L’uovo di Galileo e il gesuita strapazzato

Il brano è uno dei più famosi del Saggiatore di Galileo Galilei, ma l’idea di scherzarci sopra e di cimentarmi nella parafrasi in italiano moderno dell’italiano secentesco del nostro è per me una tentazione troppo forte (come Oscar Wilde, «I can resist everything except temptation»).

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10 luglio 1943: lo sbarco in Sicilia e l’uomo che non c’era

Ricorre oggi il settantesimo anniversario dello sbarco anglo-americano in Sicilia.

Molti lo hanno ricordato e, pertanto, vi rinvio tranquillamente alla bella ricostruzione che Davide Maria De Luca ha pubblicato oggi su ilpost (Lo sbarco in Sicilia, 70 anni fa).

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A me interessa ricordare lo sbarco del 10 luglio per una diversa ragione. Completata la riconquista del Nordafrica da parte degli alleati, i nazisti temevano uno sbarco nel Mediterraneo, ma ignoravano se sarebbe avvenuto in Grecia, in Italia meridionale, in Sicilia o in Sardegna. I servizi segreti inglesi organizzarono una fantastica operazione di depistaggio, che aveva tra i suoi ideatori Ian Fleming (il futuro creatore di James Bond): il macabro nome di codice era «Operazione Carne Trita».

Io ne ho parlato, in questo blog, recensendo il romanzo di Ian McEwan (Ian McEwan – Sweet Tooth) e il bel libro di Ben Macintyre (Ben MacIntyre – Operation Mincemeat).

Il libro è stato tradotto in italiano negli Oscar Mondadori (L’uomo che non c’era. Come il controspionaggio inglese nascose a Hitler lo sbarco in Sicilia) e vi consiglio di leggerlo.

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Per stuzzicarvi l’appetito (nel caso le mie recensioni non vi fossero state sufficienti), ecco la presentazione dell’editore:

All’alba del 10 luglio 1943 le truppe alleate sbarcarono in Sicilia nel primo attacco alla “Fortezza Europa” in mano a Hitler. Un attacco destinato ad avere un grande successo e ad aprire una nuova, cruciale fase nelle operazioni belliche. Un vero trionfo, dovuto in buona parte a un uomo morto sei mesi prima, un “uomo che non c’era”. Attorno a lui venne costruita un’imponente rete di depistaggi, un vero e proprio imbroglio escogitato da un avvocato inglese, Ewen Montagu, e noto come “operazione Mincemeat”, senz’altro il più spettacolare, sfacciato e riuscito piano dissuasivo della Seconda guerra mondiale, volto a convincere i servizi informativi nazisti che il grande sbarco alleato nel Mediterraneo avrebbe avuto luogo in Grecia e non sulle coste siciliane. Nota fino a poco tempo fa in modo solo parziale, la vicenda è emersa in tutta la sua complessità solo recentemente, e in questo volume viene ricostruita grazie a documenti dei servizi segreti, fotografie, memoriali, diari dei protagonisti. Che raccontano una vicenda tanto avvincente e incredibile quanto vera.

Il Signor Bonaventura e il parco avventura

Mi sono chiesto più d’una volta, nelle mie passeggiate mattutine all’Eur, chi sia Carlo Ciocci e quali suoi meriti abbiano indotto il servizio di toponomastica comunale a dedicargli il parco incuneato tra la via Cristoforo Colombo, viale dell’Umanesimo, piazza Pakistan (il Fungo, per capirsi), viale Iran e viale Libano. Una collinetta lunga e stretta, ma non certo piccola, e ricca di alberi d’alto fusto, soprattutto pini marittimi.

Sulla targa, che vedete qui sotto, c’è scritto: Carlo Ciocci, benefattore.

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Una mia prima ricerca mi aveva indotto a credere che si trattasse di Carlo Alberto Ciocci, democristiano di lungo corso e romano, per 4 mandati (1971, 1976, 1981 e 1985) consigliere comunale e per una legislatura (la X, 1987-1992) deputato alla Camera. Nella sua carriera parlamentare si registrano 6 interventi in aula (non so, per la verità, se si debba dire in tal caso soltanto 6 interventi o ben 6 interventi: quali sono i valori registrati per il deputato tipico?): 2 nel 1989, 3 nel 1990, 1 nel 1991, nessuno nel primo e nell’ultimo anno della sua carriera. Tra i suoi interventi, quello che mi ha colpito di più – se escludo un’interrogazione, insieme all’onorevole Silvia Costa, «in merito alla notizia secondo la quale l’amministratore di un condominio ad Asti avrebbe negato la sistemazione di una motocarrozzella nell’androne del palazzo» che testimonia della sua sensibilità ai temi della disabilità – è una veemente difesa del sindaco Pietro Giubilo (uno dei peggiori che Roma abbia mai avuto) e l’orgogliosa vanteria «di essere romano da sette generazioni» in un torrido 31 luglio 1989.

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Carlo Alberto Ciocci sarebbe stato perfetto per la storia che voglio raccontare. Ma le date non tornano: Carlo Alberto Ciocci è nato nel 1932 e morto nel 2007, il nostro misterioso benefattore è nato nel 1903 e morto nel 1974. E non ci aiuta neppure il servizio toponomastica del Comune di Roma (Capitale), che registra la dedica del parco al suo nome (con delibera della Giunta comunale n. 131 del 17 marzo 2004), ma non riporta alcuna notizia su chi fosse il signor Ciocci e su quali buone azioni gli abbiano meritato l’assegnazione di un toponimo e la memoria in qualità di benefattore.

Il parco, come dicevo, è bello. Ma non era ben frequentato, almeno fino a qualche mese fa, perché le strade che lo circondano e le pendici che scendono verso la Colombo sono da anni territorio dei trans (non sono in grado di dire se transessuali o transgender o transché: credetemi, non ho mai avuto voglia o ritenuto opportuno approfondire l’argomento). Di notte, beninteso, perché di giorno qualunque cittadino poteva goderne.

Dalla metà di febbraio sono iniziati dei lavori. Inizialmente soltanto di recinzione, poi (apparentemente) di sistemazione del giardino, poi di costruzione di diverse strutture. Un giorno mi sono fermato a leggere il cartello che era stato affisso dietro nuova recinzione.

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Non sono servite grandi doti da investigatore o da giornalista d’assalto per scoprire qualche cosa. La Verde Verticale snc è un’impresa specializzata nella realizzazione «di parchi avventura e di percorsi acrobatici in altezza», fondata da Alessandro Ruffi (che qui figura anche come direttore del cantiere) e da Paola Freschi. A un primo sguardo hanno un curriculum di tutto rispetto e hanno realizzato parchi avventura un po’ in tutta Italia (anche se, mi pare di capire, non in ambito urbano).

Eurpark, che gestirà il parco, è un’impresa che opera sul mercato e dunque per il profitto. Onestamente, so ben poco di più. Posso dire che la musica che parte non appena ci si connette al sito è fastidiosissima (non ho capito se e come si disattiva e ho dovuto togliere il volume) e, per i miei pur ecumenici gusti, molto brutta. Anche il testo promozionale del parco (da mesi il sito induce a credere che il parco sia già operativo, anche se non lo è) mi pare discutibile. Ma giudicate voi stessi.

Eur Park è un meraviglioso parco avventura che propone divertenti ed emozionanti attrazioni sugli alberi e immerse nella natura, è il parco avventura unico su Roma e fra i parchi a tema più grandi in Italia, con i suoi 9 percorsi garantisce divertimento per bambini, ragazzi ed adulti in totale sicurezza ed immersi in un ambiente incontaminato ed adrenalinico. Cavi, passerelle, reti sospese, carrucole, ponti di tutti i tipi, tunnel, pareti d’arrampicata e molto altro sono solo alcune delle attrazioni che fanno di Eur Park una meta unica ed ambita per trascorrere una giornata fuori dal comune. All’Eur Park tutti possono sentirsi Tarzan, Rambo o un Avatar che si muove agile fra gli alberi. Il grande numero dei percorsi e la variegata tipologia di giochi consente un divertimento sia ai principianti sia ai più temerari. Percorsi ed attrazioni 3 percorsi per bambini, 6 per ragazzi ed adulti, un’area playground per i più piccini, 1 meraviglioso percorso paramiliare a terra che riproduce immerso nel bosco l’addestramento dei marines, 1 parete d’arrampicata di 10 mt con scuola di roccia per mettere alla prova anche le doti dei più atletici. Servizi Per chi non accede ai percorsi, o per i momenti a terra, tanti, tanti servizi: Area Relax, Connessione WiFi ad internet, Area Pic-nic ed un fornitissimo Bar. Sicurezza La sicurezza nell’accedere ai percorsi è garantita da attrezzature professionali da alpinismo e dalla presenza di Istruttori esperti che curano con attenzione, cortesia e simpatia tutta la preparazione, l’istruzione e l’attività sui percorsi. Famiglie, gruppi e molto ancora! Ideale per gite di famiglia o di gruppo, Eur Park propone un’intera giornata di divertimento no limits con la possibilità di testare i vostri limiti in un’attività divertente, sana ed entusiasmante. Per i gruppi organizzati (ospitiamo fino a un massimo di 200 persone) diamo anche la possibilità di provare una delle nostre attività ausiliarie quali una divertentissima gara di orientering (caccia al tesoro naturalistica) ed un istruttivo percorso didattico nel circostante Parco (il più grande di Roma che con quasi 1 ettaro di verde da spazio a tutta la Vs. fantasia). Compleanni Se c’è una cosa che ci riesce bene è regalare a voi e ai vostri cari una festa di compleanno davvero indimenticabile! Massima elasticità e il divertimento assicurato sono il nostro motto. Addii al Celibato/Nubilato Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park ! Gite scolastiche Oltre 100 scuole all’anno scelgono di fare un’esperienza divertente e formativa nel nostro parco avventura. Il nostro parco fa riscoprire giocando sensazioni che fanno parte di noi e ci mettono alla prova con un divertimento attivo che ci fa superare i nostri limiti e le nostre paure in modo sano ed emozionante. Rendete la vostra gita un successo, organizzatela all’Eur Park in un mix di divertimento, avventura, natura e cultura. Eventi Aziendali e Team Building Costruire e fortificare un team di lavoro non è cosa facile. La fiducia va cementata, le gerarchie vanno per un attimo dimenticate e si deve attuare il difficile passaggio mentale di sapersi divertire con persone con cui normalmente si lavora. Tutto questo è possibile e facilmente realizzabile organizzando un evento aziendale o una giornata di Team Building all’Eur Park. Il nostro parco saprà risvegliare lo spirito di squadra che c’è in voi. Mettervi alla prova in situazioni ludiche ma impegnative implementerà enormemente l’empatia ed i rapporti umani di uno staff di lavoro, aumenterà la cooperazione e creerà legami che trascenderanno la singola giornata e si riverbereranno positivamente sul quotidiano dell’azienda.

La mia tentazione è stata quella di smettere alla seconda o terza riga («parco avventura unico su Roma», «ambiente incontaminato ed adrenalinico»: ambiente adrenalinico? ma che cos’è, un’avventura nel parco delle ghiandole surrenali?). Se avete la stessa tentazione, vi incito a farvi forza e andare avanti. Sarete ricompensati da questa boiata, con tanto di apostrofo a «qual è»:

Qual’è la più grande avventura della vita? Il matrimonio! E la seconda? Un addio al Celibato o un addio al nubilato all’Eur Park!

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OK, si sarà capito ormai che il parco avventura non è il mio tipo di svago. Ma naturalmente ciascuno è libero di trascorre il suo tempo libero come crede. La mia unica obiezione è che una vasta area (quasi un ettaro, per esplicita ammissione dei beneficiari) è ora sottratta al libero utilizzo ricreativo da parte dei cittadini e resa “fruibile” (brutta parola, lo so), sia pure con servizi aggiuntivi, al prezzo di 16€ nei giorni infrasettimanali e 18€ il sabato e la domenica. Responsabilità non di Verde Verticale o di Eurpark, ma di Eur SpA, sul cui sito non sono riuscito a trovare nessuna documentazione sulla privatizzazione di questo parco pubblico.

Sesso in chiesa: un precedente illustre

PARENTAL ADVISORY: QUESTO POST NON È ADATTO AI MINORI

Quando giorni fa (martedì scorso, il 16 aprile: ma sembra un’eternità, perché nel frattempo abbiamo assistito al collasso del PD e al contempo della fiducia nella democrazia italiana) ho riportato la storia della coppia di Rosignano colta a copulare in un confessionale del duomo di Cecina (certe cose non si fanno nella propria parrocchia, va da sé: è una questione di buon gusto; e il locale cronista de Il Tirreno ci tiene a farci sapere che non era gente di Cecina, che certe cosacce in chiesa non le fa, o se le fa le va a fare, che ne so, nella pieve di San Pietro in Palazzi o nella parrocchiale di Vada) …

Ma sto divagando. Dicevo: quando giorni fa ho riportato la storia accaduta nel duomo di Cecina, l’ho fatto perché leggendola è risuonato nella mia memoria un ricordo lontano, qualche cosa che avevo letto su Johann Sebastian Bach, sul suo viaggio a Lubecca per ascoltare Dietrich Buxtehude, sulla sua permanenza che era prevista in pochi giorni (nonostante il lungo viaggio a piedi) e si era invece protratta per 4 mesi, in un suo ritorno precipitoso …

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Ricordavo confusamente e in modo impreciso, come accade nel caso di letture ormai remote. Tra le varie fortune che ho avuto nella vita (ho avuto anche la mia buona dose di sfighe e disgrazie, ma non è questa la sede né per bilanci, né per recriminazioni), una è stata quella di poter seguire il ciclo di conferenze su Bach che Giulio Confalonieri tenne alla Piccola Scala di Milano (ne ho già parlato qui, ma non sono riuscito a trovare nulla sul web: qualcuno mi aiuta a ricostruire che anno fosse?). La storia di questo ragazzo poco più che ventenne (l’età di Bach in quell’autunno del 1705; io ne avevo una quindicina, forse) che si fa 400 km a piedi per andare da Arnstadt a Lubecca per ascoltare il grande organista Dietrich Buxtehude suonare quello che allora era forse il migliore e più grande organo al mondo in una favolosa cattedrale di mattoni rossi e che – con un permesso di 4 settimane – ci si ferma 4 mesi è di quelle che restano impresse. Alla narrazione originaria di Confalonieri si erano aggiunte nel tempo altre letture bachiane – dalla monumentale Frau Musika di Alberto Basso al Bach di Piero Buscaroli. Nella mia memoria, il Bach ventenne, arrivato a Lubecca, non soltanto aveva ascoltato Buxtehude, ma l’aveva incontrato, ne era stato allievo in una sorta di master class, si era visto offrire il posto di organista nella Marienkirche (Buxtehude aveva quasi 70 anni) ma a patto che Bach ne sposasse la figlia (più grande del nostro e, s’immagina, non particolarmente attraente, se anche Handel e Mattheson declinarono cortesemente l’affare).

In più ricordavo, vagamente, uno scandalo sessuale: Bach sorpreso dallo stesso Buxtehude insieme a una giovane coetanea sul panchetto dell’organo, intento a un genere d’esercizi diverso dalle scale e dagli accordi. «Ohibò,» avrebbe esclamato il vecchio organista, «sotto la cupola non si copula!» [scusate la licenza, e la citazione di una battuta – mi pare – di Roberto Benigni: la Marienkirche, come potete ben vedere, non ha cupola]

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L’invenzione di una mente lubrica come la mia? Nulla di più probabile (mi conosco abbastanza bene). Eppure …

Eppure, tanto per cominciare, Giulio Confalonieri non era estraneo allo stesso tipo di miscuglio tra sacro e profano, tra crasso ed elevato, tra nobile e popolaresco: e può dunque essere che una battuta nelle sue dotte conferenze l’abbia fatta, marcando a fuoco la memoria di un adolescente metaforicamente brufoloso com’ero all’epoca.

E poi, qualche cosa di non troppo diverso nella biografia di Bach è registrato. Pochi giorni dopo il rientro da Lubecca, il 21 febbraio 1706 il concistoro di Arnstadt chiama Bach a giustificare un’assenza protrattasi ben oltre i termini concordati. Era già il secondo richiamo, dopo un’inchiesta per rissa sfociata in un processo in 4 sedute (5, 14, 19 e 21 agosto 1705) e una severa ammonizione al giovane organista, colpevole di essere venuto alle mani con Johann Heinrich Geyersbach, un collega musicista che Bach aveva insultato pubblicamente chiamandolo Zippelfagottist, “suonatore di fagotto da strapazzo”. Ve ne fu un terzo, l’11 novembre 1706, in cui il concistoro fece osservare a Bach «che recentemente egli ha permesso che una giovane straniera facesse musica con lui nel coro.»

Piero Buscaroli non avanza esplicitamente l’ipotesi che la giovane straniera fosse la cugina di secondo grado Maria Barbara, che Bach avrebbe sposato di lì a poco. Fatto sta, però, che di lì a 20 giorni Bach avrebbe abbandonato l’impiego di Arnstadt per assumere quello di Mühlhausen (a uno stipendio inferiore, cosa decisamente inconsueta per l’oculato Bach). Lì, il 17 ottobre 1707, il nostro finalmente impalmò la cugina, che gli avrebbe dato 7 figli (di cui 3 morti in tenera età.

Lo dico per scrupolo: non si tratta della medesima Barbara Bach che – in epoca più recente – fu una Bond girl e poi sposò Ringo Starr.

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Alberto Basso non ha dubbi e ci ricama un po’ di più:

La «giovane straniera» era la cugina Maria Barbara: undici mesi dopo, la coppia protagonista dello scandaloso episodio – solo agli uomini e alle voci bianche competeva il servizio musicale nel tempio – si sarebbe unita in matrimonio. È verosimile che già da qualche tempo, forse un anno o due, Bach conoscesse la cugina sua coetanea (Maria Barbara era nata a Gehren il 20 ottobre 1684); e quella conoscenza, destinata a dare un primo saldo volto al mondo degli affetti bachiani, si era formata non occasionalmente e non superficialmente nella dimora del borgomastro di Arnstadt, Martin Feldhaus, nella cui abitazione Bach aveva preso alloggio. Maria Barbara […] doveva aver trovato nella casa del borgomastro di Arnstadt un tetto famigliare e ospitale: Feldhaus […] aveva sposato una Margarethe Wedermann, sorella della madre di Maria Barbara. Il grande passo verso la soluzione nuziale fu reso facile, forse scontato, da una coabitazione che gli offrì i mezzi più certi per valutare, attraverso i gesti e le reazioni, il pensiero e le parole, i gusti e le inclinazioni, gli atteggiamenti assunti dalla cugina davanti al vivere quotidiano.
[…] La tensione, dopo l’incivile eppur legittimo rimprovero che gli si muoveva a causa della cugina, dovette giungere a livelli insostenibili. [Basso 1979, Frau Musika, I, pp. 256-257]

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Ma chi elabora l’episodio fino a farne uno dei 10 racconti ispirati alla vita di Bach che costituiscono il suo Bravo, Sebastian è il fisico-letterato Andrea Frova. Fingendo di utilizzare come fonte le memorie di un improbabile discendente del maestro di Eisenach, Franz Ottokar Bach (recensendo il libro trovato su un banchetto, Susanna Schwarz racconta di aver chiesto all’autore se Franz Ottokar Bach fosse realmente esistito e di averne ricevuto risposta recisamente negativa), Frova trasforma l’episodio in un tour de force dell’ars amandi di un focoso Sebastian, descritto con tutti i canoni e le convenzioni della letteratura erotica.

Come gli amanti di Cecina (verosimilmente ignari di tanto illustre precedente) anche Sebastian e la cugina vengono sorpresi, ma fortunatamente non interrotti, dall’autorità costituita.

Sebastian guardava sua cugina Barbara distesa sui soffici cuscini rosso porpora del coro. Era pallida, gli occhi chiusi, le gote irrorate di lacrime. Ve l’aveva adagiata delicatamente, dopo averla tenuta abbracciata – svenuta così come appariva – per qualche minuto. Da quando si erano trovati soli nella sagrestia, Sebastian aveva avvertito una pressione crescente nella zona del basso ventre, che si irradiava su ambo i lati e gli imponeva il desiderio di uno sfogo liberatorio. Era certo stato sotto la spinta di questa carica fisiologica – rifletté Sebastian – che verso la fine del suo racconto si era lasciato trasportare dalla foga dell’improvvisazione. Era andato ben al di là di quanto si fosse mai prospettato! Però ne aveva tratto un gusto profondo, simile – benché più asciutto e concreto – alla frenesia gioiosa che gli provocavano le acrobazie virtuosistiche sulle tastiere dell’organo. Ma ora, non era il caso di negarlo, provava una certa apprensione.
Maria Barbara era sempre immobile, ma le sue guance andavano riprendendo il naturale colorito. – Com’è bella – mormorò Sebastian a fior di labbra, provando un’intensa attrazione fisica. Si rassicurò notando che Joachim non aveva ancora smesso di suonare. – Sarebbe un guaio se anche lui decidesse di venire ad ammirare le bellezze del coro – ragionò. Un pensiero l’assalì: – Ti sei cacciato in una situazione difficile, caro Johann Sebastian, illustre organista della Neue Kirche! Ma perché hai voluto ingrandire il senso di questo rapporto? –. Ripeté, questa volta ad alta voce: – Adorabile creatura, come sei bella!
Fissò per lunghi istanti il corpo interamente abbandonato di Barbara. Le carezzò con un gesto morbido una guancia e la piccola bocca carnosa. Le passò una mano sui capelli corvini, che le attraversavano il mento e si mescolavano sul collo. Notò che il volto di lei aveva assunto un aspetto sereno che ricordava quello degli angeli in certe pitture italiane. – Mia piccola deliziosa Barbara! – Esclamò. Le ripassò le dita sulle labbra, che risposero con una minuscola contrazione. La guardò di nuovo, poi si chinò su di lei, così vicino. da percepirne il fiato.
Fu allora che la mano di Sebastian si mosse. Si mosse quasi da sola. Con un gesto veloce raggiunse il corsetto di Maria Barbara, e prese a slacciare cautamente il nastro che lo stringeva. Quando il corsetto fu libero, lo divaricò in modo da mettere a nudo, una dopo l’altra, le piccole mammelle. L’armonia delle curve, l’equilibrio delle proporzioni, l’esatta simmetria, erano all’altezza dei violini più belli. Erano solide come acini d’uva e pulsavano con il ritmo del respiro, spingendo su e giù i capezzoli rosa, vellutati e appena turgidi, come per segnare il tempo di una musica silenziosa. Egli iniziò a carezzarle con il palmo delle mani, leggero leggero, e subito sentì la sua parte virile impennarsi in uno strappo deciso.
Sebastian non si era accorto che Barbara aveva avuto un fremito, ma vide molto bene il momento in cui la cugina aprì gli occhi. Guardava lontano, oltre il volto di Sebastian, come se egli non fosse presente. Spalancò le braccia e lo tirò sopra di sé, stringendolo con tutta la sua forza e lasciandosi andare a un pianto sommesso. Il bacio fremente che Sebastian le impresse sulla bocca aveva assai poco del garbo che egli aveva sempre usato nei riguardi di Maria Barbara.
– Ma come sono potuto giungere a tanto? – non aveva potuto fare a meno di chiedersi un istante più tardi. – Che azione indegna! Nella casa del Signore! Ma lei, in nome del cielo … lei … perché non mi ferma, perché mi ha seguito fino a questo punto?
Le stava sopra con tutto il peso, togliendole il fiato con i suoi movimenti convulsi, baciandole il volto, le spalle, il seno, toccandole freneticamente le altre parti del corpo. Sebastian non aveva mai raggiunto, con una donna, un simile grado di intimità fisica. E nondimeno, dopo l’ultima timorosa esitazione, aveva messo al bando ogni pensiero, agendo come se seguisse un percorso conosciuto da sempre. Con un gesto improvviso, aveva sollevato la massa voluminosa della gonna e con la mano andava carezzando la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce. Attraverso il fine tessuto, egli provava sensazioni del tutto nuove. I suoi polpastrelli, abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara. Ella appariva docile, sotto le mani di Sebastian, come se non avesse scelta. Però, quando egli cercava di vederla in viso, affondava il mento nel collo di lui e gli si stringeva addosso ancor più tenacemente.
Sebastian si rese conto che la parrucca, intrisa di sudore, gli era di grosso impiccio. Risolse di strapparsela di dosso e la fece volare al di là del leggio. Cadde proprio davanti all’organo da cappella e rimase a terra sparpagliata. Poi, con una mossa energica, afferrò presso l’ombelico le brache leggere che vestivano Barbara dalla vita in giù e le tirò verso il basso. L’indumento scese per un tratto, poi si squarciò di netto. Sebastian finì per lacerarlo del tutto, scaraventando la parte che gli era rimasta in mano nella stessa direzione della parrucca.
Il forte odore femminile che d’improvviso era giunto alle sue narici, aveva avuto l’effetto di eccitarlo ancor più, infondendogli una sorta di ebbrezza sulla quale aveva scarso controllo. Le sue dita furono attratte nella nicchia calda e umida, lasciata senza difesa. Egli le fece ondeggiare a lungo, usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello. Come un violoncello, Maria Barbara vibrava in tutta la persona. Ansimava, emettendo di quando in quando dei suoni soffocati, e si avvinghiava convulsamente al collo di Sebastian, fino a fargli male. Egli sentiva che il fondo del ventre era divenuto esplosivo e lo tirava verso il basso. Quando Barbara raggiunse il delirio, Sebastian si scoprì. Spinse con decisione, ma senza vera violenza. Ella fece un solo piccolo grido: – Mio Dio! – Sebastian era penetrato tra i lembi vivi di lei quasi all’istante.
La sensazione di subitaneo calore che aveva avvertito lo aveva spinto vicino alla soglia dell’orgasmo. Ciò lo fece tornare alla realtà: si impose di restare immobile e di prendere qualche istante per assaporare l’emozione che provava.
–  L’avrei mai creduto possibile? Barbara … mia … Barbara … e tra noi si è sempre parlato soltanto di musica, di arte, di nobili sentimenti di amicizia e di stima! Eppure tutto è stato così naturale, come se lo avessimo atteso da sempre! –. Un pensiero lo colse: – Ma lei, lei cosa prova? Saprà affrontare il domani o mi disprezzerà?
Quando prese a muoversi su e giù ritmicamente, fu subito in preda al piacere e ciò ebbe l’effetto di spazzare via d’un colpo i suoi pensieri. Si strinse a lei, e lei a lui, mentre il loro movimento diveniva sempre più sfrenato. Le loro bocche impazzite si cercavano, i loro capelli intrisi di sudore si confondevano. La musica nella cattedrale, che per qualche tempo aveva accompagnato sordamente la danza dei loro corpi, era ora cessata, senza che essi se ne fossero accorti. Sebastian avvertiva soltanto, e molto confusamente, che i muri della sagrestia facevano eco ai rumori scomposti del loro ardore.
Al momento dell’orgasmo, sembrò a Sebastian che il mondo si disperdesse, e tutta la sua attenzione si focalizzò nel punto dove lui e Barbara erano congiunti. Le spinte di lei raggiunsero un’intensità così alta, che Sebastian si sentì sollevato di peso, quasi che sua cugina avesse d’improvviso scoperto forze sconosciute al suo esile corpo di fanciulla. Gridarono entrambi, senza ritegno, e infine si arresero, abbandonandosi l’uno sull’altra, madidi di sudore, senza più energie.
Passarono lunghi minuti in un totale silenzio, senza che i due cugini rientrassero nella realtà. D’un tratto Sebastian udì un rumore secco, come d’una porta che sbatteva. Si alzò di scatto e volse lo sguardo verso l’ingresso della sagrestia: immobile, eretto in una posa minacciosa, li fissava il sovrintendente della Neue Kirche, con accanto il vice-diacono e poco più indietro il nipote Joachim Nepomuk, rosso in volto fino alla base della parrucca. Anche Maria Barbara si era rimessa in piedi e si affrettava in qualche modo a ricomporre la veste disastrata. Sebastian afferrò un cuscino e le coperse il petto. La guardò: si sbagliava, o negli occhi sbarrati di lei, tra i segni della costernazione, aveva visto balenare un guizzo luminoso? [Frova 1989, Bravo, Sebastian, pp. 54-58]
Mi spiace, caro Frova, ma non ti è venuto benissimo. Le scene erotiche sono difficilissime. E qui, oltre ai luoghi comuni del genere (la stoffa umida e calda sopra l’incavo delle cosce, il forte odore femminile, nicchia calda e umida lasciata senza difesa, penetrato tra i lembi vivi di lei, prese a muoversi su e giù ritmicamente, le loro bocche impazzite, la danza dei loro corpi, madidi di sudore senza più energie, …) c’è l’effetto inesorabilmente comico delle metafore musicali che Frova ci ha voluto intercalare: i seni di Maria Barbara sono “all’altezza dei violini più belli” e pulsano “con il ritmo del respiro, […] come per segnare il tempo di una musica silenziosa”; dal canto loro, i polpastrelli di Bach, “abituati a scorrere sul rigido avorio delle tastiere, percepivano ora i rilievi molli e cedevoli della carne di Barbara”; il nostro, avvedutosi che Barbara non è d’avorio, cambia tecnica e strumento, ” usando la stessa delicata pressione con cui avrebbe fatto trillare le corde del violoncello” e Barbara prontamente risponde “come un violoncello”, vibrando “in tutta la persona”. Per fortuna, dopo aver citato l’organo da cappella, ai piedi del quale si accumulano parrucche sudaticce e brachette strappate, hai resistito alla tentazione della cappella dell’organo. Io, come vedi, non ci sono riuscito.

Paolo Roversi – L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes

Roversi, Paolo (2013). L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes. Milano: Rizzoli. 2013. ISBN 9788858640647. Pagine 320. 11,99 €

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Paolo Roversi ha fatto carriera: è seguito da un’agenzia letteraria (la PNLA e associati, cioè la Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency – giuro che non sto celiando) ed è passato dalle piccole case editrici di nicchia (come direbbe l’indimenticabile personaggio di Natalino Balasso) alla Rizzoli. D’altra parte, Roversi è un giornalista del Corriere della sera e la cosa, quindi, non deve sorprenderci più di tanto.

Di Roversi, su questo blog, abbiamo già avuto occasione di parlare qualche anno fa (qui, per l’esattezza). Avevo confessato, in quell’occasione, di non essere un appassionato di gialli e che, comunque, non mi pareva che Roversi fosse uno dei maestri del genere. E che però Roversi è un suzzarese, viene cioè dal paese in cui affondano le mie gucciniane radici e in cui ho passato molte estati. Per questo, quando il romanzo è ambientato da quelle parti e in quei climi, ne traggo un piacere tutto mio.

Roversi non fa un grande sforzo per mischiare le carte e il borgo dove si svolge la vicenda è piuttosto riconoscibile in Torricella (coincide persino la toponomastica). La storia è gradevole, raccontata con un umorismo un po’ sornione (come si usa da quelle parti), rispetta le regole canoniche del romanzo poliziesco (compresa quella, non scritta, che prevede almeno una scopata tra il poliziotto protagonista e una ragazza carina – in questo caso una giornalista: si vede che l’autore, giornalista di nera anche lui, sogna una torrida notte di sesso con un maresciallo dei carabinieri …) e chi sia il colpevole non lo si scopre fin dalle prime pagine.

Purtroppo, Roversi non è un grande scrittore e ha il vizio, tutto giornalistico, di ricorrere alle frasi fatte e di maniera. Per di più, quali che siano i servizi che gli ha fornito l’agenzia letteraria di Piergiorgio Nicolazzini, non dovevano essere inclusi quelli di un bravo editor. Già alla terza riga del romanzo incontriamo un “omone a dorso nudo”: “a dorso nudo” ci vanno i cavalli senza sella, e si può dire anche “a bisdosso“; per gli umani, e soprattutto per i lottatori, invece, si dice e si scrive “a torso nudo“. Memorabile, in proposito, il neologismo torsonudista coniato dall’avvocato Augusto Salvadori, assessore al decoro di Venezia:

Ripresa confidenza col ruolo che aveva lasciato tanti anni fa, quello di tutore del Decoro di Venezia riavuto in consegna da [Massimo] Cacciari, Augusto Salvadori ha ricominciato a mulinare il remo contro torsonudisti, saccopelisti, pediluvionisti e gli altri «isti» che sporcano l’immagine della Serenissima. Battaglie che, a partire da quella mitica contro i gondolieri che cantavano «‘O sole mio» trascurando «Nineta monta in gondola», avevano fatto di lui l’assessore più famoso del pianeta. [Gian Antonio Stella, Corriere della sera, 23 luglio 2005, p. 16, Cronache]

Quelli che Salvadori chiama «torsonudisti», con un neologismo ardito del quale rivendica la paternità, li ha scoperti personalmente lui, negli Anni Ottanta: «Salgo in vaporetto una mattina per andare in assessorato, tutti schiacciati come sardine. Mi si attaccano addosso due tizi a torso nudo, sudati, una cosa orrenda. Sono arrivato in ufficio e ho firmato l’ordinanza». [Anna Sandri, Stampa, 3 agosto 2007, p. 22, Cronache Italiane].

E non basta, perché troviamo anche (alla posizione Kindle 2372) “qualche raro mobile in legno assediato dalle tarme.” Roversi ha evidentemente dimenticato le sue origini rurali, se ignora che le tarme fanno i buchi nei tessuti di lana, mentre le gallerie nei mobili in legno le scavano i tarli.

Più avanti [3379] troviamo un ragazzo turbatio da un “bikini inguinale”: scusa la pignoleria, Roversi, ma inguinale si può dire di un’ernia o, se si vuol fare gli spiritosi, di una minigonna, per segnalare che è così corta da coprire a malapena le pudenda. Ma il bikini – nel suo pezzo di sotto – è inguinale per forza.

minigonne.eu

Fin qui gli strafalcioni accidentali. Tra quelli voluti, ho trovato divertenti quelli del Gaggina. Uno per tutti: «Il silenzio è coro.» [3216]

Eur, parco delle cascate

Stamattina all’alba il quartiere romano dell’Eur era bellissimo. [Per i pignoli e gli amanti di Robert Musil, erano le 6:50 del 27 febbraio 2013.] Il cielo era sereno, azzurro intenso, striato di cirri delicatamente tinti di rosa dalle dita di Aurora. Ho iniziato la mia passeggiata mattutina infreddolito ma beato e pieno di ottimismo. Nel cratere lasciato dalla sciagurata distruzione del velodromo olimpico (ne abbiamo parlato qui e qui) ristagnava candida e batuffolosa la nebbia.

Poco più avanti, anche sul laghetto dell’Eur si muovevano pigramente alcuni fiocchi di nebbia. Ho cominciato a percorrere la Passeggiata del Giappone, che fa il periplo del lago e che prende il nome “[dal]l’impianto in massa di Prunus da fiore donati dalla città di Tokyo” [La Passeggiata del Giappone all’Eur]: donati, penso (ma non sono riuscito a trovarne attestazione), in occasione delle Olimpiadi romane del 1960, come ideale staffetta verso le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Le bocchette dell’acqua che alimenta il lago fumavano nell’aria gelida, dando al paesaggio un vago sentore newyorchese.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Manco del necessario lirismo per descrivere l’incanto della passeggiata e lo stato di grazia in cui mi trovavo stamattina. Per mia fortuna, parole sufficientemente alate non difettano a Francesco Tonini, il blogger che ho già citato poco fa:

Percorrere i vialetti di questa area è molto piacevole, un continuo avvicendarsi di quinte chiuse ed aperte si susseguono tra percorsi sinuosi contornati da specie vegetali sempre diverse, tra sali scendi che permettono di apprezzare visuali diverse dei grattacieli dell’eur, il tutto immersi in un clima rilassato ed isolato dal traffico cittadino.
Il successo della Passeggiata è evidente: centinaia di persone la percorrono ad ogni ora per passeggiare, fare jogging e sostare sulle panchine all’ombra degli alberi con serenità.[La Passeggiata del Giappone all’Eur]

Il percorso, oltrepassato il primo dei 2 ponti sotto via Cristoforo Colombo (se pensate che l’espressione “dormire sotto i ponti” sia una trita metafora, mettetevi nei panni di quel poveretto che, infagottato, ci dorme davvero), arriva alla sezione di passeggiata che si chiama Parco delle cascate.

wikimedia.org/wikipedia

Ecco, la vedete al centro dell’immagine: quella è la passerella realizzata pochi anni fa per consentire il periplo completo del lago (al momento, per la verità, reso di nuovo impraticabile dai lavori per la costruzione del nuovo acquario Mare Nostrum, sulla sponda opposta). Ma lasciamo parlare ancora una volta Francesco Tonini:

Per permettere la connessione integrale del periplo del lago dell’Eur composto dalla Passeggiata del Giappone, tra 2006 e 2007 Eur SPA ha realizzato due progetti di Franco Zagari, quello della terrazza galleggiante Cythera e quello della passerella Hashi. Entrambe le opere sono contraddistinte da composizioni di materiali che ne tracciano la presenza nella contemporaneità, acciaio, vetro e legno.
La passerella è posizionata esattamente in corrispondenza dell’asse di caduta dell’acqua e promette uno spettacolo unico nei momenti di funzionamento della cascata. Per la descrizione dell’opera ci affidiamo nuovamente alle sognanti parole di Franco Zagari:
“HASHI” è una nuova passerella pedonale posta sulla cascata centrale del Lago dell’Eur. Il nome significa “ponte” in giapponese, nel suo doppio senso di passaggio e limite. La dedica è alla Passeggiata del Giappone, vi era infatti – dopo il passaggio a Ovest reso possibile da Cythera – ancora una discontinuità del percorso in corrispondenza della cascata centrale, aggirabile solo con un lungo sentiero che obbligava ad entrare in profondità nel giardino, in una zona per il momento non aperta al pubblico se non per avvenimenti eccezionali. Quattro nuovi cancelli colorati introducono al Giardino delle Cascate, in previsione della ricostituzione della recinzione originaria di rose rampicanti lungo i due rami del viale Cristoforo Colombo. La passerella connette direttamente le due rive della cascata centrale, scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%), in modo di avere un impatto visivo contenuto. In questo modo si raggiunge la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua. Per dare un riscontro armonico alla geometria voluta da De Vico, un elegante disegno a forma di diapason, si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta. La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa. La struttura portante, tutta in acciaio inox, ha un’anima centrale con mensole a sbalzo che sostengono il piano di calpestio. Il pavimento è in doghe di legno esotico pregiato, sui due lati, e in vetro serigrafato in corrispondenza del passaggio sull’acqua. Le balaustre sono in rete inox per la parte che corre sulla cataratta, garantendo il massimo della trasparenza (la stessa soluzione della terrazza galleggiante), mentre i raccordi in corrispondenza delle rive sono in lamiera traforata per adattarsi meglio alla conformazione del suolo e favorire attraverso i fori la crescita della vegetazione delle ripe. Hashi, pur essendo in fondo solo una breve passerella, ha una notevole qualità tecnologica, che ha permesso di ottenere una particolare leggerezza e trasparenza.
Ho trovato sufficientemente interessante percorrere la passerella, che sembra progettata per essere ben inserita nel contesto, anche se per il momento ci sono segni inequivocabili che indicano ancora un po’ di tempo per il completamento dei lavori. Sono sicuro che non appena l’opera sarà totalmente assorbita dalla vegetazione e dall’acqua della cascata, la Passeggiata del Giappone troverà in questo punto un luogo indimenticabile. [Hashi, la passerella di completamento della Passeggiata del Giappone]

paesaggiocritico.com / foto di Francesco Tonini

Malimor…, come si dice a Roma. Luogo indimenticabile di sicuro. E non certo per responsabilità di Francesco Tonini, il cui parere estetico condivido e che comunque sul posto, a giudicare dalla data dei suoi post, c’è andato alla fine di maggio di quasi 3 anni fa. Per responsabilità di quella mente eccelsa, di quel visionario professionista che tutto il mondo ci invidia, Franco Zagari.

Perché ce l’ho con lui? – mi precipito a dirlo prima che scatti la denuncia nei miei confronti. Ce l’ho con lui perché io oggi ci sono rovinosamente caduto, sulla sua passerella. E non soltanto per mia imperizia e imprudenza (una modica quantità gliela posso concedere, che non si nega a nessuno, come il concorso di colpa che appioppano al povero pedone travolto sulle strisce pedonali mentre attraversava con il semaforo verde), ma perché il suo progetto di passerella è demenziale. E per di più – come potete ben vedere qui sotto – ride, ride, come quell’infame di Franti.

ilsole24ore.com

Ci sono rovinosamente caduto perché oggi la passerella, nella sua parte vitrea, ancorché serigrafata, era una perfetta lastra di invisibile ghiaccio. E io ci sono scivolato, nonostante mi sia reso conto per un interminabile istante del guaio in cui mi stavo cacciando e abbia tentato in extremis di aggrapparmi alle inutili «balaustre in rete inox». Ora io posso capire che le giornate di gelo di Roma (25-30 all’anno secondo i dati climatologici) possano sembrare poche al professor Zagari; oppure il prof. Zagari si immagina che i giardinieri dell’Eur verifichino ogni mattina le condizioni della passerella e collochino, zelanti come addetti alle pulizie dei bagni dell’autogrill o dell’aeroporto, apposita segnaletica di pericolo, oppure chiudano per precauzione i «quattro nuovi cancelli colorati» che dànno accesso al Giardino delle cascate.

safeatwork.ch

Ma oltre ai giorni di gelo – grosso modo 30 su 365 – il prof. Zagari si è interrogato sulle altre circostanze in cui la passerella «in doghe di legno esotico pregiato […] e in vetro serigrafato» avrebbe potuto essere bagnata, e dunque scivolosa? Praticamente sempre, caro professore: anche senza esami di meteorologia o di fisica dei fluidi, ma con un modicum di capacità di ragionamento e di osservazione si sarebbe potuto (e dovuto) giungere alla conclusione che un ponticello vicino a un lago e in prossimità dei 10 getti d’acqua della monumentale fontana (guardate, vi prego, la 2ª foto di questo post) sarebbe stato perennemente bagnato, soprattutto se si è avuta la lungimiranza di far raggiungere «la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua».

Ma non basta, la passerella è in pendenza [«scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%)»] e se non bastasse è in curva [«si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta»].

Dunque il prof. Zagari è un sadico? Il suo ghigno è davvero quello infame di Franti? Non lo penso davvero, e non è certo questo il mio punto. La mia convinzione, in questo caso e in molti altri, è che il progettista abbia privilegiato i valori formali ed estetici [«La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa»], trascurando del tutto, e colpevolmente, quelli pratici e funzionali.

Avrei potuto farmi molto male (ho rischiato di battere anche la nuca, oltre alla regione sacro-coccigea), e invece sono qui a ragionarne e a riderne con voi. Proprio una gran botta di culo!

francozagari.it

Camminando e cantando – Sergio Endrigo

Stamattina (24 febbraio 2013) dagli abissi di iMatch è emersa questa canzone, che ricordavo a stento e di cui non avevo forse mai ascoltato con attenzione le parole. Mi è sembrato un piccolo viatico per le giornate elettorali e, con il medesimo spirito, la ripropongo a voi.

Camminando e cantando la stessa canzone
Siamo tutti uguali chi è d’accordo e chi no
Nelle fabbriche, a scuola, nei campi, in città
Camminando e cantando la stessa canzone

Fa chi vuole fare e chi vuole andare va
Chi è stanco di aspettare una strada troverà
Fa chi vuole fare e chi vuol sapere sa
Che la speranza è un fiore ma frutti non ne dà

Il soldato armato, amato o no
Con in mano il fucile non sa cosa fa
In caserma si insegna una antica lezione
Di morir per il re e non sapere perché

Fa chi vuole fare e chi vuole andare va
Chi è stanco di aspettare una strada troverà
Fa chi vuole fare e chi vuol sapere sa
Che la speranza è un fiore ma frutti non ne dà

Nelle fabbriche, a scuola, nei campi, in città
Siamo tutti soldati armati o no
Camminando e cantando la stessa canzone
Siamo tutti uguali chi è d’accordo e chi no

Nella mente l’amore e negli occhi la gioia
La certezza nel cuore, nelle mani la storia
Camminando e cantando la stessa canzone
Imparando e insegnando una nuova lezione

Fa chi vuole fare e chi vuole andare va
Chi è stanco di aspettare una strada troverà
Fa chi vuole fare e chi vuol sapere sa
Che la speranza è un fiore ma frutti non ne dà

Era il 1968 ed Endrigo (che sotto l’aria timida e mesta era un coraggioso) la presentò a Canzonissima, la trasmissione del sabato sera legata alla Lotteria di Capodanno. Ne aveva scritto lui il testo italiano, traducendo la canzone di Geraldo Vandrè, come lui stesso raccontò:

Geraldo Vandrè è un cantante brasiliano di cui avevo ascoltato in Brasile la canzone, Pra Nâo Dizer Nâo Falei Das Flôres, che mi era piaciuta molto. Ne tradussi il testo in italiano intitolandola Camminando e cantando. La presentai a Canzonissima ’68, dove ero sicuro di passare il primo e il secondo turno, ma sapevo benissimo che non sarei mai riuscito a passare anche il terzo, per cui a quel punto scelsi di cantare una cosa che piaceva a me. Non cercavo la canzone facile ed orecchiabile e preferii usare quella possibilità per dare spazio a canzoni un po’ più difficili. [Sergio Endrigo. La Voce Dell’Uomo. Edizioni Associate. 2002]

Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais braços dados ou não
Nas escolas, nas ruas, campos, construções
Caminhando e cantando e seguindo a canção

Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer
Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer

Pelos campos a fome em grandes plantações
Pelas ruas marchando indecisos cordões
Ainda fazem da flor seu mais forte refrão
E acreditam nas flores vencendo o canhão

Há soldados armados, amados ou não
Quase todos perdidos de armas na mão
Nos quarteis lhes ensinam uma antiga lição
De morrer pela pátria e viver sem razão

Nas escolas, nas ruas, campos, construções
Somos todos soldados armados ou não
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais braços dados ou não

Os amores na mente, as flores no chão
A certeza na frente, a historia na mão
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Aprendendo e ensinando uma nova lição

La biopalla, la politica e la cultura scientifica (non necessariamente in questo ordine)

Domani e dopodomani (24 e 25 febbraio 2013) si vota. Salvo clamorosi errori dei sondaggisti, una parte consistente dei votanti sceglierà il Movimento 5 stelle (di e con Beppe Grillo: non sono sicuro di saperlo molto bene, ma mi ha aiutato a capire qualche cosa il post di un blogger ben più popolare di me, Leonardo Tondelli: Grillo, il Movimento e i grillini). Le 5 stelle del movimento erano all’origine: Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività, Sviluppo (se uno googla «movimento 5 stelle», il primo risultato linka a www.beppegrillo.it/movimento/ e riporta il seguente breve testo: «Il MoVimento 5 Stelle è un movimento di liberi cittadini per un’Italia a 5 Stelle: Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività, Sviluppo.»). Però se uno va a leggere il programma elettorale (si può scaricare qui) trova un’articolazione i 7 punti («Stato e cittadini, Energia, Informazione, Economia, Trasporti, Salute, Istruzione») che si sovrappongono in minima parte alle 5 stelle, anche a voler fare qualche esercizio di fantasia. Il programma è una lista di circa 125 punti e il cambiamento che promette il Comunicato politico numero cinquantatre sarà (manco a dirlo) epocale: ma io qui non voglio persuadere nessuno. A me non convince, per eccesso di semplificazione. e per una certa tendenza a vedere dappertutto complotti (Nate Silver afferma nel suo The Signal and the Noise che «[a] conspiracy theory might be thought of as the laziest form of signal analysis» e cita il professore di Harvard H. L. “Skip” Gates, secondo cui «[c]onspiracy theories are an irresistible labor-saving device in the face of complexity.»). Questi, insieme al fatto che non mi piacciono le persone che urlano e sfuggono al confronto, sono i motivi per cui io non voterò Movimento 5 stelle. Ma ognuno faccia quello che crede e io cercherò di rispettare la sua opinione.

 

wikimedia.org/wikipedia/commons

Quello su cui voglio attirare oggi la vostra attenzione è la storia della biowashball. Non ne parlo per sputtanare Beppe Grillo: l’hanno già fatto in tanti, proprio su questo argomento. Per di più, Beppe Grillo è contrario alle vaccinazioni obbligatorie: un’opinione ben più irresponsabile e pericolosa, e questa è una cosa che meriterebbe una trattazione a sé (potete farvi un’idea delle sue implicazioni potete andare a leggere la voce di Wikipedia sull’argomento – ma naturalmente potete sempre farvi convincere da Grillo che è tutto un complotto). Il mio problema, come vedrete, sono quelli che prestano fede alle prediche di Grillo, tanto da decidere di votarlo, per portare i suoi candidati al parlamento e, se possibile, al governo.

Allora, Beppe Grillo ha presentato molte volte nei suoi spettacoli-comizio (da un po’ sostituiti dai comizi-spettacolo) questa mirabolante palla che permetterebbe di lavare gli indumenti senza detersivo:

Penso che il video parli da solo. Intanto la pallina, che si chiama biowashball, non ha assolutamente niente di biologico: ma tant’è, bio fa verde, fa naturale, e tanto basta. È anche verde di colore, ma è plastica verde (una poliolefina, variante del diffusissimo ed esecratissimo polipropilene, derivato per sintesi dagli idrocarburi detestati da Grillo e dai suoi). Al suo interno ci sono delle palline di ceramica (naturale, dice Grillo: certo, naturale come l’acciaio e il cemento, cioè ottenuta per trasformazione industriale di materie prime presenti su questo pianeta). Le sue mirabolanti proprietà (che irraggi infrarossi, che frazioni l’idrogeno o le molecole d’acqua – non ho capito bene –, che si ricarichi con l’energia solare, che abbia poteri antibatterici se conservata in frigo) non hanno fondamento scientifico alcuno, non più della credenza che la combustione sia indotta dal flogisto e la peste dai miasmi delle paludi. Lo spiegano bene in tanti, soprattutto Paolo Attivissimo, che vi invito a leggere qui.

Beppe Grillo non soltanto continua a credere che sia possibile che una palletta di volgarissima plastica ripiena di palline di volgarissima ceramica possa detergere alcunché (più dell’acqua, cioè, che come tutti sanno bagna e lava anche da sola), ma se la prende con la consueta virulenza con chi osa mettere in dubbio l’efficacia di biowashball. Naturalmente chi osa farlo non è un essere pensante o almeno dubitante, ma un corrotto a libro paga delle multinazionali del detersivo, o al meglio un utile idiota. E naturalmente è una cospirazione, minimo una congiura del silenzio.

Nella trasmissione Mi manda Rai3 dedicata alla Biowashball mancavano i due milioni di persone che l’hanno usata e apprezzata.
Hanno mobilitato la Rai, la rivista il Salvagente targata Coop (la Coop che ama i detersivi) e alcune persone perché iscritte al Meetup di Beppe Grillo contrarie al prodotto (indovinate perché sono state invitate proprio e solo loro).
Mancava in studio la casalinga di Voghera, quella che sa cos’è il bucato e può fornire un parere professionale sulla Biowashball perché l’ha usata.
Se un prodotto non fa quello che dice e si chiedono soldi in cambio si chiama truffa. La società che la distribuisce in tutto il mondo in milioni di esemplari non ha processi in corso e in nessuno Stato dove è venduta la Biowashball è stato chiesto il ritiro del prodotto. Ho detto più volte che prima di dare un giudizio bisogna informarsi e verificare. Non vi ho detto però che per farlo bisogna guardare la televisione o leggere i giornali finanziati dallo Stato.
Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di utenti italiani soddisfatti.
Dopo questa reazione dei media credo che sia ora di iniziare una battaglia contro i detersivi, uno degli strumenti di distruzione del pianeta, usati spesso senza necessità e quasi sempre in eccesso. Una battaglia difficile perché hanno i media (finanziati dalla loro pubblicità) come alleati.
Loro non molleranno mai (ma gli conviene?), noi neppure.

A me il pezzo che piace di più è quando a sostegno della tesi della bontà del prodotto viene portata l’argomentazione che 2 milioni di persone «l’hanno usata e apprezzata.» Io la chiamo l’argomentazione della mosca: miliardi di mosche l’hanno usata e apprezzata, dunque la merda è buonissima.

Ora, io capisco perfettamente che la biopalla non è al centro del programma elettorale di Grillo. Però, se i sondaggi non sono grossolanamente sbagliati, domani e dopodomani circa un elettore su 5 voterà per Grillo (sì, per Grillo, più che per il Movimento 5 stelle, come ha ben spiegato Leonardo). Cioè, 10 milioni di italiani affideranno il destino di questo sciagurato Paese nelle mani di uno che crede che una specie di sorpresa dell’ovetto Kinder piena di gnocchetti di terracotta come quelli che si mettono nella tortiera per non far gonfiare la pasta-frolla abbia il potere di avere insieme l’ambiente e i corsi d’acqua incontaminati e i panni puliti (perché dobbiamo tenere a mente che in un’economia di mercato, se i detersivi si vendono, non dipende soltanto dal diabolico strapotere delle multinazionali produttrici, ma anche dalla preferenza dei consumatori per i panni puliti e profumati). 10 milioni di italiani presteranno fede alle ricette miracolistiche di uno che pensa e dice che si può avere tutto e il contrario di tutto senza costi. La favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione, domani e dopodomani illuderà 10 milioni di italiani. Che si sommeranno agli altri milioni che crederanno alla restituzione dell’IMU.

Temo di essere un irriducibile illuminista, ma temo che questo sia anche, anzi soprattutto, il frutto della pseudo-cultura oscurantista di questo povero Paese, dove è lecito vantarsi di non sapere nulla di matematica, di fisica, di chimica, di biologia. Dove credere ai miracoli, alle favole, alle teorie strampalate, all’ultima miracolistica dieta o pseudo-filosofia new age ti rende una persona bella e interessante.

10 milioni di credenti creduloni.

Intanto, il 20 e 21 febbraio, si svolgeva a Roma l’Undicesima conferenza nazionale di statistica, organizzata dal Sistema statistico nazionale e dall’Istat. Quasi 2.500 persone si sono confrontate per due giorni su come conoscere e misurare i fenomeni nuovi nell’economia, nella società e nella vita quotidiana; su come darsi degli obiettivi concreti e su come misurare i progressi verso il loro raggiungimento; su come i decisori politici possono fare le loro scelte sulla base di evidenze verificabili e come i cittadini possono valutarne quantitativamente l’operato; su come sottoporre a controllo preventivo e verifica successiva le diagnosi e le terapie proposte dalle parti politiche. 2.500 persone che, con una buona dose di ottimismo, possiamo ipotizzare convinte di questo programma: un programma di riforma, di riforma di metodo, prima che di merito.

2.500 persone contro 10 milioni. Consentitemi un po’ di pessimismo.

La lugubre gondola

Ormai dovrebbero saperlo anche i sassi: nel 2013 si celebra il duecentesimo anniversario della nascita di Giuseppe Verdi (nato il 10 ottobre 1813) e dui Richard Wagner (22 maggio). Wagner è stato onorato (tra l’altro) con l’inaugurazione della stagione scaligera 2012-2013, aperta da un Lohengrin con qualche polemica (più sulla regia che sul vulnus all’italianità). Verdi addirittura con l’apertura del Festival di Sanremo sulle note di Va, pensiero, sull’ali dorate: ecco, si temeva un festival dell’Unità e invece abbiamo subito avuto un’atmosfera da salsicciata celtica sul pratone di Pontida.

Ma non è di questo che volevo parlare. Verdi, certamente, ha battuto Wagner in longevità, arrivando ai rispettabili traguardi del nuovo secolo e della veneranda età di 87 anni compiuti (è morto il 27 gennaio 1901: non che sia una data che so a memoria, l’ho letta su Wikipedia). Wagner invece non ha nemmeno raggiunto i 70 anni, ed è morto a Venezia il 13 febbraio 1883. Eh, già: quindi ricorre oggi il centotrentesimo anniversario della sua morte.

Wagner in famiglia, 2 anni prima della morte / wikimedia.org/wikipedia/commons

Abbiamo già ricordato 5 anni fa, in questo post, che l’amico Franz Liszt aveva scritto alcuni brani (La lugubre gondola I e II, R.W. – Venezia), lamentando che su YouTube non ci fossero le interpretazioni di Maurizio Pollini, che le esegue di frequente. Fortunatamente, nel frattempo uno del pubblico è riuscito a catturare l’audio dell’interpretazione polliniana del 6 marzo 2012 al Southbank Centre di Londra:

Maurizio Pollini, piano
Fryderyk Chopin:
Fantasia in F minor, Op.49
Fryderyk Chopin: 2 Nocturnes, Op.62
Fryderyk Chopin: Polonaise-Fantaisie in A flat, Op.61
Fryderyk Chopin: Scherzo No.1 in B minor, Op.20
Interval
Franz Liszt: Nuages gris, S.199
Franz Liszt: Unstern! sinistre, disastro, S.208
Franz Liszt: La lugubre gondola for piano, S.200 (vers.1)
Franz Liszt: R.W. – Venezia, S.201
Franz Liszt: Sonata in B minor

As the great Italian pianist celebrates his 70th birthday in 2012 his unique artistic stature seems more widely acknowledged than ever. Pollini returns to Royal Festival Hall in a concert that follows last season’s celebrated series of five recitals.
In this classic programme Pollini takes on one of the iconic works of the Romantic repertoire – Liszt’s B minor sonata, alongside some other Liszt favourites. The Liszt throws new light on the music of his contemporary Chopin in the first half. In a recent interview Maestro Pollini said ‘Chopin is obviously a very strong lyrical composer; there is absolutely no doubt about it. But the dramatic element in his music is also very powerful and there are elements where you might look a little more deeply within his work.’
‘Pollini has few pianistic peers in the world today.’ (The Guardian)

Qui ascoltiamo i primi 4 brani della 2ª parte del recital:

Gabriele D’Annunzio, wagneriano convinto, racconta dei funerali nella scena finale de Il fuoco, in cui il suo alter ego Stelio Èffrena è uno dei 6 portatori del feretro:

Parve a Stelio di riconoscere presso la porta della sua casa, su la Fondamenta Sanudo, la figura di Daniele Glàuro.
— Ah, Stelio, t’aspettavo! — gli gridò nel turbine dei suoni la voce affannosa. — Riccardo Wagner è morto! [pos. Kindle 5574]

Il mondo pareva diminuito di valore.
Stelio Èffrena domandò alla vedova di Riccardo Wagner che ai due giovani Italiani i quali avevano trasportato una sera di novembre dal battello alla riva l’eroe svenuto, e a quattro loro compagni, fosse concesso l’onore di trasportare il feretro dalla stanza mortuaria alla barca e dalla barca al carro. Tanto fu concesso.
Era il 16 febbraio: era un’ora dopo il mezzogiorno. Stelio Èffrena, Daniele Glàuro, Francesco de Lizo, Baldassare Stampa, Fabio Molza e Antimo della Bella attendevano nell’atrio del palazzo. L’ultimo era giunto da Roma avendo ottenuto di condurre seco due artieri, addetti all’opera del Teatro d’Apollo, perché portassero al funerale i fasci dei lauri còlti sul Gianicolo.
Attendevano senza parlare e senza guardarsi, ciascuno essendo vinto dal palpito del suo proprio cuore. Non s’udiva se non uno sciacquio fievole su i gradini di quella grande porta che nelle candelabre degli stipiti recava scolpite le due parole: DOMVS PACIS.
L’uomo del remo, che era stato caro all’eroe, discese a chiamarli. Egli aveva gli occhi bruciati dalle lacrime sul viso maschio e fedele.
Stelio Èffrena andò innanzi; i compagni lo seguirono. Salita la scala, entrarono in una stanza bassa e poco illuminata ov’era un odore triste di balsami e di fiori. Attesero alcuni istanti. L’altra porta s’aprì. Entrarono a uno a uno nella stanza attigua. Tutti divennero pallidi, a uno a uno.
Il cadavere era là, chiuso nella cassa di cristallo; e accanto, in piedi, era la donna dal viso di neve. La seconda cassa, di metallo forbito, brillava sul pavimento aperta.
I sei portatori si disposero innanzi alla salma, aspettando un cenno. Altissimo era il silenzio, ed essi non battevano palpebra; ma un dolore impetuoso investiva le loro anime come una raffica e le squassava fin nelle radici profonde.
Tutti erano fissi all’eletto della Vita e della Morte. Un infinito sorriso illuminava la faccia dell’eroe prosteso: infinito e distante come l’iride dei ghiacciai, come il bagliore dei mari, come l’alone degli astri. Gli occhi non potevano sostenerlo; ma i cuori, con una meraviglia e con uno spavento che li faceva religiosi, credettero di ricevere la rivelazione di un segreto divino.
La donna dal viso di neve tentò un lieve gesto, rimanendo rigida nella sua attitudine come un simulacro.
Allora i sei compagni si mossero verso la salma; tesero le braccia, raccolsero il vigore. Stelio Èffrena ebbe il suo posto a capo e Daniele Glàuro l’ebbe a piede, come quel giorno. Sollevarono il peso concordi, a una voce sommessa del conduttore. Tutti ebbero negli occhi un barbaglio, come se a un tratto una zona di sole traversasse il cristallo. Baldassare Stampa ruppe in singhiozzi. Uno stesso nodo serrò tutte le gole. La cassa ondeggiò; poi calò; entrò nell’involucro di metallo come in un’armatura.
I sei compagni rimasero prostrati intorno. Esitarono, prima d’abbassare il coperchio, affascinati dall’infinito sorriso. Udendo un fruscio leggero, Stelio Èffrena alzò gli occhi: vide la faccia di neve inclinata sul cadavere, apparizione sovrumana dell’amore e del dolore. L’attimo fu eguale all’eternità. La donna scomparve.
Abbassato il coperchio, essi risollevarono il peso cresciuto. Lo trasportarono fuori della stanza, poi giù per la scala, con lentezza. Rapiti da un’angoscia sublime, nel metallo del feretro vedevano riflettersi i loro volti fraterni.
La barca funebre attendeva dinanzi alla porta. Su la cassa fu distesa la coltre. I sei compagni attesero a capo scoperto che la famiglia discendesse. Discese, insieme stretta. La vedova passò velata; ma lo splendore della sua sembianza era nella memoria dei testimoni per sempre.
Il corteo fu breve. La barca mortuaria andava innanzi; seguiva la vedova con i cari; poi seguiva il drappello giovenile. Il cielo era ingombro su la grande via d’acqua e di pietra. L’alto silenzio era degno di Colui che aveva trasformato in infinito canto per la religione degli uomini le forze dell’Universo.
Una torma di colombe, partendosi dai marmi degli Scalzi con un fremito balenante, volò sopra la bara a traverso il canale e inghirlandò la cupola verde di San Simeone.
All’approdo uno stuolo taciturno di devoti attendeva. Le larghe corone odoravano nell’aria cineree. S’udiva l’acqua sbattere sotto le prue ricurve.
I sei compagni tolsero il feretro dalla barca e lo portarono a spalla nel carro che era pronto su la via ferrata. I devoti appressandosi deposero le loro corone su la coltre. Nessuno parlava.
Allora s’avanzarono i due artieri con i loro fasci di lauri còlti sul Gianicolo.
Membruti e possenti, eletti tra i più forti e tra i più belli, parevano foggiati nell’antica impronta della stirpe romana. Erano gravi e tranquilli, con la libertà selvaggia dell’Agro nei loro occhi venati di sangue. I loro lineamenti risentiti, la fronte bassa, la chioma corta e crespa, le mascelle salde, il collo taurino, ricordavano i profili consolari. La loro attitudine scevra d’ogni ossequio servile li faceva degni del carico.
I sei compagni a gara, divenuti eguali nel fervore, prendendo i rami dai fasci li sparsero sul feretro dell’eroe.
Nobilissimi erano quei lauri latini, recisi nella selva del colle dove in tempi remoti scendevano le aquile a portare i presagi, dove in tempi recenti e pur favolosi tanto fiume di sangue versarono per la bellezza d’Italia i legionarii del Liberatore. Avevano i rami diritti robusti bruni, le foglie dure, fortemente innervate, con i margini aspri, verdi come il bronzo delle fontane, ricche d’un aroma trionfale.
E viaggiarono verso la collina bavara ancóra sopita nel gelo; mentre i tronchi insigni mettevano già i nuovi germogli nella luce di Roma, al romorio delle sorgenti nascoste. [5638-5664]

*Settignano di Desiderio:
li XIII di febbraio MDCCCC. [5683]

Mamma mia, che pesantezza. Liberiamoci delle greve atmosfera dannunziana con una lepidezza. Dissipiamo le nubi come nel temporale alla fine del Rheingold.

Wagner morì, pare, per attacco cardiaco. Ma in un universo parallelo, frutto probabilmente di un esperimento schrödingeriano ante litteram, Wagner morì forse di colera, come il Gustav von Aschenbach di Thomas Mann e Luchino Visconti. In quel mondo, il brano che Franz Liszt scrisse per commemorare il tragico evento si chiamava La lugubre vongola.

Contare le gazze

Oggi (28 dicembre 2012) a Roma è stata un’insperata giornata primaverile. Dopo un’alba nebbiosa si sono fatti strada: un sole smagliante, in primo luogo; una luce limpidissima (in secondo), un cielo terso (in terzo). Il tramonto si è poi riempito di una luce dorata e fosca quasi estiva.

Nel cielo di metà mattina, sopra il teatro dell’opera di Roma (anche se non mi sembra ci fosse Rossini in cartellone) si sono rincorse rumorosamente due gazze, facendo – appunto – una discreta gazzarra:

  1. Chiasso, baccano, dovuto di solito ad allegria esuberante e scomposta: far gazzarra; la gazzarra dei ragazzi nel cortile; una indecente, vergognosa gazzarra.
  2. anticamente: Strepito guerriero, d’armi o di grida, come manifestazione di giubilo: giunse l’ammiragliomenando gran gazzarra e trionfo (G. Villani); l’artiglieriacominciò a fare una lieta e spaventosa gazzarra (Varchi). Anche, sparo di fuochi artificiali.

Fin qui il solito Vocabolario Treccani. Peccato – e non potete immaginare quanto sia stata cocente la delusione per me, che di false etimologie mi nutro – che le gazze non abbiano nulla a che fare con la gazzarra, nonostante il loro verso sia rumoroso. Sempre secondo il Vocabolario Treccani gazzarra viene

dall’arabo ghazāra «folla, gran quantità», da cui anche lo spagn. algazara.

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Come potete vedere da soli, è un uccello molto bello e caratteristico, e non stupisce che alla gazza siano legate molte leggende. Messaggero di morte e uccello del malaugurio nella mitologia germanica, in una famosa nursery rhyme i presagi si sono differenziati e legati al numero di esemplari avvistati. A me, a Dublino nel 1966, l’avevano insegnata così:

One for sorrow,
Two for joy,
Three for a marriage,
Four for a boy.

4 gazze su un tetto a Dublino

4 gazze su un tetto a Dublino

La versione completa della nursery rhyme, secondo Wikipedia, è questa:

One for sorrow,
Two for joy,
Three for a girl,
Four for a boy,
Five for silver,
Six for gold,
Seven for a secret,
Never to be told.

Ma una più antica (circa 1780, registrata nelle Observations on Popular Antiquitites di John Brand) conserva tutta l’antico legame con la morte:

One for sorrow,
Two for mirth,
Three for a wedding,
And four for death.

Quella riportata in una raccolta pubblicata a Londra nel 1846 (M. A. Denham. Proverbs and Popular Saying of the Seasons) elabora il tema più ampiamente, ma oscilla ancora – curiosamente, in varianti entrambe attestate – tra morte ed eventi gioiosi:

One for sorrow,
Two for luck [or mirth],
Three for a wedding,
Four for death [or birth],
Five for silver,
Six for gold;
Seven for a secret,
Not to be told;
Eight for heaven,
Nine for hell,
And ten for the devil’s own sell!

Tra le tante canzoni ispirate alla filastrocca, ho trovata bella (e inquietante) quella del giovane cantautore Patrick Wolf, in duetto con la misteriosa e sempreverde Marianne Faithfull:

PATRICK: Magpie, was it you who stole the wedding ring? Or what other thieving bird would steal such hope away? Magpie, I am lost among the hinterland, caught among the bracken and the fern and the boys who have no name.
MARIANNE: There’s no name for us.
PATRICK: Still we sing.
MARIANNE: And still we sing. little boy, little boy, lost and blue, listen now, let me tell you what to do. You can run on, run along, alone or home between the knees of her; all among her bracken and her ferns and the boy will have a name.
BOTH: We will sing.
MARIANNE: And we will sing.
MARIANNE: One for sorrow.
PATRICK: Two for joy.
MARIANNE: Three for a girl.
PATRICK: Four for a boy.
MARIANNE: Five for silver.
PATRICK: Six for gold.
MARIANNE: Seven for a secret, never to be told.

A questo punto Rossini è meno inquietante …

… o no?