Le avventure di Vinicio Duarte

Andrea Tomaselli. Le avventure del conte Vinicio Duarte narrate da un folle in una degenza di fine millennio. Roma: Il Filo. 2005.

Mi dispiace recensire negativamente un libro prestato e raccomandato da un amica. Ma mi sono proposto di recensire le mie letture, tutte, vie via che le concludo e non mi va di violare il principio alla seconda! Fatto sta che il libro, dopo un inizio incoraggiante, non mi è piaciuto.

Cito subito la cosa migliore: un certo uso del linguaggio, un turpiloquio giovanilistico abbastanza azzeccato.

Passiamo a quello che non mi è piaciuto. Intanto il prologo: inutilmente barocco. Perché non raccontare la storia direttamente, senza l’artificio di un narratore folle, che poi non torna più? Secondo artificio il vampiro: se ti sta sul cazzo l’intero pianeta, Andrea, e sei dell’umore di cui era Guccini quando ha scritto L’avvelenata, sfogalo in prima persona e non farlo dire a un altro. E guarda che scrivere di vampiri, dopo Bram Stoker e persino Anne Rice è diventato difficile. Terzo: l’indignazione è un oggetto di scrittura difficile, che richiede leggerezza e soprattutto – per quanto strano possa sembrare – empatia. Se non sei Swift, almeno cerca di essere Menandro (homo sum: humanum nihil a me alienum puto – era anche uno dei motti preferiti di Karl Marx). Infine, il peccato mortale: Baricco aleggia…

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Iponastìa

Ho imparato una parola nuova.

Nastìa, secondo il De Mauro online, è “il movimento d’una pianta o di parti di essa provocato da stimoli ambientali”.

In particolare, se una foglia cresce più rapidamente sul lato inferiore che su quello superiore, s’incurva verso l’alto (iponastia). Se invece cresce più rapidamente sul lato superiore, s’incurva verso il basso (epinastia).

Succede anche agli esseri umani. Quindi, suggerisco ad esempio di definire “iponastica” una donna dal voluminoso deretano (più elegante di “culona”) ed “epinastica” una procace maggiorata…

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Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo

Jacques Attali. Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo. Roma: Fazi. 2006.

Ho finito di leggerlo stamattina. L’ho praticamente divorato, ma non mi ha lasciato soddisfatto. Forse la recensione potrebbe finire qui.

Forse invece devo fare uno sforzo e dire qualcosa in più. Ho letto molto Marx negli anni Settanta. Davvero molto: mi compravo i volumi dell’edizione delle opere complete degli Editori Riuniti via via che uscivano e li leggevo da una copertina all’altra. Compreso l’epistolario. Compreso l’Anti-Duhring di Engels. Quindi, anche della biografia del nostro sapevo già molto, e sorprese ne ho avute poche.

Eppure c’è qualcosa di attraente in questa biografia. Attali non è marxista, né lo è mai stato, ma ammira evidentemente l’uomo e il pensatore Marx. Alcune sue tesi sono forse preconcette (i rapporti di Marx con il padre e per suo tramite con l’ebraismo, la difficoltà a staccarsi dalle sue opere, il rifiuto del lavoro “irreggimentato” anche per sé, …) e certamente troppo insistite. Però ne emerge una figura di intellettuale e di pensatore superiore a molti, con idee assolutamente originali e ante litteram, con la capacità di non dare mai nulla per scontato e una gran voglia di documentarsi (fino al perfezionismo).

E probabilmente queste sono anche le cose che sono restate a me dell’essere (stato?) marxista e studioso di Marx: un approccio critico, il rifiuto delle scorciatoie interpretative, il richiamo alla necessità di una documentazione hard (e non limitata al pre-digerito dei giornali), e anche qualche categoria interpretativa (anche Attali lo riconosce: come avrebbe affrontato Marx questo problema? da dove sarebbe partito?).

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42: l’importanza dei metadati

Questo è un apologo che illustro sempre ai miei studenti (che non lo capiscono) per spiegare che i dati senza metadati non servono a niente.

Secondo la Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams (trilogia in cinque parti pubblicata in Italia da Mondadori), gli scienziati di una specie di esseri super-intelligenti multi-dimensionali costruì il più grande computer di tutto lo spazio e di tutti i tempi, Deep Thought, affinché calcolasse la risposta ultima della questione fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. Dopo sette milioni e mezzo di anni di calcolo, il computer dà la risposta: 42.

“42!” – gridò Loonquawl, il capo degli scienziati – “Tutto qui il risultato di sette milioni e mezzo di anni di lavoro?”

“Ho controllato con scrupolo: la risposta è esatta” – rispose il computer – “Ma se devo essere onesto, il problema è che non avete mai saputo quale fosse la domanda!”

L’apologo finisce qui, per quanto riguarda i metadati. La storia continua, e forse in futuro ve la racconterò…

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Sistemi locali del lavoro maccheronici

Lo sapevate che i sistemi locali del lavoro esistono da centinaia di anni?

Così li descrive Teofilo Folengo nel Baldus:

Dat multam lanam pegoris Verona tosatis,
montibus ex altis evangat Brixia ferrum,
bergamasca viros generat montagna gosutos,
de porris saturat verzisque Pavia Milanum,
implet formaio cunctos Piasenza paësos,
Parma facit grossas scocias grossosque melones,
trottant resano cuncti sperone cavalli,
Mantua brettaros fangoso bulbare pascit,
si mangiare cupis fasolos vade Cremonam,
vade Cremam si vis denaros spendere falsos,
ingrassat Bologna boves, Ferraria gambas,
non modenesus erit cui non fantastica testa,
quot moschae in Puia tot habet Vegnesia barcas,
mille stryas brusat regio Piamonta quotannis,
villanos generat tellus padoana diablos,
saltantes generat bellax Vincentia gattos,
congruit ad forcam plus quam chiozottus ad orzam,
antiquas Ravenna casas habet atque muraias,
innumerosque salat per mundum Cervia porcos,
sulphure non pocum facis, o Caesena, guadagnum,
nulla faventinas vincit pictura scudellas,
dat mioramentos vallis Commacchia salatos,
intra ceretanos portat Florentia vantum,
non nisi leccardos vestigat Roma bocones,
quantos per Napolim fallitos cerno barones,
tantos huic famulos dat ladra Calabria ladros,
Gennua dum generat, testas commater aguzzat,
semper formosas produxit Senna puellas,
Millanus tich toch resonat cantone sub omni,
dum ferrant stringas, faciuntque foramina gucchis;
qui ponunt scarpis punctos, sparamenta zavattis,
quive casas cuppis coprunt spazzantve caminos,
vel sunt commaschi vel sunt de plebe Novarae.

At nostra haeroico cantanda Cipada stivallo,
semper abundavit ricca de merce giotonum.

Proverbi pessimisti (2)

Parlando di meridiane, mi è stato segnalato un proverbio pessimista latino, scritto su una meridiana di Suzzara: “Omnes vulnerant ultima necat” (mi pare che in italiano l’equivalente sia: “Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide”).

Quanto a me, dico sempre (ma non è propriamente un proverbio), che non è il primo infarto (o il primo ictus) che t’ammazza, ma sempre l’ultimo.

Un ultimo proverbio pessimista collegato: “L’ultimo amore non si scorda mai”.

L’orologio di Paolo Uccello

Ero convinto – non so se per averlo letto da qualche parte o per effetto di un ragionamento (lo ammetto, a volte mi capita) – che il fatto che le lancette dell’orologio si muovano in senso orario (per l’appunto) non fosse il risultato di una convenzione, ma fosse dovuto al fatto che nell’emisfero settentrionale, culla della nostra bella civiltà, il moto apparente del sole è in senso orario. Analogo percorso in senso orario è descritto a terra dalla nostra ombra (o da quella di un albero o di una casa: per questo alcuni di noi, in genere i maschi dalla specie, sono in grado di prevedere se l’auto parcheggiata resterà all’ombra o andrà al sole). Anche le meridiane orizzontali si comportanto allo stesso modo:

Dovendo decidere come realizzare il quadrante di un orologio meccanico, mi dicevo, era stato naturale riprodurre da vicino quello di una meridiana. Fin qui le mie credenze.

Peccato che l’altro giorno, leggendo Increasing Returns and Path Dependence in the Economy di Brian Arthur, abbia scoperto che l’autore sostiene la tesi che anche il quadrante degli orologi è il risultato di una convenzione, o meglio del prevalere di un “disegno” su tutti gli altri, intervenuto intorno al 1550. A riprova di questa tesi (altri esempi classici sono quelli della guida a destra, del “passo” dei binari ferroviari, della tastiera QWERTY…), Arthur cita l’orologio realizzato per la controfacciata del Duomo di Firenze da Paolo Uccello nel 1443:

Stupefacente vero? Fragoroso crollo della ragione?

No, perché ho fatto una scoperta ulteriore: nelle meridiane verticali il percorso dell’ombra è antiorario, come nell’orologio di Paolo Uccello.

Conclusione: Arthur ha probabilmente ragione (poteva affermarsi l’uno o l’altro tipo di quadrante), ma io non avevo torto (gli abitanti dell’emisfero settentrionale avevano un modo “naturale” o “istintivo” di tradurre il corso del tempo nel movimento delle lancette, che simulano l’ombra dello gnomone di una meridiana orizzontale).

Proverbi pessimisti (1)

“Sbagliando s’impera” è un proverbio pessimista (dipende dai punti di vista, ovviamente, ma l’idea è che si assurge a posizioni di comando raramente per merito, e spesso per demerito).

I proverbi pessimisti sono un mio hobby, anche se non sono tutti farina del mio sacco (qualcuno lo copio consapevolmente, molti probabilmente li copio ma inconsapevolmente).

Il più vecchio che mi ricordo è: “Se son rose pungeranno”.

Il bue di Galton e la democrazia: una modesta proposta

All’inizio del suo fortunato libro sulla saggezza delle folle (The Wisdom of Crowds, New York: Doubleday, 2004), James Surowiecki racconta un aneddoto su Francis Galton, uno dei padri fondatori della statistica. Nell’autunno del 1906 Galton, ormai 85enne, visitò una fiera zootecnica a Plymouth, attratto dai suoi interessi in tema di eugenetica. Le sue convinzioni in materia – non limitate al bestiame, ma estese all’ereditarietà nelle società umane – erano che soltanto pochi individui avessero i caratteri necessari a mantenere una popolazione in buona salute. Aveva inventato due discipline, l’antropometria e la psicometria, per misurare le caratteristiche fisiche e mentali, pervenendo alla conclusione che “la stupidità di molti uomini e donne era così grande da non credersi” e che soltanto se il controllo del potere restava saldamente nelle mani dei pochi migliori la società poteva prosperare.

Al centro di una piccola folla era esposto un bue, e per sei pence si poteva scommettere sul suo peso, una volta macellato; chi si fosse avvicinato di più al peso effettivo avrebbe vinto un premio in danaro. Galton notò, con la consueta acutezza, che la situazione si prestava a un esperimento scientifico: non c’era la possibilità che le scommesse fossero influenzate dall’oratoria di un imbonitore; il costo del biglietto scoraggiava i burloni e la prospettiva del premio spingeva ciascuno a fare del suo meglio. Soprattutto, la composizione degli scommettitori era assai varia: accanto ad allevatori e macellai esperti, c’era un gran numero di curiosi e di visitatori occasionali (“lo scommettitore medio – commentò Galton – non era probabilmente più competente a giudicare il peso del bue, di quanto non sia l’elettore medio nel giudicare il merito di una proposta politica, e anche la varietà dei gruppi era analoga”).

A questo punto, Galton chiese agli organizzatori della riffa di poter disporre per qualche giorno dei biglietti e – dopo averne eliminati tredici illeggibili – tabulò in ordine crescente le 787 stime e calcolò un insieme di misure statistiche. Sulla base del principio democratico “un voto, un valore” – osservò Galton nel resoconto dell’esperimento (“Vox populi”, Nature, No. 1949, Vol. 75, March 7, 1907) – il valore centrale rappresentava la scelta della maggioranza, cioè la vox populi, perché tutti gli altri valori sarebbero stati respinti come troppo elevati o troppo bassi da una maggioranza dei votanti. Il valore centrale stimato dai partecipanti risultò essere di 1.207 libbre, a fronte di un valore vero, misurato dopo la macellazione dell’animale, di 1.198 libbre. La stima di un’accozzaglia piuttosto casuale di visitatori della fiera zootecnica, in altre parole, si era avvicinata molto al peso reale, con un’approssimazione inferiore all’1 per cento!

Questo non era quello che Galton, sulla base delle sue convinzioni, si sarebbe aspettato; ma poiché nell’uomo la deontologia scientifica prevaleva sulle opinioni, per quanto radicate e radicali, la conclusione dell’articolo riconosce i meriti della democrazia: “Questo risultato, ritengo, va a merito dell’attendibilità di un giudizio democratico più di quanto ci si potesse aspettare”.

Questo punto d’arrivo richiama quello attribuito a un altro grande conservatore, Winston Churchill: “It has been said that democracy is the worst form of government except all the others that have been tried”.

Tutto bene, quindi? Sulla base dell’esperimento di Galton, ci possiamo aspettare che il giudizio formulato da 787 visitatori di una fiera zootecnica, o da 945 deputati e senatori, per quanto incompetenti sull’oggetto di deliberazione, si avvicini alla scelta migliore? Non c’è modo di migliorare la democrazia?

In realtà, non è del tutto chiaro se Galton stabilisca un parallelismo tra i partecipanti alla lotteria zootecnica e il corpo elettorale, o i suoi rappresentanti. Nella prima ipotesi, il ragionamento si applicherebbe soltanto ai casi di democrazia diretta, in cui l’insieme degli elettori sia chiamato a “giudicare il merito di una proposta politica”. Questo caso è abbastanza raro in Italia, dove l’istituto del referendum è regolamentato piuttosto restrittivamente (non accade così in altri paesi europei, come la Svizzera, in cui gli elettori sono chiamati spesso a esprimersi in materia legislativa).

Nelle democrazie rappresentative, invece, il corpo elettorale sceglie un certo numero di rappresentanti, cui delega il compito di assumere, in sua vece, le decisioni politiche. In questa seconda ipotesi, il ragionamento di Galton dovrebbe applicarsi ai membri eletti del parlamento. Tuttavia, i 945 deputati e senatori italiani non sembrano avere i requisiti necessari: la circostanza che le scelte siano influenzate dall’oratoria fa parte delle regole del gioco democratico; non vi sono costi espliciti tali da scoraggiare i burloni o gli irresponsabili; non ci sono forti incentivi a fare del proprio meglio (salvo quello della rielezione, che, però, non è legato alla singola valutazione politica). Soprattutto, i 945 parlamentari non hanno la necessaria “varietà”: non si tratta certo di un’accozzaglia di esperti, curiosi e visitatori occasionali, quanto di un contingente di persone che – quale che ne sia la motivazione – hanno fatto della politica la loro professione.

In questo caso, dunque, le premesse statistiche dell’applicabilità del ragionamento di Galton vengono meno. Per migliorare la democrazia si apre piuttosto la possibilità di sorteggiare i membri del parlamento, in modo che siano al tempo stesso rappresentanti e rappresentativi del corpo elettorale.

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Chiara, Patrizia e i romani scomparsi

PATRIZIA: Hai visto quest’articolo? “L’Istat si è perso 187mila romani”. Un esercito di desaparecidos, dice il giornale. Mi sa che il presidente dell’Istat è peggio di Pinochet!

CHIARA: Veramente, quella era la giunta militare argentina di Videla. Anche se non è che Pinochet sia stato molto meglio…

PATRIZIA: Comunque, non cambiare discorso. Il fatto resta gravissimo: all’Istat non conoscono l’ABC del loro mestiere, oppure lo conoscono e non lo praticano. Evidentemente ha ragione Ichino: dentro la pubblica amministrazione italiana si annida una maggioranza di nullafacenti, che prospera a spese dei cittadini che pagano le tasse, cioè a nostre spese. Gli statistici, con tutte quelle aree di scienziati che si danno, non sono meglio degli altri. Ma lo sai che il censimento – lo dice l’articolo – è costato 430 milioni di euro?

CHIARA: Vabbè, che sarà mai. Sono poco più di 7 euro a testa…

PATRIZIA: Sempre quei tuoi calcoli pignoli. E anche sbagliati. Non mi interessa sapere quanto ha pagato ogni cittadino, ma quanto ha intascato ciascuno dei fannulloni dell’Istat. Quanti sono, poi? C’è scritto nell’articolo?

CHIARA: No, ma io lo so. Sono circa 2.500 e quindi sarebbero 172mila euro a dipendente, un’enormità. Ma è un calcolo senza senso, perché il censimento è un’operazione molto complessa, cui non prende parte soltanto l’Istat, ma anche le strutture del ministero dell’interno, la rete delle camere di commercio e tutti i Comuni. Sono i Comuni, in particolare, a scegliere e a pagare i rilevatori. Il grosso dei soldi va quindi ai Comuni e, per loro tramite, all’esercito dei rilevatori.

PATRIZIA: Sarà. Ma resta il fatto dell’incompetenza: come è possibile perdersi per strada quasi 200mila persone. Ma ti rendi conto che è una città delle dimensioni di Trieste?

CHIARA: Aspetta! Ma per poter dire che a Roma ci sono 200mila persone in più rispetto a quelle censite dall’Istat (e dal Comune di Roma!) bisogna avere un altro dato, per fare il confronto.

PATRIZIA: Ma certo! Vediamo se l’articolo lo dice… Ecco: la differenza nasce dal confronto con l’anagrafe.

CHIARA: Ma allora le cose cambiano. Qui stiamo confrontando due numeri, due misurazioni della popolazione di Roma – tra l’altro, di tutte e due sono responsabili insieme, anche se con compiti e responsabilità diversi, sia l’Istat sia il Comune di Roma… Due numeri, dicevo, uno che viene dai registri dell’anagrafe, che spero bene che a Roma siano informatizzati da tempo, e l’altro dai questionari raccolti con il censimento. Come fa l’articolo a sapere qual è il dato giusto?

PATRIZIA: Quello dell’anagrafe, ovvio!

CHIARA: Mica tanto. Se il dato dell’anagrafe fosse esatto, non ci sarebbe bisogno di fare il censimento. Basterebbe farsi stampare la situazione alla mezzanotte tra il 20 e 21 ottobre 2001 dall’archivio dell’anagrafe. Il problema è che anche nell’anagrafe ci sono errori. Hai mai cambiato residenza?

PATRIZIA: Sì, mi sono spostata da Crotone a Torino dodici anni fa. Ci hanno impiegato mesi a registrare il cambio di residenza, non mi è nemmeno arrivato il certificato elettorale in tempo…

CHIARA: Lo vedi? E questo è un caso semplice. Poi ci sono quelli che per loro convenienza, o per motivi ancora meno trasparenti, o per distrazione, o per pigrizia, o perché pressati da problemi più importanti non segnalano il cambiamento di residenza. E poi, naturalmente, ci sono gli errori degli impiegati e quelli del software. Nessuno è perfetto, no? Per questo, in occasione del censimento, si fa un riallineamento dell’anagrafe.

PATRIZIA: Cioè, mi stai dicendo che i numeri del censimento sono quelli giusti, e che quelli dell’anagrafe sono sbagliati?

CHIARA: No, sto cercando di riflettere, e di non prendere per oro colato quello che scrivono i giornali. Anche nel censimento ci possono essere molti errori, soprattutto quando le persone che dovrebbero essere censite non si trovano o non si fanno trovare: pensa ai single che stanno fuori tutta la giornata, alle persone anziane e diffidenti che non aprono la porta a nessuno… Te l’avevo detto che fare il censimento è complicato. Il lavoro non finisce con la raccolta e lo spoglio dei questionari: sono necessarie una serie di operazioni per garantire la qualità dei dati censuari.

PATRIZIA: Adesso sei capziosa, oltre che pignola. Come a dire che il numero vero della popolazione di Roma non esiste, o non si può conoscere…

CHIARA: Capziosa… Io preferisco pensare che sto esercitando il mio senso critico. Vedi, quando diciamo che una cosa è vera, usiamo la stessa parola per riferirci a situazioni diverse. Ci sono le cose logicamente vere: una proposizione è vera o falsa sulla base di un sistema di proposizioni elementari, di connettori logici e di tabelle di verità. Pensa a un teorema matematico. Ci sono le cose empiricamente vere, quelle su cui la scienza, o la comunità degli scienziati sono sostanzialmente d’accordo: la terra gira intorno al sole. Qui si aprono questioni filosofiche intricate…

PATRIZIA: Ecco, risparmiamele!

CHIARA: Il punto, infatti, è un altro: usiamo i termini “vero” e “falso” anche in altri contesti. Ti faccio un esempio: quanto sei alta? Un metro e sessanta? Un metro e sessantatre? 1.632 millimetri? Queste risposte sono tutte vere, e tutte false, al tempo stesso. Sono “false” perché dipendono dalla precisione dello strumento di misura e dal modo in cui la misura è effettuata (posso usare un muro con tacche graduate, come nei polizieschi, o un metro a fettuccia, o uno strumento laser) e dalle circostanze e dal momento in cui prendo la misura (se ti misuro la sera dopo che sei stata in piedi tutto il giorno sei un pochino più bassa che la mattina appena alzata; anche se sei in piedi o sdraiata fa differenza).

PATRIZIA: Comincio a capire dove vuoi arrivare…

CHIARA: In un certo senso, “il numero vero” della tua statura non esiste e non si può conoscere. In un altro, tutti questi numeri sono “veri”, rispetto alle misure sicuramente sbagliate (tre millimetri, due chilometri o addirittura un chilo o un litro!). Quello che conta sono due elementi. Primo, che le procedure della misurazione siano trasparenti, rispondano a criteri accettati dalla comunità scientifica e possano essere controllate da chi è interessato a farlo. Secondo, che la precisione della misura sia adeguata allo scopo della misurazione, cioè alle esigenze conoscitive che l’hanno motivata.

PATRIZIA: Ho capito. E nel caso del censimento?

CHIARA: Nel caso del censimento, uno degli scopi primari è – come ti ho detto – quello di allineare il risultato delle registrazioni amministrative delle anagrafi e quello di un conteggio effettuato indipendentemente. Una differenza tra le due misure è attesa e fisiologica, e tende a essere più grande nei comuni maggiori, dove sia il funzionamento dell’anagrafe sia le operazioni censuarie sono più complessi. Non ho dubbi che Istat e Comune di Roma possano migliorare e allineare le loro stime…

PATRIZIA: Sì, ma l’articolo non ci ha aiutato a giungere a queste conclusioni, e anzi mi aveva messo su una strada falsa. I giornalisti dovrebbero documentarsi meglio prima di scrivere, e provare a spiegarsi meglio. Altrimenti è disinformazione.

CHIARA: Forse. Certamente ci devono dare tutti gli elementi per formarci un’opinione razionale, più che emotiva. Poi sta a noi lettori avere la sensibilità e gli strumenti per esercitare il nostro senso critico.

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