Equatore

Sousa Tavares, Miguel (2003). Equatore. Roma: Cavallo di ferro. 2006.

Il pregio principale di questo romanzo è di farci ricordare che esistono due isolette nell’Atlantico, Sao Tomè e Prìncipe, colonie portoghesi fino alla rivoluzione dei garofani e grandi produttrici di cacao, fino al boicottaggio inglese. Sono nel golfo di Guinea, al largo della Guinea Bissau (altra ex colonia portoghese), praticamente a cavallo dell’equatore.

Un’altra cosa che il libro ci fa ricordare è che la schiavitù non si misura (tanto) sulla sua definizione legale, quanto sulle condizioni di vita e di libertà degli sfruttati. Ce l’avevano già insegnato Marx, Fanon e i protagonisti della decolonizzazione, ma non è male ricordarsene ogni tanto e porsi qualche domanda sui fondamenti della globalizzazione.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano a fare un buon romanzo. Questo, senza essere illeggibile, non è certo memorabile.

13 dicembre – Heinrich Heine

Nato il 13 dicembre 1797, morì nel 1856 dopo essere stato a lungo costretto all’immobilità (forse da una sclerosi multipla).

In un viaggio in Francia, nel 1831, si avvicinò ai socialisti di Saint Simon. Nel 1835 le autorità tedesche vietarono le sue opere e, in sostanza, lo costrinsero all’esilio. Nel 1844 conobbe Marx, di cui rimase amico per tutta la vita.

Tra i libri bruciati da nazisti nella Opernplatz di Berlino nel 1933 c’erano anche le opere di Heine. Sul posto del rogo è stata scolpito proprio un verso di una sua poesia: “Dort, wo man Bücher verbrennt, verbrennt man am Ende auch Menschen” (“Dove si bruciano i libri, prima o poi si metteranno al rogo le persone”).

Lo ricordiamo con una delle sue poesie più famose:

Auf Flügeln des Gesanges,
Herzliebchen, trag ich dich fort,
Fort nach den Fluren des Ganges,
Dort weiß ich den schönsten Ort;
Dort liegt ein rotblühender Garten
Im stillen Mondenschein,
Die Lotosblumen erwarten
Ihr trautes Schwesterlein.
Die Veilchen kichern und kosen,
Und schaun nach den Sternen empor,
Heimlich erzählen die Rosen
Sich duftende Märchen ins Ohr.
Es hüpfen herbei und lauschen
Die frommen, klugen Gazelln,
Und in der Ferne rauschen
Des heilgen Stromes Well’n.
Dort wollen wir niedersinken
Unter dem Palmenbaum,
Und Liebe und Ruhe trinken,
Und träumen seligen Traum.

Sulle ali del canto,
amore, ti porto via,
via verso le rive del Gange,
là io conosco un luogo incantato.
Là splende un giardino fiorito di rosso
nel silenzio di un tacito plenilunio;
là i fiori di loto attendono
l’anima amica e sorella.
Le violette sommerse ridono,
carezzevoli si volgono alle stelle;
in segreto le rose si narrano
favole lievi, un soffio fragrante.
A balzi leggeri, o ferme in ascolto
stanno le miti e caute gazzelle:
da lontano risuona un mormorio,
l’onda della sacra corrente.
Là potremo abbandonarci,
stesi ai piedi di una palma,
assaporare l’amore e la quiete,
sognare un sogno beato.

La lirica fu musicata da Mendelssohn:

 

12 dicembre 1969

La strage di Piazza Fontana. Un evento che ha segnato la mia generazione (ho già parlato in questo blog dei miei ricordi personali). Avevo 17 anni. Non sono così ingenuo da pensare che un solo evento può segnare lo spartiacque di una vita, di una generazione, della storia di un Paese. Ma più passa il tempo e più sono convinto che quel freddo pomeriggio di dicembre segnò una svolta. Non lo comprendemmo subito, e forse allora non lo capì nessuno: ma con Piazza Fontana si chiuse un capitolo. Quello dell’idea di democrazia progressiva, quello di una trasformazione graduale ma inarrestabile che avrebbe dato più voce e più potere ai lavoratori, sul luogo di lavoro, nella società, nella politica. Quella che, con sfumature diverse, aveva segnato i progetti di Kennedy, di Chruščёv, del Concilio Vaticano II, delle lotte operaie dell’autunno caldo, del 1968. Continuammo a crederci e a lottare, negli anni seguenti. Ma eravamo stati irrimediabilmente sconfitti. Quello che chiamavamo riflusso fu una sconfitta storica. E ne paghiamo ancora il prezzo. Hanno vinto. E non vedo nessuna luce, nessun arcobaleno all’orizzonte.

Su YouTube una persona (che non conosco ma ringrazio) ha pubblicato la storica puntata di La notte della Repubblica di Sergio Zavoli su Piazza Fontana. Ve la ripropongo.

8 dicembre 1980 – John Lennon

Scusate il ritardo. Lo ricordiamo con una bella e poco conosciuta canzone di Paul Simon, The Late Great Johnny Ace in 2 versioni.

La prima è quella che compare sull’album Hearts and Bones (l’arrangiamento e la coda sono di Philip Glass):

La seconda è stata registrata al Concert in Central Park, ma non compare sul CD perché rovinata da un esaltato:

I was reading a magazine
And thinking of a rock and roll song
The year was nineteen fiftysix
And I hadn’t been playing that long
When a man came on the radio
And this is what he said
He said I hate to break it to his fans
But Johnny Ace is dead, yeah, yeah, yeah

Well, I really wasn’t
Such a Johnny Ace fan
But I felt bad alI the same
So I sent away for his photograph
And I wait untill it came
It came all the way from Texas
With a sad and sim-ple face
And they signed it on the bottom
From the Late Great Johnny Ace, yeah, yeah, yeah

It was the year of The Beatles
It was the year of The Stones
It was nineteen sixtyfour
I was living in London
With the girl from the summer be-fore

It was the year of The Beatles
It was the year of The Stones
A year after J.F.K.
We were staying up all night
And giving the days away
And the music was flowing amazing
And blowing my way

On a cold December evening
I was walking through the Christmas tide
When a stranger came up and asked me
If I’d heard John Lennon had died
And the two of us went to this bar
And we stayed to close the place
And every song we played
Was for The Late Great Johnny Ace, yeah, yeah, yeah

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Il cielo sopra Berlino

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin), 1987, di Wim Wenders, con Bruno Ganz.

Le opinioni su questo film sono molto discordi: alcuni amici mi dicono che è il loro film preferito in assoluto, o tra i preferiti. Mereghetti lo stronca.  A me sembra molto bello – anche se con qualche debolezza – e cercherò di spiegare perché.

Un film ambizioso, si è detto e scritto. Sottintendendo, forse, un film pretenzioso. “La loro (di Wenders e Handke) favola metafisica rischia francamente di annoiare”, scrive Mereghetti. E ancora: “Il tentativo di riflettere sul destino dell’umanità […] svela tutta la debolezza ‘filosofica’ di Wenders”. Non sono d’accordo. Il film ha qualche lungaggine. Forse, vuole mettere troppa carne al fuoco (Omero che vorrebbe scrivere un’epopea di pace, la Berlino distrutta dalla guerra e ferita dal muro che cerca tra le macerie una sua identità, la Germania frantumata in tanti staterelli individuali quanti sono i suoi individui: ognuno di questi temi meriterebbe forse un film a sé). Ma il nodo della storia, il desiderio degli angeli di farsi umani, rinunciando all’immortalità, è – secondo me – un tema vero, profondo, tutt’altro che metafisico, che ci tocca molto da vicino. E il modo in cui è trattato cinematograficamente è perfetto, fa venir voglia di alzarsi in piedi e battere le mani: il monocromo del punto di vista degli angeli, che ci fa toccare con mano la loro “inadeguatezza”, la loro insufficiente umanità; la biblioteca di Stato in cui gli angeli si incontrano o forse vivono (gli angeli raccolgono e conservano la memoria umana e quindi dove stare se non in una biblioteca?); le visioni dall’alto.

Per provare a spiegare perché penso che questo tema sia tutt’altro che astratto devo partire da una considerazione personale. Chi, come me, è diventato ateo per scelta, per decisione personale, a partire da un’educazione profondamente ed estesamente religiosa, si è dovuto confrontare con un problema che io chiamo il problema di Dostoevski (“se non esiste dio, allora tutto è permesso”): è facile fondare un’etica su regole o comandamenti che qualcuno (meglio se è un essere sovrannaturale) ti impone, pena un’eternità di pena. Molto più difficile è fondare un’etica puramente umana. Per farlo – trascuro tante altre implicazioni che ci porterebbero lontani – è necessario prendere come punto di partenza la nostra inadeguatezza, farsi carico delle nostre imperfezioni, dei nostri compromessi. Sapere dall’inizio che sbaglieremo, che faremo soffrire persone che non volevamo ferire, che dovremo scegliere tra due mali (o tra due beni). Insomma, essere pronti a sporcarsi le mani, essere consapevoli del fatto che vivere, amare, entrare in contatto con gli altri esseri umani implica di mettersi in gioco, di lasciarsi “contaminare” dagli altri. L’alternativa – quella che ci propongono gli angeli di Wenders e che ho incontrato, molti anni fa, in una giovane donna – è quella di non lasciarsi mai “toccare” dagli altri, allontanarsi da loro ogni volta che ti chiedono di metterti in gioco (anche soltanto con un gesto e con una parola): forse salverai l’anima (forse! e che anima è, comunque?), ma al prezzo di quale sterilità? “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, cantano i poeti.

Gli angeli vivono questa pena: condannati a non vedere se non dall’alto, a preservare le memorie senza viverle, a sfiorare senza essere percepiti. Se lo dicono chiaramente seduti in una cabriolet nel salone della BMW (la traduzione è la mia, dal testo riportato da IMDB):

Damiel (Bruno Ganz): È  bello vivere di spirito, testimoniare per l’eternità soltanto quello che c’è di spirituale nella mente degli uomini. Ma a volte sono stanco della mia esistenza spirituale. Invece di aleggiare sempre lassù vorrei sentire un peso crescere in me per porre fine all’infinito e legarmi alla terra. Vorrei essere capace, a ogni passo, a ogni soffio di vento, di dire “ora”, “adesso”, e non più “per sempre” e “per l’eternità”. Sedermi a un tavolino ed essere salutato, anche solo con un cenno. Ogni volta che abbiamo preso parte alle cose umane, era per finta. La lotta con un uomo, l’anca lussata: per finta. Prendere un pesce: per finta. Sedersi a tavola, mangiare e bere: per finta. Agnello arrostito e vino, là nelle tende nel deserto: soltanto per finta. No, non chiedo di piantare un albero o di concepire un figlio, mi basterebbe tornare la sera dopo una lunga giornata e dar da mangiare al gatto, come Philip Marlowe. Avere la febbre. Le dita annerite dal giornale. Commuovermi non soltanto con la mente, ma per la linea di una nuca, per un orecchio. Mentire! Sfacciatamente! Sentire le ossa che si muovono con te mentre cammini. Tirare a indovinare, invece di sapere sempre tutto. Poter dire “aah”, “oh”, “ehi”, invece di “sì” e “amen”.

Cassiel (Otto Sander): essere capace, per una volta, di entusiasmarsi per il male. Tirare fuori dai passanti tutti i demoni della terra e scacciarli nel mondo. Essere selvaggi.

Damiel: O almeno sapere che cosa si prova a togliersi le scarpe sotto il tavolo e sgranchirsi le dita dei piedi.

Cassiel: Stare soli! Lasciare che le cose succedano! Restare soli! Possiamo essere selvaggi soltanto se restiamo soli! Guardare e non toccare! Raccogliere, testimoniare, preservare! restare puro spirito! Tenere le distanze! Mantenere la parola!

Ancora 2 cose.

C’è un bel sito sul web dove sono raccolti articoli e monografie sul film.

La poesia di Peter Handke che ricorre nel film:

Lied Vom Kindsein
– Peter Handke


Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken
und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeden Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

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La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (3)

Il brouhaha mediatico, le pellicce (quasi rimpiango i bei tempi in cui si tiravano le uova), i politici amusi e le loro mogli, il chiacchiericcio del foyer, le consunte polemiche sulla regia rischiano di farci perdere di vista che quella di Tristano e Isotta è una delle storie d’amore più belle mai raccontate. Proprio quella di Wagner, che (evidentemente) sapeva che cos’è un amore tanto difficile da sembrare impossibile.

Abbandonate ogni pregiudizio (Wagner è difficile, Wagner è prolisso, Wagner è pomposo). Abbandonatevi alla musica. E – anche se non è considerato elegante dirlo in buona società – ascoltate il preludio del Tristano e Isotta per quello che è, la descrizione, la trasfigurazione sonora di un incontro d’amore fisico, dal primo accordo inaudito, aperto, titubante, come una mano che sfiora ancora incerta un altro corpo, all’incalzare del ritmo, al suo crescere, fino all’orgasmo, ai brividi che vengono dopo, all’effimera pace.

Buon ascolto.

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Musicophilia

Sacks, Oliver W. (2007). Musicophilia. Tales of Music and the Brain. London: Picador. 2007.

Oliver Sacks è un neurologo inglese che vive e lavora negli Stati Uniti. Ha raggiunto al notorietà al di fuori della sua cerchia professionale con il suo secondo libro, Awakenings (io ho letto anche il suo primo, Migraine: il Dr. Sacks e Boris hanno in comune questa fastidiosa afflizione), perché Sacks ha il dono di saper narrare, con grande umanità ed empatia, le “storie” che incontra nella sua vita professionale e nelle sue esperienze. In Italia, il libro che lo ha reso noto – se non sbaglio – fu L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, pubblicato da Adelphi nel 1986 (Risvegli uscì soltanto l’anno successivo). Nel 1990 Awakenings divenne un film con Robert De Niro e Robin Williams (che interpretava lo stesso Sacks) e il nostro neurologo divenne una celebrità.

Ho letto quasi tutti i libri di Oliver Sacks ed è uno di quegli autori di cui aspetto con ansia la prossima uscita. Immaginatevi dunque la mia gioia nel vedere che Sacks aveva scritto un libro sulla musica, un altro amore che condividiamo. La musica è una parte importante della mia vita: non soltanto la molta musica che ascolto (e questo i lettori del blog lo sanno), ma anche la musica che mi accompagna in continuazione, perché me la suono in testa (anche se sono pressoché incapace di suonare uno strumento, pur avendo studiato pianoforte da ragazzo, con esiti disastrosi). Sacks la chiama musical imagery.

Sono rimasto molto deluso. In parte, forse, perché le mie aspettative erano troppo elevate: mi aspettavo, chissà, che Sacks fosse in grado di dire cose definitive sulla musica e il cervello, come il titolo prometteva. In parte, perché il libro non mi sembra riuscito: nell’ansia di toccare un po’ tutti gli argomenti, di raccogliere in un solo volume tutte le sfaccettature del rapporto musica/cervello – fisiologiche, patologiche o terapeutiche che fossero – Sacks scrive alla fine un libro ricco di fatti, ma non di sostanza. Le storie non sono sempre quelle storie empatiche e toccanti cui ci aveva abituato. Gli approfondimenti scientifici, nonostante gli sforzi eruditi di darci conto di tutte le ricerche e la letteratura scientifica sui diversi argomenti che tocca, lasciano alla fine insoddisfatti. Insomma, mi ha fatto l’impressione di un libro un po’ frettoloso e incompiuto.

Sacks resta un affascinante narratore di storie. Qui sotto un esempio, in cui racconta una delle storie più belle raccontate nel libro (su YouTube ce ne sono molte altre):

Qui, invece, una scena chiave del film Awakenings:

La libertà guida il popolo

Quadri che piacciono soltanto a me?

 

Ucciso perché gay, è stato giustiziato Makwan – di Carla Reschia

Da La Stampa una notizia che si commenta da sola. Anzi, un commento voglio farlo: questi sono i frutti velenosi della religione. Di tutte le religioni.

All’età di 13 anni aveva avuto un rapporto con un coetaneo. Vana ogni richiesta di clemenza
Appelli, mobilitazioni, è stato tutto inutile. Quella di Makwan Moloudzadeh, 21 anni nemmeno compiuti, avvenuta ieri nella prigione di Kermanshah, è stata la sesta esecuzione di un minorenne al momento del reato dall’inizio dell’anno in Iran.  E’ Amnesty ad annunciare il mancato lieto fine dell’ennesima mobilitazione internazionale contro la pena capitale. Denunciando, ha detto il presidente della sezione italiana, Paolo Pobbiati, che «L’uso della pena di morte in Iran ha raggiunto livelli aberranti: tra le persone già messe a morte o a rischio di esecuzione quest’anno vi sono omosessuali, adulteri, prigionieri di coscienza, giornalisti. L’Iran è il Paese che dal 1990 ha assassinato il maggior numero di minorenni all’epoca del reato, 28 in totale, in violazione del diritto internazionale che impedisce queste esecuzioni».
Un vero assassino, condotto a termine a dispetto degli appelli e delle promesse di revisione di un processo quanto mai sommario, in condizioni di semiclandestinità, ieri,  alle 5 del mattino, nel più totale silenzio di stampa, istituzioni e associazioni. Nemmeno l’avvocato, il padre e lo zio di Makwan sono stati informati.
E’ già un’icona per gli attivisti dei diritti umani Makwan Moloudzadeh che il 7 luglio era stato condannato a morte semplicemente per la sua omosessualità. L’accusa era, inizialmente, quella di aver stuprato un suo coetano nel 1999, all’età di tredici anni.  Ma in seguito la presunta vittima aveva ritrattato e l’accusa era diventata solo quella di «lavat», di sodomia, passibile tuttavia di morte.
Moloudzadeh, che era stato arrestato il 1° ottobre 2006 a Paveh, nella provincia di Kermanshah, in carcere era stato maltrattato e forse torturato. Ora ci si aggrappa ai cavilli:  la legge iraniana prevede che gli atti omosessuali commessi dai minori di 14 anni e mezzo debbano essere puniti «solo» con la fustigazione. E’ stato il giudice, esercitando il proprio potere discrezionale, a stabilire che Moloudzadeh, che aveva raggiunto la pubertà all’epoca del reato,  poteva essere trattato come un adulto. Tanto che pochi giorni  fa il ministro della Giustizia iraniano, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la condanna manifestando l’intenzione di concedere la grazia.
Ora l’esecuzione, che pone la parola fine a ogni speranza.  Il Gruppo EveryOne, che per primo si è battuto per denunciare il caso,  ricorderà Makwan e il suo martirio con un premio annuale che verrà assegnato a chi si distinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. L’edizione di quest’anno è già andata a un’altra esponente dell’Iran, Paese che rischia di fornire molti martiri ed eroi in futuro: è stata premiata Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che «ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio e ha cooperato in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh, donna iraniana fuggita per evitare la lapidazione». Pegah, come si ricorderà, ce l’ha fatta. Makwan, no.

La squadra 8 (18)

Non c’è molto da dire.

Sapevamo o immaginavamo molto.

Forse troppi sottintesi, o forse un montaggio azzardato.

Melodramma, ma opportuno.

La sequenza più bella: gli uccelli che prendono il volo tutti assieme, al sovrappasso del porto, al suono dello sparo che uccide Guerra.