Il terzo uomo

Il terzo uomo (The Third Man), 1949, di Carol Reed, Con Joseph Cotten, Alida Valli e Orson Welles (e non dimentichiamo Trevor Howard, il maggiore Calloway, ed Ernst Deutsch, il barone Kurtz).

Il terzo uomo non è un film di guerra, ma un film sulla guerra. Un film sulle trasformazioni che la guerra produce, tirando fuori il peggio di noi. In fondo alla guerra c’è un angelo del male, che può essere Harry Lime o il Kurtz di Cuore di tenebra. E noi uomini qualunque – che non troviamo più punti di riferimento, perché la morale corrente è svanita e le risorse dentro di noi sono al livello minimo – ne subiamo il fascino e l’orrore.

La regia, a volte compiaciuta, schiaccia il registro morale con tutti i mezzi. Un bianco e nero con poche mezze tinte, un set ricercato (una Vienna tra macerie e splendori rococò e Sezession), inquadrature sbilenche, grandangoli che deformano. Soprattutto l’uso dell’ombra e della luce.

A un tratto, la luce inquadra il volto spiritato di Orson Welles nascosto in un portone.

È l’apparizione dell’angelo. Comincia un secondo film (dopo il terzo uomo di Carol Reed, il terzo uomo di Orson Welles). Il film non sarà più lo stesso, Holly Martins non sarà più lo stesso, nemmeno noi siamo più gli stessi…

Non so se Coppola avesse in mente Il terzo uomo girando Apocalypse Now, ma anche quello è un film spezzato in due: la prima parte, strutturata come l’Odissea, costruita sul viaggio e sugli incontri di viaggio che ne scandiscono la dinamica; la seconda assolutamente statica, impietrita dall’orrore.

Soltanto dopo che abbiamo seppellito Harry Lime per la seconda volta torna la luce, le inquadrature si raddrizzano, anche Fräulein Schmidt ritrova la sua dirittura. Ma noi sappiamo che Harry Lime è immortale.

Dimenticavo, imperdonabilmente, la citazione più famosa del film, la frase che Harry Lime dice a Holly Martins dopo l’incontro sulla ruota del Prater (e dopo essere stato lì lì per buttarlo di sotto): “Don’t be so gloomy. After all it’s not that awful. Like the fella says, in Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci, and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love – they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock. So long Holly.”

Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Una Risposta to “Il terzo uomo”

  1. wu ming Says:

    Soltanto J. Cotten può tenere testa – non fare da spalla – alla grandezza assoluta di O. Welles. Insieme in tanti film – L’infernale Quinlan, Quarto potere, L’orgoglio degli Amberson, terrore sul Mar Nero – J. Cotten e O. Welles si dividono e si rubano la scena: difficile dire chi è il protagonista. E J. Cotten può essere anche un ambiguo e affascinante assassino: L’ombra del dubbio, di A. Hitchcock.
    Come dice il produttore Monroe Stahr (R. De Niro): “Stavo solo facendo del Cinema”! Gli ultimi fuochi” di E. Kazan, dal romanzo di F.S. Fitzgerald.


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