Delitto in sagrestia

Brunelli, Roberto (2002). Delitto in sagrestia. Mantova: Tre lune. 2002.

Un vinello leggero leggero: un lambruschino. Bella l’ambientazione mantovana.

Cruciverba

Il 21 dicembre 1913 è considerata la data di nascita del moderno cruciverba (crossword puzzle). In realtà, delle specie di quadrati magici fatti di lettere invece che di numeri erano stati pubblicati, per lo più in libri per l’infanzia, nell’Inghilterra del XIX secolo. A pensarci bene, un esempio noto di cruciverba arcaico è anche il famoso quadrato magico medievale, cui si sono voluti attribuire significati arcani.

Il crossword inventato da Arthur Wynne (un giornalista originario di Liverpool che operava negli Stati Uniti) e pubblicato sul domenicale New York World era invece concepito come il moderno passatempo, anche se ne differiva per la forma e l’assenza di caselle nere.

Per i più pigri, qui c’è la soluzione.

Nel 1978 negli Stati Uniti è stato pubblicato un francobollo celebrativo del primo cruciverba.

Berlusconi-Saccà

Mi rendo conto che molti l’hanno già diffuso, ma lo faccio anch’io, per due motivi:

  1. perché è istruttivo il tono, di chiacchiericcio, di arroganza, di pochezza intellettuale…
  2. non per le raccomandazioni, ma perché “io sto cercando di avere la maggioranza in Senato” (dopo il 6° minuto).

Giudicate da soli, senza paura. Ne siete capaci.

Ma non mi dite: “sono tutti eguali”. Anche se fosse vero (e in non lo penso), ogni azione va giudicata a sé. Gli errori non si compensano, non c’è una partita doppia dalle cazzate. Non basta un milioni di torti a fare una ragione.

Per i curiosi del gossip (ma non è il gossip il punto!) e per sapere qual è la merce di scambio su cui si gioca la stabilità della maggioranza al Senato, eccovi due eloquenti foto di Evelina Manna e Elena Russo.

Cesare Beccaria – Della pena di morte

Mi sembra opportuno celebrare un evento largamente simbolico – la risoluzione sulla moratoria della pena di morte adottata dall’ONU ieri – con un richiamo altrettanto simbolico al citatissimo, ma poco letto, capitolo 28 di Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria:

Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?

Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.

Quando la sperienza di tutt’i secoli, nei quali l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società, quando l’esempio dei cittadini romani, e vent’anni di regno dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia assersione.

Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti. Quell’efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai piú possente che non l’idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.

La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere piú frequenti che forti.

La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano piú l’animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è l’ultimo perché è il solo. Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplicio piú fatto per essi che per il reo.

Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L’animo nostro resiste piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può per dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l’impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall’infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s’ingrandiscono nell’immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all’animo incallito dell’infelice.

Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un’arte che s’apprende colla educazione; ma perché un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un cosí grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l’orrore di quell’ultima tragedia.

Ma colui che si vede avanti agli occhi un gran numero d’anni, o anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai piú forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce piú che non lo corregge.

Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. Quali sono le vere e le piú utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell’interesse privato o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l’origine di questa contradizione? E perché è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perché gli uomini nel piú secreto dei loro animi, parte che piú d’ogn’altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria in potestà di alcuno fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l’universo.

Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors’anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all’idolo insaziabile del dispotismo. L’assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell’esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a’ delitti, ne’ quali, come abbiam veduto, l’abuso della religione può piú che la religione medesima.

Se mi si opponesse l’esempio di quasi tutt’i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l’epoca fortunata, in cui la verità, come finora l’errore, appartenga al piú gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle.

La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori; e se la verità potesse, fra gl’infiniti ostacoli che l’allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Traiani.

Felice l’umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti, padri de’ loro popoli, cittadini coronati, l’aumento dell’autorità de’ quali forma la felicità de’ sudditi perché toglie quell’intermediario dispotismo piú crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.

18 dicembre 1907 – Filiberto Guala

La vita di Filiberto Guala – qualunque sia l’opinione si abbia delle sue idee e delle sue azioni – fu al tempo stesso straordinaria e fortemente rappresentativa della classe dirigente italiana del dopoguerra.

Nato a Torino esattamente 100 anni fa, frequentò il celebre Liceo Massimo D’Azeglio (quello del laico professor Monti, e di Pavese Pajetta Einaudi Ginzburg Mila e di tanti intellettuali antifascisti) ma fu cattolico militante, fino all’intenzione di farsi sacerdote. Si racconta di lui che quando manifestò questa volontà al suo direttore spirituale, Giovan Battista Montini, questi lo abbia dissuaso dicendogli: “Lei deve essere un buon ingegnere e non un prete. La Chiesa ha bisogno di laici che abbiano delle posizioni determinanti nella struttura del Paese”.

Laureatosi in ingegneria al Politecnico di Torino nel 1929 (a meno di 22 anni), lavorò dapprima nell’industria metalmeccanica (alla RIV, quella dei cuscinetti a sfera) e poi alla direzione dei lavori della funivia carbonifera del porto di Savona. Nel 1936 (a meno di 30 anni) il primo incarico di amministratore, alla Società Acque Potabili di Torino, che manterrà fino al 1941.

Nel dopoguerra si avvicina alla politica, dove opera nell’area culturale di Dossetti, Lazzati, La Pira e Fanfani. Nel 1949 Fanfani lo chiama come direttore tecnico del piano Ina-Casa per la costruzione di abitazioni destinate ai lavoratori. L’operato di Guala in quegli anni ci offre uno spaccato interessante dei problemi che l’Italia affrontava nel dopoguerra.

Al di là delle distruzioni belliche, l’Italia era fortemente arretrata anche per effetto delle scelte economiche e culturali del ventennio fascista. I problemi che si posero alla giovane classe dirigente che si trovò a governare e, soprattutto, ad amministrare il Paese non furono dissimili da quelli che – negli stessi anni – si posero ai Paesi asiatici e africani alle prese con i processi di decolonizzazione: per quanto riguarda le strutture amministrative intermedie e le competenze tecniche e tecnologiche, il ricorso alle persone che avevano rivestito questi ruoli prima della guerra non aveva reali alternative (a parte una, parziale, de-fascistizzazione delle strutture burocratiche): non è un caso che gran parte degli architetti che operarono nel piano Ina-Casa fossero già stati attivi prima della guerra (valga per tutti il ruolo assegnato ad Adalberto Libera). Diversamente si operò per i grand commis: Guala, ad esempio, era sostanzialmente un outsider, e accettò il suo ruolo per spirito di servizio, mosso dalla spinta ideale cristiana e solidaristica che ne costituiva il background culturale.

Nel 1954 Scelba gli propone di assumere il ruolo di Amministratore delegato della Rai. Racconta lo stesso Guala: “Ad un certo momento, mi chiesero di assumere la direzione della Rai, un’impresa nuova e ardua, dove non sapevano chi mettere. Decisero di chiedere a me. L’onorevole Scelba mi chiamò, mi parlò un poco e io gli dissi: Guardi, lei lo sa, io penso di non essere preparato per fare questo… Ed egli replicò: Non c’è nessun altro di area cattolica che possiamo mettere! A queste parole, io mi sono rivisto, lì davanti, Don Orione e le sue parole. E gli ho detto sì. Don Orione, infatti, aveva detto a Guala, molti anni prima: “Io ti chiedo un impegno: quando ti diranno che devi fare una cosa molto difficile, e tutti dicono di non farcela, e ti dicono che non c’è nessun altro che la possa fare, in coscienza tu la devi fare.

Non furono anni facili. Guala aveva un’idea educativa e culturale della nascente televisione. Assunse per concorso 150 giovani laureati (tra cui Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Piero Angela, Andrea Camilleri e Angelo Guglielmi), i “corsari” della nuova Rai. La storia della televisione andava invece verso l’intrattenimento. Nel 1956 fu costretto alle dimissioni.

Nel 1960 Guala seguì finalmente la sua vocazione originaria: si fece frate trappista, fu ordinato sacerdote e fino alla sua morte (il 24 dicembre 2000) non negò a nessuno, credente o ateo, una parola di serenità o un consiglio.

Pigalgia

Sospetto che questa parola non esista in italiano, ma è attestata in portoghese e in inglese (pygalgia).

Dal greco pyge (natiche, come in “Venere callipigia”) e algia (dolore). Dunque, un dolore “addò no coce o’ sole”, come dice il poeta.

In inglese con un fondo di malizia, perché a pain in the ass (o, eufemisticamente, a pain in the neck) si dice di persona o cosa molto fastidiosa…

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Don Giovanni di Peter Handke

Handke, Peter (2004). Don Giovanni (raccontato da lui stesso). Milano: Garzanti. 2007.

Forse non il miglior Handke. Anzi, per me, che sono un appassionato del Don Giovanni della musica e del mito, una grossa delusione. Il libro mi sembra singolarmente fuori fuoco, anche per chi conosce Handke, e non va veramente a parare da nessuna parte.

Eppure, Handke a tratti si avvicina molto a scoprire un Don Giovanni che noi, che lo conosciamo e ne siamo affascinati, riconosciamo come profondamente vero.

Don Giovanni era un orfano, e lo era non in qualche senso traslato: anni prima aveva perso la creatura a lui più vicina, che non era suo padre o sua madre, bensì, almeno così mi parve, suo figlio, il suo unico figlio. Anche con la morte del proprio figlio si poteva dunque diventare orfani, eccome […].
Portare il lutto attraverso il mondo e a esso trasmetterlo, al mondo. Don Giovanni viveva del suo lutto come di una forza. Era qualcosa di più di lui e lo sormontava. Armato per così dire – e non solo per così dire – del suo lutto, si sapeva di certo non immortale, ma invulnerabile. Il lutto era qualcosa che lo rendeva indomabile, e in contromossa (o meglio mossa dopo mossa) assolutamente permeabile e ricettivo a qualunque cosa accdesse, e al tempo stesso, all’occorrenza, invisibile (pp. 35-36).

E poi non fu lui a dare inizio allo scambio di sguardi con la sposa. Fu anzitutto lei a fissarlo negli occhi. […]
Don Giovanni mi raccontò come fosse sobbalzato sotto gli sguardi della sposa. Non erano sguardi particolari, nient’altro che aprire gli occhi. Occhi così belli, e lei, senza intromettersi, con quegli occhi così belli gli faceva gli occhi più dolci. E il sobbalzare di lui, di Don Giovanni, non aveva niente in comune con uno spavento. Era un risveglio improvviso e insieme quieto dopo un sonno o una vita vegetativa durati anni. Quiete: col subitaneo cessare del mormorio dei costanti monologhi nella sua testa. Davanti alla fronte gli si creò ampiezza (pp. 45-46).

Don Giovanni non era un seduttore. Non aveva mai sedotto una donna. È vero, ne aveva incontrate alcune che poi glielo avevano rinfacciato. Ma quelle donne avevano mentito, oppure non ci stavano più con la testa, e dunque in realtà avevano voluto dire qualcosa di molto diverso. E al contrario, anche Don Giovanni non era mai stato sedotto da una donna. […] Lui aveva un potere. Solo che il suo potere era un altro.
Lui, don Giovanni, si sentiva intimidito da questo potere. È possibile che un tempo fosse stato disinvolto. Ma intanto da un pezzo indietreggiava di fronte all’idea di esercitare il potere. Mi raccontò direttamente, e non certo nei toni dell’orgoglio e della presunzione, anzi osservò quasi per inciso che quelle donne sulle quali verteva il discorso, almeno nella storia qui, riconoscevano in lui, non nel primo istante dell’incontro, bensì dopo, appunto al momento della conoscenza, il loro padrone. Gli altri uomini erano stati e sarebbero stati esattamente quello che erano, e lui, don Giovanni, quelle donne lo contemplavano, sì, contemplavano come loro signore, l’unico, per sempre (senza «signore e padrone»). E come tale lo rivendicavano, quasi («quasi») come una sorta di salvatore. Salvare da cosa? Semplicemente salvare. O semplicemente: loro, le donne, portarle via, da qui, e da qui, e da qui (pp. 51-52).

Il potere di don Giovanni nasceva dagli occhi. […] Col suo sguardo – e non con la sua contemplazione, che in nessun modo saltava all’occhio – lui liberava il desiderio della donna. Era uno sguardo che comprendeva più e altro ancora oltre a lei sola, che la superava e dunque la lasciava perdere, e allora da quello sguardo lei si sapeva capita e apprezzata; uno sguardo che agiva. […]
Grazie allo sguardo di don Giovanni su di lei e in più sullo spazio attorno a lei, quella donna arrivava alla consapevolezza della sua solitudine fino ad allora, e alla decisione che adesso vi avrebbe subito posto fine. […] Prendere coscienza della solitudine… energia, pura e assoluta, del desiderio (pp. 52-54).

Gut Feelings

Gigerenzer, Gerd (2007). Gut Feelings: The Intelligence of the Inconscious. New York: Viking. 2007.

Gut feeling è un’espressione piuttosto gergale, difficile da tradurre: la traduzione più letterale è “sensazione viscerale”, nel senso di “istintiva”. Si usa nei casi in cui noi diremmo “istintivamente” o “a pelle”, ma gut sono letteralmente gli intestini e, più propriamente, le budella.

Spesso, e anche in questo libro, i gut feelings sono contrapposti alle riflessioni più meditate, alle decisioni prese dopo aver ponderato i possibili esiti e le loro probabilità. A Carl Sagan – l’astronomo americano scomparso nel 1996 famoso per avere messo in piedi il programma di ricerca SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) e per il romanzo Contact, diventato poi un bel film di Zemeckis con Jodie Foster – un giorno posero in un’intervista una domanda di cui ignorava la risposta. “Non lo so”, rispose Sagan. “But what is your gut feeling?”, insisteva l’intervistatore. La risposta di Sagan è scolpita nella mia mente:

“But I try not to think with my gut. If I’m serious about understanding the world, thinking with anything besides my brain, as tempting as that might be, is likely to get me into trouble. It’s OK to reserve judgment until the evidence is in”.

Gigerenzer dirige il Max-Planck-Institut für Bildungsforschung di Berlino. Si è occupato, tra l’altro, di psicologia cognitiva, di incertezza e, dunque, di statistica e di calcolo delle probabilità. In Italia è stato pubblicato il suo Quando i numeri ingannano. Imparare a vivere con l’incertezza, un libro che ho trovato molto interessante. Vi si sosteneva che l’illusione della certezza e l’analfabetismo matematico-statistico ci sono di ostacolo nella vita quotidiana e si proponeva un percorso di educazione all’incertezza, alla consapevolezza che decidere non è scegliere tra rischio e certezza, ma tra rischio e rischio. Era, comunque, un libro “illuminista”, in cui la fiducia nei poteri della razionalità non veniva messa in questione – o così mi sembrò.

Gut Feelings presenta in realtà 3 tesi contigue, ma diverse:

  1. che l’evoluzione ha plasmato la nostra mente dotandoci dell’illusione della certezza, il che è funzionale ad assumere decisioni corrette in condizioni “normali” e in tempi brevi;
  2. che i procedimenti di decisione “veloci e frugali” (fast and frugal heuristics) conducono a decisioni efficienti (cioè con un buon rapporto costi/benefici, includendo nei costi anche quelli relativi alla tempestività);
  3. che i procedimenti di decisioni formalizzati (come quelli suggeriti dalla statistica, dall’economia, dalla teoria dei giochi, dalla ricerca operativa) non solo possono essere più inefficienti di quelli veloci e frugali, ma possono anche condurre a scelte sbagliate, o comunque inferiori.

Mi trovo completamente d’accordo con la prima, simpatizzo con la seconda, diffido della terza. Inguaribile illuminista e razionalista, penso che anche le euristiche veloci e frugali possano e debbano anche loro essere sottoposte a procedimenti di “prova” scientifica (anche soltanto di falsificabilità, in senso popperiano): se possono essere formalizzate, se si può dimostrare che producono risultati coerenti in situazioni sperimentali comparabili, se offrono in determinate situazioni risultati migliori, più efficienti, più affidabili dei procedimenti di decisione formalizzati “tradizionali” (quelli suggeriti dalla statistica, dall’economia, dalla teoria dei giochi, dalla ricerca operativa eccetera), allora meritano di essere messe nella nostra cassetta degli attrezzi “scientifica” insieme a quelli tradizionali.

Mi sembra che invece, a tratti, Gigerenzer vada nella direzione opposta a questa (e, in qualche modo, opposta anche a quella che aveva tracciato nel suo libro precedente). Soprattutto, quando sostiene la tesi che less is more. Lasciamo che sia lo stesso autore a spiegarci il suo punto di vista, e decida il lettore che cosa pensarne:

Gut feelings are based on surprisingly little information. That makes them look untrustworthy in the eyes of our superego, which has internalized the credo that more is always better. Yet experiments demonstrate the amazing fact that less time and information can improve decisions. Less is more means there is some range of information, time, or alternatives where a smaller amount is better. It does not mean that less is necessarily more over the total range. For instance, if one does not recognize any alternative, the recognition heuristic cannot be used. The same holds for choices between alternatives. If more peopie buy jam when there are six as opposed to twenty-four varieties, that does not imply that even more will buy when there are only one or two alter­natives. Typically, there is some intermediate level where things work best. Less is more contradicts two core beliefs held in our culture:

More information is always better.

More choice is always better.

These beliefs exist in various forms and seem so self-evident that they are rarely stated explicitly. Economists make an exception when information is not free: more information is always bet­ter unless the costs of acquiring further information surpass the expected gains. My point, however, is stronger. Even when infor­mation is free, situations exist where more information is detri­mental. More memory is not always better. More time is not always better. More insider knowledge may help to explain yester­day’ s market by hindsight, but not to predict the market of to­morrow: Less is truly more under the following conditions:

A beneficial degree af ignorance. As illustrated by the recognition heuristic, the gut feeling can outperform a considerable amount of knowledge and information.

Unconscious motor skills. The gut feelings of trained experts are based on unconscious skills whose execution can be impeded by overdeliberation.

Cognitive limitations. Our brains seem to have built-in mechanisms, such as forgetting and starting small, that protect us from some of the dangers of possessing too much information. Without cognitive limitations, we would not function as intelligently as we do.

The freedom-of choice paradox. The more options one has, the more possibilities for experiencing conflict arise, and the more diffi­cult it becomes to compare the options. There is a point where more options, products, and choices hurt both seller and consumer.

The benefits of simplicity. In an uncertain world, simple rules of thumb can predict complex phenomena as well as or better than complex rules do.

Information costs. As in the case of the pediatric staff at the teach­ing hospital, extracting too much information can harm a pa­tient. Similarly, at the workplace or in relationships, being overly curious can destroy trust.

Note that the first five items are genuine cases of less is more. Even if the layperson gained more information or the expert more time, or our memory retained all sensory information, or the company produced more varieties, all at no extra cost, they would still be worse off across the board. The last case is a trade-off in which it is the costs of further search that make less information the better choice. The little boy was hurt by the continuing diag­nostic procedures, that is, by the physical and mental costs of search, not by the resulting information.

Good intuitions ignore information. Gut feelings spring from rules of thumb that extract only a few pieces of information from a complex environment, such as a recognized name or whether the angle of gaze is constant, and ignore the rest (pp. 36-39).

A me sembra che il punto sia veramente delicato. Una cosa è dire che l’informazione deve essere “ridotta” per essere utile: è un punto al cuore del procedimento statistico e, più in generale, della modellizzazione scientifica. Cosa ben diversa è sostenere, come a tratti Gigerenzer sembra fare, che raccogliere più informazione è inutile e, forse, dannoso.

L ‘ambiguità delle tesi di Gigerenzer nasce anche dal modo in cui il libro è costruito: come sempre più di frequente si usa fare nel mondo anglosassone, anche qui uno studioso cerca di portare il risultato delle sue ricerche al grande pubblico. Anche perché il rischio, altrimenti, è che questi risultati siano diffusi, in modo troppo semplificato e non del tutto fedele, da altri (come è accaduto in questo caso, con il popolare Blink! di Malcom Gladwell – tradotto in Italia da Mondadori).

Gigerenzer è consapevole del significato di questa operazione (“Gut Feelings is inspired by the research I conducted over the past seven years at the Max Planck Institute for Human Development. This book is intended to be an entertaining and readable exposition of what we know about intuitions and is purposely not written as an academic text” – p. 231), ma la riuscita è soltanto parziale, sia perché la scrittura non è sempre scorrevole, sia perché gli esempi riportati a volte distraggono dall’argomentazione, sia – infine – perché è spesso difficile separare il resoconto delle ricerche condotte dall’autore dalle sue tesi, a volte assai radicali.

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Imbecille

Propriamente, come termine medico, “chi è menomato nelle facoltà intellettive per ritardo mentale o, anche, per vecchiaia o malattia”. Per estensione, specialmente come epiteto ingiurioso, “chi dimostra scarsa intelligenza: quel tuo amico è proprio un imbecille, fare la figura da imbecille, passare, essere preso per un imbecille” (De Mauro online).

Quando ero bambino, nella mia rigida famiglia (rigida, almeno, negli anni in cui ero bambino; perché via via che crescevo certe regole si attenuarono, di pari passo con l’evoluzione dei tempi e con l’irruzione della “contestazione”) era assolutamente proibito dire parolacce. Tutte le parolacce, compresi le ingiurie più veniali. Ricordo ancora – facevo, penso, la prima elementare – di essere arrossito a sentire dei bambini dire “Yo-yo! Tu sei scemo e io no”.

Avevo quasi 10 anni quando mio padre prese la patente e l’automobile. E un giorno, reagendo a una manovra impropria di un altro conducente, lo sentii imprecare: “Imbecille!”. Ma come, violava le regole che ci aveva imposto lui stesso? mi chiesi ad alta voce.

Fu allora che mio padre mi spiegò che “imbecille” non era propriamente un insulto. Derivava dal latino in- (prefisso con il significato di “con”) e bacíllum o bàculum (“piccolo bastone”). Denotava quindi una persona debole, malferma sulle gambe, obbligata ad avvalersi di un sostegno e, soltanto per estensione, debole di mente. Spiegazione poco convincente (che però ricordo con grande affetto), ma etimologia corretta.

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14 dicembre 1911 – Amundsen raggiunge il Polo Sud

Il 14 dicembre 1991 – dopo un viaggio iniziato il 14 gennaio con lo sbarco alla Baia delle balene e una spedizione iniziata il 19 ottobre, che comprendeva 5 uomini (Olav Bjaaland, Helmer Hanssen, Sverre Hassel, Oscar Wisting e lo stesso Roald Amundsen), 4 slitte e 52 cani samoiedi (guidati da una femmina, Etah) – Roald Engelbregt Gravning Amundsen fu il primo essere umano a raggiungere il Polo Sud, battendo sul tempo (35 giorni) la spedizione britannica di Robert Falcon Scott (Scott e i suoi 4 compagni morirono sulla via del ritorno, il 29 marzo 1912.

Prima di raggiungere il polo Sud, Amundsen si era distinto in altre esplorazioni, e in particolare nella navigazione del “passaggio a Nord-Ovest”. Nel 1926 raggiunse il polo Nord con il dirigibile Norge progettato dall’italiano Umberto Nobile (oltre a Nobile e Amundsen, facevano parte della spedizione Ellsworth, Riiser-Larsen e Wisting): benché altre 3 spedizioni avessero sostenuto di aver raggiunto il polo Nord in precedenza (Frederick Cook nel 1908, Robert Peary nel 1909 e Richard Byrd nel 1926, alcuni giorni prima del Norge), questa spedizione fu la prima di cui fu effettivamente dimostrato che aveva raggiunto il polo geografico.

Amundsen morì il 18 giugno 1928, mentre guidava una spedizione di soccorso volta a salvare Nobile e i dispersi del dirigibile Italia.

Amundsen, di cui avevo letto una biografia, è stato un eroe della mia infanzia, e ha influito (insieme a Jack London) sul mio amore per il grande Nord (e il grande Sud).

Il resoconto di Amundsen sulla spedizione antartica è disponibile online.