Albicocca

Giusto per la decenza (faccio finta che sia una roba colta invece di una stupida fobia): io sapevo che veniva dall’arabo (al-barquq o al-berquq), ma non sapevo che a sua volta l’arabo l’avesse preso dal latino praecócum, variante di praecócem, perché maturava prima della pesca. Mah!

Comunque, oggi mangiavo un’albicocca. Ogni anno ci provo, più d’una volta. Sempre ne sono deluso: non sento quel sapore acidulo e profumato, dolce ma con una punta di bruschino, tipico delle albicocche d’antan. Niente. Le albicocche sanno di nulla, o di patata (nel senso cattivo del termine) o di acerbo. Mai dell’albicocca che ricordo, che deliziava la mia giovinezza.

Qualche traccia dell’antico gusto d’albicocca si trova ancora in qualche marmellata, non nelle caramelle (troppo dolci e artificiali), in tracce nel profumo delle fresie. E mi sono sempre domandato: ma possibile che la nostra tecnologia, che manda l’uomo sulla luna, che mette su un chip milioni di macchine logiche, che fabbrica cuori artificiali, che modifica geneticamente i pomodori affinché non ammuffiscano eccetera eccetera eccetera, possibile che la nostra tecnologia non sia in grado di ridare il loro sapore alle albicocche? Eppure con le fragole c’è (quasi) riuscita!

Oggi mi è caduto il velo dagli occhi e ho capito. Appartengo all’ultima generazione (quella dei baby boomer) che può ricordare il sapore vero delle albicocche (Alzheimer permettendo). La tecnologia costa, perché dannarsi l’anima? Stanno semplicemente aspettando che moriamo tutti. Poi, del sapore delle albicocche si sarà persa la memoria. La tecnologia è paziente.

Pubblicato su Opinioni, Parole. 2 Comments »

On Chesil Beach

McEwan, Ian (2007). On Chesil Beach. New York: Nan A. Talese. 2007.

Ian Mc Ewan è un autore che amo molto. Ho amato in particolare la luce fredda e spietata delle sue prime cose, da First Love, Last Rites (Primo amore, ultimi riti) a Black Dogs (Cani neri). Metto i titoli in inglese non soltanto per il solito snobismo e perché mi sono dato la regola di recensire quello che ho effettivamente letto, ma soprattutto perché McEwan è un maestro della lingua e nella traduzione, per quanto ben fatta, si perde molto. In italiano è tradotto da Einaudi.

Ian McEwan, dicevo, è uno di quegli autori di cui mi precipito a comprare il nuovo libro appena esce e a leggerlo appena posso. Mi aspetto molto, faccio confronti con i precedenti e quindi, a volte, ho delusioni più o meno grandi. Com’è quest’ultimo?

La lingua è straordinaria. Se possibile, supera, nella precisione e nel ritmo, il virtuosismo raggiunto in opere precedenti (in particolare, penso ad Atonement, dove il modo di scrivere cambiava secondo l’epoca e il punto di vista). Leggere è un piacere.

Il romanzo si svolge in un momento cruciale di transizione, il 1962. Nella recensione di Tim Adams su The Observer ho trovato queste strofette (tratte dalla poesia Annus mirabilis di Philip Larkin) che sarebbero una buona epigrafe del romanzo:

Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(which was rather late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

Up to then there’d only been
A sort of bargaining,
A wrangle for the ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.

McEwan è un maestro dei processi non-ergòdici: un evento particolare, casuale o apparentemente tale, cambia il corso di una storia individuale. È una costante, quasi un marchio di fabbrica, della sua narrativa: l’esempio forse più chiaro è l’incidente del pallone in Enduring Love. In questo libro, l’evento decisivo è ancora più rarefatto: può essere una parola (brain-damaged) o una parola non detta, un gesto non fatto.

Riporto qui sotto due esempi. Non leggete il secondo, se pensate che tutti i romanzi debbano essere letti come gialli.

They stood side by side while Lionel lit his pipe at last, and Edward, with the adaptability of his years, continued to make the quiet transition from shock to recognition. Of course, he had always known. He had been maintained in a state of innocence by the absence of a term for her condition. He had never even thought of her as having a condition, and at the same time had always accepted that she was different. The contradiction was now resolved by this simple naming, by the power of words to make the unseen visible. Brain-damaged. (p. 89)

Non so a voi, a me fa venire in mente il gatto di Schrödinger.

Ed ecco il secondo esempio (ve lo ripeto, non leggetelo se non volete sapere come va a finire!)

When he thought of her, it rather amazed him, that he had let that girl with her violin go. Now, of course, he saw that her self-effacing proposal was quite irrelevant. All she had needed was the certainty of her love, and his reassurance that there was no hurry when a lifetime lay ahead of them. Love and patience – if only he had had them both at once – would surely have seen them both through. And then what unborn children might have had their chances, what young girl with a headband might have become his loved familiar? This is how the entire course of a life can be changed – by doing nothing. On Chesil Beach he could have called out to Florence, he could have gone after her. He did not know, or would not have cared to know, that as she ran away from him, certain in her distress that she was about to lose him, she had never loved him more, or more hopelessly, and that the sound of his voice would have been a deliverance, and she would have turned back. Instead, he stood in cold and righteous silence in the summer’s dusk, watching her hurry along the shore, the sound of her difficult progress lost to the breaking of small waves, until she was a blurred, receding point against the immense straight road of shingle gleaming in the pallid light. (pp. 202-3)

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

Valentina Tereshkova

Il 16 giugno 1963 iniziò l’avventura spaziale di Valentina Tereshkova. Sulla Vostok 6 fece 48 orbite terrestri in 71 ore.

Qualche mese fa, sul Corriere della sera, ha raccontato le difficoltà del suo viaggio.

Per me resta un mito.

Bloomsday

Il 16 giugno 1904 è il giorno in cui si svolgono – tutte racchiuse in un singolo giorno – le vicende dell’Ulysses di James Joyce.

Il 16 giugno viene celebrato ogni anno come Bloomsday, dal nome di Leopold Bloom, uno dei tre protagonisti del romanzo, insieme a Stephen Dedalus e Molly Bloom

Non pretendo di fare una recensione di un libro così famoso (e poco letto, per avere fama di essere lungo e difficle – ma non lo è). Mi limito a segnalarvi qualche link:

V per Vendetta

V per Vendetta (V for Vendetta), 2005, di James McTeigue (ma scritto dai fratelli Wachowski, quelli di Matrix), con Natalie Portman e Hugo Weaving.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Il film è tratto da un fumetto di culto di Alan Moore e David LLoyd. Ho letto il graphic novel prima di vedere il film, l’ho molto amato e di qui nasce la solita storia: meglio il fumetto o il film? Il film tradisce lo spirito del libro?

Andiamo con ordine, per quanto possibile.

Il film è bello. Natalie Portman è brava. Hugo Weaving bravissimo (considerate che indossa sempre la maschera du Guy Fawkes, e che quindi può recitare soltanto con la voce e con il corpo). Bravi anche i comprimari (straordinari Stephen Fry, Stephen Rea e Roger Allam). La mano e il marchio dei fratelli Wachowski chiaramente percepibile, anche se il film resta fortemente e cupamente inglese.

L’Inghilterra è dominata da un regime fascista (il dittatore si chiama Adam Sutler, vi fa scattare qualche assonanza?). Un vendicatore anarchico, che indossa la maschera di Guy Fawkes (un cospiratore cattolico inglese che il 5 novembre 1605, nella congiura delle polveri, cercò di assassinare il re Giacomo II e tutti i lord facendo saltare il parlamento) segue un suo disegno di vendetta, ma anche quello di risvegliare la voglia di libertà del popolo. Incontra Evey Hammond, poco più di una bambina, e le loro storie si legano (di più non voglio dire).

Tanto nel fumetto quanto nel film, la rappresentazione dello Stato totalitario, ambientato in un futuro prossimo, deve più a 1984 che Brave New World.

Le ambiguità maggiori, e le differenze più grandi tra fumetto e film, si concentrano intorno a V. L’eroe solitario è necessariamente ambiguo sotto il profilo politico: la sua proposta (pars construens), proprio a causa dell’individualismo (che è una necessità narrativa, e nel fumetto anche un’esigenza del genere, legata alla tradizione dei supereroi) non può che sostituire un uomo della provvidenza a un altro – V se la cava autodistruggendosi; ma anche nella pars destruens, il vendicatore solitario si arroga il diritto di agire in nome e per conto nostro. L’ambiguità politica diventa ambiguità morale: poichè noi viviamo nella falsa coscienza, V deve svegliarci con azioni dimostrative, attentati sanguinosi e vendette (con una forte componente personale). Adotta esplicitamente, letteralmente e con fortissima evidenza (narrativa, grafica e filmica) gli stessi modi di operare e gli stessi mezzi dei fascisti – questo episodio (non posso dirvi di più, ma capirete a quale mi riferisco) è quello chiave, il più bello del libro e del film.

Alan Moore ha disconosciuto il film. A prima vista sorprendente, dato che il film è abbastanza fedele al libro. Ma se ne discosta in due punti importanti, e sono portato a dare ragione a Moore. Anzitutto il finale: a lieto fine nel film (le masse si risvegliano), ambiguo nel graphic novel. Ancora più sottile l’altra differenza: è importante per Moore che il regime fascista sia sorto per una piccola spinta (nudge), quasi uno sviluppo iscritto nella situazione attuale; i Wachowski ipotizzano invece un grande complotto di pochi, una guerra batteriologica interna scatenata ad hoc con 100.000 morti, facendoci perdere di vista il consenso di massa che i regimi fascisti hanno avuto. Leggiamo che cosa scriveva Moore nel 1988:

Naiveté can also be detected in my supposition that it would take something as melodramatic as a near-miss nuclear conflict to nudge England toward fascism. […] It’s 1988 now. […] The tabloid press are circulating the idea of concentration camps for persons with AIDS. The new riot police wear black visors, as do their horses, and their vans have rotating video cameras mounted on top. The government has expressed a desire to eradicate homosexuality, even as an abstract concept, and one can only speculate as to which minority will be the next legislated against.

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

Obituary: La valle dei geyser in Kamchatka

Molti di voi conoscono la Kamchatka soltanto per Risiko (“invado l’Alberta dalla Kamchatka”) o per reminescenza scolastica o per il ricordo dell’abbattimento di un Jumbo coreano uscito di rotta da parte dei sovietici (1° settembre 1983: 269 morti). La Kamchatka è anche una remota oasi di solitudine, di taiga, di salmoni e – soprattutto – di vulcani attivi. Tra gli spettacoli naturali più belli c’è la Valle dei geyser; o meglio c’era, perché una gigantesca frana l’ha cancellata dalla faccia della terra il 3 giugno scorso.

Qui sotto qualche link:

Naturalmente, le agenzie di viaggio cercano di convincerci che non è successo niente. Quello che è successo, invece, è ben spiegato qui sotto. Novosti intervista Yevgeny Rogozhin, Ph.D., vice-direttore dell’istituto di fisica della terra “Otto Schmidt” dell’Accademia delle scienze e gli chiede: is it possible to bring the Geyser Valley back to life? “No, I’m afraid not. […] The Geyser Valley is a nature reserve, so let it be the way Nature has left it”.

Bip & Go colpisce ancora

Riassunto delle puntate precedenti: Metroroma sta installando dei nuovi tornelli (dal costo di oltre 73.000 euro l’uno) in alcune stazioni della Linea B e abolendo il varco abbonati (in tutte le stazioni). Nel post precedente sollevavo dei dubbi sulla razionalità dell’operazione e ponevo alcune domande: nessuno mi ha risposto. In compenso, la campagna pubblicitaria si è fatta asfissiante: ai manifesti si è aggiunta RomaRadio, la radio che sei costretto ad ascoltare nelle stazioni della metro, anche se non vuoi.

Qualche risposta me la posso dare da solo: i nuovi varchi non possono essere “banalizzati”, cioè essere trasformati da entrate in uscite e viceversa secondo necessità, un po’ come accade ai caselli dell’autostrada. Quindi se, come pavento, è stato fatto un errore di progettazione, ce lo terremo, fino a quando non si troveranno i soldi (nostri, non dimentichiamocelo) e la faccia tosta per rimediare.

Altra domanda: le code? Non ancora. ma certamente sono aumentati i disagi, soprattutto per gli abbonati, cioè i viaggiatori abituali, i clienti fedeli, quelli che il trasporto pubblico (se agisse in modo “imprenditoriale” e non burocratico) dovrebbe cercare di tenersi ben stretti, trattandoli meglio.

C’è un fattore che avevo sottovalutato. L’abbonato (che ipotizziamo in regola con l’abbonamento) non deve “obliterare” un biglietto (3 secondi), ma avvicinare il chip della sua tessera a un sensore. Se funziona, nessun problema: il tornello scatta, l’abbonato passa. Ma se non funziona, s’accende una luce rossa, risuona un fastidioso beep e il tornello resta chiuso. A questo punto l’abbonato si volta, chiede scusa alle persone dietro di lui, si sposta a un altro tornello, fa la sua fila se deve, e riprova. Di nuovo due possibilità: o funziona, o no. Altro giro, altra penitenza.

Così all’infinito? Magari. I tornelli sono tutt’altro che infiniti: sono 3, 4, forse 7 nelle stazioni più grandi. Qualcuno è sempre “fuori servizio”. Riprendiamo l’esempio di Eur Fermi: 3 varchi, quello centrale guasto da almeno 15 giorni. Esauriti senza successo i 2 tentativi possibili, l’abbonato che fa? Si rivolge al personale di stazione, se c’è: ma allora abbiamo speso 73.000 euro a varco senza nessun risparmio per Metroroma e con un danno non nullo (anche se difficile da quantificare) per gli utenti. Se non rischiasse di suonare volgare direi: “Complimenti! Bel c… di capolavoro!”. E se il personale di stazione non c’è: allora l’abbonato (in piena regola, ricordiamocelo) ritenta. Per ipotesi, è il suo tempo a essere infinito. Me lo immagino già, a metà mattina, nella stazione torrida e vuota (tutti quelli che dovevano andare al lavoro sono ormai partiti), che ogni tanto riprova. Fischietta, fa finta di niente, si volta di scatto, avvicina la tessera. Niente: beep! O forse si troveranno in più d’uno. Si scambieranno consigli. Qualcuno porterà uno sgabello. Dopo un po’, si diffonderà la voce e arriveranno gli ambulanti: panini, caffè, acqua minerale, coca!

Marcovaldo.

OK, direte voi, ma quanto è probabile che succeda? Non lo so, ma la domanda non la dovete fare a me. Quello che posso dirvi io è che succede, mi è successo. sono uno di quei fanatici che quando fu introdottio il chip elettronico lo passava alla macchinetta, perché immaginava il grande computer del trasporto pubblico che raccoglieva tutte quelle informazioni sugli spostamenti e ottimizzava il servizio. Ma gli errori erano frequenti, abbastanza per farmi abbandonare il gioco. La domanda, invece, la facciamo insieme a Metroroma, perché delle due l’una: o l’hanno rilevato, e allora ce lo devono dire; o non l’hanno fatto, e allora sono degli incompetenti.

Travaglio, lavoro, opera

Mi fa notare un’amica (incinta) che “travaglio” in inglese si dice “labour”, in francese “travail” e in spagnolo “trabajo”.

Lavoro è una parola con una storia lunga: viene dall’indo-europeo originario. In sanscrito la radice rabh- significa afferrare, da cui lo slavo rabu (servo, colui che lavora) e il boemo robiti (lavorare; ma anche robota, lavoro servile, da cui il robot).

Il termine robot deriva dal termine ceco robota, che significa “lavoro pesante” o “lavoro forzato”. L’introduzione di questo termine si deve allo scrittore ceco Karel Čapek, il quale usò per la prima volta il termine nel 1920 nel suo dramma teatrale I robot universali di Rossum. In realtà non fu il vero inventore della parola, la quale infatti gli venne suggerita dal fratello Josef, scrittore e pittore cubista (ricordatevi che “cubista” in ceco è tutt’altro movimento artistico – nota mia), il quale aveva già affrontato il tema in un suo racconto del 1917, Opilec (“L’ubriacone”), nel quale però aveva usato il termine automat, “automa”. La diffusione del romanzo di Karel, molto popolare sin dalla sua uscita, servì a dare fama al termine robot (Wikipedia).

Torniamo al lavoro! In latino la r diventa l e quindi abbiamo labor e laborare.

Nelle lingue germaniche rabh. diventa arbh-, da cui il tedesco Arbeit, che ci ricorda il sinistro motto di Auschwitz, Arbeit macht frei (a proposito, oggi è il 67° anniversario dell’arrivo del primo treno di prigionieri – politici polacchi – ad Auschwitz).

Continuiamo a farci del male. Travaglio. Viene dal latino trabaculum (tres, “tre”, + pàlus, “palo”), uno strumento di contenimento e tortura per animali riottosi. Inutile dire che tra questi sono comnpresi gli esseri umani.

Opera invece (anch’esso da radice indo-europea passata al latino) ha il significato di “toccare” ed è collegato a una bella famiglia di parole, da appoggio ad adattare, apice, alto, opìmo, opinare, opulento, ottimo. Persino all’uopo. Già meglio.

Resta da capire il nesso tra il lavoro (di uomini e donne) e il travaglio (delle donne), dato che i due termini appaiono quasi intercambiabili. Che c’entri la Bibbia? Che la maledizione di Adamo ed Eva preveda la stessa pena (lavoro/travaglio) per entrambi, ma declinato per genere (la “fatica” per l’uomo, il parto per la donna)? Che il vero lavoro della donna sia fare figli?

Per vis polemica ci sarebbe piaciuto, ma non è così, almeno nella versione latina del Vaticano:

Mulieri dixit:
“Multiplicabo aerumnas tuas
et conceptus tuos:
in dolore paries filios,
et ad virum tuum erit appetitus tuus,
ipse autem dominabitur tui”.
Adae vero dixit: “Quia audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno, ex quo praeceperam tibi, ne comederes,
maledicta humus propter te!
In laboribus comedes ex ea
cunctis diebus vitae tuae.
Spinas et tribulos germinabit tibi,
et comedes herbas terrae;
in sudore vultus tui vesceris pane,
donec revertaris ad humum,
de qua sumptus es,
quia pulvis es et in pulverem reverteris” (Genesi 3, 16-19; corsivi miei).

Niente da fare: dolore per la donna e lavoro per l’uomo (e i tribulos, in questo caso, sono cardi!).

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

Volevo solo dormirle addosso

Volevo solo dormirle addosso (2004), di Eugenio Cappuccio, con Giorgio Pasotti.

Ero molto prevenuto, prima di vederlo. Non ho cambiato opinione.

Troppo artificioso anche per concimare colture biologiche, per parafrasare una battuta del film. Mi raccomando, risparmiate il vostro tempo.

Sant’Antonio

Sant’Antonio da Padova, nato a Lisbona nel 1195, si chiamava Ferdinando.

Giuro che è tutto vero.