfitte della generazione del ’68, La meglio gioventù) a partire da un libro dove le illazioni dominano, vi sono elencati con ferma convinzione e non scivolano nell’opinione ma si attengono al concreto dei fatti dimostrati e dimostrabili. Piuttosto che lanciarci nelle diatribe sul vero e sul falso e sul probabile che il film sta scatenando, per la maggior parte opinabili, diciamo subito che il film in sé non merita molta attenzione né molto riguardo e che a noi preme, da critici, rilevarne i limiti in quanto film, e più che i limiti la sostanza e l’idealità della fattura.

Invece che di “romanzo” e di film bisognerebbe, per cominciare, parlare di «docufiction» o di «telefilm» dei più rozzi, nonostante i mezzi a disposizione. E bisognerebbe anzitutto fare il paragone con le altre ventate non di televisione ma di cinema detto politico presenti nella nostra tradizione. Il neorealismo e la commedia o tragedia degli anni del boom e successivi furono in presa diretta su un presente da raccontare scavare discutere, e quando fu possibile, dal 1959 in avanti, vennero tentate anche operazioni di ricostruzione storica di grande portata (dopo La grande guerra, dopo Tutti a casa) dettate dal bisogno di spiegarsi e spiegare le radici del presente. Ho visto più volte un film su un episodio di estrema delicatezza nella nostra storia, Il processo di Verona, diretto da Lizzani e scritto da Pirro, ammirandone ogni volta di più la precisione e la misura. E ho visto, anche questo con il massimo interesse, il lavoro televisivo francese in più puntate di Olivier Assayas sul terrorista Carlos, e cioè su argomenti almeno altrettanto difficili di piazza Fontana, più vicini a noi e perfino più scabrosi da raccontare. Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiana non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema e -perché no, se altrove è possibile? – di una buona televisione. E duro è individuare colpe che riguardano alla fine un po’ tutti – una complicità molto diffusa, benché diversificata – ma in primo luogo i nostri media maggiori. Il cinema politico non è servito, in Italia e, mi pare, neanche altrove, a migliorare la coscienza civile degli spettatori, ma semmai, a seconda delle parti, a sollecitare le loro false coscienze di “buoni” in un mondo di “cattivi”. Ma come è stato possibile che, quindici-vent’anni dopo i fatti (una dittatura, una guerra mondiale, due anni di guerra civile…) il nostro cinema riuscisse a dare dei grandi film civili, e che a più di quarant’anni dagli anni più caldi della nostra storia democratica non sia ancora possibile raccontare la crisi espressa e provocata dal ’68 con uno sguardo sufficientemente limpido, sia pure non di maggioranza? Non ponendosi, come pretende ipocritamente la televisione, e come è impossibile fare, «al di sopra delle parti». Com’è che artisti, intellettuali e profe ssionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai 0 quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio? Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i  morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione. E i giornalisti e gli sceneggiatori a scrivere, i registi a filmare, perché, si sa, lo spettacolo deve andare avanti.

I manager a lezione di programmazione

Il Financial Times del 28 marzo 2012 racconta di un’iniziativa di formazione continua inconsueta: i top executive della City londinese vanno a lezione di programmazione per capire meglio la tecnologia, come un tempo erano invitati ad apprendere una seconda lingua.

A lezione di programmazione

ft.com

Qui il link all’articolo: Coding as a second language – FT.com.

Alliott Cole sees a large number of tech start-ups in his work as principal in the early-stage investment team of private equity firm Octopus. The trouble is that he often struggles to comprehend what those writing the software that underpins those companies are talking about.

“For several years I have worked hard to understand how new infrastructure, products and applications work together to disrupt markets,” he says, explaining why he recently decided to take a course that claims to be able to teach even the most IT-illiterate person how to create a software application, or app, in just a day.

“While [I am] conversant in many of the trends and the – often confusing – array of terminology, it troubled me that I remained an observant passenger rather than an active driver, particularly in the realms of computer programming.”

Mr Cole is not alone, which is why eight executives and I are sitting in a penthouse apartment perch­ed on top of a 1930s office block in London’s trendy Clerkenwell having our turn on the same course.

The programme is run by Decoded, a training business created by three former advertising executives – Steve Henry, Kathryn Parsons and Richard Peters – and Alasdair Blackwell, an award-winning web designer and developer.

They appear to have tapped into a widely felt, but rarely discussed, problem. Tech talk is increasingly commonplace in business and life. Many of us rely on smartphones and the web for work, but most people, including senior executives, find the language used by software engineers, social media professionals and the “digital natives” for whom modern technology is intuitive, baffling.

Sofri – 43 anni

Sofri, Adriano (2012). 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film. e-book. 2012.

Ho parlato molte volte di Piazza Fontana, e del significato che quei giorni hanno avuto per me.

Una prima volta, nel giugno del 2007, recensendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo, ho scritto (non mi cito per autocompiacimento, ma perché mi sono accorto rileggendo che tra queste cose, scritte in periodi diversi, c’è un filo conduttore che mi sembra spiegare sia il mio immutato interesse per l’argomento, sia la necessità di tornarci sopra che – evidentemente e per ragioni comprensibili ma non banali – ha evidentemente anche Adriano Sofri):

Una digressione personale: per me, piazza Fontana è una fredda sera d’inverno, mio padre che rientra dall’ufficio in anticipo rispetto ai suoi orari abituali e mi chiede di accompagnarlo a fare un lavoro in cantina, e una volta là sotto mi racconta della bomba e dei morti, e poi mi racconta dell’attentato al cinema Diana nel 1921 (23 marzo: 21 morti e 80 feriti), attribuito agli anarchici ma comunque utilizzato dai fascisti. Imparo che le cose possono essere diverse da quello che sembrano e che ci raccontano la televisione e il Corriere della sera. A scuola si discute del suicidio di Pinelli, della colpevolezza di Valpreda (il mostro), del tassista Rolandi… Non avevo mai pensato, prima, che le istituzioni potessero essere così impunemente e spregiudicatamente parte in causa, che potessero usare questi metodi…

Ci sono tornato sopra pochi mesi dopo, proprio il 12 dicembre, parlando più del momento storico che della mia personale esperienza:

La strage di Piazza Fontana. Un evento che ha segnato la mia generazione (ho già parlato in questo blog dei miei ricordi personali). Avevo 17 anni. Non sono così ingenuo da pensare che un solo evento può segnare lo spartiacque di una vita, di una generazione, della storia di un Paese. Ma più passa il tempo e più sono convinto che quel freddo pomeriggio di dicembre segnò una svolta. Non lo comprendemmo subito, e forse allora non lo capì nessuno: ma con Piazza Fontana si chiuse un capitolo. Quello dell’idea di democrazia progressiva, quello di una trasformazione graduale ma inarrestabile che avrebbe dato più voce e più potere ai lavoratori, sul luogo di lavoro, nella società, nella politica. Quella che, con sfumature diverse, aveva segnato i progetti di Kennedy, di Chruščёv, del Concilio Vaticano II, delle lotte operaie dell’autunno caldo, del 1968. Continuammo a crederci e a lottare, negli anni seguenti. Ma eravamo stati irrimediabilmente sconfitti. Quello che chiamavamo riflusso fu una sconfitta storica. E ne paghiamo ancora il prezzo. Hanno vinto. E non vedo nessuna luce, nessun arcobaleno all’orizzonte.

Anche qui, non mi autocito per puro narcisismo ma perché – Sofri scriveva dopo, nel 2009, ma escludo che gli potesse essere capitato di leggere i miei post – Sofri riprende un’idea analoga nel suo La notte che Pinelli:

Il 12 dicembre fu un giorno – una sera – così. Si sentì che la vita non sarebbe stata più la stessa, che c’era stato un prima, e che cominciava un dopo. Mi servo di questi modi di dire usati, ragazza, benché sappia che quello sbigottimento non si può davvero comunicare. Bisognava esserci, dicono sospirando certi vecchi, certe vecchie scuotendo la testa. E dicono: Tu non puoi capire.
Era un altro mondo, del resto. Quarant’anni fa – quasi il doppio del tempo che separava il 12 dicembre da una guerra mondiale! [p. 16]

Eppure Sofri – e questo lo dice nell’instant book che sto recensendo in questo momento, la pensa diversamente da me su quella sconfitta storica: nel senso che a me è sembrato e sembra tuttora un tragico male – nonostante tutto. e invece a lui (e a Mauro Rostagno) un bene – nonostante tutto.

Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. [p. 110]

Ecco, io non sono d’accordo né con Giordana né con Sofri. Ci hanno aiutato a perdere, ma abbiamo perso da soli: in questo darei ragione a Sofri. Ma che abbiamo perso non è stato un bene: per quanti errori abbiamo fatto, per quanti difetti e soprattutto eccessi avessimo, l’aver perso ha consegnato a noi e ai nostri figli un mondo peggiore di quello che avremmo tentato di realizzare. Ma, naturalmente, non c’è prova controfattuale da invocare. E la storia, che non si fa con i se e con i ma, figurarsi se si fa con i nonostante tutto.

Previsioni e caffè

Disclaimer preventivo: non è un pesce d’aprile.

Infatti non sto parlando dell’antica arte divinatoria della caffeomanzia (ma in realtà ignoro se e quanto sia antica, ma certamente scrutare i fondi di caffè è meno schifoso che analizzare le interiora degli animali come facevano etruschi e romani).

Le tecnica che vi propongo è dotata di un certo fondamento scientifico e, comunque, di una certa utilità pratica (ammesso che tu sia privo di copertura internet ma dotato di caffettiera e fornelletto). La previsione è però limitata alle previsioni atmosferiche.

Originariamente la tecnica è stata illustrata sulla rivista americana Backpacker, ma io l’ho trovata qui: Predict weather with a cup of coffee.

Si comincia con la preparazione del caffè (l’autore afferma che il metodo funziona anche con la cioccolata e il tè bollente, e che i risultato migliori si ottengono con il caffè macchiato e zuccherato).

A questo punto, osservate le bollicine più grossolane. Se migrano abbastanza rapidamente verso il bordo della tazzina, il tempo nelle 12 ore successive sarà bello.

Bel tempo si spera

instructables.com

Se invece le bollicine più grossolane restano al centro della tazza, il tempo sarà brutto.

Maltempo in vista

instructables.com

Il tempo incerto, ma tendente al miglioramento, è segnalato da una migrazione molto lenta delle bollicine verso il bordo della tazzina.

Il fondamento scientifico della previsione sarebbe l’effetto della pressione atmosferica sulla dinamica della schiuma.

Sospendo il giudizio.

Certo è che il Farmer’s Almanac presenta la medesima tecnica, ma giunge a conclusioni opposte:

What does coffee have to do with the weather?

by Peter Geiger | Friday, September 21st, 2007

According to weather lore, coffee supposedly can foretell what type of weather is in store for you. There is a belief that if the bubbles of coffee collect in the center of your cup, you can expect fair weather. If they adhere to the cup, forming a ring, you should expect rain. If they separate without assuming any fixed pattern, changeable weather should be on its way.