Una campagna pubblicitaria per scoraggiare i suicidi in metropolitana

In tutte le città del mondo, i suicidi in metropolitana sono un problema grave. Non soltanto per lo sventurato che si è gettato sotto al treno, ma per l’interruzione del servizio e per i disagi cui vanno in contro decine di migliaia di pendolari. Ecco allora che le aziende di trasporto corrono ai ripari, talora prevedendo meccanismi di sicurezza (i sistemi di doppie porte che si aprono soltanto quando il treno è in stazione, come nella nuova linea 1 di Parigi e nella metropolitana di San Pietroburgo; oppure delle trincee che – a costo di qualche frattura – evitano che l’aspirante suicida sia travolto), talaltra con campagne pubblicitarie intese a scoraggiare i propositi malsani, o quanto meno a evitare che siano portati a termine nelle stazioni del trasporto pubblico.

Ecco la proposta del sindaco di Londra, il conservatore Boris Johnson, che tutti abbiamo conosciuto e apprezzato durante le impeccabili settimane olimpiche.

Suicidi 1

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Suicidi 2

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È uno scherzo, come avevano subito capito – ne sono certo – i miei perspicaci lettori. C’è invece caduta la rivista online Imprint, dove ho scovato la notizia (Mayor to Londoners: Don’t Jump). L’autore, Steven Heller, ha pubblicato la notizia il 10 agosto 2012 in questa forma:

The London Underground has had rashes of suicides on the tracks. Deep tube stations have “anti-suicide pits” or “suicide pits” or “dead man’s trenches” beneath the track that enables responders to help prevent death when a passenger falls or jumps in front of a train. London Underground has a “Therapy Unit” to deal with drivers’ post-traumatic stress, resulting from someone jumping under their train.

Now there is an advertising campaign designed to thwart suicides. Whether the approach works or not, only time will tell. But the idea that the Mayor of London, Conservative Boris Johnson, a character by any measure, is suggesting potential suicide victims should do the deed at home rather than tie up the subway is possibly tasteless. No?

Soltanto alcuni giorni dopo, è stato in grado di correggersi così:

Update: This ad campaign is, thankfully, a spoof.

Jesse Bering – Why Is the Penis Shaped Like That?: And Other Reflections on Being Human

Bering, Jesse (2012). Why Is the Penis Shaped Like That?: And Other Reflections on Being Human. New York: Scientific American/Farrar, Straus and Giroux. 2012. ISBN 9781429955102. Pagine 319. 8,78 €

Why is the Penis

jessebering.com

Due critiche principali a questo libro:

  1. Si tratta sostanzialmente di una raccolta di articoli già apparsi sulla rubrica che Jesse Bering (sì, afferma di essere un discendente del noto esploratore artico Vitus Jonassen Bering) tiene su Scientific American. Niente di male, naturalmente (anche se confesso di non amare questo tipo di raccolte: ma è una questione di gusto personale), a patto che tu abbia un buon editor. Questo prezioso aiuto a Bering è mancato, sicché il connettivo tra i capitoli è pressoché inesistente e alcuni sono decisamente meno riusciti di altri. In più, ho avuto la spiacevole impressione che la casa editrice avesse imposto una traguardo minimo in termini di numero di pagine e che questo abbia indotto a Bering a inserire capitoli che hanno ben poco a che fare con la tematica principale del libro (un’esplorazione della sessualità umana da una prospettiva di psicologia evoluzionistica). Per esempio, non ho proprio capito che c’azzecchi (per parafrasare Tonino Di Pietro) il capitolo Planting Roots with my Dead Mother, che – senza alcuna analisi scientifica – propone un nuovo tipo di cimitero alberato (proposta peraltro non particolarmente originale, come testimonia L’albero ed io, vecchia canzone di Francesco Guccini).

    Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
    non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà. Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio;
    voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

    Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,
    come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.
    E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo
    e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

    Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,
    sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
    E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io
    sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio.

  2. Il tono di Bering, che vuole essere scherzoso, a volte è un po’ irritante. Per sua sfortuna, proprio in questi giorni è dilagata (insomma, sto esagerando…) una polemica su Science writing: lite and wrong sul blog di Jerry Coyne e, qualche giorno prima con Jonah Lehrer, Malcolm Gladwell and our thirst for non-threatening answers sul blog di Eric Garland. Coyne distingue, in bella sostanza, opere come The Better Angels of Our Nature, effettivi contribuiti alla comprensione pubblica della scienza, dai libri di “science-lite” che offrono analisi e soluzioni superficiali a problemi sociali o resoconti approssimativi di ricerche scientifiche. Forse Bering non è del tutto light, ma fatevi un’idea da soli:

Se volete leggere altre recensioni ho preparato una pagina su Storify.

* * *

Come al solito, le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

According to a 2009 report in Medical Hypotheses by the anatomist Stany Lobo and his colleagues, each testicle continuously migrates in its own orbit as a way of maximizing the available scrotal surface area that is subjected to heat dissipation and cooling. Like ambient heat generated by individual solar panels, when it comes to spermatic temperatures, the whole is greater than the sum of its parts. With a keen enough eye, presumably one could master the art of “reading” testicle alignment, using the scrotum as a makeshift room thermometer. But that’s just me speculating. [163]

Evolution does not occur by design. The best way to think about most adaptations is in terms of cost/benefit ratios. I suspect that the foreskin provided protection of the glans and what you see is the result of a statistical compromise of sorts. [445]

[…] 76 percent of a sample of 235 female undergraduates from Australia reported having removed their pubic hair at some point in their lives. Sixty-one percent currently did so, and half of this sample said that they routinely removed all traces of their pubic hair. The current trend for men appears to be no different. [746]

Gerard David, a prolific religious iconographer based in Bruges, Belgium, was merely painting a scene of starvation cannibalism. [765]

Gerard David

oceansbridge.com

Better this evolutionary account than pimples by intelligent design, in any event. What a heartless God indeed that would wind up the clock so that our sebaceous glands might overindulge in sebum production precisely at the time in human development when we’d become most acutely aware of our appearance. [874]

[…] hindsight is twenty-twenty […] [2695]

In many courtrooms across the Western world, for instance, defendants and witnesses must place their hand on the Bible and volunteer to respond to the religious oath “Do you swear to tell the truth, the whole truth, and nothing but the truth, so help you God?” And in the ancient Hebrew world, there was the similar “oath by the thigh”—where “thigh” was the polite term for one’s dangling bits—since touching the sex organs before giving testimony was said to invoke one’s family spirits (who had a vested interest in the seeds sprung from these particular loins) and ensured that the witness wouldn’t perjure himself. [2779]

“I love Humanity; but I hate people.” [2792: è una citazione di Edna St. Vincent Millay]

[…] there’s no such thing as a failed experiment—only data. [3290]

Vohs and Schooler write: “If exposure to deterministic messages increases the likelihood of unethical actions, then identifying approaches for insulating the public against this danger becomes imperative.”
Perhaps you missed it on your first reading too, but the authors are making an extraordinary suggestion. They seem to be claiming that the public “can’t handle the truth” and that we should somehow be protecting them (lying to them?) about the true causes of human social behaviors. [3355]

The self is only a deluded creature that thinks it is participating in a moral game when in fact it is just an emotionally invested audience member. [3372]

David Mitchell – Cloud Atlas

Mitchell, David (2004). Cloud Atlas. London: Hodder & Stoughton. 2008. ISBN 9781844568819. Pagine 545. 6,04 €

Cloud Atlas

wikipedia.org

Di David Mitchell ho parlato non molto tempo fa, per parlare dell’unico suo romanzo che avevo letto, The Thousand Autumns of Jacob de Zoet, che mi era piaciuto moltissimo. Mi ripromettevo, ovviamente, di leggera altre opere di Mitchell, e soprattutto questo Cloud Atlas che è il suo romanzo più famoso. Avrei però lasciato passare più tempo (non mi mancano, per fortuna, né le cose da leggere né la voglia di farlo), non fosse che è imminente l’uscita del film tratto dal romanzo. Mia moglie aveva letto un post che invitava a leggere subito il romanzo e anch’io l’ho fatto subito dopo.

Nel frattempo è uscito il trailer del film dei fratelli due Wachowski (quelli di Matrix, per capirsi). Non guardatelo, se pensate vi possa impoverire il gusto della lettura.

Il talento di Mitchell è fuori dal comune: questo si capiva anche nei Mille autunni di Jacob de Zoet, ma qui siamo al limite, e forse al di là del virtuosismo. Il romanzo è costruito su 6 storie che si dispiegano fino a un certo punto, per poi interrompersi e cedere il passo alla successiva. soltanto la sesta storia si sviluppa integralmente. Conclusa la sesta storia si torna (e si conclude) la quinta, e così via fino alla conclusione della prima e dell’intero romanzo. Ogni storia si svolge in un periodo diverso, dal 1850 al lontano futuro, ed è scritta in uno stile e in un linguaggio differente. Alcuni fili tengono insieme le storie, dall’artificio abbastanza ovvio per cui i personaggi di una storia temporalmente successiva vengono in possesso del “testo” della precedente, a collegamenti più sottili come la “voglia” a forma di cometa sulla spalla dei protagonisti, al riferimento (polisemico) all’atlante delle nuvole del titolo, a una riflessione filosofica (e tensione morale) che è il vero connettivo del romanzo.

È un gioco abbastanza facile e piuttosto sterile cercare le somiglianze di famiglia del romanzo di Mitchell. Ma per quanto sterile e forse trito, è pur sempre un gioco, e si è mai visto che io mi perda un’occasione per giocare?

La prima cosa che viene in mente è Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, per l’inanellarsi delle storie. Ma qui, a differenza che in Calvino (che ho letto quando uscì, nell’estate del 1979, ad Acquafredda di Maratea, ma che non ricordo bene e dovrei rileggere) in cui ognuna delle storie si interrompe e il romanzo-cornice si sviluppa linearmente, in Mitchell e nella Weltanschauung di questo suo romanzo la ciclicità, e dunque la permanenza delle pulsioni umane, è assolutamente essenziale.

Quest’ultimo aspetto è anche collegato a una simbologia ricorrente nei vari episodi, quella dell’ascesa e della discesa, dal senso abbastanza trasparente.

Un altro tema importante e ricorrente, come abbiamo accennato, è quello della voglia a forma di cometa che suggerisce che i protagonisti siano reincarnazioni l’uno dell’altro e che i temi della Storia (e delle storie che ne sono gli avatar contingenti) si ripetano, anche se in configurazioni sempre mutevoli, che impediscono di realizzare una mappa statica, un atlante delle nuvole. Ha detto lo stesso Mitchell, in un’intervista alla BBC:

All of the [leading] characters are reincarnations of the same soul […] identified by a birthmark. […] The “cloud” refers to the ever-changing manifestations of the “atlas”, which is the fixed human nature. […] The book’s theme is predacity […] individuals prey on individuals, groups on groups, nations on nations.

Non penso di essere il primo a dirlo, ma il tema della “voglia” come rinvio alla reincarnazione è il connettivo utilizzato nel capolavoro di Mishima Yukio, Il mare della fertilità, in cui il protagonista Honda Shigekuni insegue per tutta la vita (e per tutta la tetralogia) le reincarnazioni di Matsugae Kiyoaki, con le sue 3 voglie sul fianco. Lo stesso Mishima, che terminò la tetralogia il giorno stesso del suo suicidio, lascia aperto il dubbio se la reincarnazione sia realtà o illusione. [Che Mishima si sia suicidato ritualmente (seppuku) il giorno del mio diciottesimo compleanno è soltanto una coincidenza e io non ho nessuna “voglia”.]

Ma più che Calvino e Mishima, a me Cloud Atlas ha fatto pensare a Chapter 24, una canzone di Syd Barrett (a sua volta ispirata agli I-Ching, direi) che compare sul primo album dei Pink Floyd, The Piper at the Gates of Dawn.

All movement is accomplished in six stages,
and the seventh brings return.
The seven is the number of the young light.
It forms when darkness is increased by one.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.

The time is with the month of winter solstice,
when the change is due to come.
Thunder in the Earth, the course of Heaven.
Things cannot be destroyed once and for all.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.
Sunrise.

All movement is accomplished in six stages,
and the seventh brings return.
The seven is the number of the young light.
It forms when darkness is increased by one.
Change return success.
Going and coming without error.
Action brings good fortune…
Sunset.
Sunrise.

Se volete leggere altre recensioni oltre alla mia, vi rimando alla pagine dedicata al romanzo da the complete review , che trovate qui. Ho anche preparato una pagina di recensioni su Storify.

* * *

Fine della recensione. Di seguito le mie annotazioni, che non siete obbligati a leggere. Riferimenti numerici all’edizione Kindle.

That love loves fidelity, she riposted, is a myth woven by men from their insecurities. [1182]

[…] pretty frightful at 1st sight, still worse at the 2nd. [1410]

Several dead bottles of Trappist beer later, I asked Elgar about the Pomp & Circumstance Marches. ‘Oh, I needed the money, dear boy. But don’t tell anyone. The King might want my baronetcy back.’ Ayrs went into laughter-spasms at this! ‘I always say, Ted, to get the crowd to cry Hosanna, you must first ride into town on an ass. Backwards, ideally, whilst telling the masses the tall stories they want to hear.’ [1415]

I’ve never loved anyone except myself and have no intention of starting now […] [1453]

Anything is true if enough people believe it is. [1668]

[…] every scientific term you use represents two thousand readers putting down the magazine […] [1691]

[…] every conscience has an off-switch hidden somewhere. [1734]

“‘Power.” What do we mean? “The ability to determine another man’s luck.” [2232]

Yet how is it some men attain mastery over others while the vast majority live and die as minions, as livestock? The answer is a holy trinity. First: God-given gifts of charisma. Second: the discipline to nurture these gifts to maturity, for though humanity’s topsoil is fertile with talent, only one seed in ten thousand will ever flower – for want of discipline.’ Grimaldi glimpses Fay Li steer the troublesome Luisa Rey to a circle where Spiro Agnew holds court. The reporter is prettier in the flesh than her photograph: So that’s how she noosed Sixsmith. He catches Bill Smoke’s eye. ‘Third: the will to power. This is the enigma at the core of the various destinies of men. What drives some to accrue power where the majority of their compatriots lose, mishandle, or eschew power? Is it addiction? Wealth? Survival? Natural selection? I propose these are all pretexts and results, not the root cause. The only answer can be, “There is no ‘Why’. This is our nature.” “Who” and “What” run deeper than “Why.” [2236]

‘A piece of advice, Richter, on how to succeed in the security business. Would you like to hear this piece of advice, son?’
‘I would, sir.’
‘The dumbest dog can sit and watch. What takes brains is knowing when to look away. […]’ [2467]

Normandy: Cornwall with something to eat. [2899]

“‘Unlimited power in the hands of limited people always leads to cruelty.”’ [3117: è una citazione di Solženicyn]

If that sounds unlikely, Hae-Joo said, I should remember that many major events in the history of science were the results of similar serendipitous accidents. [3951]

‘What if the differences between social strata stem not from genomics or inherent xcellence or even dollars, but differences in knowledge?’
The professor asked, would this not mean that the whole Pyramid is built on shifting sands? [3981]

Prejudice is permafrost. [3994]

All revolutions are the sheerest fantasy until they happen; then they become historical inevitabilities. [6005]

Every nowhere is somewhere. [6065]

My fifth Declaration proposes how the law was subverted. It is a cycle as old as tribalism. In the beginning there is ignorance. Ignorance engenders fear. Fear engenders hatred, and hatred engenders violence. Violence breeds further violence until the only law is whatever is willed by the most powerful. What is willed by the Juche is the creation, subjugation and tidy xtermination of a vast tribe of duped slaves. [6337]

How lazily ‘xperts’ dismiss what they don’t understand! [6374]

Seneca’s warning to Nero: No matter how many of us you kill, you will never kill your successor. [6419]

Amateurs talk strategy, professionals talk logistics. [6555]

‘We – by whom I mean anyone over sixty – commit two offences just by existing. One is Lack of Velocity. We drive too slowly, walk too slowly, talk too slowly. The world will do business with dictators, perverts and drug barons of all stripes, but being slowed down, it cannot abide. Our second offence is being Everyman’s memento mori. [6564]

‘The most singular difference between happiness and joy is that happiness is a solid, and joy a liquid’ [6601: è una citazione di J. D. Salinger]

It’s true, reading too many novels makes you go blind. [6610]

(Know thine Enemy trumps Know thyself.) [6687]

[…] Chelsea Hotel in Washington Square […] [6732: curioso errore, non so se di Mitchell o di Timbo Cavendish. C’è un altro errore alla posizione 8343, quando Frobisher attribuisce a Franz Schubert un incidente alla mano intervenuto suonando, che è invece accaduto a Robert Schumann]

[…] from insider to liability. [7381]

Eva. Because her name is a synonym for temptation: what treads nearer to the core of man? Because her soul swims in her eyes. Because I dream of creeping through the velvet folds to her room, where I let myself in, hum her a tune so – so – so softly, she stands with her naked feet on mine, her ear to my heart and we waltz like string-puppets. After that kiss, she says, ‘Vous embrassez comme un poisson rouge!’ and in moonlit mirrors we fall in love with our youth and beauty. Because all my life, sophisticated, idiotic women have taken it upon themselves to understand me, to cure me, but Eva knows I’m terra incognita, and explores me unhurriedly, like you did. Because she’s lean as a boy. Because her scent is almonds, meadow-grass. Because if I smile at her ambition to be an Egyptologist she kicks my shin under the table. Because she makes me think about something other than myself. Because even when serious she shines. Because she prefers travelogues to Sir Walter Scott, prefers Billy Mayerl to Mozart and couldn’t tell C-major from a sergeant-major. Because I, only I, see her smile a fraction before it reaches her face. Because Emperor Robert is not a good man – his best part is commandeered by his unperformed music – but she gives me that rarest smile, anyway. Because we listened to nightjars. Because her laughter spurts through a blow-hole in the top of her head and sprays all over the morning. Because a man like me has no business with this substance ‘beauty’, yet here she is, in these soundproofed chambers of my heart. [8130-8140]

Reputation is everything. [8168]

Reputation is king of the public sphere, not private. [8181]

Not quite déjà vu, more jamais vu. [8205]

To wit: history admits no rules; only outcomes.
What precipitates outcomes? Vicious acts & virtuous acts.
What precipitates acts? Belief. [9023]

Yet what is any ocean but a multitude of drops? [9046: le parole conclusive, e la chiave, di tutto il romanzo]

Perché depilarsi il pube non è una buona idea

La considerazione ovvia è che se abbiamo peli all’inguine e sotto le ascelle significa che questo comporta un vantaggio evolutivo (chi era glabro è morto lasciando meno discendenti). Eppure la pubblicità li chiama “peli superflui” e si spendono milioni per radersi o farsi la ceretta.

Ora un medico suggerisce che la guerra al pelo pubico deve cessare e ammonisce contro i rischi della depilazione. La depilazione, infatti, con qualunque mezzo sia effettuata, comporta microscopiche lesioni, aprendo una possibile strada a molti patogeni. Inoltre, il pelo pubico ha una funzione importante nel segnalare la maturità sessuale e protegge dalle frizioni e irritazioni cui inguini e ascelle sono esposti. L’irritazione si accompagna spesso all’arrossamento e al sudore, creando un ambiente di coltura favorevole ai funghi (infezioni micotiche), ai batteri (soprattutto lo streptococco, lo stafilococco aureo e il suo pericoloso cugino resistente alla meticillina – MRSA) e all’herpes genitale.

G3 e Robert Fripp

Benché frippomane e frippologo abbastanza informato, non sapevo niente di questa storia fino a qualche ora fa.

Robert Fripp

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G3 sta per Guitar Three (non è propriamente un acronimo, checché ne dica la voce italiana su Wikipedia):

G3 (acronimo di Guitar Three) è il nome di un progetto musicale concepito dal celebre chitarrista Joe Satriani nel 1996. L’idea del G3 è quella di unire i “tre più grandi chitarristi del mondo” per realizzare una serie di concerti-evento. Con il nome G3 Satriani organizzò una serie di tour, accompagnandosi di volta in volta con una diversa coppia di virtuosi della chitarra (o guitar hero).
In un certo senso, il G3 si potrebbe definire un supergruppo. Tuttavia, la formazione varia di tour in tour; inoltre, i tre artisti selezionati da Satriani come “i tre grandi” suonano gran parte del concerto indipendentemente (ciascuno con la propria band). Solo nella parte finale del concerto i tre grandi suonano assieme in una “G3 jam” che comprende in genere cover di brani rock storici (per esempio di Jimi Hendrix, Deep Purple, e così via).

Fino a qui, non una gran notizia, almeno per me. Ma poi ho scoperto che in 2 occasioni, nel tour 1997 e in quello 2004 Robert Fripp è stato della partita. Non come uno dei 3 “più grandi chitarristi del mondo” (d’altra parte, dato che uno è per forza lo stesso Joe Satriani che ha avuto l’idea e organizza la cosa e un altro è stato quasi sempre Steve Vai che di Satriani è stato allievo, non è che restasse molto posto), ma come ospite. In entrambe le occasioni, compito specifico di Fripp era quello di aprire i concerti con i suoi Soundscapes. Inoltre, Fripp partecipava alla G3 jam finale.

I concerti del 1997 sono documentati su CD e DVD (Joe Satriani/Eric Johnson/Steve Vai ‎– G3 Live In Concert), anche se non si fa menzione dei Soundscapes introduttivi, mentre per i 3 brani della jam session il nome di Fripp non è nemmeno citato (Fripp partecipò peraltro solo alla parte nordamericana della tournée). Secondo la setlist pubblicata da Wikipedia, Fripp partecipa a tutti e 3 i brani eseguiti nella jam session: Levee Break (ma il disco dice Going Down, che è quello che si trova anche su YouTube), My Guitar Wants to Kill Your Mama e Red House.

Ecco che cosa ho trovato su YouTube:

  1. Soundscapes
  2. Going Down di Jeff Beck (ma io, in questo e nei video seguenti, Fripp non l’ho visto)
  3. My Guitar Wants to Kill Your Mama di Frank Zappa
  4. Red House di Jimi Hendrix
  5. Tutto il concerto registrato dalla EPIC (il DVD di cui parlavamo sopra – nessuna traccia di Robert Fripp, neppure nei titoli di coda)

Nel 2004 Robert Fripp partecipa alla tournée che una nuova formazione G3 (ci sono soltanto Satriani e Vai e questa volta, dunque, a Fripp si riconosce implicitamente di essere uno dei 3 più grandi chitarristi del mondo) fa in Europa, Messico e Sud America. Non ho trovato una registrazione dei concerti. Secondo la setlist pubblicata da Wikipedia, Fripp apre il concerto con 3 Soundscapes e poi partecipa a 3 dei 4 brani eseguiti nella jam session: Red, Rockin’ in the Free World e Going Down.

Ecco che cosa ho trovato su YouTube:

  1. Red dei King Crimson (divertente vedere Satriani e Vai divincolarsi e fare le boccacce, mentre Fripp suona imperturbabile in secondo piano)
  2. Rockin’ in the Free World di Neil Young
  3. Ice Nine

Le ultime parole di Marvin Wilson

Martedì 7 agosto 2012, in Texas, è stata eseguita con un’iniezione letale la condanna a morte di Marvin Wilson.

  1. Marvin Wilson, 54 anni, condannato per un omicidio commesso nel 1992, aveva un quoziente d’intelligenza di 61, cioè era gravemente ritardato mentalmente.

  2. Negli Stati Uniti si è a lungo discusso se infliggere la pena di morte a una persona non in grado di comprenderne il significato e, dunque, il suo valore come deterrente del reato o come retribuzione del delitto, ricadesse nei casi previsti nell’Ottavo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America: «Excessive bail shall not be required, nor excessive fines imposed, nor cruel and unusual punishments inflicted.» («Non si dovranno esigere cauzioni eccessivamente onerose, né imporre ammende altrettanto onerose, né infliggere pene crudeli e inconsuete.»)

    Nel 2002, da ultimo, la Corte Suprema si era espressa in questo senso nel caso Atkins v. Virginia:

    «Our independent evaluation of the issue reveals no reason to disagree
    with the judgment of “the legislatures that have recently addressed the
    matter” and concluded that death is not a suitable punishment for a
    mentally retarded criminal. We are not persuaded that the execution of
    mentally retarded criminals will measurably advance the deterrent or the
    retributive purpose of the death penalty. Construing and applying the Eighth Amendment
    in the light of our “evolving standards of decency,” we therefore
    conclude that such punishment is excessive and that the Constitution
    “places a substantive restriction on the State’s power to take the life”
    of a mentally retarded offender.»

  3. A dispetto della sentenza della Corte Suprema, la magistratura texana non ha concesso neppure una sospensione della pena (Wilson segna la 245ma sentenza capitale eseguita durante il governatorato di Rick Perry).

    Come è possibile? Perché la magistratura texana non utilizza come criterio per la determinazione del ritardo mentale il quoziente d’intelligenza o un’altra misura ritenuta clinicamente valida. Ha invece introdotto un proprio criterio, noto come “Briseño factors“, che – secondo l’avvocato di Wilson, Lee Kovarsky – non ha alcun valore clinico o riconoscimento scientifico, ma è basato su un personaggio del romanzo Uomini e topi di John Steinbeck, Lennie Smith.

  4. Secondo il Guardian, prima della somministrazione dell’iniezione letale Wilson ha sollevato la testa sorridendo dalla barella cui era legato e, rivolgendosi alle sue 3 sorelle e al figlio che lo guardavano da una finestrella, ha detto che le amava e di abbracciare la mamma.

    «Sono entrato qui da peccatore e me ne vado da santo. – ha poi aggiunto – Take me home Jesus, take me home Lord, take
    me home Lord!»

Vizio

La definizione del Vocabolario Treccani online, particolarmente lunga e complessa:

  1. Incapacità del bene, e abitudine e pratica del male; il concetto del vizio, sul piano morale, è dunque strettamente correlativo a quello della virtù, di cui costituisce la negazione. Nella teologia morale, vizi capitali, i peccati capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia) quando siano considerati non nell’individualità dell’atto, ma come abitudini (il numero di sette si è definito nella tradizione cristiana con Gregorio Magno, mentre in Oriente è rimasta la più antica classificazione di otto: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, pigrizia, vanagloria, superbia): A vizio di lussuria fu sì rotta, Che libito fé licito in sua legge (Dante, di Semiramide). Con valore più generico: il vizio di bestemmiare, di mentire, di essere invidioso, di adirarsi; prendere, contrarre un vizio; entrare nella strada del vizio, percorrere la strada del vizio; togliersi un vizio; emendarsi, correggersi di un vizio; avere molti vizi; essere pieno, carico di vizî; ma il core, Ricco di vizî e di virtù, delira (Foscolo); quell’uomo è un cumulo, un impasto di vizî, di persona piena di vizî; proverbiale: l’ozio è il padre dei vizî.
  2. a. Abitudine profondamente radicata che determina nell’individuo un desiderio quasi morboso di cosa che è o può essere nociva: avere il vizio di bere, di fumare, o anche il vizio del vino, del fumo; acquistare, perdere il vizio del gioco; levare a qualcuno il vizio di mentirevizio solitario, la masturbazione.
    b. Abitudine non buona, difetto fastidioso ma non grave: ha il vizio di parlare troppo, di non essere puntuale, di star sempre con la testa fra le nuvole; questo tuo vizio del levarti in sogno e di dire le favole che tu sogni per vere (Boccaccio).
    c. anticamente: Voglia, capriccio: come spesso interviene ch’ell’hanno vizio di cose nuove, così potrebbe intervenire che ella avrà vizio di voi (Sacchetti, nov. VIII).
  3. Per estensione:
    a. Riferito ad animali, difetto, imperfezione anatomico-funzionale, o di indole e di comportamento: un cavallo con un vizio alla gamba; questo gatto ha il vizio di graffiare; un cane da ferma che ha il vizio di inseguire la selvaggina; proverbiale: il lupo cambia (o perde) il pelo ma non il vizio, per significare la difficoltà di estirpare le cattive abitudini.
    b. Con riferimento a cose e oggetti materiali, difetto, imperfezione: tessuto, manufatto con qualche vizio di lavorazione; l’acqua non ce l’ho messa … e il vino non ha nessun vizio (Tozzi). Nell’uso giuridico:, vizî nella vendita, difetti della cosa venduta (anche con riferimento ad animali) che la rendono non idonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscono il valore in misura apprezzabile; sono detti anche vizi redibitorî perché danno luogo ad azione redibitoria (v.), o vizi occulti, giacché l’azione non è ammessa quando i vizî siano facilmente riconoscibili o fossero conosciuti dal compratore al momento della vendita; con lo stesso significato il termine vizio è usato anche in relazione ad altri contratti, come la locazione, l’appalto, il comodato.
    c. Errore, scorrettezza: vizio di scrittura, errore ortografico o grammaticale; l’affettazione è vizio dello stile; la petizione di principio è un vizio del ragionamento.
    d. In diritto, vizî della sentenza, errori contenuti nella sentenza, che possono essere fatti valere con l’esercizio dei mezzi di impugnazione; vizî dell’atto amministrativo, irregolarità di uno degli elementi essenziali dell’atto amministrativo, distinti in vizi di legittimità e vizi di merito e riassumibili nelle tre figure dell’incompetenza, dell’eccesso di potere, della violazione di legge (l’atto affetto da una di queste irregolarità si dice viziato); nel concetto della violazione di legge rientra anche il vizio di forma, che consiste nella mancanza di uno di quegli elementi formali che sono prescritti a pena di invalidità dell’atto. Vizio della volontà, difetto nella formazione della volontà di un soggetto di diritto: i vizî presi in considerazione dall’ordinamento giuridico sono l’errore, la violenza, il dolo, e per la loro trattazione si fa rinvio alle voci relative, oltre che alla voce volontà.
  4. a. In medicina, designazione generica di alterazioni morfologiche di orifizî o aperture naturali o canali anatomici, causa di malattia o di minorazione in atto o in potenza: vizio cardiacovizio valvolare, alterazione permanente, congenita o acquisita, delle valvole del cuore, con conseguente ostacolo alla normale dinamica cardiocircolatoria.
    b. In medicina legale e nel diritto, v. di mente, infermità di mente tale da escludere (v. totale) o da diminuire notevolmente senza escluderla (v. parziale) la capacità di intendere o di volere da parte di chi ha commesso un atto; nel diritto penale il vizio totale di mente esclude l’imputabilità, mentre il vizio parziale comporta solamente una diminuzione della pena prevista.
Vizi capitali

wikipedia.org

È piuttosto frequente che alla pluralità di significati di una parola (polisemia) si associ la sua antichità: perché – come gli esseri viventi – le parole, più antiche sono, più tempo hanno avuto per evolvere significati diversi. Vizio non fa eccezione: peccato, però, che al crescere dell’antichità della parola cresca anche l’incertezza sulla sua origine. Non ci sono molti dubbi che la parola italiana venga dal latino vitium, con lo stesso significato. Lo stesso accade per le altre lingue romanze: il provenzale vicis (cui si aggiunge vetz, abitudine; anche l’italiano ha lo sdoppiamento vizio/vezzo); il portoghese e lo spagnolo vicio; il francese vice, transitato in inglese con la stessa grafia e lo stesso significato. Ma da qui le cose si complicano, perché sull’origine della parola latina non c’è consenso: chi dice venga da vitare (“evitare”: ma a me sembra che il vizioso i vizi li cerchi, non li eviti!), chi da vietus, participio di viere (“attorcigliare, torcere”, da cui deriva anche la vite). Entrambe le radici comportano il concetto della deviazione dalla retta via e sono compatibili con un’antica radice indoeuropea VIET (vacillare) o VIT (torcere).

Forse aveva ragione Leibniz con la sua armonia prestabilita: perché per questa via recuperiamo le lingue germaniche, il tedesco wider (“contro”) e l’inglese with (“con”, ma originariamente “contro”) e, tornando al latino, vix (“a stento”) e vicarius (colui che sostituisce).

L’Enrica, il mastino della Bassa mantovana – Nando dalla Chiesa – Il Fatto Quotidiano

Riprendo dal blog di Nando dalla Chiesa su Il Fatto quotidiano [L’Enrica, il mastino della Bassa mantovana – Nando dalla Chiesa – Il Fatto Quotidiano]

L’Enrica, il mastino della Bassa mantovana

di Nando dalla Chiesa | 6 agosto 2012

Un mastino si aggira nella bassa padana. Da anni minaccia quella genia errante – giornalisti, intellettuali, magistrati, testimoni civili- che affolla incontri e talk show di paese. Da anni ha trasformato per loro quella fetta di pianura mantovana che sta tra Viadana, Suzzara e Pegognaga in una sorta di triangolo delle Bermuda. Chiunque vi arrivi per una sola volta viene infatti costretto a tornarci il mese o l’anno dopo. Tanto non è mai questione di tempo, il mastino non molla. E vince per sfinimento della vittima. Il soggetto in questione è una giovane signora, una cascata di ricci biondi, occhiali sottili e viso affilato, che parte da Viadana, il suo comune, setaccia i dibattiti del circondario, senza tralasciare né Mantova né Parma, né Bologna né Reggio Emilia, e va a scoprire chi può fare al caso suo.

Una specie di talent scout al servizio – gratuito – di tutte le associazioni della zona. L’Enrica (Tassoni di cognome) ha una sua precisa strategia operativa. Si siede in prima fila, studia i relatori, dà loro mentalmente i voti, poi incomincia a sorridere ai malcapitati prescelti. E in testa sua li distribuisce tra i vari eventi di cui tiene il registro, da lì a un anno: il 25 aprile, la ripresa delle scuole, l’associazione per la pace, il comitato per la libertà d’informazione, il circolo locale, il referendum , la cooperativa per disabili, il coordinamento di studenti universitari, il gruppo musicale. Poi si fa avanti, prende indirizzo elettronico e qualche volta cellulare, e da quel momento per il prescelto è finita. Il suo destino è tornare nel triangolo delle Bermuda. Dove l’Enrica la conoscono tutti.

E’ lei l’asso nella manica di chi sarebbe altrimenti rassegnato all’idea di non potere mai sentire il giudice che appassiona le folle, l’intellettuale raffinato o il prete che incanta le genti. Perché quel che in teoria non è permesso dalla scarsità di relazioni, dai trasporti accidentati o dalla povertà dei mezzi, diventa possibile grazie a lei, maestra elementare dal fare austro-ungarico e con un debole per il diritto costituzionale e la sociologia. L’ultimo colpo lo ha messo a segno con uno dei personaggi più contesi del momento. Antonio Ingroia andrà per lei nel parco di Pegognaga, che non è esattamente né Portovenere né Cortina, nella incredibile data del 16 agosto; e c’è da scommettere che gli farà trovare, anche in quella data da afa e da zanzare, centinaia di persone.“Ho incominciato dieci anni fa, con il comitato Libera l’informazione, costituito per fronteggiare la disinformazione berlusconiana tra le provincie di Mantova e di Reggio. Poi sono nate altre esperienze e sempre più spesso sono stata chiamata a dare una mano. Vuole sapere il mio segreto? La professoressa del liceo mi diceva che non diventavo rossa neanche se mi tiravano i pomodori in faccia. Con i bambini, sia chiaro, è un’altra cosa. Insegno da vent’anni e so la delicatezza che occorre con loro. Ho il diploma di specializzazione come insegnante per disabili, ho fatto il sostegno per un po’ di anni. A Boretto, accanto a Brescello, il paese di Peppone e don Camillo. Ma con i personaggi famosi penso che in fondo non mi conoscono e non mi costa niente. Devo solo percepire il “ni” e poi non mollo più. Lo faccio solo per le associazioni. Partiti no, mai avuto una tessera. Nessuna antipolitica. Io credo di farla, la politica. Semmai da ragazza non ne sapevo nulla. Ma dopo Falcone e Borsellino ho incominciato a leggere, a darmi da fare”. Pochi anni fa, arrivata ai trentacinque, l’Enrica ha scelto di metter ordine nelle sue letture e si è presa la laurea magistrale all’università di Modena-Reggio Emilia: Scienze della comunicazione e dell’economia.

Così ha imparato a marcare ancora meglio l’ospite desiderato. Alle sue costole per mesi, senza tregua. “Carlo Lucarelli, Gherardo Colombo, Alex Zanotelli, Gino e Teresa Strada, Marco Travaglio, Marco Revelli, Lidia Menapace, Gianfranco Bettin, Felice Casson, sui due piedi non li ricordo tutti. Ora ogni tanto mi dispiace, soprattutto quando l’ospite lo conosco già. Ma se me lo chiedono per una buona causa lo devo fare”. La maestra però sa farsi perdonare. Perché il contorno gastronomico dell’invito è sempre da manuale, quasi avesse dietro una Babette padana capace di sfornare leccornie di ogni tipo, sempre passando, si intende, per tortelli di zucca e lambrusco. E perché se deve presentare un libro state tranquilli che lo ha letto davvero, non se la cava dicendo che “si legge come un romanzo”; e neppure, se deve presentare qualcuno, se la cava dicendo che “non ha bisogno di presentazioni”. Insomma, è una che lavora sodo. E al momento dei saluti c’è sempre un dono, che è in realtà (ma questo lo si afferra solo dopo) il grazioso anticipo del prossimo invito-precettazione: un limoncello o un nocino o altro prezioso liquore (perfino di bacche di pruno) fatto in casa dalla mamma, casalinga e contadina d’eccezione. Ecco, queste sono le storie che andrebbero raccontate quando si descrive con enfasi la vivacità dei posti e il radicamento delle associazioni. Perché quasi sempre, gratta gratta, c’è sotto un piccolo gruppo di persone che, tra un movimento collettivo e l’altro, resta sempre al proprio posto. Anche quando scoccano le scintille dell’amore. Quelle che stanno facendo traslocare l’Enrica a Bologna al seguito del suo compagno, un professore universitario. “Se smetto con la bassa mantovana? Non ci penso nemmeno, loro mi chiameranno e io ci sarò”. La tribù dei relatori viaggianti lo tenga a mente.

Sul ruolo del parlamento, Monti ha ragione o torto?

Cercherò di rispondere alla domanda. Ma va da sé – e ad ogni buon conto lo ribadisco – che la mia risposta sarà personale e fortemente idiosincratica.

Il che non toglie che, in questa vicenda, ci sia più di un elemento oggettivo, che oggettivamente dunque – e non solo soggettivamente – può essere trattato.

Il primo elemento oggettivo è che, se non mi sbaglio e se non sono stato troppo superficiale, nella stampa italiana online è pressoché impossibile trovare il testo integrale dell’intervista rilasciata da Mario Monti a Der Spiegel. Un problema per chi, come me, non legge correntemente il tedesco. Si è costretti a fare riferimento alle sintesi pubblicate dai nostri quotidiani (per esempio, quella di La Repubblica è qui), che però non avevano ritenuto essenziale il passo che ha provocato tante reazioni. Per fortuna, Der Spiegel ha anche un’edizione inglese, in cui l’intervista è pubblicata integralmente (Interview with Italian Prime Minister Mario Monti | ‘A Front Line Between North and South’). Penso che Mario Monti non parli neppure lui correntemente il tedesco: perciò c’è qualche speranza che il testo inglese sia quello realmente originale, almeno per quanto riguarda le risposte di Monti.

Naturalmente, quando ieri (6 agosto 2012) si sono scatenate le reazioni tedesche (bipartisan) alle dichiarazioni di Mario Monti e le contro-reazioni italiane (altrettanto bipartisan), le pagine dei giornali si sono riempite della polemica, senza che si sentisse la necessità di (ri)proporre l’intervista ai lettori, possibilmente nella sua integrità.

E questa è la mia prima considerazione “oggettiva”: il governo Berlusconi è caduto, ma nei mezzi di comunicazione è rimasto il brutto vizio di dare più spazio alle reazioni, cioè alle dichiarazioni contro-dichiarazioni e prese di posizione delle diverse parti, che alla fonte alla base della polemica. L’effetto è che il lettore o spettatore – non essendosi potuto fare un’opinione di prima mano sull’oggetto del contendere – è automaticamente e inconsapevolmente portato a trovarsi d’accordo con lo schieramento d’appartenenza o di riferimento, che parla un linguaggio che gli suona familiare e immediatamente comprensibile. È un effetto di framing che non ha neppure bisogno di stabilire preliminarmente l’ordine del giorno del dibattito (agenda setting): si discute, semplicemente, su un oggetto assente, e ognuna delle parti “crea” il proprio oggetto secondo la propria convenienza (è quello che accade continuamente nelle cosiddette “trasmissioni di approfondimento”, in cui l’assenza di una materia condivisa di discussione consente di rendere di parte i fatti stessi, o la rappresentazione che – latitando i fatti – ne prende il posto). Qui è sparito il testo delle affermazioni di Monti, e ognuno lo ricostruisce come gli fa più comodo (come è più funzionale alla propria argomentazione) senza che nessuno dei giornalisti che raccolgono le “reazioni” si senta in dovere di chiedere: «Scusi, ma di che stiamo parlando, esattamente?». Italiani, non potendovi anch’io esortare alle storie, vi invito almeno a consultare le fonti. Nell’era dell’informazione non dovrebbe comportare uno sforzo sovrumano.

Secondo punto “oggettivo” e inquietante. In questa lunga e preoccupante crisi europea, non c’è maître à penser (italiano o d’oltralpe) che non ci abbia detto e autorevolmente ammonito che da questa crisi si esce in piedi soltanto se si costruisce più Europa, un’Europa oltre che monetaria anche bancaria e fiscale, e infine politica. Salvo poi, al minimo screzio, alla prima divergenza d’opinione, strepitare che noi italiani non prendiamo ordini di politica economica né lezioni di democrazia da nessuno. Al che osservo 2 cose:

  1. Che la costruzione dell’Europa come la vorremmo (o, quanto meno come la vorrei io), cioè come aggregazione di volontà politiche in direzione federalista, non potrà che passare attraverso compromessi, cessioni volontarie non soltanto di sovranità ma anche di convincimenti, consuetudini e istituzioni più o meno radicati. La politica, la politica democratica e liberale, si fa così. L’alternativa è una qualche forma di conquista imperiale e imperialistica, che l’Europa ha sperimentato fin troppe volte nella sua lunga storia, con conseguenze in genere disastrose per i popoli e le persone (sì, anche per i nostri avi quando comandavano i Romani: siete sicuri che se foste vissuti allora sareste stati ricchi patrizi e non poveri schiavi? e lo sapete che, in ogni caso, avreste goduto di un benessere, di possibilità di scelta e di prospettive di vita incomparabilmente minori di quelle che oggi considerate il minimo vitale?)
  2. Le lezioni di democrazia le possono dare tutti: è proprio questa l’essenza della democrazia. E non volersi far dare lezioni da nessuno, invece, è proprio tipico di un atteggiamento profondamente anti-democratico. E la finisco qui perché non mi va di essere predicatorio.
Mario Monti

spiegel.de

Veniamo piuttosto al passo incriminato dell’intervista di Mario Monti:

Monti: [… T]here are a few countries — and they lie to the north of Germany — who every time we have reached a consensus at the European Council (the EU body representing the leaders of the 27 member states) then say things two days later that call into question this consensus.

SPIEGEL: You are now referring to the Finns as well as others?

Monti: I can understand that they must show consideration for their parliament. But at the end of the day, every country in the European Union has a parliament as well as a constitutional court. And of course each government must orient itself according to decisions made by parliament. But every government also has a duty to educate parliament. If I had stuck to the guidelines of my parliament in an entirely mechanical way, then I wouldn’t even have been able to agree to the decisions that were made at the most recent (EU) summit in Brussels.

SPIEGEL: Why not?

Monti: I was given the task of pushing through euro bonds at the summit. If governments let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act, a breakup of Europe would be a more probable outcome than deeper integration. [i corsivi sono miei]

Qui, come annunciato, usciamo dal terreno “oggettivo” ed entriamo in quello delle opinioni personali e idiosincratiche. Ecco, secondo me la reazione tedesca a difesa del parlamentarismo è comprensibile, giusta e storicamente fondata. La reazione italiana sproporzionata e, come cercherò di spiegare, in una certa misura incostituzionale. Provo a spiegarmi. Il signore che vedete qui sotto è Hans Kelsen, un padre del diritto moderno.

Hans Kelsen

wikipedia.org

Kelsen è considerato il capostipite novecentesco della dottrina liberal-democratica del diritto su base giuspositivista. Nel 1920 Kelsen partecipò alla scrittura della Legge costituzionale federale per la Repubblica austriaca, che sarà poi un modello per la Legge fondamentale della Repubblica federale di Germania del 1949 e anche per la Costituzione della Repubblica italiana del 1946.

Per Kelsen, democrazia e parlamentarismo sono inscindibili:

La lotta combattuta alla fine del secolo XVIII ed al principio del XIX contro l’autocrazia fu essenzialmente una lotta in favore dell’istituto parlamentare, […] una costituzione che accorda alla rappresentanza popolare una parte decisiva nella formazione della volontà statale e mette fine alla dittatura del monarca assoluto o ai privilegi di un ordinamento giuridico per caste.

[… Il parlamentarismo è] formazione della volontà normativa dello Stato mediante un organo collegiale eletto dal popolo in base al suffragio universale ed uguale per tutti, cioè dunque democraticamente, secondo il principio della maggioranza.

[…] il principio della restrizione dei poteri governativi [è] il principio fondamentale del liberalismo politico. La democrazia moderna non può essere separata dal liberalismo politico. Il suo principio è che il governo non deve interferire in certe sfere di interessi proprie dell’individuo. [Hans Kelsen, La democrazia]

Per Kelsen, cioè, non si può «mettere seriamente in dubbio che il parlamentarismo non sia l’unica possibile forma reale in cui nella realtà sociale odierna possa attuarsi l’idea della democrazia.» Ne consegue che «la condanna del parlamentarismo [sarebbe] al tempo stesso la condanna della democrazia».

La cultura democratica e giuridica tedesca è fortemente impregnata del pensiero di Kelsen, che viene studiato non soltanto come un maestro della filosofia del diritto, ma anche come un padre della costituzione e un artefice della rinascita post-nazista e post-bellica. Non è un caso che Kelsen, ebreo di famiglia, sia dovuto fuggire davanti all’espansione del Reich millenario, prima da Colonia e poi da Praga.

Al pensiero di Hans Kelsen si era storicamente opposto, già all’inizio degli anni Trenta, quello di Carl Schmitt, per il quale il parlamento è legato a un sistema sostanzialmente oligarchico: «da teatro di una discussione libera e costruttiva dei liberi rappresentanti del popolo […] diventa il teatro di una divisione pluralistica delle forze sociali organizzate», mentre «le decisioni essenziali vengono prese fuori dal Parlamento.» [le citazioni di Carl Schmitt sono tratte da un articolo di Roberto Di Maria, “La vis expansiva del Governo nei confronti del Parlamento: alcune tracce della eclissi dello Stato legislativo parlamentare nel “ruolo” degli atti aventi forza di legge”].

Insomma, avete capito dove voglio andare a parare: in Italia nel dibattito politico (e implicitamente costituzionale) da oltre 20 anni, in nome della governabilità, ci si è allontanati dal quadro di riferimento kelseniano e avvicinati a quello schmittiano: si è cercato di risolvere il problema della frammentazione delle forze politiche rappresentate in parlamento abbandonando il sistema proporzionale (senza riflettere, se non tardivamente, che in Germania un sistema proporzionale ancorché con sbarramento ha garantito per 60 anni un bipartitismo pressoché perfetto); si è mutato l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’esecutivo e a scapito del legislativo (e, in prospettiva, del giudiziario); la stessa democrazia ha teso a perdere i caratteri di democrazia rappresentativa (come la intendeva Kelsen) per farsi democrazia identitaria (come la intendeva Schmitt).

Monti non è un giurista ma nemmeno uno sprovveduto. Non posso quindi pensare a una gaffe quando afferma che i governi non possono essere rigidamente vincolati alle decisioni dei parlamenti senza spazi di manovra (governments [cannot] let themselves be fully bound by the decisions of their parliaments without protecting their own freedom to act). Non di questo si tratta: i governi hanno questi spazi di manovra, ma devono riferirne e renderne conto ex post in parlamento, che in ultima istanza (e in ultima istanza solamente) ha l’arma della fiducia. E l’affermazione che i governi abbiano il dovere (assegnatogli da chi?) di educare i parlamenti (a duty to educate parliament) lo trovo peggio che insultante: manco i parlamenti fossero gattini da educare alla cassettina sfregandogli il nasino nella cacca.

E pensare che Monti aveva esordito, come presidente del consiglio dei ministri, richiamando le istituzioni europee a più metodo comunitario e meno decisioni del Consiglio europeo (che è composto dagli esecutivi degli Stati membri).

Sospetto, a questo punto, che Kelsen sia del tutto estraneo alla cultura e alla Weltanschauung di Monti: non per quel po’ d’ignoranza sugli altri campi del sapere che ogni specializzazione comporta, ma per il baratro che separa il Kelsen relativista nell’etica e “proceduralista” nella concezione della democrazia dal Monti legato al mondo cattolico e dunque diffidente verso ogni relativismo e portatore di valori “oggettivi”. Non penso sia un caso che Jacques Maritain, il filosofo cattolico caro a papa Montini, abbia scritto polemizzando proprio con Kelsen:

[N]on c’è tolleranza reale e autentica se non quando un uomo è fermamente e assolutamente convinto di una verità, o di quella che ritiene una verità, e quando, nel medesimo tempo, riconosce a quelli che negano questa verità il diritto di esistere e di contraddirlo, non perché siano liberi nei confronti della verità, ma perché cercano la verità a modo loro e perché rispetta in essi la natura umana e la dignità umana. [il corsivo è mio]

È in affermazioni come queste, temo, che Monti scopre il suo dovere di educare i parlamenti.

Confidente o fiducioso?

L’abuso di oggi è più sottile di altri di cui abbiamo parlato in questa rubrica. Infatti, a rigore, è lecito utilizzare confidente come sinonimo di fiducioso. Ciò che rende confidente abusato è la schiacciante prevalenza che ha acquisito rispetto a fiducioso, che pure era fino a poco fa il termine corrente e più comune.

The Informer

allposters.com

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla definizione che il Vocabolario Treccani propone per fiducioso:

Pieno di fiducia: essere fiducioso in sé stesso, nelle proprie risorse; fiducioso nell’aiuto promesso, si gettò decisamente nell’avventura; con reggenza verbale: essere fiducioso di riuscire; era fiducioso che qualcuno l’avrebbe aiutato. In usi assoluti, con fiducia, con ferma speranza: si sottopose fiducioso all’intervento chirurgico; attendo fiducioso il benevolo accoglimento della mia domanda; o che mostra fiducia: volto, sguardo fiducioso.

E per confidente (come aggettivo, perché come sostantivo il confidente è una persona cui si confidano i propri segreti e soprattutto l’informatore della polizia, la spia, come nel famoso film di John Ford con Victor McLaglen, The Informer):

  1. Che confida, fiducioso; per lo più con uso assoluto: con animo confidente; la sua confidente attesa; in fronte La gioia ti splendea, splendea negli occhi Quel confidente immaginar (Leopardi); meno comunemente seguito da in: confidente nelle proprie forze; confidente nella bontà del giudice.
  2. Baldanzoso, sicuro di sé: Tempra de’ baldi giovani Il confidente ingegno (Manzoni).

Insomma, la faccenda è un po’ complicata, e tende a porsi al confine tra la “questione di lana caprina” [secondo Wikipedia: «Un detto popolare ritiene che la lana caprina non esista, dato che solitamente è la pecora ad essere tosata. Con l’espressione “questioni di lana caprina” ci si riferisce al voler indagare se le capre abbiano il pelo o la lana: quando si vuol criticare qualcuno che “frulla l’aria” su argomenti (apparentemente) futili, si dice che perde tempo intorno a “questioni di lana caprina”. In realtà, le capre diffuse in zone assai fredde spesso sono ricoperte da una soffice peluria isolante oltre ad un primo strato di lana più ruvida. Tale peluria viene utilizzata per produrre vari tipi di lana, di cui la più nota è il cashmere. Si ricorda anche il mohair.»] e il grammar nazism (a grammar nazi is «a person who believes proper grammar and spelling should be used by everyone whenever possible»). Insomma, confidente come aggettivo si può usare, ma è (primo) un termine un po’ più ambiguo di fiducioso perché ha anche altri significati, come baldanzoso e sicuro di sé; e (secondo) andrebbe adottato con uso assoluto (cioè senza un oggetto specifico: “sono confidente” è analogo a “sono fiducioso”, ma “sono fiducioso nel raggiungimento dei miei obiettivi” è da preferire a “sono confidente nel raggiungimento dei miei obiettivi”).

Capra

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Ma non è questo il punto che mi interessa: non sono una persona seria e mi interrogherò piuttosto sulle ragioni che possono aver spinto a sostituire un aggettivo di uso comune con uno fino a poco tempo fa più raro e letterario. Ho in mente 4 motivi.

  1. Gli aggettivi che finiscono in -oso ci sembrano infantili, poco seri, inventati lì per lì. La responsabilità, anche se se ne ricorderanno forse in pochi, è della pubblicità della Fiat Uno, concepita negli anni Ottanta da Giorgio Forattini.

    Secondo questa accezione, fiducioso sarebbe un po’ come comodoso, sciccoso, risparmioso e scattoso.
  2. Per chi ha un approccio appena più scientifico, il problema è che gli aggettivi con desinenza in -oso sono percepiti come più deboli di quelli con desinenza in -ico. Anche chi non ricorda nulla della chimica del liceo, immagino, sa almeno vagamente che l’acido solforoso è una cosetta da signorine, buono al più a evitare che la frutta secca o il vino si guastino, mentre l’acido solforico (o vetriolo) è meglio non versarselo addosso, ma utilizzarlo semmai – in un romanzo a tinte fosche – a sfigurare una bella infedele o a punire un confidente della polizia.
    C’è poco da scherzare: le foto che si trovano in rete sono talmente truci che ho preferito non pubblicarle qui.
  3. Fiducioso in inglese si dice confident, e l’attrazione dei falsi amici è irresistibile per i parvenu nostrani. Vuoi mettere, come è provinciale uno banalmente fiducioso? Anzi, probabilmente è anche un po’ un illuso, verosimilmente la sua fiducia è infondata, la ripone a sproposito in qualcosa di irreale, come Babbo Natale o la giustizia “giusta” di Zorro. Invece, chi è confidente di certo ne ha solido fondamento razionale, ha appoggi in alto loco che gli hanno garantito il raggiungimento dell’obiettivo, ha la scienza, il potere e i mezzi economici dalla sua parte. Magari anche i poteri forti.
  4. Uso e abuso di confidente sono una tecnica di comunicazione politico-aziendale (comunicazione aziendale e comunicazione politica ormai si confondono, si sovrappongono e si fecondano a vicenda). Come è ampiamente noto ( ne abbiamo parlato anche noi a proposito del libro di Robert Trivers, The Folly of Fools: The Logic of Deceit and Self-Deception in Human Life), non c’è modo migliore di ingannare gli altri che con una menzogna (o una verità parziale o distorta) in cui noi stessi crediamo. Per questo, è assolutamente necessario, per chi ci vede e ci ascolta ma anche per noi stessi, essere convinti della sincerità delle nostre affermazioni. E dunque, anche chi afferma deve essere convinto, quanto più possibile, di dire la verità. Per questo, come abbiamo già notato, politici e imprenditori si riempiono la bocca dell’intercalare «io credo». «Essere confidenti nel successo delle nostre intraprese» è una stella della medesima costellazione.