Mettersi nei panni della balena (Taking Tiger Mountain by Strategy)

Melville spiega così la strategia di Achab per scovare Moby Dick negli oceani sterminati (Moby Dick, cap. 44):

Now, to any one not fully acquainted with the ways of the leviathans, it might seem an absurdly hopeless task thus to seek out one solitary creature in the unhooped oceans of this planet. But not so did it seem to Ahab, who knew the sets of all tides and currents; and thereby calculating the driftings of the sperm whale’s food; and, also calling to mind the regular, ascertained seasons for hunting him in particular latitudes; could arrive at reasonable surmises, almost approaching to certainties, concerning the timeliest day to be upon this or that ground in search of his prey.
So assured, indeed, is the fact concerning the periodicalness of the sperm whale’s resorting to given waters, that many hunters believe that, could he be closely observed and studied throughout the world; were the logs for one voyage of the entire whale fleet carefully collated, then the migrations of the sperm whale would be found to correspond in invariability to those of the herring-shoals or the flights of swallows. On this hint, attempts have been made to construct elaborate migratory charts of the sperm whale. […]
Besides, when making a passage from one feeding-ground to another, the sperm whales, guided by some infallible instinct- say, rather, secret intelligence from the Deity- mostly swim in veins, as they are called; continuing their way along a given ocean-line with such undeviating exactitude, that no ship ever sailed her course, by any chart, with one tithe of such marvellous precision. Though, in these cases, the direction taken by any one whale be straight as a surveyor’s parallel, and though the line of advance be strictly confined to its own unavoidable, straight wake, yet the arbitrary vein in which at these times he is said to swim, generally embraces some few miles in width (more or less, as the vein is presumed to expand or contract); but never exceeds the visual sweep from the whale-ship’s mast-heads, when circumspectly gliding along this magic zone. The sum is, that at particular seasons within that breadth and along that path, migrating whales may with great confidence be looked for.
And hence not only at substantiated times, upon well known separate feeding-grounds, could Ahab hope to encounter his prey; but in crossing the widest expanses of water between those grounds he could, by his art, so place and time himself on his way, as even then not to be wholly without prospect of a meeting. [il corsivo è mio]

Insomma, per catturare la tua preda, devi metterti nei suoi panni, pensare come lei, muoverti come lei… In questo Achab, chino sulle carte nautiche nella sua cabina, è probabilmente molto vicino al suo antenato che, schizzando il profilo di un bisonte sulle pareti di una grotta, strologava sul modo migliore di prenderlo…

Tutti gli uomini del presidente

Cito volentieri, su segnalazione di un’amica, dal film di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men, 1976):

Bob Woodward: Well, who is Charles Colson?

Harry Rosenfeld: The most powerful man in the United States is President Nixon. You’ve heard of him? Charles Colson is special counsel to the President. There’s a cartoon on his wall. The caption reads, “When you’ve got ‘em by the balls, their hearts and minds will follow.”

Quando li tieni per le palle, cuore e cervello seguiranno.

“Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo” — commenterebbe Manzoni.

Proverbi pessimisti (3)

La salma è la virtù dei morti.

Collegato il galileiano (ma il merito è della cara vecchia Adam): Eppur si muore!

Refugees

Vorrei suggerirvi di (ri)ascoltare una vecchia canzone dei Van der Graaf Generator (1969), magari leggendo le parole, che sono anch’esse bellissime:

North was somewhere years ago and cold:
Ice locked the people’s hearts and made them old.
South was birth to pleasant lands, but dry:
I walked the waters’ depths and played my mind.
East was dawn, coming alive in the golden sun:
the winds came, gently, several heads became one
in the summertime, though august people sneered;
we were at peace, and we cheered.
We walked alone, sometimes hand in hand,
between the thin lines marking sea and sand;
smiling very peacefully,
we began to notice that we could be free,
and we moved together to the West.

West is where all days will someday end;
where the colours turn from grey to gold,
and you can be with the friends.
And light flakes the golden clouds above all;
West is Mike and Susie,
West is where I love.

There we shall spend our final days of our lives;
tell the same old stories: yeah well, at least we tried.
Into the West, smiles on our faces, we’ll go;
oh, yes, and our apologies to those
who’ll never really know the way.

We’re refugees, walking away from the life
that we’ve known and loved;
nothing to do or say, nowhere to stay; now we are alone.
We’re refugees, carrying all we own
in brown bags, tied up with string;
nothing to think, it doesn’t mean a thing,
but we’ll be happy on our own.
West is Mike and Susie;
West is where I love,
West is refugees’ home.

Non sono riuscito a trovare un video con questo brano, ma un’idea di cosa facevano i VDGG nel 1969-70 potete vederlo e sentirlo qui.

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The Undercover Economist

Tim Harford. The Undercover Economist. New York: Random House. 2007.

Tim Harford, economista e giornalista, cura sul Financial Times una rubrica con lo stesso titolo del libro e un’altra (Dear Economist) in cui risponde ai lettori su quesiti che riguardano l’economia e la vita quotidinana. Spesso, quest’ultima rubrica viene ripresa e tradotta in Italia da Internazionale, il settimanale di Giovanni De Mauro (che colgo l’occasione per raccomandare vivamente: è il più bel settimanale in circolazione).

Il libro non è una raccolta o una rielaborazione degli articoli comparsi sul Financial Times, ma potrebbe esserlo — e questo è il suo difetto principale. Anche se toccano argomenti quasi sempre interessanti, i dieci capitoli non seguono un filo logico stringente. Per alcuni, il carattere contingente — e dunque l’origine quale articolo o commento giornalistico — è evidente: è il caso della valutazione del successo delle aste UMTS nel Regno Unito, ma anche quello della spiegazione delle ragioni della crescita economica in Cina o del sottosviluppo in Camerun (quest’ultimo capitolo è francamente imbarazzante, mescolando “saggezza economica”, luoghi comuni e un po’ di razzismo). Altri capitoli sono più stimolanti. Il mio preferito resta il secondo (What Supermarkets Don’t Want You to Know), ma anche il primo non è male (Who Pays for Your Coffee?).

Una critica più stringente emerge dal confronto con un altro bestseller in materia di divulgazione economica grosso modo coevo: Freakonomics di Steven Levitt (S. Levitt-S. Dubner. Freakonomics: A Rogue Economist Explores the Hidden Side of Everything. New York: HarperCollins. 2005). Il punto mi sembra questo: Harford è un economista mainstream, Levitt è un economista briccone. Harford tende a essere apologetico, a ripetere — anche se con indubbia eleganza e capacità di rendere semplici e appetibili concetti e modi di ragionare considerati (non del tutto a torto) intrinsecamente pallosi — argomenti noti, ad applicarli a contesti certo rilevanti per la vita quotidiana, ma comunque “economici”. Levitt invece ci sorprende applicando i metodi e i modi di ragionare dell’economista — i metodi e i modi di ragionare, non necessariamente le lezioncine del catechismo economico! — a contesti a cui non viene per nulla immediato applicarli, come le premesse e le conseguenze economiche dei nomi che i genitori attribuiscono ai bambini, o il rischio comparato di tenere in casa una pistola o di avere una piscina in giardino!

Un altro modo di vedere la differenza tra i due. Harford applica ai problemi quotidiani la teoria economica, ed è attraverso la teoria che arriva alla radice del metodo, soprattutto con riferimento al ruolo degli incentivi, alla necessità di ragionare in termini relativi e comparativi, e all’argomentazione “al margine”. Levitt applica ai problemi quotidiani un approccio solidamente quantitativo, con l’analisi dei dati statistici e la formulazione di modelli, e per questa via ci scuote dalla comoda abitudiune di dare per scontata una visione delle cose e di accettare acriticamente l’opinione degli “esperti” e ci invita a usare il nostro senso critico e a “disintermediare” il nostro accesso ai fatti e ai dati. In questo modo, Levitt ci impartisce una lezione più profonda di quella di Harford: una lezione di metodo che va al di là dell’economia per investire il complesso delle “scienze sociali”. Applicare il metodo scientifico alle scienze sociali — ci suggerisce Levitt — significa mettere tra parentesi tutte le ideologie: non soltanto quelle che vorrebbero sottrarre alcuni oggetti “moralmente sensibili” all’indagine scientifica, ma le stesse componenti ideologiche della teoria economica.

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Lost Girls

A. Moore-M. Gebbie. Lost Girls. Marietta: Top Shelf Productions. 2006.

Stiamo parlando di un romanzo a fumetti francamente pornografico, ancorché sceneggiato dal leggendario Alan Moore (From Hell, The League of Extraordinary Gentlemen, V for Vendetta): quindi, se non vi interessa il genere, abbandonate questa recensione al suo destino.

Alice (quella di Lewis Carroll), Wendy (di Peter Pan) e Dorothy (del Mago di Oz), ormai cresciute, si incontrano in un albergo art nouveau sulle alpi austriache, nella fatale estate del 1914. Ognuna ha l’età che avrebbe all’epoca dei fatti, se fosse realmente vissuta: Alice è una nobildonna inglese attempata e un po’ folle; Wendy una borghese vittoriana malmaritata e frustrata; Dorothy un’ingenua ragazzotta americana di campagna. Nasce un’amicizia, basata sull’attrazione fisica e sull’oscuro sentimento di avere qualcosa in comune. E così, mentre esplorano vicendevolmente i loro corpi in un crescendo di perversioni (come si conviene al genere), le tre ex-ragazze ci raccontano episodi delle avvenure che ce le hanno rese note, riletti in chiave di iniziazione erotica, spesso traumatica. Quando questa personale recherche si conclude, le tre donne ritrovano le ragazze che avevano perso (o, meglio, che erano state sottratte loro) in gioventù. Ma nel momento stesso in cui si ritrovano le tre ragazze, si perdono l’Europa e l’innocenza della belle epoque, con lo scoppio della prima guerra mondiale.

Un gioco decadente, con il rischio della banalità implicito in queste operazioni di destrutturazione. Ma qui il gioco riesce, grazie a una sceneggiatura ironica e ben scritta e a un disegno molto personale. Moore è ormai un maestro riconosciuto della ricostruzione del clima vittoriano ed edoardiano. Melinda Gebbie rinuncia alle convenzioni calligrafiche del fumetto pornografico e rappresenta le nostre eroine in uno stile più vicino a quello degli illustratori di libri dell’infanzia dell’epoca; grande uso dei pastelli e dei colori; citazioni di Beardsley, Schiele e Little Nemo. Una festa per gli occhi.

Ergodicità

Se guardate sul vocabolario — ma dev’essere un vocabolario bello tosto — trovate: “la proprietà che caratterizza i sistemi e i processi ergòdici”, e ne sapete quanto prima. Se avete fatto il liceo classico — ma non andate a raccontarlo in giro — vi potrebbe venire in mente che érgon vuol dire “lavoro” (ergonomico, energia…) e odós “strada”: non ci sareste ancora vicinissimi, ma qualcosa a che fare ce l’ha.

Il termine fu introdotto da Boltzmann, il papà della meccanica statistica, con riferimento a un’ipotesi relativa ai sistemi meccanici complessi (ipotesi di cui mi risulta sia stata dimostrata la falsità). Ma prima che i fisici in agguato — tra cui magari è appostato Il barbarico re, temibilissimo! — mi facciano a pezzi, dirò subito che a me interessa un altro significato del termine.

Prima scrivo quello che dice il Vocabolario Treccani e poi provo a spiegarlo con parole mie.

“La teoria ergodica è stata successivamente generalizzata e sviluppata nelle sue implicazioni matematiche, specialmente nello studio dei processi stocastici come ricerca delle condizioni sotto le quali le medie aritmetiche, calcolate nel tempo, di una variabile aleatoria convergono in senso probabilistico a un valore determinato”.

Sempre troppo astratto, vero? Con parole mie, adesso.

Molti anni fa, mi ponevo un problema esistenziale: quanto i grandi eventi della vita dipendono dai piccoli accadimenti di ogni giorno? Avrei sposato mia moglie se non avessi prestato a un amico la mia brandina da campeggio nelle vacanze di Pasqua del 1973? E se non avessi letto Ulysses di Joyce? Se avete visto il film Sliding doors, il problema vi è familiare (anche se il film dà la risposta sbagliata). Il problema, oltre a me, attanaglia anche gli storici ed è noto come il problema del “naso di Cleopatra”.

La risposta, come spesso accade, è: dipende. Ma il bello è che non dipende dal fatto che in ogni esito “storico” c’è un po’ di determinismo e un po’ di casualità, in proporzioni variabili, ma che c’è una classe di processi storici che converge “deterministicamente” verso un determinato esito, e un’altra classe in cui l’esito finale dipende dagli eventi casuali, più o meno piccoli, che caratterizzano la “storia” del processo. Il primo tipo di processo è inevitabile sotto il profilo storico: è già tutto scritto nelle caratteristiche, nelle preferenze, nelle dotazioni degli attori e la storia événementielle è, per così dire, solo la levatrice di un esito già scritto nelle premesse. Nel secondo tipo, anche il più piccolo evento casuale può essere importante e far pendere la bilancia verso l’uno o l’altro degli esiti possibili; il percorso storico contingente è tutto.

Quelli del primo tipo sono processi ergòdici; quelli del secondo, non-ergòdici.

Esempi. Il classico lancio della monetina è un processo ergòdico: anche se all’inizio mi venisse testa per dieci volte di fila, alla lunga la probabilità di croce sarebbe di 1/2. L’esempio più celebre di processo non-ergòdico è quello dell’adozione della tastiera della macchine da scrivere (QWERTY): brevettata nel 1868 e adottata dalla Remington nel 1873, questa disposizione dei tasti si è imposta non perché fosse la migliore, ma perché si creò un circolo “virtuoso” tra adozione nei manuali e nelle scuole di dattilografia, numero delle persone capaci di usarla, numero di macchine da scrivere QWERTY vendute e così via. La storia è raccontata da Paul David in un articolo famoso (Clio and the Economics of QWERTY).

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The Inner Circle

T. C. Boyle. The Inner Circle. London: Penguin. 2005.

Una recensione difficile, perché il romanzo è difficile da collocare (work of fiction, indubbiamente, come lo definisce l’autore, ma anche romanzo storico, come lo definirei io) e perché probabilmente mi sono complicato la vita in modo particolare leggendolo.

Forse la cosa più semplice da dire, ma anche la più significativa, è questa: era il primo libro di Boyle che leggevo e non mi è venuta voglia di leggerne altri.

Il romanzo è sgradevole, forse necessariamente tale. Boyle lo costruisce su due tensioni: quella sull’attrazione/repulsione per Prok (cioè per Alfred C. Kinsey) e quella sullo scarto tra sesso (proprio dello human animal) e amore (proprio delle singole persone, e in particolare dell’io narrante John Milk e di sua moglie Iris). Da questo punto di vista, il romanzo è riuscito, anche tecnicamente: dopo averti fatto subire tutto il fascino di Prok nelle prime pagine, Boyle ne fa emergere in una progressione infernale gli aspetti più sgradevoli e maniacali. La tensione sesso/amore è un po’ più scontata, ma alla fine – soprattutto nelle ultime pagine – funziona, anche se non spiega niente e lascia irrisolta soprattutto la figura di Iris. Va, in ogni caso, riconosciuto a Boyle di aver scritto un romanzo non manicheo, anzi ricco di sfumature e sospeso nei giudizi morali: in questo, la debolezza e l’irresolutezza dell’io narrante aiuta.

Va be’ – direte – alla fine la recensione l’hai scritta. Che cosa c’era di tanto difficile? Di difficile c’è che io di mestiere faccio il ricercatore, anzi dirigo ormai gruppi di ricerca (no, non in materia di sesso…). Molte delle tentazioni e dei problemi di Prok sono anche miei: per far procedere il lavoro di ricerca siamo disposti a tutto o quasi e manipoliamo in nostri collaboratori con promesse, lusinghe, minacce e una buona dose di seduzione (mica c’è solo la seduzione sessuale, c’è anche quella intellettuale). Talvolta, anche nelle mie materie, i risultati scientifici (che ci piace chiamare “evidenze”) mettono in questione le nostre opinioni più radicate (più raramente i nostri sentimenti). Sullo sfondo giganteggia il tema dell’etica della ricerca (che non coincide con quello di darsi un codice deontologico, cui oggi l’abbiamo ridotto).

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Classici dei metadati (e poi la finiamo): la mappa dell’impero

Tutti citano questo racconto di Borges a memoria, ed è difficile da ritrovare nella sua sterminata produzione. Quindi, nel consueto spirito di servizio, eccolo qui, a completare una trilogia:

“In quell’Impero l’arte della cartografia raggiunse tale perfezione che la mappa d’una sola provincia occupava tutta la città, e la mappa dell’Impero tutta una provincia. Col tempo codeste mappe smisurate non soddisfecero e i collegi dei cartografi eressero una mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno dedite allo studio della cartografia, le generazioni successive compresero che quella vasta mappa era inutile e non senza empietà l’abbandonarono alle inclemenze del sole e degl’inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da animali e mendichi; in tutto il Paese non è altra reliquia delle discipline geografiche.”

(“Del rigore nella scienza”. Jorge Luis Borges. Tutte le opere, 1. Milano: Mondadori. 1984)

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Ancora metadati: la classificazione dei bassotti

In un famoso racconto, una creatura di Cortazar decide di classificare in modo definitivo i bassotti.

Individuato il primo gruppo, formato da 8 bassotti, si accorge che deve a sua volta suddividerlo in tre sottogruppi – “bassotti baffuti, bassotti tipo pugile e bassotti stile segretario di ministero” – composti rispettivamente di 3, 3 e 2 bassotti.

Separatili sulla base delle nuova suddivisione, si rende conto però che il primo sottogruppo non è omogeneo, “perché due bassotti baffuti appartenevano al tipo roditore, mentre quello che restava era senza alcun dubbio un bassotto di taglio giapponese”.

Messo da parte quest’ultimo, si accinge ad annotare le caratteristiche del sottogruppo dei due roditori nella cartella dei suoi lavori scientifici, quando si girano di profilo: “mentre il primo roditore era un bassotto brachicefalo, l’altro bassotto metteva in evidenza un cranio molto più adatto per appenderci un cappello che per calzarlo”.

“Fu così – conclude Cortazar – che il sottogruppo le si dissolse tra le mani; quanto al resto, non vale neppure la pena di parlarne”.

(“La loro fede nelle scienze”. Julio Cortazar. I racconti. Torino: Einaudi-Gallimard. 1994. Riconosco con gratitudine a Phoebe il merito di aver attirato la mia attenzione su questo racconto e di averne sottolineato l’attinenza ai metadati.)

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